justified

Justified: Una Storia di Frontiera

Ci  sono poche inquadrature di Raylan senzo lo Stetson in testa, perché se i western ci insegnano qualcosa è che un pistolero non molla mai il proprio cappello (oltre alla pistola). Lo Stetson racchiude la volontà di Yost di appropriarsi degli archetipi del genere secondo una linea estremamente classica e – al contempo – rinnovata. Justified aggiorna l’orizzonte temporale, ma tolte le auto (al posto dei cavalli) e il giro di droga e spaccio, è a tutti gli effetti una storia di Frontiera. E che Frontiera sarebbe senza il manicheismo tra gli sfidanti? due uomini che da ragazzi avevano lavorato nelle miniere di carbone e da adulti si trovano alle due sponde opposte della legge. Raylan è il Marshall (discendente dei Wyatt Earp e Wild Bill Hickock), pressoché imbattibile nell’estrarre, mirare e sparare (e infatti Boyd alla fine decide, con lungimiranza, di non ingaggiare il duello con lui). Dall’altro c’è appunto Boyd, criminale in una famiglia di criminali, la cui figura stagione dopo stagione si sovrappone sempre più all’iconografia degli outlaws (nell’episodio finale viene incoronato da un “fan” come moderno Billy the Kid): dal canonico gilet all’orologio da taschino (una dei gustosi anacronismi della serie), sempre fasciato di nero.

Un manicheismo in realtà perpetuamente contraddetto dall’ibridazione degli elementi. Ripartendo dal look di Boyd (il colletto bianco sempre abbottonato) e soprattutto dalle sue creative abilità elocutorie («I’ve been accused of being a lot of things, inarticulate ain’t one of them»/ «Damn, son. You like to talk as much as I do»), è evidente il suo debito con l’esegesi biblica, elemento topico del puritanesimo storico culturale degli Stati Uniti, in cui il predicatore è una figura chiave del racconto a tutti i livelli. Lo si può rintracciare nel western ovviamente (Il cavaliere pallido di Eastwood), e spesso finisce per colorarsi di venature oscure, se non luciferine (La morte corre sul fiume o l’ultimo bellissimo romanzo di Stephen King). Boyd si esprime spesso con un formulario compiaciuto, figlio di una retorica biblica che ha foraggiato buona parte del folk (sino al Bob Dylan di John Wesley Harding) passando attraverso il bluegrass. La sigla, Long hard time to come di T.O.N.E.Z. appartiene a un genere, il gangstagrass, che enuncia nel suo binomio la compresenza di tradizione e innovazione.

Dall’altro lato della legge c’è Raylan e ci sono i marshall capitanati da Art, altra figura d’avorio nella sua concreta solidità legislativa che pure è incaricato di tenere a freno il grilletto del suo pupillo. Eppure Justified ci ha mostrato nel corso delle stagioni ben altri pistoleri da strapazzo, bellimbusti convinti di camminare per le strade polverose di Jesse James. In confronto a loro Raylan rappresenta un modello molto efficiente e concentrato e bisogna aspettare l’ultima stagione per fargli incrociare Boon, il mastino armato di Markham che parla poco, e ogni tanto minaccia, ma che si rivela altrettanto pericoloso del nostro con sei colpi nel tamburo. E non sfugga, per tornare all’iconografia classica, il loro confronto finale che, come spesso accade in Justified, è costruito come un vero duello tra pistoleri.

Il presunto ammodernamento fa leva in realtà sull’incunabolo della storia americana: il conflitto col padre/re, il patricidio/rivoluzione, incarnati qui da Arlo Givens. Anche Raylan viene da una famiglia non proprio pulita, con un padre bipolare e demoniaco, e i Givens sono incatenati a doppio filo a tutte le altre famiglie (criminali) della contea (dai Bennett ai Crowder, dai Randolph ai Crowe su fino a Markham), uomini e donne legati da intrecci genetici ambigui (è sfiorato con eleganza lo stereotipo del bifolco incestuoso dell’America profonda) ma soprattutto dalla droga: l’intera contea di Harlan si regge su un’illegalità nebbiosa, alimentata dalla produzione di “weed”, centro motore della sua economia, non solo narrativa.

Certo, al contrario dei western classici, qui troviamo un bel gruzzolo di donne forti, che hanno capito e introiettato il consiglio di Markham (“for a woman to survive in this line, she had to be tougher than the men”): Ava, Loretta, Helen Givens, Mags Bennett, Rachel Brooks – come per gli uomini sempre screziate di chiaroscurali molto intensi. Ma è evidente che il genere, per quanto rinfrescato, chiede il suo dazio: qui la più grande storia d’amore è quella virile tra Boyd e Raylan e i rapporti coi rispettivi padri, genetici e putativi (Arlo vede in Boyd ciò che Raylan non sarà mai / Boyd si trasforma in un predicatore anche per sfuggire all’ingombro del padre / Art è a tutti gli effetti la vera figura paterna di Raylan).

