mad man 7x08

Mad Men – 7×08 – Severance

MAD MEN: IN CERTI SOGNI È IMPOSSIBILE SOGNARE

Tutto sommato Karl Marx è stato uno dei più grandi umoristi dell’umanità. Soltanto uno con un gran senso del ridicolo avrebbe potuto vedere il denaro per quello che è: l’ironia finale del capitalismo.

È per questo che il sogno americano funziona e non funziona affatto. Ci serve il denaro per quantificare il successo e, dunque, la felicità, ma quando finalmente ne abbiamo fatto abbastanza, il denaro — e manco la felicità, se è per questo — non ci serve più: siamo noi a servire lui. Marx la chiamava “alienazione” ma un’altra parola adatta potrebbe essere “inculata fantasmagorica”.

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Se la realtà serve ad arginare il reale che si trova nei sogni, se risvegliarsi da un sogno non è altro che una forma di autodifesa quando ci avviciniamo troppo al crudo reale che ribollisce sotto al fantasma della realtà (e del sogno), allora il sogno americano non è altro che un sogno dal quale è impossibile risvegliarsi, un sogno nel quale siamo senza difese.

In questo sogno, in cui per esempio esiste una “golden” age di qualsiasi cosa, nel quale tutto è latest, awesome, mesmerizing e genius, e tutti parliamo inglese perché è la lingua ufficiale del sogno, ciò che sognamo è un enorme spot pubblicitario per il denaro: se puoi comprare abbastanza denaro, sarai per sempre felice. E cos’è la felicità? Spendere soldi a palate, comprarsi sette o nove o cinquanta vestiti d’alta moda, oppure lasciare a una cameriera cento dollari di mancia che, oggi, sarebbero circa seicento.

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Il bello del denaro è che vuol dire tutto e non vuol dire niente, ognuno può dargli il significato e il valore che vuole, sia chi lo offre — come Roger — sia chi lo riceve — come la cameriera: il denaro è la creazione del significato attraverso un segno insignificante.

Per questo, forse, nel Faust (Parte II, Atto I) il Tesoriere dell’Imperatore dice che il mago, l’incantatore, è il suo doppio: entrambi sono creatori di illusioni.

In quella scena, in cui Mefistofele inventa la carta moneta irreversibile, cioè un denaro che non può più essere riconvertito in oro, egli sta creando una ricchezza completamente staccata dal valore, o meglio, il cui valore è definito dall’oro che verrà portato alla luce in futuro, cioè da una scommessa, perduta in partenza, sulla inesauribilità della terra.

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L’idea di fondo di Mad Men è che ogni rapporto mediato dal denaro sia una forma di prostituzione ma, a questo punto della storia, è necessario prendere una posizione: la prostituzione è inerente al denaro o a chi lo usa?

E se l’identità è una moneta, vera o falsa che sia, è possibile che sia, come la carta moneta, un segno senza significato? Scommettereste sull’inesauribilità dell’identità?

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Mad Men agisce su due registri principali, uno comico e, più frequentemente, uno simile all’immagine che Cynthia Cosgrove ha dei romanzi di Ken: “something sad and sweet, for all the people who don’t have the guts to live their dream”.

Severance è un episodio del secondo tipo, triste e soave, e potremmo quasi immaginare che quella conversazione sia realmente avvenuta fra Matthew Weiner e la moglie, perché adesso che siamo alla fine cominciamo a vedere tutte le occasioni e i sogni perduti e che il sogno americano è anche un sogno (o un sonno) in cui è impossibile sognare.

La storia di Ken, che ha quasi la funzione di una parabola, esemplifica perfettamente questo concetto ma, viene da chiedersi: come fa Cynthia a non capire che Ken non potrà mai rinunciare a un lavoro che gli è costato, letteralmente, un occhio della testa?

E come fa Peggy a non capire che ciò di cui si lamenta Joan non è il prezzo del successo ma il fatto che le rate non finiscono mai?

