battlestar galactica

They Had a Plan: 10 anni fa, l’inizio di Battlestar Galactica e il suo realismo sci-fi

Hybrid: Throughout history, the nexus between man and machine has spawned some of the most dramatic, compelling, and entertaining fiction.
3×01, The Passage

Come dar torto all’ibrido, anche se sembra recitare frasi a casaccio con voce monotona e sguardo perso nel vuoto. Da Metropolis a Blade Runner, passando per Philip K. Dick, di esempi se ne possono fare a secchiate, e una delle opere migliori in questo campo ha appena compiuto 10 anni: il 18 settembre 2004 andava in onda 33, il primo episodio di una serie grandissima, Battlestar Galactica (e questo è il momento in cui la sottoscritta si scusa pubblicamente per aver bucato la deadline e completato questo pezzo con qualche giorno di ritardo: perdonatemi, per gli dei di Kobol!).

A dirla tutta, Battlestar Galactica inizia un anno prima, nel 2003, con la messa in onda della miniserie in due episodi da un’ora e mezza l’uno che costituiscono il punto di partenza della storia, e che se non avete mai visto la serie dovete assolutamente guardare prima di iniziare a recuperare le stagioni regolari. A dirla proprio tutta tutta, Battlestar Galactica inizia altri 25 anni prima, nel 1978, quando la ABC e Glen A. Larson confezionano con gran dispendio di mezzi e quattrini una serie sci-fi generalista per inseguire il successo debordante di Star Wars (di mezzo ci sono state pure delle cause legali incrociate per dibattere su chi avesse copiato chi, concluse in un nulla di fatto, perché evidentemente le astronavi e lo spazio non li hanno inventati né Larson né Lucas). La Battlestar Galactica del 2003-2004 è definita ufficialmente reimagined series, una cosa diversa da un remake, e a lavorarci è Ronald D. Moore (con David Eick), uno che di sci-fi ne sapeva, visto che aveva lavorato a tre “spinoff” di Star Trek (The Next Generation, Voyager e Deep Space Nine) e a Roswell (sul fatto che post BSG si sia un po’ perso via non mi addentrerei in questa sede). Dell’originale (che era sostanzialmente uno show per famiglie ambientato nello spazio, con battaglie stellari ma anche ampi stralci leggeri, alieni rettiloidi e perfino un Casinò dell’Universo) Moore e Eick prendono le premesse e la maggior parte dei nomi, poi ne traggono qualcosa di completamente diverso, e a tratti rivoluzionario. Il succo del discorso sta in un manifesto (sì, BSG ha un “manifesto”, tipo il Dogma 95, ma non lasciatevi intimorire) scritto da Moore che si intitola Naturalistic Science Fiction: Taking the Opera Out of Space Opera, un’idea semplice come tutte le idee geniali: facciamo una serie di fantascienza ambientata nello spazio con le astronavi, ma facciamo finta che quello che succede sia tutto vero.
Non che siano stati i primi a pensarci (così su due piedi mi viene in mente tipo Kubrick), ma nell’adesione costante a questo principio sta la forza di Battlestar Galactica: dall’impostazione stilistica alla costruzione dei personaggi, dalla funzione di commento culturale alla portata dei suoi quesiti filosofici e morali, è in questa direttrice perseguita con (più o meno) coerenza che la serie trova la chiave di una straordinaria rilevanza.

Ci sono cose che si ripetono sempre e l’umanità non sembra mai imparare dai propri errori: cercare di conquistare la Russia, per esempio, non è mai una buona idea, e neppure costruire macchine senzienti. Di cosa parla Battlestar Galactica? Di una galassia lontana lontana, in cui un sistema di 12 pianeti ospitava le 12 Colonie di Kobol: i coloniali hanno costruito i Cylon, robot sempre più sofisticati con il compito di alleviare le fatiche dell’umanità, solo che – appunto – le macchine si sono a un certo punto ribellate e hanno dato vita a una guerra sanguinosa contro i propri creatori. Dopodiché, raggiunta faticosamente una tregua, sono spariti per 50 anni e nessuno ne ha saputo più nulla. All’inizio della Miniserie, i Cylon ricompaiono, più evoluti che mai, e NUCLEARIZZANO L’UMANITà INTERA, tranne 50 mila “fortunati” che al momento dell’attacco atomico si trovavano a bordo di una manciata di astronavi, nello spazio. Non paghi del genocidio appena compiuto, i Cylon sembrano determinati a inseguire i sopravvissuti fino alle profondità più nascoste dell’universo e a eliminare anche l’ultimo coloniale esistente. Inoltre: i Cylon si sono evoluti a tal punto da aver prodotto modelli di androidi pressoché indistinguibili dagli esseri umani, alcuni dei quali annidati tra la flotta inconsapevole.
Insomma: in Battlestar Galactica ci sono intelligenze artificiali, robot, astronavi, cyborg, gente che si chiama Apollo, Adama, Athena, battaglie nello spazio, la visione misteriosa di una splendida donna in rosso che parla di un “unico vero Dio”, salti iperluce, profezie e misteri (e, per certi versi, tutto questo dovrebbe bastarvi a urlare «figata!»). Eppure io ora vi parlo di realismo. No, non sono (del tutto) pazza. Seguitemi: JUMP!

THEY LOOK HUMAN.

they look humanPartiamo dal primo tratto distinguibile e inequivocabile: Battlestar Galactica è girato come un documentario. Non esplicitamente, non è un mockumentary come Modern Family o The Office, ma il linguaggio con cui la serie si mette in scena è consapevolmente quello del reportage, del cinéma vérité: camera a mano, inquadrature lunghe, frequenti piani sequenza, movimenti veloci e nervosi, panoramiche a schiaffo, zoom e giochi di focali. Nel lungo piano sequenza che introduce la miniserie (un piccolo saggio di regia, capace di presentarci in pochi minuti quasi tutti i personaggi principali e l’ambiente in cui si muovono e di impostare subito il passo dell’intera serie), c’è un tizio con una discreta faccia da culo e una giacca di velluto, tale Aaron Doral, un addetto alle comunicazioni che sta scortando un gruppo di turisti per la Galactica illustrandone le caratteristiche: «form follows function» spiega, riferendosi al fatto che nulla sulla nave è lasciato al caso. «La forma segue la funzione» vale anche per la serie: lo stile adottato non è un vezzo autoriale, una furbata estetica fine a se stessa, ma raggiunge chirurgicamente lo scopo di calarci dentro la storia e di caricare tutto ciò che vediamo di verosimiglianza (bonus: riduce i costi di produzione, che per una serie sci-fi sono sempre un grosso discrimine per il rinnovo/cancellazione). Gli autori della serie applicano le marche enunciative tipiche di dispositivi veridittivi per amplificare la sensazione che ciò che stiamo vedendo sia reale, o in parole povere: ci fanno vedere quello che succede come se fosse il filmato di una telecamera presente sul posto, all’interno dell’universo diegetico della serie, così a noi sembra automaticamente tutto più vero. Lo sguardo documentaristico utilizzato in BSG non è però quello di un narratore onnisciente, di un regista che sta ricostruendo a posteriori, tramite il montaggio, una storia fotografata e già conclusa, ma è assimilabile a quello di qualcuno che si trovi in quel momento sulla Galactica: la sovrapposizione di sguardi fa in modo che noi si sia lì, sulla nave, in mezzo agli altri, sopravvissuti tra i sopravvissuti, con la sensazione di vivere quel che succede in tempo reale, insieme ai personaggi.

