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Serial, una storia da ascoltare

Prima di inoltrarci nei tecnicismi e nelle definizioni, sappiate che Serial racconta, un episodio alla volta, una storia vera. Un caso di omicidio, per la precisione: Hae Min Lee, studentessa all’ultimo anno di un liceo di Baltimora, è trovata morta —strangolata— 15 anni fa, in un parco. Sei mesi dopo il diciassettenne Adnan Syed, il suo ex ragazzo, viene condannato al carcere a vita. Era il 1999: oggi Adnan ha 32 anni e, da un carcere di massima sicurezza, parla pacatamente al telefono con Sarah Koenig, la giornalista e produttrice radiofonica che per un anno ha riesaminato il suo caso e ha deciso di mettere in discussione quella condanna oltre ogni ragionevole dubbio.

Serial è un podcast, ovvero una trasmissione radiofonica scaricabile da internet (ok, noiosi, non è proprio così. Sto cercando di farla semplice, ok?). I podcast sono un media trascurato: perché non si guardano, forse, passano inosservati ai più. Ed è un peccato, perché si inseriscono perfettamente in una serie di intervalli della nostra giornata, proprio grazie alla peculiarità di non dover essere guardati: quando andiamo al lavoro, quando laviamo i piatti, quando portiamo fuori il cane. Stanno comodi sul nostro smartphone, scaricabili legalmente, gratis, pronti all’uso e all’abuso. Serial, nello specifico, è il “figlio” di This American Life, programma radiofonico e tra i podcast più di successo negli Stati Uniti e nel mondo: hanno gli stessi produttori, ed è nato come suo spin off. La particolarità di Serial rispetto ad altri podcast e rispetto a This American Life è che racconta, a puntate, la stessa storia.

Episodio dopo episodio impariamo a conoscere le basi, fragili, su cui un diciassettenne è stato condannato al carcere a vita. Incontriamo i personaggi. Sentiamo le registrazioni originali delle testimonianze al processo, degli interrogatori, ma anche le voci degli amici, dei famigliari e dei conoscenti che oggi decidono di raccontare le loro memorie di quei giorni. Scopriamo chi era Hae, chi era Adnan e che uomo è diventato. E ci immergiamo fino alle ginocchia nel pantano che sa essere, talvolta, la giustizia.

Sarah Koenig non è un narratore onnisciente né sostiene di esserlo: nonostante la carriera da giornalista non pretende mai di avere un punto di vista distaccato sulle vicende. Non solo il suo coinvolgimento è esplicitato a più riprese, ma ci viene anche detto che questa sua nuova indagine non ha ancora una conclusione. Un anno fa è stata contattata da Rabia Chaudry, avvocato e amica di Adnan, perché esaminasse il caso; da quel momento, racconta, l’indagine è diventata parte della sua vita, un’ossessione quotidiana. Questo ci dà accesso, da spettatori, a due livelli narrativi diversi: da un lato la storia di Adnan e di Hae, le vicende di quel giorno di quindici anni fa e le persone coinvolte nell’indagine; dall’altro il percorso personale di Sarah Koenig attraverso il dubbio sull’innocenza, l’urgenza di trovare una teoria alternativa, un senso di chiusura, e l’indignazione verso un sistema che agisce per ragioni spesso lontane dalla ricerca di verità e giustizia.

Se siete un pochino come me, arriverete a un punto in cui non vi importerà più determinare la colpevolezza o l’innocenza di Adnan. A prescindere da ciò che potrebbe aver fatto 15 anni fa —ed è difficile da dire, trattandosi della vita di una ragazza—, il tema di Serial è l’agghiacciante facilità con cui è stato dato il carcere a vita a un adolescente, sulla base di prove che lasciano, nella migliore delle ipotesi, proprio quei ragionevoli dubbi che dovrebbero ostacolare la condanna.

