looking cucumber banana

Paese che vai, tv che trovi. Looking, Cucumber e Banana tra USA e Gran Bretagna

Ogni paese ha un modo di raccontare, ogni paese ha un modo di fare televisione e di fare serialità.
In tv di solito queste differenze, chiamiamole culturali, nell’approccio narrativo al racconto seriale si manifestano a noi spettatori occasionali più che altro attraverso gli adattamenti statunitensi di prodotti provenienti da altri paesi, fenomeno ormai all’ordine del giorno in un momento storico in cui idee originali scarseggiano ed è tutto un remake, un prequel o un reboot.
Spesso queste diversità, oltre alla lingua e all’ambientazione, comprendono il budget, la produzione, il meccanismo industriale in cui si inseriscono, il target a cui si rivolgono e soprattutto l’immaginario di riferimento, tutti fattori che variano a seconda del paese di appartenenza. Eppure, per assurdo, i due paesi che sembrano meno capaci di “tradurre” e trasportare prodotti da un territorio all’altro condividono la stessa lingua, ma forse non lo stesso linguaggio: parliamo della Gran Bretagna e degli Stati Uniti.
In questi primi mesi del 2015 le differenze tra il modo di raccontare americano e quello inglese si sono fatte evidenti anche nel confronto, indiretto, fra tre serie originali dalla tematica simile (e passatemi il termine “tematica” anche se abbastanza infelice, così facciamo prima). Sto parlando di Looking e della triade Cucumber-Banana-Tofu, che provano a raccontare il mondo gay da due prospettive molto diverse.

Looking for the American dream

Looking

Looking

Della prima stagione di Looking abbiamo parlato profusamente lo scorso anno, lodandone i toni dimessi e poco spettacolari nella rappresentazione della comunità gay di San Francisco e della naturalezza con cui ne racconta l’intimità e la sessualità. L’intera serie però poggia su una struttura ben definita tipica del fare televisione (e narrativa in generale) americano.
Primo architrave di questa struttura è la silenziosa ma totale aderenza al genere romantic comedy, ormai abbracciato senza remore nella seconda stagione. Di sicuro un’aderenza tanto fedele e precisa al genere di riferimento, identificabile con facilità dal pubblico e con la stessa facilità “targettizzabile” dai network, si inserisce alla perfezione nell’ingranaggio industriale americano di cinema e tv, che in fin dei conti realizza prodotti di intrattenimento da vendere, a casa propria come nel resto del mondo. Certo, visto che siamo su HBO questo prodotto si colora di sfumature indie e parecchi nudi, ma sempre di commedia romantica fatta e finita parliamo.
Non bisogna armarsi di lente d’ingrandimento, infatti, per riconoscere nella relazione tra Patrick, Richie e Kevin il triangolo amoroso standard che vede il protagonista conteso tra due corteggiatori, ognuno incarnazione di un diverso tipo d’amore, l’amore innocente e umile di Richie e la perdizione romantica e mentale di Kevin. Looking adotta questo elemento fortemente caratterizzante, forse il più caratterizzante rispetto al genere rom-com, senza perdere tempo e senza alcun indugio. Nel pilot conosciamo Richie e nel secondo episodio Kevin, quando persino Sex & the City, forse la commedia romantica televisiva americana per eccellenza, ha aspettato la terza stagione per introdurre il personaggio di Aidan in competizione con l’allora fidanzato (con un’altra) Mr. Big.
Ma se con Patrick si gioca a carte scoperte, le storyline degli altri personaggi funzionano con lo stesso meccanismo. Tutti i principali archi narrativi dei protagonisti, Agustin e Dom compresi, sono poggiati sull’elemento amoroso anche quando sembrano riguardare altro: la crisi creativa e personale di Agustin esplode nella crisi di coppia con Frank, la decisione di Dom di avviare un’attività si accompagna e si anima con la conoscenza del futuro love interest Lynn. Tutte le linee narrative perciò sono nel profondo linee spiccatamente romantiche.

