mad men 7x11

Mad Men – 7×11 – Time & Life

What’s in a name? Cos’è un nome? Don Draper consola Roger Sterling e al contempo si fa beffe della sua tragedia citando Shakespeare col sorriso amaro sulle labbra: lui lo sa bene, quanto conta un nome, quanto rapidamente si può abbandonarne uno per abbracciarne un altro. Sintetizzando: Oh Dick, perché sei tu Don? In una puntata che più weineriana non si può – di folgorante nitore narrativo, di molteplici strati interpretativi che si celano dietro le linee composte di una serie dalla confezione insuperabile – la questione del nome diventa il fulcro, a partire dal titolo: in un episodio a tal punto cruciale per i destini di tutti i personaggi, imperniato sullo scorrere del tempo e sulla direzione della vita, Time & Life suona oltremodo ridondante. Ma in fondo, è solo il nome del palazzo newyorkese dove la Sterling Cooper è accomodata da qualche stagione a questa parte (almeno fino a questa incredibile puntata): il Time & Life Building, ovvero la casa condivisa dai Mad Men, per molti di loro più calorosa del focolare domestico.

Lasciti

Il problema del nome è sollevato da Roger dopo parecchi brindisi di troppo: figlio unico e padre di una sola figlia, sa che il nome Sterling è destinato a sparire con lui. Uno smacco, non tanto per il valore umano e familiare del cognome, ma per il marchio che rappresenta: votati al proprio lavoro, tutti i personaggi di Mad Men hanno, con variabili quantità di dramma, grosse difficoltà a identificarsi in figure genitoriali pienamente funzionali. Come tantissimo cinema statunitense, anche la serie di Weiner è percorsa dall’assenza dei padri, dalla mancanza del passaggio (di valori, di conoscenze, di affetti) alla generazione successiva. Rinchiusi in una incapacità di mutare che stride sempre più dolorosamente col cambiamento in piena fioritura intorno a loro, gli uomini di Mad Men non passeranno ai figli alcuna eredità, tutto ciò che possono lasciare (seppure scritto, nel caso di Roger, solo “su un mausoleo”) è il proprio brand. Un marchio, talvolta, disgraziatamente avariato: è il caso, beffardo, di Pete Campbell, padre decisamente imperfetto che tenta di fare leva sulla tradizione di famiglia per far entrare la piccola Tammy in una scuola prestigiosa. Solo per scoprire che il preside di cognome fa MacDonald, e non ha mai perdonato ai Campbell il massacro di Glencoe, in Scozia, nel 1692 (!!!): what’s in a name? In quello di Pete, ironicamente, c’è la vigliaccheria di una stirpe che “stava solo eseguendo gli ordini del re!” quando ha ucciso nel sonno i MacDonald: è un brand svalutato, guasto, sono azioni avvelenate per il mercato, niente che possa essere tramandato al prossimo.
Non è un caso, in un episodio che non mi stancherò di elogiare per la simmetria perfetta di inquadrature e dialoghi, che per la prima volta da parecchio tempo vediamo riavvicinarsi coppie che hanno generato figli “bastardi”: l’abbraccio fra Roger e Joan, scaturito dalla situazione di intensa incertezza per le sorti dell’azienda, ci ricorda dolorosamente la paternità reale del piccolo Kevin – un maschietto, che avrebbe potuto portare avanti il nome Sterling, se non avesse dovuto prendere quello del marito violento di Joan. E, palesemente trafitto dall’immagine di lei allacciata a una bambina, Pete fa accomodare Peggy nel suo ufficio, per metterla a parte delle nubi che incombono sul loro futuro, riportando alla mente di tutti, noi compresi, il destino di quel bimbo non voluto, quel Campbell mancato, che Peggy ha dovuto (perché “era la cosa giusta da fare”, spiega a Stan in una confessione finalmente catartica, attesa da 6 stagioni almeno) abbandonare, per andare avanti, per avere la sua vita.
È sempre un nome quello che Don tenta di salvare quando diventa chiaro che la McCann Erickson li sta per silurare dal Time & Life Building, per assorbirli e farli sparire. Il marchio Sterling Cooper può vivere ancora, nel sogno della filiale californiana dalla denominazione tanto semplice quanto evocativa dell’eterno sogno della Frontiera: Sterling Cooper West. What’s in a name? In questo, di nome, c’è tutto: il lascito di Bert Cooper, la speranza di una nuova vita nella dorata California, un modo per opporsi allo scorrere del tempo, al 1970 che incombe. Don si prepara così all’ennesimo pitch, è già in posizione per vendere un nuovo, scintillante prodotto: l’Ovest, i fiumi dove scorre latte etc. etc., e noi ci prepariamo a vivere un nuovo, esaltante e teso momento di rifondazione che richiama ovviamente quel capolavoro di episodio che fu Shut the Door, Have a Seat, qui rievocato perfino nelle scelte registiche. Ma al momento di lanciare il suo consueto incantesimo di venditore consumato, viene brutalmente fermato. La sua voce suadente già in modalità spot è bruscamente spezzata dal perentorio richiamo di Jim Hobart: non ce n’è bisogno. Il nastro si ferma. Quello che Don e gli altri non sanno è che hanno già fatto il pitch di se stessi, sono già stati venduti, senza nemmeno accorgersene. In una sequenza diretta con perizia impressionante, Ted, Roger, Pete, Don e Joan (be’, Joan non esattamente) vengono ufficialmente assegnati ad altri, prestigiosi incarichi, e restano seduti al tavolo in una basita evocazione in miniatura dell’Ultima cena. Un’immagine terminale, funerea, che richiama quella del finale della quinta stagione, The Phantom, ma ne ribalta diametralmente la prospettiva: laddove i cinque (anti)eroi erano inquadrati di spalle, nell’atto simbolico di guardare fuori, avanti, al futuro, ora sono girati verso la macchina da presa, verso la quarta parete, verso il vuoto. E, anche, verso di noi, spettatori del 2015, che quel futuro l’abbiamo visto, come a chiederci (facendo eco alla canzone di Peggy Lee che incorniciava la 7×8): Is That All There Is? È davvero tutto qua?
Forse, allora, quella caduta senza fine che attraversa i titoli di testa, quell’uomo che precipita nel vuoto come un suicida, non rappresenta la morte di Don Draper, come abbiamo sempre creduto. Forse alla fine di quel salto nel nulla, di quella discesa eterna, non c’è la morte. C’è un bicchiere di Coca-Cola.