In questo universo chiuso, Raylan giunge come il vendicatore che torna nel paese per ristabilire i conti e se ne va solo quando ha chiuso ogni loose end, quando però per buona parte del tempo (specie nelle prime stagioni) è apparso a disagio in quella terra d’origine, attratto e inquietato da quella parte di sé (della famiglia) che ha cercato di lasciarsi alle spalle. E se Arlo è la principale incarnazione di questo universo, Boyd rappresenta, proprio secondo la specularità western, il doppio negativo di Raylan (uno veste sempre con tonalità di terra o coi jeans, l’altro si porta appresso un armadio virato al nero). Entrambi i nomi hanno la y alla terza lettera – una trinità che farebbe felice Boyd.

L’ultima sequenza della serie che li vedi protagonisti rappresenta il vero “duello” finale, campo/controcampo con un vetro/specchio a separarli e rifletterli. Raylan e Boyd rievocano i tempi felici del loro rapporto, così persi nel tempo da essere entrati pure loro tra le foto ingiallite di quel West in cui il Kentucky della serie fissa lo sguardo scavandosi una nicchia, orgogliosamente rivendicata dal marcato accento del sud che (quasi) tutti i protagonisti ostentano (solo in riferimento all’ultima stagione meriterebbe un discorso a parte Sam Elliot, la cui voce profonda e risuonante è stata uno dei pilastri della “tranquilla” aura mefistofelica di Avery Markham). Così questo Stato centrale del sud-est sottolinea  la sua dimensione di frontiera (Justified – rubando la definizione a Tarantino – è una southern series), consegnandosi alla nostra memoria con la ferrosa prepotenza di un dagherrotipo, un colpo in canna pronto a sfrecciare attraverso il mondo contemporaneo.

Fire in the hole.

 

«After all these long years, Raylan Givens… that’s the only reason?» 

«Well, I suppose if I allow myself to be sentimental, despite all that has occorre there is one thing I wander back to». 

«We dug coal together». 

«That’s right».

Antonio Varriale

Semplicemente il dark passenger di Noodles (e/o viceversa). Non gli bastava il cinema e Sergio Leone. La sua doppia natura lo portò a mietere vittime di notte tra i serial americani. Dipendente dalle dipendenze, non si lasciò sfuggire la possibilità di entrare in un altro tunnel di visioni e meno ancora quello di scriverne pure.

5 Comments

  1. Quest’ultima stagione credo che sia la miglior stagione di qualsiasi telefilm che abbia mai visto in tutta la mia vita! È stata semplicemente perfetta, per sceneggiatura, scrittura dei personaggi, dialoghi, recitazione… Ha avuto alti e bassi in questi 6 anni, mantenendo comunque un livello altissimo ed è entrata di diritto nella mia personale top5… Wynn Duffy che fa surf alla Fiji, Tim con la sua meravigliosa ironia, Markham che ti terrorizza con solamente il suo tono di voce, Art, Arlo ecc ecc tutti personaggi di “contorno” ma costruiti perfettamente che ti rimangono impressi nella memoria come scolpiti nella mente… Per finire vorrei fare un plauso enorme a Walton Goggins, attore pazzesco che mi ha fatto amare visceralmente Boyd Crowder…

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  2. E’ stata una serie bellissima, la sesta stagione un po’ meno, nel finale recupera e chiude il cerchio benissimo nelle ultime due puntate, ma i punti di forza che mi hanno colpito sono stati nelle stagioni passate.

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  3. Una delle serie più sottovalutate di sempre. Un gioiello. Pochi punti deboli, tantissima qualità.

    E il finale di serie, è meraviglioso. Un finale scritto come si deve. Interpretato come si deve.

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  4. Stizzofrenica 11 maggio 2015 at 00:02

    Nella mia top 3 con Breaking Bad e Sons of Anarchy.
    Perfetta.
    La sesta stagione è stato puro godimento. Il finale perfetto. Quanto mi mancherà Boyd?
    Una delle migliori serie di sempre. Dialoghi impeccabili, Walton Goggins stratosferico.
    La serie coi migliori cattivi di sempre…

    Voglio assolutamente uno spin off di rayland e boyd vicini di casa.

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  5. Justified è entrata nella mia vita solo quest’anno, sei stagioni tutte in un botto, un viaggio a dir poco meraviglioso per una serie epica. A me la sesta stagione è piaciuta da matti, Raylan vs Boyd, il pistolero & il fuorilegge, episodio dopo episodio un’ansia terribile non sapendo quanto sarebbe stata lunga la lista dei caduti…il finale per me è stato giusto, sentito, profondo. Rispetto e ammirazione per aver creato un scorcio di vita così intenso, tanto che quei personaggi ti accompagnano anche ora che tutto è finito. Chapeu a tutti.
    Sulla scia della nostalgia, lascio un video che per me riassume l’ANIMA dell’intera serie, un’anima nera e tormentata e terribilmente affascinante, musica e testo di accompagnamento sono semplicemente perfetti (avverto che ci sono immagini e dialoghi della sesta stagione, SPOILER per chi non l’avesse vista!)
    https://www.youtube.com/watch?v=5LlgnQf-XHU

    ps. avrei voluto che ci fosse un ultimo incontro tra Raylan e il procuratore Vasquez, giusto per vedere in azione una delle famose faccette di Olyphant ;)

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