the affair

The Affair, o dell’imprendibile relatività del vero

Part I – Alice

La memoria fa brutti scherzi: è qualcosa che si dice spesso, ma la verità è che nessuno di noi è davvero in grado di sapere come, quando e quanto. Ricostruire con qualcun altro un medesimo avvenimento del passato è come mettere insieme i pezzi di un puzzle, solo che i pezzi, qualche volta, non si incastrano in nessun modo. Anche perché un ricordo è una storia che ognuno di noi si racconta: la narrazione ha le sue regole, le sue strutture (per quanto labili), e una voce che non può, mai, essere imparziale. Naturalmente, lo stesso funziona per le serie televisive (e per i film, i romanzi, e via discorrendo). Terminato il pilot di The Affair, qualcuno l’ha definito il True Detective dell’adulterio. Il paragone può starci oppure no (conta molto quel che pensate di The Affair e di True Detective), ma entrambi gli show hanno in comune una tripla coincidenza: la storia che raccontano è filtrata dal racconto (inaffidabile) di qualcun altro, ambedue finiscono per riflettere sull’ambiguità del ricordo e della narrazione, e in definitiva aggiungono un ulteriore livello meta, riflettendo sui modi e sul senso profondo dello storytelling.

the affair2Poi, certo, The Affair parla di una relazione extraconiugale. Ci vogliono due persone per ballare il tango, e dunque ci sono due punti di vista per questa vicenda. Ogni episodio è diviso in metà perfette, nella prima vediamo la vicenda dalla prospettiva di Noah, nella seconda la osserviamo dalla parte di Alison (solo in un paio d’episodi l’ordine viene invertito). Chi sono, Noah e Allison? Soprattutto, due stereotipi. Lui: insegnante, aspirante scrittore, ha pubblicato un libro che non ha letto nessuno, ha sposato molti anni fa una donna ricca, figlia di un romanziere di successo, grazie a cui può permettersi di vivere in una bella brownstone newyorkese, insieme alla moglie e a quattro (mediamente insopportabili) figli. Lei: fa la cameriera in un ristorante sul mare a Montauk, meta estiva negli chicchissimi Hamptons, ha un marito taciturno che gestisce con la numerosa famiglia un ranch, è in costante crisi coniugale in seguito alla devastante perdita del primo e unico figlio. Si incontrano, la chimica si accende istantanea, il tradimento dei rispettivi coniugi è inevitabile; meno inevitabile, forse, l’omicidio di qualcuno (ci vorrà qualche episodio per scoprire di chi si tratta) nel quale i due sono coinvolti.

Ci sono – soprattutto dall’esplosione della nostra amata Golden Age of Television – una manciata di serie tv che si ingabbiano dentro binari rigidi e traggono da un’impostazione superficialmente riduttiva la forza per essere originali, rilevanti, spettacolari. A me viene sempre in mente 24, e quella cosa per cui inizialmente c’era solo l’idea di fare una serie in tempo reale, ogni puntata un’ora e ogni stagione un giorno, e Jack Bauer, il terrorismo, perfino il genere thriller-action (sarebbe potuta essere una commedia pre-matrimonio, a un certo punto ci hanno pensato seriamente) sono venuti molto dopo. Di più: gli autori hanno imparato come scrivere 24 solo scrivendo 24. Hagai Levi, invece, ha creato In Treatment grazie all’intuizione semplice e geniale della frequenza di messa in onda offerta dalla tv: una serie è un appuntamento settimanale fisso, e cos’altro è (per qualcuno) un appuntamento settimanale fisso? La seduta dallo psicanalista. Sarah Treem, l’autrice di The Affair (e fresca vincitrice di un Golden Globe per miglior serie drama), viene dalla writing room di In Treatment e insieme a Levi firma il nuovo drama Showtime: ma guardando The Affair mi sono trovata a pensare più spesso a 24 che a In Treatment.

Cerco di spiegarmi: in The Affair la specificità della storia non mi sembra così importante. È il racconto della relazione extraconiugale di Alison e Noah, di come evolva da torrido flirt estivo a rapporto più profondo e intenso, di come sconvolga, a effetto domino, le vite di coloro che li circondino. Ma sarebbe potuto essere tranquillamente anche qualcos’altro, perché quello che prevale è la struttura bipartita, il doppio punto di vista e ciò che svela dei personaggi, di come sono e di quello che fanno. Certo, 24 non sarebbe potuto essere probabilmente diverso, nel momento in cui gli autori si sono accorti che solo un costante (e soapoperistico) bombardamento d’emergenze avrebbe potuto reggere la struttura in tempo reale, ma è comunque la suddetta struttura a primeggiare sul contenuto.