Insomma, non bastano montagne di quattrini per fare quello che sogni, anzi dopo che le hai fatte diventano un ostacolo da scalare o da erodere lentamente con pellicce di cincillà, mance e prostitute. La felicità che hai guadagnato non ha senso se la tieni stretta alla borsa come Arpagone: nel mondo di Mad Men la felicità è solo una moneta da dilapidare.

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Il denaro non speso non lascia segni, le vite non vissute li lasciano indelebili, il romanzo non scritto, il viaggio non fatto e l’amore mai iniziato.

26 Comments

  1. Esco appena da un’ora di analisi in cui ho parlato solo di questo…

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  2. … Senza ancora aver visto l’episodio…

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  3. Splendida mid-season!! *-*
    Sinceramente non l’avevo vista dal punto di vista del denaro, ma ad un pensiero più approfondito il paragone tra felicità e denaro trova il suo apice nella famosa frase di Don “What’s happiness? It’s the moment you realize you want more happiness!”
    Onestamente però sto ancora pensando alla scena del sogno di Don: cosa significa? Perché apre la porta Ted, Rachel dice “You missed your flight!” e poi chiude la porta Pete dicendo “Back to work!”?
    Rimanendo sempre in tema Don, egli è l’unico a non indossare costumi e.. baffi da anni ’70 (giuro che mi sono piegato in due quando ho visto Roger): tutti vanno avanti tranne lui.. sinceramente mi ha ricordato il disagio che provava nella S05 quando Ginsberg era sempre un passo avanti a lui nelle idee.
    Inoltre Don nonriescoe a stare al passo con i tempi: prima arrivava in ufficio e riposava quanto voleva, adesso “ha i casting fra un’ora”.
    -6 episodi! La fine è (troppo) vicina.

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  4. Il sogno di Don, così come la scena dove va a porgere le condoglianze per la morte di Rachel (Jon Hamm incredibile), son state talmente intense che ora ho l’impressione che Maggie Siff sia morta sul serio.

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  5. Bel regalo questo delle recensioni degli ultimi episodi di Mad Men. Per quanto riguarda l’episodio, l’intensità di Jon Hamm e quella di Christina Hendricks mentre viene umiliata a colpi di battute sessiste sono il marchio di garanzia della serie che non perde mai il contatto con l’umano dietro la forte intellettualizzazione delle trame: in questo caso, ancora una volta, il vero fulcro della serie, ovvero la vita non vissuta come dice Ken usando un’espressione da romanziere acerbo.
    Che Don ricerchi il contatto con una prostituta, che legge, che le ricorda le sue origini, che le ricorda una morte, che tenti di dare un senso al mondo sempre uguale e di solitudine (di morte) attorno a lui è straziante. Alla fine, se c’è una lezione in questo episodio (Ken che non scriverà quel romanzo, Peggy che non andrà a Parigi, Don che non introietterà la sua disperazione in un sentimento lucido, Joan che non mollerà il lavoro e i vestiti da mettersi per accalappiare i clienti), se c’è una lezione dicevo è che non riescono a mutare natura.

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  6. Oh che bella analisi, ci voleva proprio bravissimi!

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  7. Mah, tutta questa attenzione sul denaro io proprio non ce l’ho vista. Che “L’idea di fondo di Mad Men è che ogni rapporto mediato dal denaro sia una forma di prostituzione” mi sembra un’affermazione discutibile. A discolpa dell’autore, capire bene quale sia l’idea di fondo di Mad Men non è proprio tanto facile. Però Nicola S., non per fare le pulci alla grammatica ma “ribollisce” non si può sentì (come si dice dalle mie parti).
    Tornando all’episodio, io l’ho trovato un po’ di maniera. Bello, per carità. POi i baffi di Roger e Ted da soli meritano la visione. Però per me siamo una tacca sotto dalla grandezza di altri episodi della stagione (uno su tutti il sesto).