In Serial ritroviamo tanto di quello che ci manca di The Wire: l’ingiustizia di un sistema, il peso sulle indagini dei continui tagli di fondi, l’accento di Baltimora, Leakin Park. Per dire: uno dei detective che ha seguito il caso ha fatto anche da consulente per il personaggio di Bunk Moreland; Sarah Koenig ha lavorato al Baltimore Sun.
Se lo ascoltiamo in cucina, dopo una lunga giornata, versandoci un bicchiere di vino rosso, ci sentiamo Alicia Florrick mentre ascolta le registrazioni dei testimoni. Vi alzerete in piedi indignati urlando “obiezione” ogni volta che sarà resa evidente una contraddizione nell’accusa o l’incompetenza della difesa.

Per quelli di voi che nel 1999 avevano già raggiunto l’età della ragione, sarà anche un piccolo viaggio nel passato e un esercizio di stile. Vi ricordate cos’avete fatto il 13 gennaio di 15 anni fa? Vi ricordate com’era la vita senza cellulari, senza l’ansia del contatto costante? Cos’avreste pensato se un vostro amico fosse sparito nel nulla, nel 1999? Avreste tentato di contattarlo? E in che modo? Vi ricordate se c’era una cabina del telefono nel parcheggio del supermercato?

Pur essendo molto più di un whodunit, Serial ci trasforma in piccoli investigatori, e scopriamo un piacere quasi infantile nella sensazione di mettere le mani nelle vite reali dei suoi personaggi. Fino agli estremi che si spingono in piena area-disagio: alcuni fan hanno trovato i profili di Facebook e gli indirizzi privati delle persone coinvolte nel caso, hanno ripercorso i luoghi descritti nel podcast, hanno messo in piedi teorie che vedono Adnan come un pericoloso sociopatico. Per questo, e per tante altre ragioni tra cui quella fruizione protetta e responsabile della serialità che qui vi raccomandiamo sempre (falso), il consiglio è di fare un passo in dietro, dopo ogni episodio, e ricordarci che questa volta stiamo parlando di persone vere.

Sul sito di Serial trovate tutte le informazioni per ascoltare, scaricare e iscrivervi al podcast. Cominciate, ovviamente, dall’episodio 1.

Chiara Lino

Ero Bab, poi ho cambiato idea. Nervosa, indisponente e spesso gratuitamente crudele, ama la fotografia e la tortura psicologica. Ah, e gli elefanti. Adesso scrivo anche qui, sempre di tv americana ma in un modo un po' diverso.

26 Comments

  1. La trama di fondo (o meglio il fatto di cronaca) sembra interessante e ci potrebbe persino venir fuori una bella sceneggiatura per un Pilot. Non ho mai ascoltato i Podcast, e non sono una grande fan dei programmi radiofonici: seppur la loro fruibilità sia più adeguata nei momenti morti della giornata, come sottolineato da Chiara nell’articolo, trovo limitante la mancanza di immagini, della potenza visiva. Inoltre questo è un esperimento ancora più difficile fatto su noi europei: per godertelo appieno senza stancarti devi avere una ottima conoscenza della lingua inglese, e senza il supporto dei sottotitoli o delle immagini è difficile non perdere pezzi, anche piccoli, qua e la. Motivo per cui alla fine più che goderti una storia di sottofondo mentre lavi i piatti finisci per doverti concentrare che manco per passare la prova di Listening al test di inglese al Liceo.
    Per cui ammetto la mia inettitudine e passo il piacere a chi ha più orecchio di me, anche se mi dispiace poichè mi aveva attratta la storia di base. Spero qualcuno ne tragga sul serio una sceneggiatura.
    A questo punto si potrebbe aprire un bel confronto sull’efficacia comunicativa del mezzo audio/immagini (tv, cinema) Vs solo audio (radio, podcast), ma temo esulerebbe molto dal contesto dell’articolo.
    Grazie per lo spunto, Chiara!

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    1. Ciao Schina! Rispondo al volo al tuo commento perché sollevi un punto interessante: il problema di comprensione. Avrei dovuto affrontarlo nell’articolo e sono contenta che tu me ne dia l’occasione, magari se vedo che qui non ha abbastanza visibilità lo aggiungo nel testo.