Episode 102The Affair si muove in un territorio più familiare e quotidiano rispetto a, che so, lo scenario geopolitico internazionale, un’isola fantascientifica ricolma di misteri e wtf, un carcere di massima sicurezza da cui fuggire. Di matrimoni andati a male ce n’è purtroppo a ogni angolo, a chiunque è capitato di avere a che fare conun tradimento, pure se solo vagheggiato, ma anche con l’insoddisfazione nei confronti della propria esistenza, che è poi quello di cui parla davvero la serie. Nei suoi momenti migliori The Affair ci risuona dentro perché ci dice qualcosa di come funzionano la nostra testa e il nostro modo di rapportarci con gli altri. Siamo spesso gli eroi delle storie che ci raccontiamo (come Noah e Alison, ognuno dei quali, nel pilot, è convinto di aver salvato dal soffocamento la piccola Solloway), tendiamo a giustificarci il più possibile per le nostre scelte, soprattutto con noi stessi (sempre nel pilot: nella memoria di Noah, Alison è provocante e sfacciata, in quella di Alison è lui a fare il brillantone), siamo, nel nostro cervello, la nostra versione contemporaneamente migliore e peggiore. The Affair accende un brillante e impietoso riflettore sulla meschinità umana, sui modi in cui ci illudiamo e ci prendiamo in giro, sui piccoli e disgustosi egoismi che ci permettono di sopravvivere, ed è forse per questo che, se inizialmente possiamo essere dalla loro parte, comprendere le loro motivazioni, Noah e Allison alla fine un po’ ci disgustano, entrambi (o almeno, è quello che è successo a me).

Naturalmente non bisogna trascurare l’interlocutore di entrambi, il detective che fa da device narrativo, offrendosi come ascoltatore intradiegetico: il “mistero” sulla morte di Scotty è un filo debole, un espediente farlocco e a conti fatti inutile per sollevare la tensione episodio dopo episodio, hanno detto in molti. Eppure, seppure non mi freghi granché di sapere chi sia (se ci sia) l’omicida, la presenza del detective aggiunge un altro tassello alla struttura di The Affair, e personalmente è quello che ho trovato più affascinante e addictive: l’impossibilità di avere la certezza che i punti di vista di Noah e Alison siano davvero ricordi, l’impossibilità di definire una qualsiasi verità con un grado anche minimo di certezza. Quelle che vediamo sono memorie oppure menzogne? È qualcosa che stanno raccontando? Oppure – come in True Detective – dicono palle all’investigatore, ma le immagini ci mostrano quel che è veramente accaduto? C’è una verità più vera dell’altra? E l’investigatore – che dice cose diverse all’uno e all’altra – a che gioco gioca? Sta mentendo, anche lui? Oppure c’è un ulteriore piano di racconto che non conosciamo ancora? Questo è il rebus da sciogliere che mi ha tenuta incollata alla visione: mi rendo conto che a qualcuno possa dare fastidio, apparire frustrante – soprattutto alla luce del finale – ma per me è stato uno spettacolo continuo costruito praticamente solo con le armi della scrittura (e della recitazione, considerato che ogni interprete recita almeno due personaggi diversi, nelle due versioni di Noah e Alison).

Un’ultima cosa, per tornare più o meno all’inizio: Noah e Alison sono due stereotipi, molti passi della loro storia sono prevedibili, pure il background che li circonda è popolato di clichè. La moglie super borghese che ha sposato l’aspirante scrittore per conferma e falsa ribellione, la figlia teenager in fase angst e perennemente in cerca di schiaffi, l’autore di bestseller che tratta continuamente di merda il genero; così come le due “madri” di Allison (hippie fuori tempo massimo una, chioccia iperprotettiva l’altra), il barista stronzo (“il Louie cattivo” lo chiamiamo io e Ilaria Feole), i quasi indistinguibili fratelli Lockhart, etc. È impossibile, ancora una volta, distinguere il vero dal falso: quanto è una merda il suocero di Noah e quanto invece è Noah a vederlo odioso in relazione al proprio fallimento come romanziere? Quanto è menefreghista la madre di Alison e quanto invece corrisponde all’immagine di crocerossina-martire-vittima che Alison costruisce per se stessa? La stessa domanda si ripete per quasi ogni personaggio – tranne forse per i due coniugi traditi, probabilmente i più approfonditi e sfumati di tutti (e questo cosa ci dice? Forse che Sarah Treem è “dalla loro parte” più che da quella di Noah e Allison?). E, mentre la narrazione prosegue, mentre Noah e Allison “allontanano” la simpatia dello spettatore, continuano a corrispondere ai clichè che rappresentano, e intanto si mutano, lentamente, nell’immagine che avevano, inizialmente, l’uno dell’altro: entrambi, alla fine, hanno acquistato una sicurezza e una sfacciataggine che inizialmente si negavano, quantomeno nel raccontarsi a se stessi. Che questo sia un segno del loro amore, oppure l’ennesima menzogna, ce lo dirà la seconda stagione. Di una serie che, più di tutto, si è dimostrata capace di mettere in scena l’imprendibile relatività del vero.