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    1. Immagino sia facile rimediare ad un lapsus grammaticale, giustificare il vuoto contenutivo che accentua maggiormente un risentimento latente un po’ meno.

      Complimenti e grazie rampion, la visione di questa midseason sarebbe stata incompleta senza il tuo contributo.

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      1. Apprezzo moltissimo l’attitudine tipica di noi donne a costruire una bella rete di rapporti sociali. L’idea per un circolo… qualcosa di “benefico”? Cioè vi trovate e create magari qualche progettino a favore di qualcuno…

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      2. If you can wait, i’m sure the S4 will have better specs, like usual. But by that point you may as well wait for the S5, and by that point, the S6, dude, its up to you, lol. The S3 is an amazing device

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      3. chắc hàng xóm Ä‘ang xỉn xỉn? Mình xóa Ä‘i 1 cái comment rùi… Blue cafe dá»­ nha. Chắc quán nào ở sg cÅ©ng biết? Vậy Blue nhá»› nha, có người về sg là ai đó phải lấy vài ngày nghỉ dắt Ä‘i đó.

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  8. E proprio quando stavo per rassegnarmi alla prima stagione di Mad Men senza le vostre recensioni… questa sorpresina.
    Molto, molto apprezzata.

    L’episodio mi ha dato precisamente una sensazione di chiusura, di rapporto che si appresta a finire, di cerchio che si chiude.
    Claustrofobia e prostituzione. Don che da anni tenta di separare sesso e moralità, ma il suo passato gli ricorda continuamente che le due cose, almeno per lui, saranno per sempre legate.
    Ritorna la poesia di Mad Men, che contempla il cambiamento attraverso la ricerca umana dell’effimero, l’unica cosa che non cambia mai.

    Weiner non delude mai. E manco Serialmente.

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  9. Non tirerei in causa la grammatica quando non ce n’è bisogno. Può non piacerti coniugazione arcaica del verbo ma è corretta.

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    1. Scusa Nicola, ti invito a considerare che anche le prime testimonianze in volgare riportano la k invece che il ch, ma non per questo qualcuno si sogna (spero) di giustificare i bimbiminkia che scrivono ke, no? Grammatica a parte, non riesco a trovare convincente quella del denaro come chiave di interpretazione dell’episodio. E’ vero, i soldi sono ovunque ed è vero che montagne di quattrini non realizzano i sogni ma questo mi pare stia a indicare (in questo episodio ma anche nella serie stessa) che i soldi sono irrilevanti, in fondo. E forse il personaggio che rappresenta di più quella che tu dici essere l’idea di fondo di MM mi pare Joan. Joan è rimasta per troppo tempo in quel limbo tra il segretariato (e dunque la povertà: lì sì che i soldi hanno un significato tangibile) e il mondo dorato dei mad men, di cui fa parte anche peggy, dove in fin dei conti si cade sempre in piedi (anzi, seduti, come nella sigla). Ed è la prima a volersi sentire qualcuno spendendo. O meglio, a voler trovare conferme del suo nuovo status attraverso il denaro che la rende “fithy rich”.

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  10. jesseandthepinkman 9 aprile 2015 at 23:19

    wow. che bella recensione. complimenti davvero, mi hai ipnotizzato, come l’episodio, appunto. (molto, molto, molto) più semplicemente: denaro e felicità viaggiano parallelamente

