Mad Men_7x12_Lost Horizon2

Mad Men – 7×12 – Lost Horizon

Direttamente connessa alla precedente Time & Life, Lost Horizon è l’episodio della fine delle illusioni, degli slittamenti tra pragmatismo e nostalgia, e dell’addio a una casa, amata-odiata, rimaneggiata e ricombinata nel nome e negli spazi tante di quelle volte da divenire a volte irriconoscibile.

Eppure la SC&P è indubbiamente casa, per i suoi abitanti che e a maggior ragione per Roger, che lì dentro ci è praticamente nato e cresciuto, e Peggy, che lì ha scoperto di cosa poteva essere capace. Questa accoppiata inedita appare allora assolutamente sensata nel dare l’ultimo surreale addio all’agenzia, in mezzo a strani resti che sbucano da chissà dove. Fantasmi evocati da note orrorifiche guidano Peggy, costretta nel limbo dell’agenzia smantellata da uno dei soliti disguidi, fino a Roger: tutta la sequenza, fino al magnifico duetto per organo e pattini, passando per ogni linea di dialogo, è un segmento compiuto e perfetto di trama che punteggia sapientemente le sequenze amare ambientate alla McCann, interrompendo qua e là le umiliazioni a Joan e la presa di coscienza di Don, come un confortante, malinconico, ultimo tornare a casa. Quel carosello ripreso con movimento circolare a seguire Peggy che pattina intorno a Roger, è un saluto il cui spirito forse sarebbe piaciuto a Bert Cooper, o forse no, troppo estemporaneo. Evocando a sua volta il carousel che chiudeva la prima stagione, è la scena struggente e perfetta per chiudere un’era e dare a Peggy le chiavi per aprirne un’altra.

Intanto siamo arrivati alla McCann Erickson in ascensore, ovviamente, e lungo uno stretto e affollato corridoio, in un contrasto con gli open space della SC&P che più esplicito non si può. Non ritroviamo tutti, dispersi per svariati piani, svariati corridoi e svariati uffici (dov’è Pete? E Dawn, e Stan?). Perdere casa è perdersi, tra pareti, stanze, vicini nuovi e ostili. Quanto è difficile vedere Joan ridotta da capo a oggetto da vedere e da conquistare, e poi quantificata a metà del suo valore. Ma Joan fa in fretta a capire, anzi, aveva già capito nella scorsa puntata, e sceglie anche lei con il solito pragmatismo, corroborato da Roger, la sua priorità: allontanarsi il più lontano e il più in fretta possibile da lì, a costo di cedere alle loro offensive condizioni.

Diversamente perso è anche Don: in questo nuovo ambiente lavorativo la sua bussola è Meredith, così risoluta nel tenere insieme con piglio militare i pezzi pratici della sua vita. Intorno il prezzo da pagare è alto, e le previsioni più buie si avverano: “Don Draper from McCann-Erickson” non è che un altro paio di maniche di camicia assieme ad altri cento. Ma lui si tiene la giacca, e presto si rende conto che le lusinghe di poco prima in ufficio non erano altro che un preconfezionato benvenuto prima di sparire in mezzo a un esercito di simili, un nome su un cestino del pranzo anch’esso preconfezionato, con annessa lattina di coca cola. Don si fa attirare dalla finestra due volte, prima tocca il vetro appena arrivato nel nuovo ufficio, come ad assicurarsi che tiene, che non cadrà giù; poi guarda fuori durante la riunione, un aereo altissimo che rievoca come sempre un altrove e un’altra vita impossibili. Il Wisconsin citato da Bill Phillips della Conley Research, innesca qualcosa, e la via di fuga è come sempre per Don a portata di mano.

Se anche Sally dà buca e Betty sembra sempre più ragionevole e serena (“we can’t get mad at her for being independent”, chi l’avrebbe mai detto, qualche anno fa, che l’avremmo sentita pronunciare queste parole), non resta che guidare tutta la notte e appigliarsi a quell’improvviso obiettivo geografico, che è tutt’altro che casuale, poiché a Racine, Wisconsin, viveva Diana, l’unica persona che ultimamente ha smosso il calmo constatare di una vita che galleggia senza più tentativi di redenzione. I fantasmi evocati nella scorsa recensione sono dappertutto anche qui: come quello di Bert, che si fa vivo beffardo attraverso la stampa di Hokusai, e appare letteralmente nella macchina di Don, pronto a definirlo in sei parole: “you like to play the stranger”. Prima un nome, quello dello stesso Bill Philips che sa evocare immagini tanto bene quanto lui, un’identità, poi un’altra, e se non funziona non importa, ormai Don è nuovamente lusingato dalla fuga, dalla solitudine, dagli incontri casuali. E’ una necessità di movimento che nulla sembra poter intaccare: verso il Minnesota con uno sconosciuto, allora, con una facilità imperscrutabile.