      Quello che tu dici è verissimo: le immagini, la gestualità, aiutano moltissimo la comprensione dei non madrelingua. Ma, al tempo stesso, ciò che io stessa ho faticato a realizzare è che la radio è consapevole di questo limite, e quella radio fatta bene ha degli speaker bravissimi. L’inglese che Sarah Koenig usa per raccontarci le storie di Serial e This American Life non è l’inglese “caratterizzato” che troviamo nelle serie e nei film, impastato da accenti regionali e dall’interpretazione del personaggio, ma un inglese corretto, scandito, spiegato e fluido. Serial non contiene tecnicismi che non vengano spiegati, perché è rivolto a un pubblico “generalista”. Insomma, seguire un podcast in inglese, se è un podcast fatto bene, è meno faticoso di quanto si possa immaginare!

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      1. Posso fare un tentativo (ho ascoltato i primi 5 minuti del primo episodio) ma rimane comunque innegabile che seppur “meno difficile di quanto si possa immaginare” richiede una conoscenza dell’inglese parecchio buona. Però potrebbe essere un ottimo tentativo per migliorare l’ascolto, anche solo a scopo personale, questo si. Ma la storia deve essere davvero davvero ma davvero appassionante: la cosa richiede concentrazione e se lo sforzo non vale il premio, già reggere i primi 45 minuti senza focalizzarsi più sul decidere se la tazza di House sopravvivrà alla lavastoviglie o no, è assai arduo!

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        1. Tutto molto vero, la conoscenza dell’inglese è imprescindibile. Mi premeva sottolineare solo che l’assenza di immagini è molto compensata dalla qualità del parlato.

          E hai ragione anche sulla questione concentrazione: mentre altri podcast a basso coinvolgimento permettono di fare “zoom in” e “zoom out” senza perdersi troppo, Serial richiede un livello di attenzione costante. La buona notizia è che la narrazione è molto coinvolgente. Il trucco per me è ascoltarlo mentre faccio cose meccaniche, tipo pulire casa o camminare da punto A a punto B.

          (no, non sopravviverà alla lavastoviglie.)

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          1. Oh! Finalmente in Italia se ne parla! L’ho scovato per caso grazie ad un tweet di una blogger che seguo, circa un mese fa, e da allora sono entrata nel mondo di Serial (e di Mail Chimp…). L’aspetto della comprensione è fondamentalmente quello che impedirà a questa “serie” di entrare nei discorsi comuni. Nell’ambito della mia famiglia, per esempio, lo seguo da sola mentre faccio cose meccaniche nell’ambito del mio lavoro, per esempio scontornare immagini :-)
            Mio marito avrebbe bisogno di una traduzione simultanea e io stessa spesso mi perdo nel caso delle registrazioni degli interrogatori, per esempio.
            Credo che la Koenig non aspettasse l’enorme successo e nemmeno i migliaia di “redditors” che si sono scatenati in ricostruzioni, teorie, ricerche… L’enorme differenza è che si tratta di una storia vera, le persone implicate sono reali, sono vive e hanno un’esistenza che prescinde delle nostre elucubrazioni.
            In ogni caso è ben fatto, interessante, nuovo, e come altri hanno già detto la colonna sonora è degna di nota.
            La produzione ha chiesto di “donare” per assicurare una stagione 2, che è stata quindi confermata.
            Grazie per l’articolo Serialmente.
            Ne approfitto ancora per chiedere: ma The Knick, l’avete visto!?