Questo per quanto riguarda il piano filmico. Su quello del profilmico, stessa cosa: la Galactica è un mix tra un sottomarino e una portaerei, non una nave spaziale dal design avveniristico. Anzi è perfino un po’ vintage: i personaggi parlano con telefoni a filo, usano il DRADIS che è solo un radar con un altro nome, salgono e scendono a piedi un’infinità di scalette, attraversano corridoi labirintici e spogli, i meccanici sono sporchi di grasso e riparano le navicelle con le pinze e i cacciaviti, nessuno blatera in technobabble, i piloti sembrano usciti più da Top Gun che da Star Trek, i gradi militari sono identici ai nostri, c’è una struttura politica democratica basata su libere elezioni, and so on. La dissonanza tra l’universo di Battlestar Galactica e il nostro è costruita su piccoli dettagli: gli angoli tagliati che popolano la serie di forme ottagonali, gli scarti nel linguaggio (il famoso frak che sta per fuck), la diffusa fede politeista, e via discorrendo. Accorgimenti che conseguono il doppio obiettivo di creare un ampio universo finzionale arredato nel particolare, mantenendo una fortissima familiarità con il nostro mondo.

THEY FEEL HUMAN.

they feel humanProvate a immaginarlo: un giorno, l’umanità intera viene spazzata via. Di miliardi di persone, restano circa 50 mila sopravvissuti. Il motivo della loro salvezza – il fatto di trovarsi su una nave nello spazio, lontano dai pianeti annichiliti – è ora la loro prigione: ammassati dentro non-luoghi transitori, costretti a dividersi risorse sempre più scarse, braccati da un nemico potente e misterioso, senza alcun posto dove andare se non una fantomatica “Terra” che potrebbe pure non esistere. Quali sarebbero le reazioni più verosimili? Battlestar Galactica non è la classica epica fantascientifica incentrata su eroi buoni contro antagonisti cattivi. Nessuno dei personaggi principali è eticamente e moralmente inattacabile (con l’esclusione, forse, di Lee “Apollo” Adama), tutt’altro. Il viaggio della Galactica è costellato di errori e di scelte terribili, ognuna delle quali obbliga di volta in volta lo spettatore a mettere in discussione le proprie certezze. Prendiamo ad esempio il pilot 33: cinque giorni dopo gli eventi raccontati nella miniserie, la flotta di superstiti protetta dalla Galactica continua a fuggire dai Cylon grazie a continui salti iperluce. I nemici riappaiono puntualmente, ogni 33 minuti, riuscendo sempre a rintracciare le coordinate dei coloniali. L’episodio rafforza la nostra identificazione con i personaggi umani, oltre che attraverso gli espedienti stilistici detti sopra, anche con la quasi coincidenza dello svolgimento temporale: i 33 minuti di angoscia che intercorrono tra un attacco e l’altro sono raccontati quasi in tempo reale, così da farci percepire efficacemente l’ansia, la stanchezza, la frustrazione dei personaggi. A un certo punto, però, si scopre il motivo della persistenza dei Cylon: c’è una nave, l’Olympic Carrier, che è “tracciata” dai nemici. Dilaniati da enormi conflitti morali, il Comandante Bill Adama e la Presidente Laura Roslin prendono una straziante decisione: distruggere l’Olympic Carrier, con tutto il suo carico di civili a bordo. Questa è solo la prima delle scelte cruciali che i protagonisti dovranno affrontare e, in un certo senso, sarà pure il loro peccato originale (la ricorderà ancora Lee nel difendere Gaius Baltar al processo che conclude la terza stagione): giusta o sbagliata? L’annientamento dell’intera razza umana è dietro l’angolo e modifica implacabilmente l’orizzonte morale dei personaggi, ma allo stesso tempo si riannoda a un altro dei fili rossi tematici che tengono insieme la serie: non è sufficiente sopravvivere, bisogna essere worthy of survival. Nella continua rinegoziazione di questo confine sta una delle sfide più appassionanti di Battlestar Galactica, incessantemente rilanciate allo spettatore, puntata dopo puntata.

Battlestar Galactica, a differenza della maggior parte delle space opera, non è una narrazione plot driven, ma character driven. La capacità di creare caratteri complessi, sfumati, ambigui è uno degli strumenti con cui la serie si rende imprevedibile e, ancora una volta, realistica. Quel che succede è conseguenza diretta delle scelte dei personaggi, che in un cast corale sono molte, contraddittorie, generatrici di effetti domino incastrati e sovrapposti. They have a plan, ripete l’incipit della sigla per almeno due stagioni, riferendosi ai Cylon, ma quale sia questo piano non lo sapremo, davvero, mai (o meglio, è molto più banale di quel che vorremmo). Come per le domande mai risposte di Lost, qualcuno si è indispettito per quest’assenza di risoluzione, ma per quanto mi riguarda, più si susseguono gli episodi, più i Cylon diventano “umani”, più appare chiaro che non può esserci alcun piano, perché quel che accade in Battlestar Galactica – così come avviene nella realtà – non segue una strada prefissata ma dipende da una moltitudine di imprevedibili variabili, impossibili da controllare o pianificare.