Impossibile prevedere dove Weiner deciderà di collocare Don nelle battute finali: non ci stupiremmo di vederlo scendere dalla macchina in un qualsiasi stato, in cerca di un altro orizzonte, né di vederlo rientrare come se niente fosse in ufficio la prossima puntata. “He does that”. Però la sua cognizione di non essere più necessario suscita strani presentimenti, e in fondo la Cadillac e la strada interpretano perfettamente la dimensione sfuggente di un uomo che non è mai stato possibile inquadrare del tutto. “Where the hell is Don?” E che importa?

Chiara Checcaglini

also known as JaneLane. In principio fu l'amore sconfinato per il Cinema, le immagini e l'analisi ossessiva. Poi galeotto fu Six Feet Under, e la scoperta che mille ore di una bella storia sono meglio di due. Da lì cadde nel vortice seriale, a tratti annaspando, a tratti abbandonandovisi completamente, comunque senza nessuna intenzione di uscirne.

9 Comments

  1. Atmosfera di nostalgia anche per noi, senza più la nostra amata (e triste) SC&P dove ce ne andremo con la nostra scintillante Cadillac? A raccogliere autostoppisti hippie per un’altra avventura “on the road” o nel nuovo ufficio ad essere un signor nessuno? Bel dilemma Don.
    Comunque vada preparate i fazzoletti.

    ps: Recensioni sempre stimolanti e di alta qualità, un piacere leggervi come sempre.

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  2. Episodio spettacolare, che fa venire in mente tante cose. Dietro la solita retorica dell’andare avanti, dei nuovi inizi, del futuro migliore perché più ricco, con account più importanti ecc. ecc. l’amaro riconoscimento che è tutta un’illusione, almeno per gente come Don o come Joan (per non parlare di Roger che forse non ha avuto nemmeno l’illusione). Su un punto sono particolarmente d’accordo con la recensione – Peggy mi pare la chiave di una nuova era. Per lei paradossalmente la libertà di SC&P era diventata una prigione, per lei quella in McKann potrà essere l’inizio di una liberazione.

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    1. e l’ingresso badass di Peggy alla McCann è la ciliegina sulla torta in questo senso (oltre che un’immagine consapevolmente super-giffabile e screenshottabile)

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  3. Le cose cambiano, specie in un mondo too big for your boots… quando pensi tu, invece, di essere più grande, più forte… e potere tutto… Io, arrivati a questo punto, spero solo in un bel finale, che conservi il bello che c’è stato, e già da adesso dico un grazie enorme a questa serie… e a Serialmente che non solo l’ha seguita alla grande, ma che ancora continua a darci delle grandi recensioni… in momenti di stanca è importante non ritirarsi del tutto, per potere un giorno magari anche riprendere, chi sa… grazie Serialmente

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  4. L’immagine di Peggy che finalmente entra nel nuovo ufficio è davvero fissa nella memoria del mio cervello.
    Altro episodio con drink insoliti…da una senpre più onnipresente coca cola al vermouth …
    Alla recensione c’è davvero poco da aggiungere….solo…
    “We could get them to print “Mein
    Kampf” on the front page.”

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  5. Episodio meraviglioso. Il Mad Men che tutti abbiamo imparato ad ammirare a bocca aperta è tornato. Speriamo non sbagli nulla negli ultimi due episodi di questa serie mastodontica.

    E dopo il rimpianto del tempo trascorso (l’8° episodio), Don Draper ha il ben più grave rimpianto legato al sembrare di non aver vissuto. La scena di Don che esce dalla riunione fregandosene del resto vale un’intera stagione televisiva, per come costruita negli anni e negli episodi precedenti.

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  6. Ground control to major Don, now it’s time to leave the capsule if you dare…

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    1. sono caduta dalla sedia sentendola. anche se non l’ho citata nella recensione, l’ennesimo colpo al cuore.

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      1. E fra l’altro mi fa venire in mente che Don potrebbe anche non tornare, avere un incidente di percorso che lo tenga lontano da New York fino alla fine. O trovare infine la donna che è l’anima del mondo.

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