      2. Articolo molto interessante! Adesso si tratterà di resistere alla tentazione di binge-listening, per godermelo la mattina mentre vado a lavoro. Credo che cercando in rete sia anche possibile trovare i transcripts. Per il primo episodio è la stessa radio a fornirlo usando anche software di riconoscimento vocale (quindi c’è il rischio che ci sia qualche errore) – http://bit.ly/1z1cVl4

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  2. Articolo molto bello, che fa luce su qualcosa che definire “misconosciuto” è riduttivo.
    Purtroppo non ho molto da dire, perché non ho ascoltato il podcast, e so che se anche lo ascoltassi, mi perderei dei pezzi (anche piccoli) che mi impedirebbero la piena comprensione della storia raccontata. Come Schina, ci vedo però tanto di quel succulento materiale per tirare fuori una serie tv che io chiamerei “True Journalist”…

    PS: Avrei tanta di quella voglia di raccontare una trasmissione radio italiana che “racconta storie” (non vere, ma romanzate a partire da un fondo di verità), ma temo di fare pubblicità e di finire terribilmente OT!

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    1. Consiglia! Pubblicizza! Non è vietato e siamo curiosi e affamati di nuove cose belle a cui sacrificare il nostro tempo!

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  3. Probabilmente lo conoscete già.
    Voi siete qui, di Matteo Caccia su Radio24.
    Un tema, spunti e pezzi di storie degli ascoltatori, una colonna sonora, il tutto mixato insieme da una voce narrante per costruire una “nuova” storia. A me piace molto il concept di base, la costruzione “teatrale”, il contenuto sempre sperimentale, ma capisco anche che ad altri non piace proprio il “pacchetto finale”.
    Ci sono i podcast in rete, e la pagina facebook del programma:

    https://www.facebook.com/pages/Voi-siete-qui-Radio-24/163190700390424

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    1. Little hill, ma Voi siete qui racconta solo storie vere , non romanzate .

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      1. Anche Serial racconta una storia vera!

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        1. Vero, ma quando lo ascoltavo, anni fa, il concept era diverso. Venivano “intrecciate” due o anche tre storie diverse per crearne una nuova. Ora forse ci si “limita” a raccontare solo una storia alla volta fra quelle inviate dagli ascoltatori.
          Anche se poi a volte basta la sola voce narrante, che sia di Matteo Caccia o della Koenig, a incidere sulla “realtà” fino a trasfigurarla, romanzarla. Ma sul labile confine oggettivo-soggettivo, rischiamo nuovamente di andare OT!

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          1. @Little Hill in effetti il programma è cambiato parecchio nel corso degli scorsi 3-4 anni, cioè da quando è in onda.

            @Chiara Lino sì ed è per questo che Serial mi intriga parecchio, oltre che per il fatto di essere un giallo.

  4. Sono uscito mezz’oretta fa dall’ascolto del primo episodio.. e devo ammettere che, anche se sono abbastanza bravo in inglese, Schina ha ragione: qualche pezzo me lo sono perso (più per via di rumori esterni, ma comunque qualcosa non è stato proprio chiarissimo).. Tuttavia posso affermare che riascolterò con ESTREMO piacere il primo episodio. L’intera storia è interessantissima e leggere le note lasciate dalla giornalista dopo il podcast rende il tutto ancora più “bello” (perché si tratta pur sempre di una storia vera, quindi c’è anche quel fondo di inquietudine ad ascoltare le varie testimonianze). Io un tentativo lo consiglierei a tutti!! ;)

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  5. Su Reddit si trovano i transcript (http://www.reddit.com/r/serialpodcast/ , colonna a destra).
    Personalmente trovo che siano 30/40 minuti in cui non viene detto mai nulla di superfluo,anche i momenti di silenzio vengono usati come mezzo per comunicare,per dire all’ascoltatore di assimilare quello che è stato detto perchè tra due secondi si riparte. Il fatto che Sarah Koenig ci abbia lavorato un anno si sente,la serie è costruita in modo che il dubbio rimanga nella mente dello spettatore. Personalmente la mia opinione si basa su quello che viene raccontato durante gli episodi,però in questo modo ho la consapevolezza di essere in balia del narratore,niente vieta di rivelare un’informazione fondamentale all’ultimo minuto dell’ ultimo episodio.
    Serial funziona perchè chi lavora (o ha lavorato) a This American Life sa scrivere e raccontare e riesce a raccontare una storia realmente accaduta ed il relativo contorno di dettagli noiosi ma fondamentali,rendendola accattivante,senza cadute di stile.
    Per quanto mi riguarda è la migliore novità del 2014, il giovedì pomeriggio vedo aggiornarsi il feed e non vedo l’ora di essere in treno per ascoltarmi la puntata.
    P.S. Consiglio per una serie radiofonica più leggera: Cabin Pressure con Benedict Cumberbatch (e Roger Allam). Sta per finire,ma è veramente una gioiellino di commedia trasmessa dalla BBC.