THEY REBELLED. THEY EVOLVED.

they rebelledUna delle intuizioni migliori di Moore e Eick è quella di rendere i Cylon “created by men” e di introdurre gli androidi uguali (quasi) in tutto agli esseri umani. Nella serie originale i Cylon erano sì intelligenze artificiali ribellatesi ai loro creatori, ma questi creatori erano una razza aliena dalle fattezze rettiloidi: i Cylon si presentavano in due forme, quella dei Centurioni robotici e quella dei Leader, identici alla specie che li aveva generati. Nella reimagined series non ci sono razze extraterrestri, e questo è innanzitutto un ottimo modo di aderire all’istanza realistica che è cardine del nuovo show. Ed è anche – gli autori lo hanno dichiarato – un modo intelligentissimo di risparmiare sugli effetti speciali (form follows function, sempre!). Ma concede alla writing room pure un serbatoio drammatico profondissimo: all’inizio della serie, il fatto che i Cylon siano indistinguibili dagli umani acuisce la paranoia (di personaggi e spettatori), perché il nemico può nascondersi dentro qualunque personaggio. Che ci sono 12 modelli di Cylon umanoidi lo scopriamo alla fine della Miniserie, alcuni di questi li conosciamo subito, per altri ci vorrà più tempo, per i Final Five le ultime stagioni. Non solo gli umani hanno paura che i loro vicini possano essere Cylon, ma a un certo punto cominciano a sospettare di poter essere essi stessi Cylon, a propria insaputa («some are programmed to think they are human»). In questa scelta, Battlestar Galactica si riallaccia a un prolifico filone filosofico-fantascientifico, quello che cerca, ancora una volta, di tracciare un confine, di rispondere a una gigantesca domanda: cos’è umano (e dunque worthy of survival)? Se l’uomo crea un androide in grado di fare esperienze, conoscere, imparare, provare dei sentimenti, formarsi delle memorie, cambiare, esattamente come un essere umano, quand’è che l’androide smette di essere una “cosa” e inizia a essere una “persona”? E, di riflesso, quand’è che le sue azioni smettono di essere responsabilità di chi l’ha creato e diventano responsabilità dell’androide stesso?

L’artificio si fa dunque specchio e amplificatore dei conflitti morali di cui si parlava più su, e nello stesso tempo adempie a una gustosa funzione metatestuale: vediamo letteralmente costruirsi sotto i nostri occhi i personaggi Cylon, che inizialmente sono come adolescenti irrequieti e impulsivi (“children of men”), e nel fare esperienza dell’esistenza, nell’entrare in contatto con l’altro, formano un’identità sempre più distinta (Sharon Boomer e Sharon Athena non potrebbero essere più distanti, così come le numerose manifestazioni di Number Six) e – di nuovo – incredibilmente autentica. E pure perfettamente aderente alla condizione di paranoia diffusa e di perdita d’identità (all’impossibilità di definire il nemico segue quella di definire se stessi) caratteristica del momento storico in cui Battlestar Galactica è approdata sui teleschermi americani.

THERE ARE MANY COPIES.

there are many copiesQuando abbiamo parlato di Lost, in tutti gli interventi, in un modo o nell’altro, è venuta fuori una connotazione della serie in relazione al contesto in cui è andata in onda. Battlestar Galactica ha messo in campo un’experience per certi versi simile a quella di Lost: anche qui c’era un’universo complesso da decifrare, una discreta quantità di misteri da risolvere e ampio materiale per formulare ipotesi, per trastullarsi in una grossa speculazione collettiva. Se, forse un po’ più di Lost, l’esperienza Battlestar Galactica si può ripetere anche sparandosi ora un bel binge-watching, una porzione gigantesca del “naturalismo” della serie e della sua connessione con il reale è anche collegato al periodo in cui è andata per la prima volta in onda. Insieme a 24Battlestar Galactica è stata probabilmente la serie che più ha riflettuto sull’America e sul mondo post 11 settembre 2001, condividendo le sue scelte stilistiche con altre opere cinematografiche che “parlavano” dell’attentato (Cloverfield, Redacted) e favorita ovviamente dalla sua stessa premessa: uno spropositato e del tutto inatteso attacco terroristico che ha precipitato il mondo nella paura, nella paranoia, nell’incertezza, e conseguentemente in uno stato di “guerra infinita”. Inizialmente, è stato quasi automatico leggere Battlestar Galactica come un’allegoria della situazione politica nazionale (mi riferisco agli Usa, ovviamente) e internazionale, al punto che – e la cosa mi ha sempre fatto un po’ sorridere – le prime due stagioni piacevano un botto ai critici conservatori: i Cylon erano jihadisti fanatici, sempre a blaterare dell’unico vero Dio e di come gli uomini meritassero l’estinzione a causa del loro stile di vita immorale e decadente; i coloniali erano gli statunitensi, spaventati e angosciati, timorosi che chiunque potesse essere un terrorista infiltrato, e Laura Roslin era “evidentemente” George W. Bush, investitura divina compresa (in due occasioni pronuncia addirittura una frase attribuita a Bush Jr.: «The interesting thing about being a president is that you don’t have to explain yourself to anyone»). Immaginate la doccia fredda della destra Usa quando, alla fine della seconda stagione, i Cylon invadono e occupano New Caprica con il dichiarato proposito di esportare la democrazia, pardon, il monoteismo, e salvare i coloniali da se stessi, instaurando un governo fantoccio e creando perfino una polizia composta da esseri umani. Gli episodi ambientati su New Caprica richiamano inevitabilmente la guerra in Iraq e in Afghanistan, così come, più volte nella serie, si affronta la questione della tortura, mentre stanno esplodendo gli scandali di Guantanamo e Abu Grahib. Non ho mai pensato che Battlestar Galactica fosse davvero un’allegoria, e nemmeno precisamente una metafora, ma mi ha sempre stupito la capacità di essere commento immediato e approfondito dell’attualità, sottolineando la complessità del reale piuttosto che fornire spiegazioni lineari e comode. La scelta di rendere i Cylon “figli degli uomini” si adatta a un ennesimo significato: chi ha creato i presupposti per l’interminabile guerra al terrore, in certa misura, se non gli americani stessi? Non ci sono forse colpe ed errori da rintracciare nel passato e nella storia («Sooner or later the day come when you can’t hide from the things that you’ve done anymore», dice Adama nella miniserie)? Sia come sia, è lampante quanto Battlestar Galactica, seppur non esattamente una copia dell’Occidente, parli esplicitamente di noi, problematizzando il presente.