The Phantom

La seconda parte della settima stagione si è aperta con Mike Nichols stampato a caratteri cubitali sullo schermo. L’abbiamo già citato in recensioni precedenti, ma lo ribadiamo in questa sede: Nichols, con la sua capacità ineguagliata di raccontare con ironia chirurgica gli Stati Uniti, la loro società, le gabbie, anche architettoniche, degli individui e delle loro ambizioni, è punto di riferimento costante per la messa in scena di questa serie meravigliosa. Gli spazi fisici di questa puntata sono ingannevoli e disfunzionali, come Nichols insegna: quella che Don chiama, ancora per poco, casa, è in realtà uno spazio vuoto con una manciata di mobili da giardino poggiati al centro; quella che, a tutti gli effetti, è la sua vera casa, il Time & Life Building coi suoi uffici spaziosi, si prepara a dargli il benservito. Al defunto Nichols è intitolata questa seconda metà di stagione, abitata dal suo fantasma, e da molti altri: se Mad Men è da sempre pervasa da presagi di morte, l’approssimarsi della fine della serie moltiplica il senso della Fine episodio dopo episodio. Jim Hobart, nell’assegnare ai quattro moschettieri i rispettivi incarichi di prestigio, è piuttosto chiaro al riguardo: “Siete morti e state andando nel paradiso dei pubblicitari”. La metafora è scoperta, la morte dell’agenzia è la Morte, l’aldilà ha le forme seducenti di una bottiglia di Coca-Cola. “Potete smettere di lottare” sentenzia ancora Hobart: un’altra frase che pare prelevata da un altro contesto, terminale, di resa alla malattia, all’età, all’inesorabile. Stop struggling: la dolce eutanasia consiste nell’essere venduti ad altri brand, al prezzo discutibile di rinunciare al proprio nome. La regia mirabile dell’episodio, peraltro, fa sì che la frase “Stop struggling” sembri inizialmente rivolta alla sola Joan, vera sconfitta della vicenda, l’unica cui non venga riservato alcun ruolo. L’unica, dopo i brindisi e i sorrisi, a pronunciare un’amara verità: potrebbe anche non essere vero niente, non hanno ancora visto un contratto, niente di nero su bianco, come essere certi che sia tutto vero? Già, non possiamo esserne certi. Soprattutto perché un altro spettro si aggira in questa puntata, dall’altro lato della macchina da presa: a dirigere l’episodio, nel suo debutto alla regia, è Jared Harris, alias Lane Pryce, ovvero l’indimenticato interprete del socio dell’agenzia morto suicida nel suo ufficio. Time & Life è, letteralmente, girata da un morto. Un fantasma che torna a prendersi gioco dei vivi? O forse è solo la fantasia di un defunto che immagina per i suoi ex soci il miglior destino possibile (di nuovo sentiamo quel sognante “Coca-Cola”, frase pronunciata come un abracadabra, il paradiso di ogni pubblicitario)? Se la pubblicità è l’anima del commercio, è solo quella a essere immortale: non i pubblicitari, che sono più che mai mortali. Con queste premesse, non c’è da stupirsi se al termine della puntata nessuno dei dipendenti possa prendere sul serio l’appello di Don: “Questo è un inizio, non è la fine!”. Il personale di Sterling Cooper, riunito per la “buona notizia”, sciama via dalla stanza, mormorando, ignorando i cinque individui che restano schierati – per la seconda volta – di fronte a noi. Invisibili, ormai, ignorati, come fantasmi.