Proprio per la sua natura di commedia romantica, l’altro chiaro elemento che caratterizza Looking è quello consolatorio-aspirazionale da favola amorosa d’evasione. Innanzitutto i protagonisti rientrano nei canoni di bellezza comunemente accettati: aitanti, prevalentemente giovani (pure il più vecchio Dom dimostra dieci anni di meno), prevalentemente bianchi (gli ispanici Agustin e Richie vengono rappresentati come figure outsider, il primo da un punto di vista personale, l’altro per il ceto sociale), più o meno intelligenti e più o meno simpatici. È quindi il tono anti-spettacolare e improntato sulla verosimiglianza a stabilire quel livello di accessibilità del pubblico, che trova così la via d’accesso per identificarsi meglio nel personaggio e viverne più pienamente le avventure sentendole un po’ sue. Questo livello di illusione e di sogno unendosi alla rappresentazione di una vita in tutto e per tutto simile a quella dello spettatore ma migliore, come fosse una specie di versione riveduta e corretta in hd con l’accompagnamento musicale e un bel finale, aderisce a un immaginario tipicamente americano, quello dell’eroe che monda le nostre imperfezioni sullo schermo. Se la scelta di questo modello ha un intento politico sotteso e legittimo (nella sua anti-spettacolarità e nella rappresentazione “normalizzata” del mondo gay all’interno dell’oasi di tolleranza che è San Francisco, dove per campare ci si può permettere di preoccuparsi anche soltanto dell’amore, Looking si dimostra una serie politica, in quanto detta in maniera assertiva uno stato delle cose a cui tendere, un bene assoluto indiscutibile e non negoziabile), è anche vero che la serie ha una chiara funzione d’intrattenimento consolatorio e tranquillizzante, rappresentando una realtà prossima alla nostra eppure edulcorata, in quanto obbedisce esclusivamente alle regole della commedia romantica. [Giovanni]

Ogni pianta, fiore, frutto

Cucumber

Cucumber

Fra le critiche più superficiali rivolte a Torchwood – spesso da recensori e commentatori che dimostrano di non averne colto nemmeno il côté esistenzialista, per quanto evidente fin dalla primissima scena di «Everything Changes» –, c’è quella di utilizzare il sesso, e la sessualità fluida, radicalmente acategorica, dei personaggi, come specchietto per le allodole. L’abbaglio, però, è dei critici medesimi, che non si rendono conto della programmaticità teorica, quando non apertamente militante, di queste scelte: «The show appears to deliberately refute and deny all cultural nominations – gay, straight, bi – that might otherwise come into play to restrict characters’ identities. […] a radical and progressive challenge to contemporary ideologies of sexuality» (Matt Hills, «Torchwood», in The Essential Cult TV Reader, ed. David Lavery, The University Press of Kentucky, Lexington 2010).

Lo stesso si potrebbe dire della triade Cucumber (Channel 4), Banana (E4) e Tofu (4oD), che con Torchwood – e l’originale Queer as Folk – condivide il geniale autore, uno dei più significativi della moderna era televisiva. Strettamente interconnesse, le tre serie rappresentano un esperimento unico: i protagonisti di Cucumber e Banana passano agilmente dall’una all’altra, spesso presentando forme e maniere diverse al variare dei personaggi attraverso gli occhi dei quali li osserviamo, mentre Tofu dà voce agli attori che li interpretano, a gente comune, a piccole e grandi celebrità, tutti chiamati a rispondere senza pudori – che sono sempre falsi pudori – a domande intime sul sesso. L’intento dichiarato delle prime due, sullo sfondo semidocumentaristico della terza, è quello di rappresentare la vita tutt’altro che patinata, e lontana da ogni concessione hollywoodiana, di una coppia gay di mezza età, e di analizzare le modalità con cui questa generazione, ormai disillusa e inacidita – talvolta verrebbe propriamente da dire incancrenita –, entra in contatto, mescolandosi, con quella dei ventenni di oggi, la folleggiante, incosciente, talora inconsapevole «generazione Grindr». In realtà, basta una visione epidermica per rendersi conto Russell T Davies sta facendo molto, molto di più.