Ma anche svincolata dal contesto post 9/11 (una chiave d’analisi che per un certo periodo è stata fin troppo abusata riguardo ai prodotti audiovisivi), la reimagined series s’intreccia inestricabilmente con l’immaginario occidentale, soprattutto americano, spesso citandolo esplicitamente: l’immagine del giuramento presidenziale di Laura Roslin (vista nella miniserie e ripetuta nella sigla) è ricalcata su quella famosissima fotografia di Lyndon Johnson che assume gli obblighi presidenziali sull’Air Force One dopo l’assassinio di Kennedy; la sequenza in cui Cally spara a Boomer assomiglia all’assassinio di Lee Harvey Oswald; il muro in cui la flotta raccoglie fotografie e ricordi dei dispersi e dei morti, prima con la speranza di ritrovarli e poi per omaggiare la loro memoria, è “lo stesso” dei newyorkesi ai piedi delle Torri sbriciolate; il conteggio dei sopravvissuti continuamente aggiornato dalla presidente è opposto e speculare a quello delle vittime di guerre, attentati e catastrofi; l’arco narrativo dedicato al processo a Baltar segue le tappe di un classico courtroom drama, genere in cui la cultura americana rimette in scena, ri-celebrandoli, i valori fondativi della propria democrazia. Il complottismo diffuso (“they have a plan”) poi è una chiave di lettura della realtà sempre presente nella cultura occidentale, acuita nei periodi di crisi. E, in generale, Battlestar Galactica si muove secondo due segni formali attraverso cui l’America si è sempre raccontata: l’assedio e la frontiera. Concedetemelo: lo spazio profondo in cui fuggono i nostri protagonisti è la stessa wilderness che spaventava e insieme nutriva gli esploratori che avanzavano verso Ovest, verso il miraggio di un mondo nuovo in cui ricominciare. E’ una storia antichissima, archetipica e che non smette mai di funzionare: Battlestar Galactica ce l’ha raccontata, di nuovo, riuscendo a rideclinarla nell’attualità attraverso un prodotto squisitamente fantascientifico.

SO SAY WE ALL

NUP_111710_1900Come forse avrete intuito, potrei continuare a parlarvi di Battlestar Galactica per altri mille paragrafi, gli spunti di riflessione sono talmente tanti che sono riuscita a trattarne solo una parte ridicola. Non ho detto nulla, per esempio, dell’ottima colonna sonora, di quanto abbia amato profondamente il personaggio di Kara Thrace e gli addominali di Lee Adama, di come l’old man sia un po’ il mio nonno ideale, del fatto che a un certo punto c’è pure Xena, cioè Lucy Lawless, di come probabilmente Gaius Baltar sia il personaggio più irritante di sempre dopo Joey Potter, di come il finale della seconda stagione mi abbia fatto lo stesso effetto del “we have to go back” di Lost, e di un mucchio di altra roba. Ma, ehi! I commenti sono lì apposta. Non mi addentrerei nelle considerazioni sul series finale, che tantissimi hanno detestato e che, secondo alcuni, sarebbe uno sfacciato tradimento del realismo di cui vi ho parlato: il problema probabilmente è che le serie tv sono fatte per durare e non sono, quasi mai, molto brave a finire. Che siate tra i soddisfatti o tra i delusi, come in altri casi l’esperienza Battlestar Galactica è fatta di tutto quel che viene prima dell’ultimo episodio. Almeno per me, ed è stata anche inaspettatamente, intensamente vera.

«Starbuck, what do you hear?»
«Nothing but the rain»
«Then grab your gun and bring home the cat»
«Boom boom boom!»

sigh

Alice Cucchetti

Mi piacciono le canzoni con i finali tristi, gli androidi paranoici e i paradossi temporali. Scrivo sul settimanale Film Tv, curo le pagine della televisione per il mensile Nocturno e recensisco film e altro su Mediacritica. Non aggiorno mai il mio blog perché passo tutto il mio tempo su Tumblr.

54 Comments

  1. ho sempre odiato le serie tv che trattano di astronavi e viaggi spaziali, ma ho adorato BG…è qualcosa di piu’ di un’atronave nello spazio, parla dell’uomo e dei suoi rapporti.
    Se poi i personaggi sono ben caratterizzati e gli attori di alto livello (su tutti il comandante Adama…), la serie segue sempre un filo logico con pochi episodi filler (la terza serie tuttavia in questo pecca parecchio…) beh diciamo che ci si trova di fronte ad una seie che balza a piè pari sulla mia top, anzi sul podio dietro solo a Breaking Bad e alla pari di Soprano, Oz, ER.

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    1. “ho sempre odiato le serie tv che trattano di astronavi e viaggi spaziali, ma ho adorato BG”

      Idem :D
      E Firefly :)

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  2. Innanzitutto complimenti per il bellissimo articolo, adorai questa serie, la amo ancora e tu hai spiegato il perché è un capolavoro, anche se sono fra quelli che hanno detestato il finale. Vorrei proporre solo un motivo alternativo al perché molti (alcuni) di noi hanno trovato il finale difficilmente digeribile. Non è per la mancanza di realismo ma per la filosofia che sottende la scelta di rinunciare a tutta la tecnologia e la scienza e mischiarsi coi primitivi. Intendiamoci i segnali c’erano tutti che gli autori di BSG probabilmente non fossero grandi amanti di scienza e tecnologia (mi sorprende leggere che uno venisse da Star Trek, un infiltrato doveva essere nella scuderia creata da Roddenberry xd) l’onnipresente elemento religioso, il gusto vintage negli allestimenti (anche se per quest’ultimo è più efficace forse la tua chiave di lettura sulla ricerca del realismo), l’intelligenza artificiale che deve per forza risolversi in una catastrofe (anche se bisogna dire che questa era la premessa per mettere in moto la serie ma nessuno direbbe che i Cylon siano semplicemente cattivi, però la scena finale ti fa pensare, l’hai detto tu stessa che sia un errore seguire quella strada, un errore che l’umanità continua a perseguire) etc… fatto sta che comunque questa è l’impressione che ha lasciato a me e ad altri, ma il pubblico che inizia una serie di fantascienza è formato anche di appassionati del genere e gli appassionati del genere fantascientifico, specialmente chi legge i libri, sono nella quasi totalità scienza e tecnologia entusiastici, quindi quella scelta cozza contro tutto quanto quello in cui credo. Non per niente una delle mie citazioni preferite è: “Una cosa ho imparato nella mia lunga vita: che tutta la nostra scienza è primitiva e infantile eppure è la cosa più preziosa che abbiamo. ” (A. Einstein)

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    1. Si, Ron Moore viene da Star Trek, non solo, ne è stato uno dei più importanti sceneggiatori e anche se non ricordo male produttore esecutivo. E gli episodi che scriveva non erano così lontani e diversi da quelli che scriveva per Battlestar Galactica pur nell’universo trekkiano. E’ stato praticamente il “creatore” dei nuovi Klingon in The Next Generation e ne ha scritto tutta la saga, che poi ho proseguito in Deep Space Nine. In quest’ultima è entrato nella quarta stagione e infatti la serie fa un grande passo in avanti rispetto alle prime tre pallide stagioni. Da lì in poi credo che di fatto ne fu lo showrunner.
      In Voyager invece se ne è andato quasi subito, per divergenze con lo showrunner e non credo che abbia scritto più di due o tre episodi. Infatti non lo citerei nemmeno come sceneggiatore dello show.