Part II – Mara

“Non voglio rovinare il ricordo”. Almeno una volta nella vita abbiamo sperimentato il timore di rivedere un film, leggere di nuovo un libro, tornare in un luogo per poi trovarci di fronte a una realtà che sovrascriva, smentisca o corregga quello che abbiamo impresso nella memoria. Sappiamo che i nostri ricordi non sono nastri riavvolgibili su cui è fissata una realtà oggettiva che si riproduce identica a sé stessa, a comando. La nostra memoria è influenzata da una molteplicità di elementi ma soprattutto racconta un’esperienza già filtrata, nel momento in cui viene esperita, dal nostro stato d’animo, dal coinvolgimento emotivo, dalla capacità, predisposizione o addirittura volontà di vivere coscientemente il presente senza estraniarci con la mente per sfuggire a quello stesso momento. Perfino la sequenza temporale, nel ricordo, può subire alterazioni. Quello che ci accade è la percezione di quello che ci accade.

the affair1

Il pilot di The Affair prometteva di mettere in scena proprio questo: non, banalmente, due punti di vista ma due universi narrativi a occupare due piani esistenziali diversi legati da reciprocità. Il primo campanello d’allarme suona, però, proprio durante il pilot. La parte investigativa ha contestualizzato i due protagonisti Noah e Alison come due narratori inaffidabili, due persone con forse un interesse specifico nel raccontare una particolare versione dei fatti. Questo ha già sottratto parte del fascino all’avvicendamento dei due racconti introducendo un aspetto da mistery/crime drama, ma questo anziché aggiungere un ulteriore elemento di curiosità e interesse, ha spesso interrotto la doppia narrazione: per giustificarne la messa in scena non era necessario  inserire un interlocutore di riferimento. Lo spettatore sarebbe dovuto essere l’unico interlocutore di riferimento, il destinatario dei due racconti.

L’alternanza Noah/Alison ha potuto tener viva la curiosità per le prime puntate, ma quando quella che pareva essere una tecnica narrativa si è rivelata un semplice mezzo per raccontare il solito triangolo di corna ecco che la seconda parte – Alison – è diventata una noiosa ripetizione della prima. La storia di The Affair non ha nulla a che vedere con il rapporto tra realtà e percezione, desiderio e manifestazione del desiderio. Non abbiamo assistito al modo peculiare di due persone di avvicinarsi mettendo in comunione i due mondi emotivi di appartenenza. Quello a cui abbiamo assistito è una lunga sfilata di cliché in cui il massimo sforzo di approfondimento di un personaggio si è risolto nel rendere Alison una madre in lutto.

Noah è il luogo comune di un uomo mediocre di mezza età con aspirazioni da artista che evade dalla routine trovando la grande passione in vacanza con una cameriera con tanta tristezza dentro. Alison è il luogo comune di una cameriera con tanta tristezza dentro che evade dalla vita di provincia grazie alla passione con lo Scrittore. I rispettivi coniugi non offrono molto di meglio e allo stereotipo di una ex reginetta del Liceo mai cresciuta davvero che paga i conti grazie alla paghetta di mamma e papà, corrisponde il rude, ma dal cuore tenero, cowboy.

I personaggi secondari, dalla mamma iperprotettiva di Cole in opposizione alla mamma new age di Alison, completano il quadro con l’ultima pennellata a rappresentare semplicisticamente il mestiere dello scrittore. Nulla a che vedere, quindi, con la puntata The Decision Tree di The Good Wife con la quale The Affair sembrava condividere l’inteEpisode 104nto. I King, autori della serie sulla buona moglie, avevano spiegato: “Trying to show how memory actually plays out.  Never neat and linear.  All over the place” aggiungendo una probabile stoccata a True Detective “…and as a great prophet once said, memory is sometimes mis-remembered”. Il riferimento a Rust Cohle, reale o meno, è pertinente considerati i numerosi aspetti comuni alle due serie e, come ha sintetizzato brillantemente Emily Nussbaum, The Affair può essere definito “True Detective: For Her” in cui – dico io – le scene di sesso vengono sostituite dalle scene d’amore. L’unica novità portata dalla serie è l’essere riuscita a co-stringere una soap opera in un formato da miniserie, perché in ultima analisi The Affair è una glossy soap che tenta di darsi un tono, è un lettore di Nicholas Sparks convinto che la montatura degli occhiali in tartaruga e la giacca in tweed siano sufficienti a renderlo un lettore “impegnato”.


Alice Cucchetti

Mi piacciono le canzoni con i finali tristi, gli androidi paranoici e i paradossi temporali. Scrivo sul settimanale Film Tv, curo le pagine della televisione per il mensile Nocturno e recensisco film e altro su Mediacritica. Non aggiorno mai il mio blog perché passo tutto il mio tempo su Tumblr.

Mara R.

Whedonverse.