Qualche nota a margine di un episodio che, per chi scrive, è già di diritto nella top five storica della serie:

  • curiosamente, un altro fotogramma memore dell’Ultima cena è comparso di recente sui nostri schermi, quelli grandi, nel magnifico Vizio di forma di Paul Thomas Anderson: anch’esso ambientato nel medesimo, cruciale e mortifero, albeggiare del 1970 in cui si svolge questa stagione di Mad Men. Entrambi, in fondo, parlano di anime svendute al dio denaro, e del nonsense che pervade l’esistenza.
  • credo di averlo già detto, ma più che mai la svampita segretaria Meredith meriterebbe uno spinoff tutto suo: in questa puntata pronuncia anche una delle pochissime verità inappuntabili, quando ricorda a Don, gridandogli in faccia, che ha già perso la casa, la moglie e l’ufficio “Are you going to lose me too?!?”. Menzione d’onore anche per l’impagabile receptionist senza volto che riferisce a Don le sue chiamate perse quando rientra in appartamento: al momento, è praticamente la migliore amica su cui Draper possa contare.
  • in bocca al lupo, Lou Avery: non c’avremmo mai scommesso, ma magari Scout’s Honor diventerà un anime di successo.

Ilaria Feole

prima che il cinema bussasse alla porta, i suoi sogni erano occupati solo da Joel Fleischman e Fox Mulder. Ora si divide tra piccolo e grande schermo, e quando avanza tempo, ne scrive.

13 Comments

  1. Una recensione sagace, arguta, senza stucchevoli bellurie. Niente da aggiungere.

    Chapeau

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  2. Recensione sentita.
    Quello che ancora mi mancava, nei saluti che state dando di settimana in settimana a questa serie, era proprio l’aspetto emotivo.
    Qui ce n’è, e senza tracimare: una “giusta” misura, come se si riuscisse di trovarne una.
    Per il resto una cosa inaspettata, ma che torna con la svolta risolutiva che ha preso MM in quest’ultima stagione, è la catarsi di Peggy che ancora una volta legittima quello che resta forse il rapporto più sano dell’intero universo wieneriano: l’amicizia con Stan.
    Ancora una volta siamo alle prese con un finale, il quarto di fila, che andrebbe bene fosse anche l’ultimo : allo stato di sospensione che segue ogni puntata non ho avvertito la necessità di una soluzione, c’è un senso di definitivo a cui mi sono arreso anch’io.
    Nota a margine: Lou Avery, simbolo della generazione dell’america che fu, si vende ai giappi…
    ecco.

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  3. C’è chi ancora mette in discussione la professionalità che si trova in Serialmente dopo questa recensione ? Va beh
    La telefonata di Lou a Don è stata esilarante, “obviously”
    Quando si salutano tutti i soci hanno un partner/compagno da cui andare, tranne Don con la sua “vita miserabile”. Lui è rimasto solo, senza moglie, appartamento, società…mobili…neanche Diana (sempre che sia mai esistita)
    Un altro segno del cambiamento si trova nei drink. Ken si è “evoluto” lui beve adesso vino del 53, un’ottima annata…Pete si adatta subito ai gusti del nuovo cliente
    Quando si riuniscono tutti nell’ufficio di Don sull’orlo dell’abisso verso cui rischia di sprofondare la società …Pete urla con sdegno ” la soluzione è bere un drink?”
    Quando alla fine di ritrovano nel locale ….bevono birra. Niente sarà più uguale a prima.