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  3. Io invece ho sempre amato la fantascienza soprattutto quella spaziale (anzi in Tv ho guardato quasi solo quella) e ho amato Battlestar Galactica, ma non incondizionatamente come molti. Infatti non la metterei nella mia top 10 delle serie televisive. Un pò perchè non ho mai capito (o meglio non è mai stato spiegato) il piano dei Cyloni (un pò confusi anche loro, prima vogliono sterminare, poi vogliono costruire un nuovo mondo con gli umani mah…), non ho mai sopporttato il blaterare sull’unico Dio di Six (i personaggi che si fanno menate filosofiche non li ho mai retti) e non ho mai sopprotato Baltar, ma….ma non sono affatto rimasta delusa dal finale. E’ vero molti fili narrativi (vedi sopra) si sono rivelati “fuffa”, ma almeno l’uncia cosa che importava a me (il ritrovare la Terra) è stata risolta. E non mi è nemmeno spiaciuto il come! Infatti che Battlestar Galsctica fosse altamente filosofico-religiosa si capiva dal primo episdoio. Certo a molti interessava molto di più la metafora politica ma io ce l’ho vista fino a un certo punto. Non comunque come elemento fondante della serie.

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  4. Mai forse come in questa serie possiamo dire che l’ambientazione serve solo ad analizzare i personaggi e le loro evoluzioni…poteva essere ambientato in una prigione, in un laboratorio in antartide…bastava un luogo chiuso. Per questo quindi l’elemento scientifico è trattato con abbastanza superficialità.
    PS finalmente parlate di una serie con una sua dignità dopo la sbandata di ben tre articoli sul nulla assoluto di True Blod
    PS2 ma parliamo di quanto sono sexy le silone…la fidanzata di Gaius Baltar da noi rinominata Sylona Stanler (o sinona…)
    PS3 il finale è abbastanza tranquillo, un po’ scontato, ripreso forse da “l’eterno Adamo” di Verne.

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    1. “PS finalmente parlate di una serie con una sua dignità dopo la sbandata di ben tre articoli sul nulla assoluto di True Blod”

      Yep.

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  5. Scusate l’OT, ma la funzione Edit a questo form non è possibile inserirla?

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  6. Non sapevo ci fosse chi ha detestato il finale. Spero sia uno scherzo.

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    1. Se cerchi un po’ su internet, potrai trovare numerose ed interminabili discussioni sul finale di BSG :)

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    2. A me il finale, inteso come ultima/e puntata/e è piaciuto. L’ho trovato molto poetico e, sono convinto, fosse nella testa degli autori sin dall’inizio. Il problema è tutto quello che c’è tra l’inizio della terza stagione e la fine che nei migliori dei casi è noioso e nei peggiori è random. Secondo me è mancata all’inizio una decisione precisa, da parte degli autori, della storia dell’umanità precedente alle 12 colonie, se non un vago ‘ciclo ripetuto di distruzione e rinascita’.

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    3. Uno scherzo?
      A meno che tu non faccia come me – e cioè considerare la serie finita 9 episodi prima del previsto – il finale di BSG è tipo Indiana Jones 4, Alien 4, Jar Jar Binks. Da rimuovere.
      E non parlo delle scelte che fanno i personaggi. Parlo del fatto che per 4 stagioni ci hanno giurato che era tutto scientifico. E che c’era un piano (non solo quello dei Cylon). E che il sogno dell’opera aveva un senso. E che la musica che sente Kara aveva un’origine nel suo passato.
      E poi in 10 minuti:
      * Il sogno è una premonizione
      * La musica delle coordinate per la terra
      * La battaglia viene decisa da un cadavere (!) che spinge un pulsante e attiva l’ultima testata nucleare disponibile
      * Kara è un angelo
      * HeadCaprica e HeadGaius sono angeli
      ….
      Come si può non odiare un finale simile, dopo aver amato letteralmente questa serie tv?

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      1. Sono sostanzialmente d’accordo. Quello che mi ha deluso del finale è che il misticismo e il soprannaturale, da elementi introdotti per via delle interessanti possibilità che offrivano per parlare della natura umana, assumono una consistenza “reale” nel contesto diegetico dell’opera e finiscono quindi, a mio avviso, per diluire quella che fino a quel punto era stata una vera e propria epica della specie umana.

        Si aggiunga poi che la loro funzione appare solo come espediente per strizzare l’occhio allo spettatore con un colpo di scena finale e direi che non ci si può stupire se qualcuno considera gli ultimi 10 minuti come un’esperienza da cancellare.

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      2. Esatto. Guardare una serie di fantaSCIENZA e scoprire negli ultimi minuti che tutto è andato come è andato “perché dio ha voluto così” mi ha fatto vorticare furiosamente un paio di cose. E in più era anche pieno zeppo di assurdità che contraddicevano tutto quello che era stato detto nelle stagioni precedenti (vedi per esempio la “seconda” Terra).
        Insomma: uno dei finali di serie più grotteschi mai visti.

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    4. Io ho adorato il finale :)

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      1. Sei il tredicesimo Cylon!
        :D

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  7. infatti è stata la prima serie che io abbia visto con un finale coerente e che ha chiuso il cerchio…vabbè allora guardatevi Lost che quello ha un bel finale.

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  8. “di come probabilmente Gaius Baltar sia il personaggio più irritante di sempre dopo Joey Potter”.
    Non sono assolutamente d’accordo! E’ uno dei personaggi migliori della serie e perno principale delle prime 2 stagioni. Anzi secondo me è stato volutamente ridimensionato dalla terza in poi per dare più spazio agli altri.

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    1. No, ma Baltar è un gran personaggio! Il fatto che io volessi prenderlo a pugni tutto il tempo non lo rende meno grande e affascinante! ;)

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  9. Articolo interessante e ben scritto, davvero. Nemmeno io sapevo ci fosse chi aveva detestato il finale, io non sono religiosa eppure ho adorato il modo in cui BG si pone e pone domande filosofico-religiose in modo assolutamente non superficiale e con 5 stagioni, personaggi indimenticabili e a tutto tondo, un finale secondo me davvero da brividi – e l’originale e perfetto utilizzo di una canzone tema che e’ una delle mie preferite di sempre – riesce a creare una vera e propria mitologia che per ora resta insuperata..

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  10. Per me esistono tre serie chiamate BSG.
    La prima, composta dalle prime due stagioni, è una serie che pone un nuovo riferimento per la fantascienza in tv, utilizzando in modo intelligente la religione come elemento caratterizzante. Una serie che ‘deve essere vista’.
    La seconda, che inizia più o meno con la terza stagione, è una serie che girovaga senza una meta prendendo tempo e allungando il brodo a dismisura.
    La terza, cioè la quarta stagione, è una serie malata terminale di lostite che abbandona il concetto di causa-effetto per ‘lo stupore’ e usa la religione come scusa per far accadere cose senza senso.