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  11. Nulla da aggiungere, solo una considerazione su Joan e quanto debba essersi sentita sminuita e frustrata all’idea che per il mondo sarà sempre una segretaria in carriera per meriti altri.
    A colloquio con i clienti, per quanto la situazione fosse degradante, Joan poteva ancora raccontarsi che il problema non era lei, personalmente. Il trattamento riservato a Peggy è stato altrettanto maschilista e l’attegiamento dei clienti poteva essere ricondotto a una mentalità sessista che nella discriminazione non discrimina nessuna donna quando si tratta di elargire battutine grette. Nel negozio di lusso, però, le cose non vanno in modo realmente diverso. Joan pensa di poter rinfrancare il suo ego nel luogo in cui una donna ha l’ultima parola e deve essere trattata come l’ape regina: un negozio di abiti di lusso per clienti danarose. Purtroppo anche lì la ragazza che la serve sminuisce il potere economico di Joan proponendole uno sconto. Per di più, sebbene Joan sia su un “piedistallo” – letteralmente per la prova dell’abito e metaforicamente per il rapporto donna ricca-commessa – ecco che la ragazza la tira giù (ri)ponendola al suo stesso livello “ma tu non lavoravi qui?”.

    In un certo senso anche Don viene visto sempre nello stesso modo e sempre dallo stesso tipo di donna. Per la cameriera della tavola calda quei cento dollari potevano essere solo di Don e l’interesse di Don poteva essere solo una compra-vendita sessuale. Ma in fondo è questa la dimensione di Don, l’unico rapporto che rende tutti uguali è quello mediato dal denaro e per un depresso, con sensi di inferiorità latenti, ma un forte ego come lui questa è la via principale per potersi relazionare con il resto dell’umanità.

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  12. La grandezza (o meglio, una delle) di Mad Men è che evita coscienziosamente di indicarci la via.
    Cosa ci sia sullo sfondo, cosa contraddistingue nel profondo, questa serie mastodontica (l’unica post-golden age a meritare tale titolo) è “inafferrabile”, impossibile da percepire per istinto o per l’esplicitazione della serie stessa. Ci si potrebbe scrivere un tomo universitario.

    Infatti, io, al contrario di Rampion non ho ravvisato la questione del denaro. A ripercorrere mentalmente l’episodio non posso smentirlo, ma più semplicemente mi sono concentrato su un’altra cosa: questo episodio onirico, mi è sembrato molto un la fine dell’era pubblicizzata pure su Twitter.
    Tutto l’episodio è permeato dal senso del rimpianto, dal tempo che fugge e dalla speranza che in una cameriera che gli ricorda l’infanzia, con un rapporto fugace consumato in un vicolo, possa manifestarsi quell’ancora di salvezza che già dentro di noi sappiamo non esistere.
    Il tempo che passa non te lo restituisce nessuno. E quello che sprechi, nell’inseguire una vita che non ti appartiene, è la tua principale dannazione. E lo sappiamo.
    Don è uno che i tempi li anticipa. Non è uno fuori tempo o in ritardo.
    Il suo essere a-temporale in questo episodio, non al passo con i baffi anni Settanta (e magari i pantaloni a zampa) non è inadeguatezza: è aver scoperto che il tempo della vita non solo non è infinito, ma che è diviso in compartimenti e ognuno di questi viaggia su un treno diverso.

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    1. winston smith 10 aprile 2015 at 17:46