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  4. Questa seconda parte di stagione è in realtà la parte più debole di tutta la serie. Peccato sia la parte che porta alla chiusura di quest’opera meravigliosa (oserei dire mastodontica). Sempre meglio del 99% di cose che si vedono quotidianamente, ma spero davvero torni il Mad Men che abbiamo imparato a conoscere.
    C’è tanto contenuto, indubbiamente, ma allo stesso tempo nel guardare gli episodi si avverte una mancanza di quel quid che ha sempre contraddistinto l’opera di Weiner; che trasformava anche l’episodio peggiore possibile della serie in un gioiello.
    Qui no. Qui manca proprio quella sensazione di compiutezza di scrittura che era stata finora l’epopea di Don Draper.
    E calza il parallelo con Inherent Vice proprio sulla qualità: il film di PTA è un film toppato alla grande, soprattutto a livello di regia e sceneggiatura.

    Finora ho considerato Mad Men come la serie che si può tranquillamente posizionare dietro Sopranos e The Wire. Speriamo gli ultimi 3 episodi confermino questa impressione.

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    1. Per uscire dalla vaghezza, in cosa consisterebbe questa discontinuità, concretamente?

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      1. Mancano di mordente (in attesa di vedere il 12° episodio, che non ho avuto tempo). Hanno contenuto, ma la scrittura non è così adeguata alla messa in scena.
        Restano immagini forti (penso a Don nella sua casa svuotata dalla ex suocera), episodi ambiziosi (l’8° su tutti), ma purtroppo, fino a questo 11° episodio, trovo si sia creato più “situazionismo” che il racconto dai mille strati che era stata finora questa serie sublime.

        Resta sempre Mad Men, ok, ma spero che gli ultimi 3 episodi riportino al livello che merita quest’ultima stagione.

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  5. Cristian Fassi 4 maggio 2015 at 14:41

    Magari “Mad Men” non si sta indirizzando verso una fine tragica nel senso più convenzionale, ma piuttosto a una lenta dissoluzione personale in “Corporate America”, una terra di “latte e miele” in cui il denaro è tutto ciò che conta e la vita privata dei suoi personaggi restano sullo sfondo, oscurati dalla necessità di rispettare le scadenze e ricevere grossi assegni per sbarcare il lunario. La canzone cantata da Dean Martin nei titoli di coda va dritto al cuore della questione, ancora una volta: “Money burns a hole in my pocket/So I’m bringing your perfume and candy and roses of red/And wishing they were diamonds instead”

    Forse la tragedia peggiore che accadrà ai personaggi di Mad Men -sopratutto a Don e Peggy- è quello di aver avuto successo. E forse questa è l’ironia fondamentale che attraversa la serie dall’inizio alla fine.

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  6. Le prime puntate di questa seconda parte di stagione non mi avevano entusiasmato, ma questa mi è piaciuta davvero molto sia per il colpo di scena dell’acquisizione, sia soprattutto per la rappresentazione degli stati d’animo di tutti i personaggi che in un modo o nell’altro si fermano a riflettere sul loro “posto nel mondo”.

    E comunque massimo rispetto a Meredith che rimprovera Don che cerca di prenderla per le buone: “don’t’ sweetheart me!!!”

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  7. Ok. Visto il 12°. È tornato Mad Men.

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    1. concordo in pieno

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  8. Complimenti per l’ottima recensione. L’episodio non mi aveva entusiasmata e sono d’accordo con Pogo, si sentiva la mancanza di qualcosa. Stasera ho visto il 12 ed è così bello che ci sarebbe da scolarsi una bottiglia di vermouth pensando che Mad Men serie sta per finire e tutto il resto è pressoché inguardabile al confronto.

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  9. Secondo me tutti i 5 episodi della seconda parte di stagione sono stati di un livello altissimo. Non c’è stata una sbavatura, poi lo sfogo di Peggy con Stan e quello di Don con Sally sono stati da brividi. Sally che fra l’altro è stata un po trascurata fino ad ora, chissà perché! Finalmente è arrivata la coca cola ….il paradiso dei pubblicitari (o l’inferno ?)
    Fino a questo momento è il finale di serie più insolito che abbia visto, unico.
    Non c’è un traguardo/obiettivo da raggiungere, un segreto da svelare, una questione che si trascina da diverse stagioni da risolvere
    C’è solo da aspettare di vedere dove porterà questa nave Weiner, e per dirla con le parole di Sterling
    “This was a hell
    of a boat, you know?”

    Ci sono delle serie attualmente in onda notevoli (Fargo/True detective/ Sherlock) ma quella che mi sta dando più soddisfazioni (ed un bel pò di emozioni ) è senza alcun dubbio Shameless.

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