30 Comments

  1. Condivido molto. Alla seconda puntata ho iniziato ad annoiarmi e irritarmi, per i motivi che voi dite, e l’ho mollata lì.

    Rispondi

  2. Insomma una stroncatura. Ho letto pareri parecchio contrastanti sulla serie, nonostante il Globe (io la serie non l’ho vista).
    Comunque complimenti per l’articolo, sempre interessanti le vostre analisi e mai banali o scontate.

    Però dovreste scrivere più spesso :-(

    Rispondi

    1. Occhio che la mia è tutto fuorché una stroncatura… ;)

      Rispondi

      1. Scusa non la tua…quella di Mara.

        Rispondi

  3. Quanto concordo con Mara!
    Esattamente tutti i motivi per cui l’ho mollata al quinto episodio. Vedere due volte la stessa storia, con variazioni minime, sapendo che tanto stanno raccontando balle entrambi mi ha annoiata anziché spinta a cercare la verità. Una volta che capisci che sono sotto interrogatorio, e quindi ti si instilla il dubbio che la versione veritiera dei fatti non sia ne l’una ne l’altra, l’interesse scema.
    Grazie per avere espresso in forma comprensibile quelli che sono stati esattamente i miei pensieri!
    Non la recupererò, nonostante il Golden Globs. Però mi ha fatto scoprire Ruth Wilson, e di questo ne è valsa la pena.

    Rispondi

    1. Se ti piace Ruth Wilson ti consiglio di recuperare almeno la prima stagione di Luther.

      Rispondi

  4. Sono pienamente d’accordo con la prima versione di Naima, ma i problemi evidenziati da Mara sono giustissimi, specialmente se rivolgiamo lo sguardo verso l’ultima parte di questa prima stagione. Attori fantastici e l’idea della serie per me è promossa in pieno. Ma non tanto da dargli un Golden Globe come migliore serie, mentre sono stato felice per Ruth Wilson che è stata straordinaria.

    Rispondi

  5. Concordo con entrambe. I primi episodi, il cui compito principale era mostrare e costruire un universo ed i suoi personaggi, mi sono piaciuti molto e per quanto mi riguarda sono andati a segno. Ma poi, quando bisognava iniziare a far muovere la storia, svilupparla, inserire nuovi elementi che la portassero avanti, il plot ha scantinato ripiegandosi su se stesso e concentrandosi solo sulla vicenda del triangolo (ho sussultato quando è emersa la vicenda della droga, ma pure quella è morta lì subito).
    Per lo stesso motivo il parallelo con True Detective, che pure viene subito a mente, si ferma solo sul piano formale, ovvero sulla tecnica del racconto. Il crescendo che c’è nella storia di Pizzolatto qui è del tutto assente, sia come detto per l’intreccio in sé, che per l’evoluzione dei personaggi – anche perché in un buon scritto la cosa va sempre di pari passo (Alice parla di “sicurezza acquisita” che io onestamente non vedo).
    Insomma benché abbia davvero voluto bene ad Alison e alle sue spiagge sbiadite (anch’io ho scoperto ora Ruth Wilson e con grande gaudio), e non mi sia in fondo mai annoiata vedendo la serie, la sensazione base è che non ci sia mai stato il vero e proprio decollo. Avessero tirato fuori il morto prima, integrando meglio la vicenda dell’omicidio, forse sarebbe stata un’altra storia. Messa così è un prologo diluitissimo che fa pensare a mancanza di idee.

    Rispondi

  6. PS – In ogni caso mi fa piacere che si sia scritto di The Affair :D

    Rispondi

  7. Assolutamente d’accordo con Mara. Dopo un pilot promettente, è rimasta solo la delusione nel vedere sfilare tutta una serie di cliché, talmente noiosi, che a volte ho dovuto mandare avanti per finire la puntata. Ho finito la stagione solo per vedere se almeno nel finale ci fosse qualcosa da salvare. Invece di sprecare fiato per questa serie, qualcuno parli della conclusione di Sons fo Anarchy o dello speciale natalizio di Black Mirror, per favore :-(

    Rispondi

  8. Io ancora non mi capacito che abbia vinto il globo, certo non fa schifo e le prime puntate sono state pure godibili ma dopo un po’ pesa la ripetizione della storia e non si può nemmeno dire che è la memoria a giocare brutti scherzi, le versioni sono troppo diverse tra loro in più punti che è ridicolo parlare di interpretazioni della realtà come molti lo giustificano, semplicemente qualcuno dice balle. L’unico spunto interessante è che non provo antipatia per i due traditori, ma più per i coniugi in special modo la consorte di Noah la riccona ipocrita. Alla fine concordo con Mara su tutto il resto, una soap di alto livello attoriale e di sceneggiatura ma niente di più.