      Sono d’accordo con Pogo. Il punto di vista presentato nella recensione è molto interessante e puntuale, ma credo sia contingente alla serie nel suo insieme più che a questo episodio in particolare; non perché la tematica della mercificazione dell’umanità (a dirla tutta – e qui mi lancio in una piccola digressione -, inevitabile per una ideologia quale è il “capitalismo”, che già dal nome è chiara sul rapporto di forza fra le parti, mettendo al centro dell’ordinamento schematico con cui si prefigge di guidare il mondo non l’uomo che usa il capitale per scopi umani, ma il capitale stesso che oggi è giunto a guidare l’uomo a mo’ di divinità non più immanente, ma trascendente – si pensino a tutti quei soloni, pardon, “esperti”, che ogni giorno infestano telegiornali e programmi di approfondimento cercando di spiegare i movimenti del mercato finanziario come se fossero qualcosa di imperscrutabile per chiunque non sia iniziato all’arte della divinazione tramite interiora e non il semplice frutto delle macchinazioni di pochi soggetti noti e ignoti ai quali si accodano tutti gli altri in virtù di dinamiche molto umane e molto poco razionali, ma non per questo incomprensibili) qui non sia trattata, per l’appunto attraverso le figure della cameriera di Don e della commessa di Joan, ma perché il fulcro interpretativo di ‘Severance’, a mio avviso, è tutto nelle parole pronunciate da quella figura tragicomica nota come Ken Cosgrove: l’ossimoro della vita non vissuta (“life not lived”) ci porge la chiave interpretativa unitaria delle vicende di Don, Peggy, Joan, Pete, dello stesso Ken: ognuno di loro mostra rimpianti verso ciò che, nel profondo, sente di essere (o crede di essere) e ciò che è, dal ragazzino senza pretese che vive poveramente in un bordello alla donna che si lascia andare senza paura di essere giudicata dagli altri, dalla imprenditrice rampante senza un uomo al suo fianco pronto a prenderne le difese quando necessario al “vorrei essere Don Draper in California ma non posso”, dallo scrittore realizzato che produce testi tristi e amabili (“sad and sweet”) al grande elephant in the room, la neo-defunta Rachel, l’unico personaggio dell’episodio soddisfatto delle proprie scelte (“She lived the life she wanted to live”), forse in virtù del fatto che non ha più la possibilità di scegliere. Qualche giorno fa ho visto il film di Woody Allen ‘Vicky Cristina Barcelona’ e ad un certo punto della pellicola il personaggio interpretato da Penelope Cruz apostrofa quello portato in scena da Scarlett Johansson come affetto dal morbo metaforico (ma mica tanto se ci si pensa) della “chronic dissatisfaction”, dall’insoddisfazione cronica. Ecco, probabilmente il mondo su cui Weiner ci ha offerto il suo sguardo in questa occasione è proprio quello dell’insoddisfazione cronica, dove l’unica pace dei sensi è proprietà intrinseca della fine dei sensi. Certamente tanto altro si può dire su Severance come su ogni altra puntata di Mad Men, e in parte molti di voi lo hanno fatto, ma questo è il contributo che mi sento di dare alla discussione in questo momento, sperando sia gradito.

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  13. Ma solo io ho avuto una sensazione da scena del crimine quando l’amica di Don versa sul tappeto il vino rosso? Mi sento paranoica …

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  14. E d’improvviso tutto è sembrato essersi riavvolto, centinaia di sigarette e old fashioned stritolati in un rewind inaspettato, per riapparire più splendenti che mai tra le solite mani.
    Inaspettato…che poi l’abitudine a riconoscerci sempre gli stessi nello sguardo di chi ci guarda, fagocita ribellioni e inverte rivoluzioni. E il colore pungente delle arance californiane, traboccante da tubi catodici nuovi di pacca, è stato filtrato da un po’ di “fumo negli occhi”.
    E mi ritrovo Don immerso nelle pellicce (detta così pare na gang bang anni 80), dove il suo sogno era iniziato, e con lui Roger, Joan, Peggy, Pete, tutta la truppa insomma, e tutta quella serie di solitudini e disperazioni rivestite di illusioni sempre più masticate.
    E vuoi non provare a dare un senso a tutto? Come se ci fosse dovuto, un senso: insomma, per quale cristo di motivo ci hai fatto sudare i ventricoli tutti questi anni Matthew (vecchio mio)?
    Io non so se in questo palpitare umidiccio ci entri il denaro, il potere, l’ossessione del successo, del sesso e del possesso, la felicità compravenduta come prodotto, il sogno del bisogno americano, come dici benissimo tu Nicola (soprattutto, lo dici? perché, fin quando non me se so aggrovigliate le sinapsi, me sembrava dicessi na cosa del genere).
    So però quello che mi è stato sufficiente avere: questa collezione di miserie umane.
    Senza spiegazioni, analisi, sinossi, esegesi e onicomicosi (sai il fetore…).
    E so anche che ora ho paura.
    Ne ho avuta a vedere questa puntata, ho ricacciato indietro l’impazienza di sapere tante volte, ho affastellato impegni come se avessi una vita, pur di tenermi lontano dal pc.
    Ne ho avuta quando sono affondato nel divano, rassegnato all’inevitabile visione, guardando l’episodio di sguincio, distratto, rifiutandolo.
    E ne avrò di più la prossima volta.
    E’ stato un viaggio che ho fatto da solo Mad Men, non ho avuto nessuno con cui condividerlo (se vede, eh?…) e, se è vero che mi è mancato da matti un vicino di divano, dall’altro l’intimità cui ci costringe questa serie ne avrebbe comunque preteso l’assenza.
    Ciò detto, al termine di questa deriva di parole puzzolenti, torno a pensare come mi manchino ancora cinque arrivedereci ed un addio.
    E io ho già dato il mio commiato.
    Per paura, al momento dei saluti, di non esserne capace.