Innanzitutto ha scelto, come già in Casanova e The Second Coming, di allontanarsi dal naturalismo di Queer as Folk, per esplorare altezze diverse, quelle dove gli elementi in sé verosimili delle vite raccontate appaiono prospetticamente tanto ingigantiti da diventare surreali: prendiamo la scena del litigio fra Henry e Lance che chiude il primo episodio di Cucumber. Il telefono che imperterrito continua a suonare, il ragazzo nudo e ubriaco che abbaia e si attacca alle gambe dei poliziotti, le urla delle donna che ha appena scoperto il suicidio del marito (causato indirettamente da Henry), il botta-e-risposta ripetuto, insistito, strepitato «You should learn to swim» / «You should learn to fuck»: tutti gli elementi del racconto e della messinscena sono sovraccarichi; l’impatto lascia tramortiti. Non c’è ordine, non c’è schematicità: è un tipo diverso di realismo, che si rifiuta ostinatamente di squadrare la materia narrata secondo rigide convenzioni di genere o medium. Come dice uno dei protagonisti di Banana: «When real things really happen to real-life people, there’s always… a car. Or a dog. Or a hat. Or… something that doesn’t fit».

Ed è in questo qualcosa che non torna che si nascondono sia la peculiarità della scrittura di Davies, da sempre interessato a quanto non si incastra, a quanto sfugge dalle rassicuranti e formulaiche maglie degli intrecci, sia la specificità tutta british delle tre serie: che non stendono pellicole dorate sugli aspetti più sgradevoli della vita quotidiana, che non distolgono lo sguardo dalla spiacevolezza, dalla meschinità, finanche dallo squallore che di questi nostri giorni rappresentano una metà quando non la parte preponderante, e che pure sono imprescindibili se si vuole riuscire a offrire, dell’altra parte – quella che a volte, a dare ascolto a tanta tv statunitense, pare l’unica –, una visione che non sia blandamente, riduttivamente consolatoria: capita di innamorarsi di una persona non bella, non ricca, non di successo; capita di dover fare quattro lavori per arrivare a fine mese; capita di scontrarsi con pregiudizi di razza e classe appena appena camuffati dal perbenismo piccolo-borghese; capita di percepirsi meglio di quanto si è, e capita a volte di non percepirsi affatto. Cucumber e Banana non vogliono presentare un modello cui aspirare, un tableau color pastello da appendere alla parete del salotto buono. In maniera molto più interessante, non vogliono presentare. Loro è il gusto di un racconto che sorprende.

L’acategoricità è dunque caratteristica non solo dei protagonisti – che hanno nella facilità con cui passano da uno show all’altro il correlativo della propria irriducibilità identitaria –, ma delle serie stesse, che prese insieme, nel loro fondere personaggi e attori che li interpretano, realtà e finzione, descrivono un continuum in cui è non solo impossibile, ma soprattutto inutile, perfino dannoso, cercare distinzioni, intestardirsi sulle definizioni. Per dirla in breve: Cucumber, Banana e Tofu non sono L, G, B, T o Q. Sono tutto questo, e più. U. [Andrea]


Giovanni Di Giamberardino

Giovanni Di Giamberardino nasce qualche tempo fa da qualche parte. Da tempo complotta per la conquista del mondo e la distruzione dell’umanità. Come se non lo facesse nessuno nel mondo pure lui ha scritto un romanzo, che comunque nessuno ha letto.

Andrea Morstabilini

Introdotto al culto telefilmico in giovanissima età da Twin Peaks, Andrea ama le serie scritte bene, e, dunque, la Hbo.

15 Comments

  1. Diciamo che non mi meraviglia la differenza tra inglesi e americani…basti pensare al tipico umorismo inglese così poco “americano”

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  2. E poi c’è l’australiano Please Like Me che riesce a raccontare la quotidianità di Looking senza avere dei personaggi tanto detestabili e la trama degna del peggior porno in hd.

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  3. Se il gusto britannico ama il tono quotidiano, è vero che tende alla deformazione in grottesco: più che di realtà parlerei di verità. La verità è un valore in se stessa, e chi se ne frega della realtà del mondo. Il secondo, piccolo, episodio di Cucumber è tra le cose più vere che abbia visto. Non dico di più perché lo svilirei.

    Looking è campy, punto. Dopo aver visto l’ultimo episodio, sono sicuro di sapere cos’è campy.

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  4. Per fare una recensione bisogna almeno capire il telefilm di cui si parla.
    Cucumber è il fulcro della narrazione, la storia che gli autori vogliono raccontare. Banana è l’approfondimento sui personaggi secondari (per ora) e il loro punto di vista durante le vicende, una specie di spin-off contemporaneo alla storia principale. Tofu è l’approfondimento sugli attori e il loro punto di vista sul sesso. Riassumendo: Cucumber/Banana/Tofu = Trama/Personaggi/Attori.