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    1. Concordo, Serial ha una qualità altissima e merita tutta la visibilità che ha. E anche io mi lascio tentare dal subreddit per le analisi e le congetture post-ascolto, anche se devo dire che ne esco quasi sempre con una sensazione di disagio quasi fisica: molti utenti hanno una percezione della giustizia e del ruolo del carcere molto distante dalla mia, e leggere certe opinioni così sicure e categoriche alla lunga mi dà la nausea.

      Sono molto incuriosita dalla serie che segnali! Me la studierò sicuramente.

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  6. ok serialmente è morto , migrerò su altri siti più interessanti … arrivederci e grazie

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  7. BreakingBadass 28 novembre 2014 at 09:31

    Innanzitutto complimenti per la tipologia di articolo. Credo siate gli unici a tenerci aggiornati su tutte le sfaccettature che può avere il “mondo seriale”.
    Colgo l’occasione per andare un filo off topic, sperando di non essere Un problema. Sono ormai solito guardare serie tv/movie in lingua originale sub ita, e a volta senza subs. Devo dire che ascoltare un podcast del genere-quotidianamente- può aiutare molto le capacità di ascolto. Ho studiato inglese al Liceo, e ora sto frequentando un corso ma volevo chiedervi: ma è normale anche per uno che sa veramente bene l’inglese, non capire quasi nulla di TD in lingua originale? Mai avuto così tanti problemi con una serie

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    1. Con TD intendi True Detective, giusto? Perché io non uso i sottotitoli da anni e per True Detective li ho messi. Secondo me è un incrocio tra accenti marcatissimi e importanza dei dialoghi: con una serie del genere vuoi essere sicuro di non perderti niente, quindi fai più fatica.

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      1. BreakingBadass 28 novembre 2014 at 11:56

        Si scusa, sono abituato ad abbreviare. Intendevo come hai intuito True Detective! Matthew sbiascicare è incomprensibile -ahimè- ma anche quando guardo Boardwalk Empire sono costretto ad usare i subs, perché i dialoghi sono troppo importanti ed evidentemente non ho abbastanza capacità di ascolto. Spero di migliorare con il tempo…
        Ci sono serie tipo Breaking Bad o TWD dove i subs non mi sono serviti (nel caso di TWD forse perché i dialoghi sono ridicoli)

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  8. Bellissimo. Ho ascoltato il primo episodio stamattina e vi devo davvero ringraziare per la segnalazione!

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  9. (Leakin Park, argh, fatti adorare un momento…. okkey)
    Non vedo l’ora di (trovare il tempo di) sentirlo! se ne sta cominciando a parlare parecchio, soprattutto per un podcast…
    Belle anche le musiche ( http://pitchfork.com/news/57125-nick-thorburn-the-unicorns-islands-shares-music-from-this-american-life-spinoff-serial/ )

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  10. Grazie!! Molto appassionante già dal primo “ascolto” non avevo idea esistessero questi tipi di prodotti seriali

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  11. Essendo una fan di csi milano mi sono fondata a pesce su questo show e ho già finito tutte le puntate disponibili, ora vorrei un forum in italiano per parlarne… Lo so non è una cosa bella da dire dato che si tratta di un fatto reale. In effetti a tratti qualche dubbio morale sullo show in sè mi viene, ma per ora lo metto da parte, anche grazie all’indubbia qualità con cui è stato fatto. Ho scoperto un nuovo genere! Grazie mille per il suggerimento!

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  12. grazie per la segnalazione del podcast!

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