    Rispondi

  9. Ma infatti a parlarne ora di sta serie giusto ‘memorie e ricordi’ fallaci – in ogni caso, grazie.
    Quindi, facendo appello a ‘memorie e ricordi’, con gran fatica e col vocabolario dei sinonimi accanto, cercherò di richiamare alla mente il motivo per cui TA mi sia piaciuta un frego.
    E se ben mi sovviene, pare mi sia piaciuta proprio in virtù di questa sua distinzione sottile tra ‘memoria e ricordo': ché la memoria è un atto cosciente, la puoi sovvertire, plasmare, modellare, è oggettiva; il ri-cordo al contrario, è atto inconsapevole, non ha un vocabolario cui attingere per contraffarlo, ha una verità unica non necessariamente vera e la contiene nella sua radice latina (N.B.: qua ho mollato il dizionario dei sinonimi e son passato a quello etimologico).
    E’ quindi di possibilità e impossibilità che ci racconta The Affair.
    E dove si trova a ravanare il detective? Nella memoria o nel ricordo?
    Quanto più mi ha affascinato è proprio la fusione di questi due mondi nel raccontare una storia che avrà anche le sue dicotomie ed incongruenze, ma ha un grande impatto in quegli istanti in cui sembra di riconoscere una sola voce.
    Poi mi ha fatto conoscere sta roba, e tanto basta:
    https://www.youtube.com/watch?v=s19QzKwPYz8&feature=share .
    Detto ciò, a me dei cliché ‘fregacazzi’ – pure qua ce stanno certe radici latine che fermate – anche perché chi o cosa non lo sia non saprei mica dirlo.
    Che poi ora come ora manco ho memoria di come finisca l’ultima puntata. Ricordo però il piacere nel sapere che non fosse l’ultima.

    Per la cronaca, la Treccani alla voce sinonimi di ‘ricordo’ suggerisce ‘memoria’, riducendo tutto quello che ho detto a un cumulo di fregnacce.
    La Treccani è il male.

    Rispondi

  10. Personalmente The Affair mi ha presa mi ha lasciata e mi ha ripresa. Non è una serie semplice, ma non è neppure una serie del tutto riuscita. @Alice: se parlasse solo (o essenzialmente) della relatività del vero sarebbe molto, troppo banale. E invece ci sono tante altre cose, a partire dal tema della metanarrazione, che giustamente hai notato. @Mara: quando leggo gli articoli di Emily Nussbaum ho sempre l’impressione che scriva quello che i (ricchi) liberal americani che leggono il NYtimes magazine vogliono sentirsi dire. Quasi mai condivido le sue opinioni – quella sul presunto sessismo di True Detective mi ha fatta veramente ridere tanto. Questa su The Affair mi sembra sulla stessa linea. Ma non riesco proprio a capire cosa ci sia di concreto nel paragone tra le due serie.

    Rispondi

  11. Secondo me i paragoni con 24 si fermano al rispetto di un formato specifico.
    Per quanto mi riguarda è la naturale evoluzione televisiva del tipo di racconto e del modo di raccontare che era alla base di In Treatment.
    A partire dai temi (l’essere umano nel suo profondo, i legami con gli altri e con se stessi, il ricordo e e il mentire, il personaggio sviscerato nel suo intimo, distinguere il falso dal vero) The Affair è sempre stata ai miei occhi un tentativo riuscitissimo di trasportare in una narrazione la psicanalisi di In Treatment. Portare il discorso faccia a faccia tra il paziente e il suo interlocutore in una trama che va da un punto A a un punto B.
    E la cosa non si ferma solo all’attenzione alle psicologie dei personaggi ma anche al ruolo dell’investigatore, che di facciata porta avanti la trama crime della serie ma non è altro che un altro strumento che ci permette di scandagliare i ricordi e le scelte dei due personaggi.
    Così come le due versioni che a un primo livello creano l’ambiguità della trama ma in realtà non è altro che un’ennesimo oggetto “narrativo” per esaminare i due pazienti. Perchè Noah ed Alison non sono altro che due pazienti e noi il loro psicanalista.
    E infine le due versioni: loro allo stesso tempo mentono ma dicono la verità, e sta a noi decifrare , attraverso il confronto stesso tra le due versioni, le loro storie per arrivare alla base.

    Per quello ritengo che la “versione” di Mara sia una visione assolutamente banale del telefilm. Appiattire tutto il carico di idee di una serie come The Affair ad un semplice triangolo da soap è un errore grave.
    Riconosco una leggera difficoltà di andare avanti in un paio di episodi ma niente che impedisca a The Affair di essere in assoluto uno degli show più stimolanti della stagione.
    E poi si vince solo con, anche quelle piena di sfumature, la sigla firmata da Fiona Apple.

    Rispondi

    1. Per quello ritengo che la “versione” di Mara sia una visione assolutamente banale del telefilm. Appiattire tutto il carico di idee di una serie come The Affair ad un semplice triangolo da soap è un errore grave.