    Looking non gioca a carte scoperte, è solo mediocre.

    Volendo fare uno spaccato sui telefilm a tematica omosessuale, è un’offesa non citare Please Like Me, come già detto da altri prima di me. Inoltre, dei paragoni diretti tra le serie sarebbe stati più piacevoli da leggere: se il vostro intento è creare articoli di approfondimento, approfondite!
    PS: L’intro della recensione di cucumber-banana-tofu sembra una supercazzola…

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    1. Non voglio essere polemico, credimi, perché ciascuno legge un testo con le categorie che più gli sono proprie, ma la tua interpretazione mi sembra un poco riduttiva: in Banana, per esempio, mi sembra che ci sia molto di più che un laterale approfondimento sui personaggi secondari, mentre i segmenti narrativi di Tofu lo collocano, a mio avviso, all’esterno di una semplice televisione-verità. Insomma, riassumendo e ribadendo la volontà di chiarire e non di polemizzare, mi pare che Russell T Davies si muova sotto più strati.

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      1. Approfondire un personaggio non significa creare un prodotto scevro da altri contenuti. Nelle tre puntata di Banana ci sono tre diversi protagonisti, Dean, Scots e l’altra maniaca, e tre diverse storie scollegate tra loro (tematica esclusa). Il loro anello di congiunzione è la coesistenza con l’universo di Cucumber, un modo per parlare dell’estrema varietà del mondo omosessuale dal maggior numero di punti di vista. Di fatto è un approfondimento sui personaggi, “filler” rispetto alla trama principale, indubbiamente innalzato di qualità. Onestamente non vedo interpretazioni diverse dalle puntate di Banana trasmesse fin’ora (sono alla terza).

        La scelta stessa del nome delle serie, spiegato nell’introduzione di Cucumber, fa apparire lampante il sottotesto. Cucumber è il massimo picco narrativo dell’opera; Banana lo accompagna con meno intreccio narrativo ma con altrettanta solidità tematica; Tofu si libera dal peso della recitazione e fa apparire le persone “per quello che sono”, liberando gli stessi attori dal proprio personaggio e dalla rigidità scenica. E sì, gli aggettivi sono stati ponderati con estrema malizia.

        Altrove ho letto una banale visione dualistica Cucumber/Banana = Vecchio/Giovane, cosa che viene prontamente smentita negli episodi successivi con l’aumento dello spazio narrativo di Freddie, indubbiamente “giovane”, in Cucumber.

        In Tofu, i segmenti narrativi sono completamente accessori e vanno a rimarcare l’argomento trattato nella puntata. Nella seconda è pure assente, limitandosi alle interviste, se non ho perso pezzi. Ad ogni modo, la presenza di sprazzi narrativi è un’ulteriore conferma della volontà dell’autore di impostare la serie in ordine di importanza e solidità narrativa: in Cucumber riempie (in teoria) un’intero arco narrativo di una stagione (o più), in Banana permane per una singola puntata, in Tofu compare occasionalmente per un limitato periodo di tempo.

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        1. Apprezzo la risposta analitica, anche se continuo a credere che i rapporti fra le tre serie abbiano poco a che fare con la densità narrativa, e più con il tentativo — consapevole o meno (ma io credo molto consapevole) — di far saltare le tradizioni categorie del discorso (anche questa parola che non scelgo a caso).

          In casi simili, però, mi sembra che la divergenza di opinioni possa testimoniare della ricchezza del testo, che si presta per l’appunto a sguardi diversi.

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          1. Definisci meglio cosa intendi per “tradizionale parte del discorso” perché detta così sembra un faial.

            Banana 1×04: la protagonista è la manager di un ristorante in cui ci va un personaggio secondario. Mi pare evidente che non si dà voce a nessun personaggio di cucumber e questi compaiono come solo cone giustificazione, non in maniera attiva nella trama. Non c’è nessun passaggio da un telefilm all’altro, non c’è comunicazione se non completamente fittizia. Banana vuole raccontare delle ossessioni della gente riguardo il sesso utilizzando episodi indipendenti, one-shot, richiamando la struttura di black mirrow ma usando Cucumber come legante. Se i primi episodi potevano trarre in inganno, il quarto palesa le intenzioni degli autori.