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  15. Io a livello di atmosfera ho percepito unavaga assonanza con (capolavoro !!!!!!!!!!!!) Inland Empire….

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  16. Dato che penso che in Mad Men tutto abbia un senso, la chiave di lettura dovrebbe fornirla la canzone che introduce e chiude la puntata. Il tema è la delusione che segue la fine di un grande evento: un grande amore o un incendio spaventoso che porta a dubitare della presunta grandezza dello stesso. “È tutto qui?”, ci si chiede ripetutamente.

    E così anche in Mad Men la delusione che segue il raggiungimento degli obiettivi tanto agognati pare cogliere tutti alla sprovvista. La serenità e le gratificazioni, nonostante il successo, non sembrano arrivare o sono effimeri e beffardi. A Joan l’arricchimento non evita le pesanti umiliazioni che pensava fossero connaturate al segretariato anziché alla sua condizione di donna lavoratrice in un ambiente maschilista. Ken, di fronte alla prospettiva di inseguire i propri sogni e mollare tutto, decide invece di dedicarsi anima e corpo alla azienda che ha deciso di disfarsi di lui e per la quale ha dato un occhio. Peggy si dispera perché non riesce a trovare il passaporto che le permetterebbe di realizzare la follia romantica di scappare a Parigi con uno sconosciuto, dal quale viene puntualmente delusa quando si accorge che è più interessato a portarla a letto piuttosto che al volo che stanno perdendo. (Stai tranquilla, Peggy, che ti chiama sicuramente). Di Don inutile parlare: c’è qualcosa, non nella puntata, ma nella sua vita che non l’abbia deluso?

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  17. Ah bé, c’è voluto del tempo per capire che cagata avete fatto a eliminare le recensioni dal sito. Meglio tardi che mai

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  18. Complimenti davvero, le ultime due righe di questa recensione mi hanno bloccato sulla poltrona a pensare per mezz’ora. Mad Men porta a delle riflessioni interminabili, e le tue analisi pure. Grazie, grazie e grazie.

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  19. Sto centellinando la pazienza. È un lavoro a tempo pieno, e domani partirò cercando di non pensare al nono episodio della fine in corsa che mi vuole rapire. Come se non fosse già avvenuto.

    Peggy non va a Parigi, io vado a Bruxelles.
    Intanto lascio decantare gli spunti di Nicola e tutti voi, dando forma al mio.

    Coazione a ripetere. Maschere nuove per anime solite, perché cambiare ha il prezzo della morte e nessuno sa se può o vuole pagarlo. Tempo circolare che parte da Bert e porta a Rachel, sul filo onirico della dipartita col suo bagaglio allegorico; tempo circolare per tutti nelle simbologie di chi resta dov’è, pur desiderandosi altrove.
    Veri cadaveri e finti viventi. Che non riescono (Don), non possono (Joan) non vogliono (Ken).

    E che in innumerevoli sfumature coesistenti vinceranno, almeno, sulla mia elaborazione del lutto, sopravvivendo alla mancanza di “Mad men”.

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