      Attribuisci a me quello che in realtà è la colpa della serie. TA aveva promesso due universi narrativi ma la necessità di questi due universi narrativi è andata via via estinguendosi lasciando solo una banalissima storia all’interno della quale, per un po’, riesce a salvarsi solo Alison grazie a Ruth Wilson e grazie all’aver avuto una backstory appena più accettabile di quella di Noah. Ma se tu, per esempio, hai visto in Noah una grande maestria da parte degli autori nell’approfondire, sfumare e sorprendere, io ho visto solo un Noah ripetitivo e prevedibile, tranne nel finale quando il suo personaggio si è trasformato in una fanfiction su McNulty.

      Rispondi

  12. Fianlmente! condivido totalmente la recensione di Mara.
    Una brutta serie, inspiegabilmente sopravvalutata, una soap e anche di gusto scadente.
    Noia stratosferica.

    Rispondi

  13. Non condivido assolutamente la recensione. Ma ovviamente sono gusti.

    OFF TOPIC

    Mi dispiace ma io ero affezionatissima (tutte le f e le z e le t al posto giusto) al primo “Serialmente”, ora pubblicate pochissimo, non ci sono più le informazioni base sulle serie tv, nessun consiglio su cosa guardare per non ricadere in Criminal minds (a parte i pilot dell’inverno 2014!). Insomma, vi voglio sempre molto bene, ma vi prego datemene di più di serialmente!

    W The affair

    Rispondi

  14. Io sono in accordo con la prima parte della recensione. In realtà fino a metà serie, forse, potevo trovarmi d’accordo con la seconda. Poi la curiosità mi ha spinto ad andare avanti e il tutto è migliorato.
    Io trovo che i cliché e gli stereotipi della serie siano voluto, perché comunque, ad oggi, lo stesso tradimento è possibile considerarlo un stereotipo (basta vedere la percentuale di separazioni e divorzi). Inoltre il “tradire” ha tutta una serie di situazioni base che difficilmente possono non essere stereotipizzate. La cosa interessante, qui, è data dai punti di vista. Dalla dimensione di ricordo, che vediamo confondersi e mutare, in base alle diverse prospettive del racconto. Così come cambiano i personaggi, i quali, veramente, rotolano verso la massima intollerabilità. Se all’inizio, forse, eravamo tutti esaltati per il tradimento, o comunque curiosi, presi anche noi dall’attimo di euforia. Siamo poi approdati alla seconda parte di questo, al ritorno di fiamma, ovvero a quel senso di disgusto: il senso di colpa.

    E sì, forse è vero, The Affair si rifà a delle situazioni da soap (dove il tradimento fa da motore a ogni storia) o a-là Nicholas Sparks (ma con molto meno miele, fortunatamente), ma affonda più le mani in un senso di reale, in quella malinconia che spinge verso l’insoddisfazione di sé di chi ci circonda, che spinge verso il burrone e dà la forza per saltare nel vuoto. Non c’è il paradosso delle soap, non c’è l’estenuante e pruriginoso romanticismo sparksiano. Quello che c’è sono due persone insoddisfatte, circondate da altre persone insoddisfatte (non ce n’è uno che sia chi vuole e dove vuole essere) e in tutto questo caos, le due persone, riescono a incontrarsi e si danno coraggio, vicendevolmente, per saltare, insieme, nel vuoto e verso una nuova storia (v. nuovo libro che scrive Noah, anch’esso sulla base dei ricordi).

    Insomma, se non si è ancora capito, sono un grande fan della serie. In un autunno di novità (prevalentemente) scadenti quello con The Affair non è stato un colpo di fulmine (due puntate non bastano, che poi i colpi di fulmine durano giusto il tempo del fulmine stesso), ma un lento innamoramento e ho grandi aspettative per la seconda serie.

    Rispondi

  15. Mi trovo d’accordo con la bella analisi di Alice.
    In particolare sul punto che rende a me più interessante questa serie, ovvero sull’impossibilità di definire una verità assoluta dei fatti.
    I clichè e gli stereotipi sono uno strumento degli autori, non li vedo come fattori negativi su cui giudicare la scrittura dei personaggi.
    Mi piace la vostra scelta redazionale di proporre due recensioni palesemente in contrasto tra di loro, perchè credo che questa serie non lasci indifferenti, o ti piace per come è costruita, per la novità che si porta dietro oppure la “detesti” perchè non ti trasmette niente di più che una soap opera recitata bene :) .
    Per fortuna sono tra coloro che l’hanno apprezzata, una delle poche ventate di aria fresca dell’autunno seriale!