          2. Intendo le categorie narratologiche tradizionali (eventi, esistenti, narratore, focalizzazione ecc.). Per dirla in termini più piani: mi sembra evidente che RTD si muova, in queste serie, continuamente dentro e fuori il discorso (ci sono certi dialoghi, in Cucumber, che funzionano alla perfezione come metacommenti su un certo tipo di narrazioni: interpreto così, per esempio, il discorso alla tavola calda di Henry in 1×04); che giochi con i punti di vista (Freddie, per esempio, è un personaggio indefinibile in assoluto, perché la sua rappresentazione cambia radicalmente a seconda dello sguardo attraverso cui lo percepiamo); che confonda i confini fra il vero e il verosimile (alcuni passaggi, per stessa ammissione di RTD, sono al limite dell’autofiction). Ma non voglio cercare di convincerti a tutti i costi: se tu non vedi un intento che potrei banalmente chiamare metanarrativo nelle tre serie, ehi, non è la fine del mondo! :)

            Su Banana 1×04: è vero che la permeabilità fra le serie si è ridotta nelle ultime puntate — anche se non possiamo sapere che cosa succederà nelle prossime –, ma, ribadisco, io continuo a vedere nella struttura interconnessa delle tre serie (come dicevo nell’articolo Tofu è un tassello importantissimo) più che un semplice sguardo tripartito sui medesimi argomenti, e sicuramente più che un rigido schematismo trama/personaggi/attori. Mi sembra, anzi, che, a fronte sì di una minore permeabilità, sia adesso il tono, molto più consistente, a suggerire di guardare alle tre serie come a un unico corpo. Anche qui, però, non voglio incaponirmi: la mia è un’interpretazione.

            (Inciso: i quarti episodi di tutte e tre le serie sono strepitosi.)

  5. @me

    Edit: il secondo, piccolo, episodio di Banana è tra le cose più vere che abbia visto.

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    1. Concordo. L’ho trovato strepitoso.

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    2. Meraviglioso, mi ha davvero toccata.

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  6. Anche Cucumber è “consolatorio” per le persone che lo guardano e ne sono con-fortate. E magari alcune di quelle stesse persone in Looking di consolatorio non ci trovano nulla, pur rientrando quest’ultimo in pieno nel genere della romantic comedy.
    Bell’articolo comunque, l’ho letto con piacere.

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  7. ma che è sta roba

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  8. Trovo che Andrea abbia fatto una analisi impeccabile di Cucumber/Banana/Tofu, speice dove afferma che in queste serie non c’è nulla di consolatorio (e chi ha visto la 1×06 di Cucumber sa di cosa sto parlando) o di rassicurante: il caos nella narrazione che spesso prende il sopravvento, le situazioni al limite del -e a volte anche oltre il – surreale, non fa nulla per mettere lo spettatore a proprio agio, per offrirgli una visione tranquillizzante delle cose. Cucumber e Banana non ti danno una pacca sulla spalla dicendoti “Tranquilla, andrà tutto bene e avrai il tuo lieto fine”, ma rispondono più al principio del “shit happens”. Ed è riduttivo, secondo me, ridurre la giustapposizione tra Cucumber e Banana a vecchio/giovane, protagonisti/figure secondarie: con il passare degli episodi è sempre più chiaro che non è così: il collegamento tra Cucumber e Banana si fa sempre più labile (nel 6 è ridotto ad una singola frase – che ha un peso mostruoso nell’economia delle due serie, ma pur sempre solo una frase), credo che l’intento di Davies sia quello di voler mostrare, storie e vite estranee e di estranei che si sfiorano appena.
    Un altro merito che secondo me hanno queste due serie è quello di sfatare alcuni fasi miti che ruotano attorno al mondo GLBT: quando si dice “gay” l’immaginario collettivo si figura un maschio bianco attorno alla trentina. Invece quello GLBT è un mondo molto più complesso e variegato, e Davies ce lo mostra a tutto tondo, crisi di un uomo di mezza età compresa.
    Mi ha sopreso e mi è molto dispiaciuto apprendere da una intervista di Davies a Radio Times che Cucumber non avrà una seconda stagione. Vista la piega che hanno preso gli eventi nell’episodio 6 è comprensibile che sia così, ma una seconda stagione magari con nuovi personaggi e un nuovo scenario (alla True Detective) mi sarebbe piaciuta.

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