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    1. Penso che ci sia del vero in quello che dici, anche se non sono del tutto d’accordo in generale.
      Però:

      – I primi 5 episodi della terza stagione sono a mio avviso estremamente interessanti per via dei motivi già ricordati nel post. In particolare l’inversione di ruoli, con i “buoni” che cominciano ad adottare tattiche tipicamente terroristiche per combattere la guerra contro i Cylon, è un espediente efficace nel suscitare riflessioni. Irretisce perché i Colonials sono quelli con cui lo spettatore si è identificato di più fino a quel momento e poi colpisce con il ribaltamento di prospettiva (per uno spettatore Occidentale)
      Il discorso di Soul di fronte alle rimostranze di Laura che non approva l’uso di kamikaze imbottiti di esplosivo rimane uno dei momenti più alti della terza stagione.


      L: I don’t care that it’s effective, I don’t care that the Cylons can’t stop it. It’s wrong. No more suicide bombings, Colonel.
      […]
      S: You see? Little things like that don’t matter anymore. In fact not too fraking much really matters anymore. I got one job here lady, and one job only: to disrupt the Cylons, make them worry about the anthill they have stirred down here, so they are distracted and out of position when the Old Man shows up in orbit. The bombings? They got the Cylons’ attention. They reeeally got their attention and I’n NOT giving that up.

      L: We are talking about people blowing themselves up.

      S: You know? Sometimes I think that you’ve got ice water in those veins and other times I think you are just a naive little schoolteacher. I’ve sent men on suicide missions in two wars now and let me tell you something: it don’t make a godsdamn bit of difference whether they are riding in a Viper or walking out onto a parade ground. In the end, they are just as dead .
      So take your piety and your moralizing and your high minded principles and stick’em someplace safe until you’re off this rock and you’re sitting in your nice cushy chair on Colonial One again. I’ve got a war to fight.

      Per quanto possa apparire un corpo estraneo fuori posto, Unfinished Business con la sua messa in scena corale rimane uno degli episodi cui sono più affezionato.

      – Il decismo episodio della quarta stagione per me vale da solo l’intera serie: una delle puntate più ricche di tensione tra quelle proposte da BSG.

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      1. Sono d’accordo!
        E’ vero che il network nella terza stagione aveva imposto episodi più autoconclusivi, ma tra questi ce ne sono di molto belli, soprattutto Unfinished Business che secondo me è uno dei più belli della serie.

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  11. Riguardo la questione del finale di Battlestar Galactica, sì, esiste gente a cui non è piaciuto, tipo me. Perché è qualitativamente inferiore a tutta la serie che l’ha preceduto, ma proprio a un livello basilare di scrittura: abuso del deus ex machina (in questo caso si scomoda proprio Dio in “persona”), sciatteria nelle risoluzioni (non mi fate parlare di Kara, per favore), niente più grigiore e ambiguità (umani buoni, cylon cattivi), decisioni random (la già citata questione “basta tecnologia”) con in più moraletta finale banale che spiattella il significato del finale come se non fossimo abbastanza intelligenti da arrivarci. Se ci sono finali contestabili da un punto di vista di contenuto e scelte autoriali (The Sopranos, Lost) ma che sono coerenti con le ultime stagioni delle serie in questione, quello di BSG mi pare proprio scritto da altre persone. Più che un finale a me è parso una fanfiction del finale.

    Detto questo, l’articolo di Alice mi ha fatto voglia di rivedermi tutta la serie, magari skippando il finale. Perché per quanto possa avermi deluso non mette in discussione la grandezza di una delle serie migliori di sempre.

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    1. HeadCaprica… HeadGaius… ho ancora il sangue che esce dagli occhi T_T

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  12. adesso mi prendo le offese di qualcuno…perchè i Soprano hanno un finale?? O meglio bella serie ma alla fine cosa è cambiato dalla prima puntata…
    che non va piu’ dallo psicologo…

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    1. Penso che per finale intenda “i famosi” 15 secondi finali.

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  13. Curiosità: la sigla iniziale (molto bella) è un Mantra, il famosissimo Gayatri Mantra

    http://forums.syfy.com/index.php?showtopic=2273353

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  14. Questo articolo mi ha definitivamente convinto: recupererò la serie quanto prima!

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  15. Complimenti per l’articolo, mi piacerebbe puntualizzare su alcuni punti, ma poi corro il rischio di passare per uno stupido pignolo (cosa che peraltro sono) e l’articolo è davvero ben fatto!

    Da ragazzino per sbaglio avevo visto una riproposizione del vecchio Battlestar Galactica, ma devo ammettere non mi aveva conquistato, Start Treck era ai miei occhi di ragazzino superiore.

    L’ho recuperata in seguito e quando poi è uscita la “nuova”…
    WOW
    Niente da aggiungere, se non che faccio parte della schiera scontenta del finale, ma amante della serie nel suo complesso.

    Dove diavolo sono finite le space operas?!?!

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    1. Puntualizza pure! C’erano così tante cose che volevo dire che il rischio di non essermi espressa bene è elevatissimo…

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  16. Ma solo io ho sempre pensato che il piano dei Cyloni fosse semplicemente quello di perseguitare ciò che rimaneva dell’umanità come estremo gesto di odio da parte dei “figli” nei confronti dei genitori?

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    1. Sì, io l’ho inteso così, con in più, se vogliamo parlare di un “piano” più articolato per gli avvenimenti della prima stagione, c’era indubbiamente quello di infiltrare cylon umanoidi nella flotta per sabotare i sopravvissuti, come “spiegato” nel tv movie The Plan. Per quello nell’articolo ho parlato di “piano più banale di quanto vorremmo”. C’è poi anche tutto il tema ricorrente della procreazione, che pure è interessante perché i Cylon, o almeno alcuni tra loro, nonostante siano praticamente immortali e possano riprodurre copie di se stessi all’infinito, sono ossessionati dalla propria incapacità di procreare come gli umani. Tutta la storyline di Starbuck su Caprica e delle firm va in quella direzione, così come la nascita di Hera (che all’inizio era pilotata dai Cylon, solo che non potevano prevedere la ribellione di Athena): ma, come ho cercato di dire nell’articolo, soprattutto i personaggi Cylon si evolvono, cambiano, sviluppano delle individualità, arrivano pure a una guerra civile interna e dunque “il piano”, se anche c’era inizialmente, a un certo punto scompare per forza…

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  17. Twelvecentric 20 ottobre 2014 at 15:15

    Ma il ‘Dio’ di BSG non era un ‘Not-God’ (probabilmente un alieno più simile all’idea umana agli dei greci o un alien tech sfuggente e lascivo ma non necessariamente un alieno ‘divino’, e non davvero un dio abramitico) lasciato all’interpretazione dello spettatore? Per me BSG è stata una serie frustrante ma occasionalmente bella, avrei preferito vedere umani più complessi, repellenti e spregevoli (intendo i personaggi principali) e cylons davvero più approfonditi, simpatetici e diversificati nelle loro posizioni. Belle gemme qui e là (es. Miniseries, Pegasus, Razor, Notion, Exit) ma anche evidenti episodi inutili e junk (esempio tanti episodi della stagione 4.5, tipo Disquiet e Deadlock e altri) e un’architettura interessante ma a volte frettolosa e pasticciona.