    Rispondi

  16. Come molti hanno fatto notare, le vicende in sé raccontate in questa serie non sono il massimo dell’originalità, in fondo si tratta di una comune storia di corna e l’omicidio di un personaggio assolutamente secondario (non so voi, ma io facevo fatica a ricordarmi che faccia avesse, ‘sto morto) non vi aggiunge pathos né interesse. Se fosse stata raccontata in modo “tradizionale” e lineare, probabilmente non sarebbe andata oltre al pilot.
    E allora, più che per la storia raccontata, vale la pena dare una chance a The Affair per COME la storia viene raccontata: nel corso dell’episodio più che a vedere cosa facessero, ero molto più interessata a vedere come la visione delle cose divergeva nella memoria dei due protagonisti. Ad esempio ho trovato interessante che ognuno cercasse di giustificare i suoi gesti ed il proprio tradimento: Noah, nei suoi racconti al poliziotto, scarica palesemente delle responsabilità su Allison che, a suo giudizio l’ha sedotto; Allison racconta della propria situazione familiare, difficile e complicata al punto da indurla a tagliarsi, per giustificare il suo stare con un uomo che le facesse dimenticare tutto e che, a suo avviso, l’ha illusa. A tal proposito ho notato che anche le ambientazioni e l’abbigliamento dei due differescono nei reciproci ricordi: Noah ricorda sempre Allison in abitini corti e sbracciati, Allison ricorda se stessa in jeans e maglietta; la prima volta che fanno sesso in albergo nei ricordi di Noah la carta da parati della stanza ha un disegno insegnificante, in quelli di Allison è una tappezzeria fiorita molto ridondante (forse perché gli uomini non notano assolutamente i dettagli?)
    Comunque non abbiamo una serie perfetta: negli episodi dove il punto di vista dei due differisce di poco, la seconda parte, quella di Allison, risulta comunque un po’ ripetitiva e, in definitiva, noiosetta. Inoltre pensavo che si addivenisse ad un finale più forte, mentre nelle ultime puntate mi è parsa abbastanza inconcludente, quasi come se non sapessero più nemmeno loro dove stavano andando a parare.

    Rispondi

  17. La serie sopravvalutata dell’anno. Non è robaccia solo perché Ruth Wilson è sempre bravissima e ogni tanto c’è una bella fotografia e una bella colonna sonora; a questo possiamo aggiungere un buon intreccio che è sempre necessario, anche se portato avanti con lentezza (ultimamente il ritmo di una serie televisiva sembra da impostare in modalità “adagio” non importa se va bene o meno per la serie in questione).
    In definitiva una serie banale, trama scontata con personaggi cliché: dopo il primo episodio, alla telefonata di Alison (qualcosa tipo “dove diavolo sei finito?”), si capisce che alla fine i due sono finiti insieme.

    Comunque, mi chiedo perché tutti questi riferimenti al True Detective del 2014 (chissà come sarà questo del 2015): le due cose in comune non hanno nemmeno il canale. La struttura narrativa è completamente diversa: in The Affair ciò che è mostrato nella linea del passato sono i ricordi/racconti dei due protagonisti, tra l’altro nessuno dei due affidabili. Insomma, un classico e banale flashback che racconta in immagini ciò che sta “ascoltando” il detective.
    In True Detective le informazioni che i due protagonisti restituiscono sono puntualmente smentite (o quasi, in realtà i due detective non condividono ricordi sballati, ma solo ciò che conviene loro far sapere) dalle immagini che sono invece oggettive, cioè un racconto in terza persona.

    Rispondi

    1. Ecco!
      Ero incerta fra due poli: la recupero o no?
      Amo McNulty e pure Ruth Wilson, ma chissà perché la storia non riusciva a convincermi.
      Adesso mi hai convinto tu.
      Di solito condividevo le tue analisi (a proposito, ben tornato! dai, non lasciarci più soli!) per cui, a meno che non mi rompa di nuovo qualche pezzo (come già accaduto in passato più di una volta) mi sa che The Affair resterà ancora lì per un pezzo.
      E’ un periodo di magra ma non così di magra.
      Ho paura di annoiarmi a morte e di trovare odiosi tutti i personaggi.
      Per ora soprassiederò.

      Rispondi

      1. Ti ringrazio della stima (che è reciproca) Luta.
        La mia perplessità per quanto riguarda The Affair è che il 2014 è stato un anno straordinario, con robe come True Detective, Fargo, Manhattan, Halt and Catch Fire, The Honourable Woman per fermarci solo alle novità, eppure critica e premi si concentrano su questa serie che per quanto possa meritare una visione e un minimo di attenzione non è nulla di paragonabile ai titoli già elencati (e men che mai verso TD).

        Comunque anche FX sta per mostrare il fianco: chiudono nella stessa stagione televisiva due pezzi da 90 come Sons of Anarchy (finale meraviglioso) e Justified, che non mi sembrano stiano per essere rimpiazzati con qualcosa allo stesso livello.
        Non so che aspettarmi in questo 2015, anche se ancora non lo definirei periodo di magra. ;)

        Rispondi

  18. Quoto TOTALMENTE Alice! Beh, oddio, totalmente no. Non trovo particolarmente azzeccato il paragone con 24, ma questa serie è un colpo al cuore.
    L’ho trovata magnetica, ammaliante, praticamente perfetta.
    Il mondo di Noah e quello di Alison si incrociano, si toccano, si (e ci) confondono, eppure restano sempre differenti, anche se per piccole, a volte impercettibili differenze.
    A mio modesto avviso, dopo una prima parte di stagione in cui gli autori hanno molto giocato con la presenza del detective, che può indurre a pensare che almeno una delle due versioni sia artatamente falsa, da metà in poi appare evidente che non esistono bugie, bensì ricordi e percezioni diverse, che variano non tanto (e non solo) a seconda del soggetto che ricorda, ma anche in base al momento in cui il soggetto le ricorda.
    Non ho avuto nemmeno per un momento la sensazione di trovarmi di fronte a una soap pseudo-intellettuale, come Mara sembra voler suggerire, ma naturalmente ognuno la vede a modo suo. E – tanto per essere precisi – i miei “must” sono Breaking Bad e i Soprano, non certo Un posto al sole…

    Per me, un FUCK YEAH! assoluto

    Rispondi

  19. Su una cosa concordo con la recensione di Mara: the affair è una soap. In questo non ci vedo nulla di male, visto che in fondo una soap depurata da attori cani, scrittura ridicola, mancanza di location e fotografia smarmellata è pur sempre una storia di amore e corna con una venatura crime. La trama non deve essere per forza scritta da jj abrahms, o procedere per accumulazione.
    The affair per me è uno dei meglio drama dell’anno grazie alla costruzione dei personaggi. Lo sdoppiamento narrativo, pur potendo portare accurate riflessioni sul racconto della realtà, da come l’ho visto è soprattutto servito a sfumare i personaggi facendoli sfuggire dagli stereotipi di partenza.
    Noah nel suo racconto è l’eroe di un (brutto) romanzo, in quello di alison un uomo tormentato in cerca di affetto come lei stessa si dimostra fragile e segnata, mentre dal punto di vista di noah sembra una femme fatale.. Piano piano mi pare che lo stacco fra le 2 versioni vada a sfumare, servendo più a raccontare le vicissitudini famigliari dei due amanti.
    Naturalmente un impianto del genere sarebbe stato ingestibile con attori solo che bravi: tutte e due le coppie e alcuni comprimari gli ho trovati calatissimi nella parte; ruth Wilson e Dominic west capaci di gestire 2 personaggi a testa, riuscendo a distinguerli solo con un gesto o un espressione.
    Insomma, non un capolavoro ne molta filosofia, ma una visione piacevole e intensa nelle emozioni, con gran parte della goduria dovuta al cast. Certo fosse stato un lavoro inglese, asciugata in 6 puntate, probabilmente avrebbe reso meglio. In ogni caso the affair èl’ho trovata poco sotto la seconda stagione di the fall e nettamente superiore ad homeland (bella stagione, ma ormai la qualità drammatica è andata).

    Rispondi

  20. Mah..io ho resistito un po’ di più di voi forse ero ottimista ma poi..concordo!!

    Rispondi

  21. a me The Affair ha lasciato con un grosso “boh” stampato in fronte.
    non è una brutta serie, ma è molto altalenante. l’inizio è intrigante, proprio per l’idea di raccontare i due punti di vista, ma nella parte centrale tutto questo diventa ridondante e noioso, poi verso la fine la serie riprende un giusto ritmo, in cui, mantenendo la struttura, lascia però più spazioa quel che avviene. insomma, una serie dovrebbe dcomunque raccontarci una storia, non necessariamente eclatante (un love affair non lo è), ma di contenuto.
    devo dire che non so come imbastiranno una seconda stagione, perchè più che una serie è un esercizio di stile e temo la noia totale.

    disapprovazione massima per il premio ottenuto, considerando quante belle cose sono uscite nel 2014.

    mi accodo, purtroppo, al dispiacere nel vedere che Serialmente non ha semplicemente modificato la sua struttura, ma che mancano tanto, troppo, segnalazioni di uscite o articoli come questo.

    Rispondi

  22. Ho iniziato a vedere la serie dopo la sua vittoria ai Golden Globe come miglior serie drammatica, considerando che gli anni prima lo stesso era stato vinto da Breaking Bad (una delle serie più belle che io abbia mai visto) pensavo che la cose fosse una garanzia….pensavo appunto….ho sperato fino all’ultimo di ricredermi ma niente questa serie non mi ha convinto per nulla.
    L’ho trovata scontata, sin dall’inizio si capiva come sarebbe andata la cosa e poi, vi assicuro che io non sono una che si scandalizza, ma tutte queste scene di sesso erano necessarie? cioè fossero servite a dare un valore aggiunto alla storia ma almeno la metà secondo me si potevano evitare e magari concentrarsi di più a costruire una trama un po più avvincente.
    Per ora per me è un no…spero nella seconda stagione….

    Rispondi

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>