    As an aside, i “they” del piano non erano i Cavilli? Non era l’idea far sperimentare ai loro creatori (Ellen e gli altri ubriaconi) l’umanità e poi, eventualmente, estinguerla? :)

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  18. All’epoca sentii dire che dopo la seconda stagione il network aveva imposto agli autori un cambio di rotta, con molti più episodi autoconclusivi e storie più accessibili anche ad un pubblico che non aveva seguito tutta la serie fin dall’inizio.

    Non so se è vero ma contrariamente all’idea di molti qui che si lamentano solo del finale, per me la serie è calata moltissimo dopo la seconda stagione (a parte qualche picco qui e lì) fino ad arrivare ad un finale un po’ così che non poteva cmq risollevare una serie ormai alla deriva (tutte le cazzate, i deus ex, gli angeli ecc.).

    Continuo a considerarla una delle migliori serie che ho visto ed è anche un curioso esempio di come e quanto può evolvere un personaggio nell’arco di una serie: da un certo punto in poi ho iniziato a detestare alcuni pg che inizialmente mi piacevano (starbuck – appena passa da maverick a profeta diventa insopportabile, per non parlare del suo splendido comportamento con i fratelli adama… – , gaius – una specie di tyrion nelle prime 2 stagioni, una palla assoluta nel resto -, ecc.) e ad amare altri che inizialmente mi stavano sulle palle, in particolare l’XO che passa dal bastardo dei primi ep ad essere una “persona” anche migliore del comandante.

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  19. Mai vista perchè mi avevano detto che era religiosa a livelli acuti ed io ho un’allergia per qualsiasi cosa abbia la parola religione usata da qualche parte. Vedrò se riesco a fare binge-watching vista il grande amore che Alice mette nelle sue parole. Una serie che stimola un amore simile se lo merita di sicuro.

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    1. Io sono probabilmente la persona più atea di questo mondo e odio la religione con tutta me stessa. Eppure ho AMATO tanto tanto tanto BSG. Non è solo religione, dagli una chance ;)

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  20. Bell’articolo, probabilmente inizieró a guardare BG, anche per nutrire un po’ il mio lato nerd, però non posso non dirlo, mi mancano le vostre recensioni, sono già passate le prime puntate di Gotham, TWD, Agents of Shield, altre serie nuove hanno concluso la prima stagione, tipo Halt and Catch Fire, The Leftovers, Intruders, e io avrei proprio voluto sapere che ne pensate, e magari parlarne nei commenti

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  21. A dieci anni di distanza, BSG rimane uno dei testi contemporanei più interessanti, e non solo per i temi che ha affrontato, per i personaggi che ha raccontato, per gli sviluppi con cui ci ha tenuto sul proverbiale bordo della sedia. Ma anche e soprattutto per il modo in cui l’ha fatto, e cioè per la capacità simbolica, per il suo saper prendere evidenze materiche — penso, per fare il più stupido degli esempi, agli angoli spuntati degli oggetti — e renderle allegoriche.

    Per questo la conclusione non mi ha deluso affatto; anzi. Nella sua rarefazione e stilizzazione, il finale scansa qualsiasi concretezza in favore di uno sguardo in cui anche la più materiale, la più pratica, la più atavicamente fisica delle attività — l’agricoltura — diventa metafisica.

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  22. Di serie tv ne ho viste un pò ma questa le è la migliore punto

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  23. Ma tu guarda il caso, sono riuscito a finire BSG giusto tre settimane fa e bum! Arriva questo articolo.
    Che dire, confermo gran parte di quanto detto dai commentatori sopra.

    Bhè, io lo metto: [SPOILER!!!].

    Miniserie e prime due stagioni molto belle e coinvolgenti poi una serie, dal mio punto di vista, di salti degli squali. Forse irrigidito da certe convenzioni autoimposte (il numero 12 per esempio) o talune forzature nella sceneggiatura (tutta la quarta stagione) e le bizzarrìe di qualche personaggio (Lee, ti decidi cosa vuoi fare da grande? Saul, cylon a corrente alternata) nel complesso è una serie da consigliare. Purtroppo svacca non poco nella conclusione, appunto, con tanti filler inutili nell’ultima stagione (e anche Razor, va, tutto minutaggio sprecato) e un’accelerazione a concludere con tanti passi falsi (ma vogliamo parlare degli ultimi minuti di vita di Cavill?), una confusa riallocazione del pantheon di partenza (pensate, c’è stato un “Adam(a)” all’inizio dell’umanità…ed era “americano”!), troppe strizzate d’occhio (il buon ritiro di Tyrion…), e Starbuck che era…boh? I suoi genitori…mah?
    Per questo non mi sono dato pena di recuperare anche i suoi, a miko avviso, inutili prequel. Mi piacevano Gaius e Gaeta e il buon Lee, mentre credo di non aver mai sopportato la Roslin e francamente anche Kara Thrace mi è sempre apparsa sopravvalutata nel ruolo, l’indomabile guerriera con un destino già scritto (e con un diploma in pianoforte, che da piccola era tanto brava e dolce…). Delusione sui Cylon, salvo solo Six, che quanto meno sembrava avere un ruolo gli altri erano per metà mere comparse (alla faccia dell’importanza dei dodici!), l’altra metà i creatori che si erano fatti mortali ma avevano perso le chiavi, gli altri si parlavano addosso ognuno con la sua agenda. Poi non ho capito gli ibridi: costruiti ad hoc o basta prendere un colpo in testa e rimanere ad infreddolirsi emergendo per metà da una vasca?

    Buona BSG a tutti!

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  24. cmq cari autori di serialmente lasciatevelo dire ma questa nuova formula non è affatto accessibile a tutti, purtroppo non tutti hanno deguito tutto io ad esempio non ho visto ne Battlestar Galactica e nemmeno True Blood , serie su cui sono incentrati ultimi articoli, ma non è questo il punto.
    ora sto seguendo true detective in italiano e leggo le vostre bellissime recensioni ad ogni puntata che guardo , ora non si fanno più le recensioni…ok non è un dramma perchè c’è un buon sito che le fa anche con passione e qualità : Seriangolo.
    Ma sapete qual’è la differenza tra voi e loro ??? Ve lo dico subito :

    True detective 1×6 recensione Serialmente 65 commenti!

    True detective 1×6 recensione Seriangolo 1 solo commento!

    avevate un seguito di gente su qualsiasi recensione , la stragrande maggioranza delle volte i commenti sotto erano meglio delle recensioni in se !

    io mi chiedo …ma non vi potevate fondere con seriangolo per avere più recensori e mantenere i vostri fans!!!

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    1. Come ti capisco, prima ogni puntata nuova di qualsiasi serie venivo qui, leggevo la recensione e poi passavo ai commenti, mi facevo due risate oppure discutevo con qualcuno, e soddisfavo il mio impulso irrefrenabile di dire la mia, ora qui ci sono articoli che parlano spesso di serie che non ho visto, e negli altri siti il commento più articolato è “bella puntata”

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  25. Prima di BG, segnalo agli appassionati un’interessante e sfortunata avventura filosoficmilitarspaziale a cura dei grandi Glen Morgan e James Wong che abbandonarono Chris Carter e gli X-Files per il progetto Space Above and Beyond (1995), una sola stagione, mai vista in Italia (la mostrai ad un pezzo grosso dell’epoca di Italia 1 e mi rispose che “l’Italia non è un paese per la fantascienza”); probabilmente i tempi non erano ancora maturi, gli effetti speciali digitali erano davvero basic, ma un grado di parentela, forse anche due, con Galactica c’è.

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  26. Innanzitutto complimenti a chi ha scritto l’articolo perché ricco di spunti di riflessione e sicuramente l’autrice, almeno dal mio punto di vista, coglie meglio di altri interventi sulla serie fatti in passato, i veri punti di forza di Bsg e ne coglie la portata rivoluzionaria rispetto al Positivismo e al fideismo tecnologico e scientifico riposti nel Progresso da altre saghe di genere ben più famose (Star Trek su tutte), ossia il tentativo costante e drammatico di definire cosa ci qualifichi come esseri umani.

    Offro pure io uno sputo di riflessione, rifacendomi a Edward J. Olmos, che non tutti ricorderanno come cacciatori di androidi in Blade Runner (l’uomo degli origami). Vedo Bsg come ciò che avrebbe potuto essere Blade Runner trasposto in una serie tv e di riferimenti espliciti nella serie ce ne sono di diretti, a cominciare dall’espressione Skin Jobs (i lavori in pelle) per continuare con l’interrogatorio di Adama nella penultima puntata della quarta stagione (una sorta di omaggio al film) e di indiretti come la somiglianza non solo fisica tra Pris (Daryl Hanan) e Caprica 6 (Tricia Helfer). Diverso contesto, diversa sceneggiatura, verissimo, ma simili interrogativi di fondo su cosa ci qualifichi come esseri umani e cosa svilisca tale natura.

    La serie ha questo grande interrogativo di fondo che coinvolge tutti i personaggi principali e secondari che per quanto mi riguarda sono caratterizzati in modo superbo, al pari di altri presenti in serie tv di ben altro genere per profondità e spessore, il che rende Bsg non una semplice serie di fantascienza, dove la fantascienza semmai è semplice cornice di un quadro in cui il soggetto principale è la natura umana. Di serie di genere ne ho viste tante e forse solo in Babylon 5, limitatamente ai personaggi di G’Kar e Londo Mollari, ho ravvisato la stessa forza descrittiva e tragicità nella caratterizzazione degli stessi.

    In relazione al finale lo ritengo coerente perché fin dall’inizio è presente un piano divino e perché quando si parla di Apocalisse il riferimento diretto all’intervento divino è scontato in tutte le principali religioni, oltre al fatto che la missione di Kara è ben ponderata da Moore in quanto araldo dell’Apocalisse prima in forma umana nel trovare la tredicesima colonia distrutta e poi in forma divina come Aurora, simbolicamente dea di un nuovo inizio per l’umanità nella scoperta finale della Terra.

    Per chi fosse interessato l’autore della splendida colonna sonora è quel Bear McCreary di cui probabilmente riconoscerete sigla e musiche nel ben noto The Walking Dead. Per chi è orfano come me di Space Opera a gennaio su SyFi inizia Ascension con Tricia Helfer.

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  27. Chissà perché non riesco mai ad affezionarmi troppo alle serie sci-fi, sarà perché il fandom che si crea intorno è troppo ossessivo e mi infastidisce, pregiudicando la mia fruizione dell’opera.
    Ad esempio io ho visto BG, e dico senza problemi a tutti che è un capolavoro, ma non mi sento “affezionato” alla serie, non so.

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  28. Mai piaciuta la fantascienza.
    Poi ho scoperto le gambe di Caprica Six e ho visto BSG… e ho capito che era The West Wing con un sacco di belle donne e tanto, tanto dolore in più :) Inarrivabile, insomma

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    1. “Poi ho scoperto le gambe di Caprica Six e ho visto BSG… e ho capito che era The West Wing con un sacco di belle donne e tanto, tanto dolore in più ”
      genio!

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  29. Ah vabbè ma caprica six pensavo fosse il silone orientale, se è la siNona (o anche SYlona Stanler…) vi devo dare ragione; è veramente gnocca da far paura…

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  30. Su BSG concordo con l’analisi delle stagioni di Zavits, il finale mi è piaciuto comunque (o meglio non trovo che sia uno scandalo che sia finito come è finito) .

    E su Gaius Baltar….lo splendido Gaius Baltar, uno dei personaggi a mio avviso più complessi e meglio scritti di tutta la serialità televisiva.

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  31. Con questo aggiornamento grafico vi siete praticamente suicidati. Ero solito passare come molti su questo sito per leggere qualche spunto di riflessione interessante sugli ultimi episodi delle mie serie preferite. Oggi mi ritrovo senza menu di navigazione, caratteri gigantesci e tanto onanismo celebrale. Siete diventati patetici. Scambiatevi i five tra voi 5 e apritevi il privè con porte d’accesso a doppia mandata.
    A tutti gli altri suggerisco di recuperare scampoli di quello che questo portale era prima di questo annichilimento:
    http://web.archive.org/web/20120715000000*/http://www.serialmente.com/

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    1. Beh il calo dell’utenza nell’ultimo anno mi sembra abbastanza evidente e non credo che lo staff non se ne sia accorto…
      Anche io sono tra i “delusi” del nuovo corso ma purtroppo il sito è stato gestito troppo male ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

      Rispondi

  32. All’ottimo articolo vorrei aggiungere un microscopico commento sulla meravigliosa colonna sonora di Bear McCreary che, lungi dall’essere solo un bel “commento” sonoro alle immagini, è spesso elemento strutturale e narrativo importantissimo (soprattutto – e in modo più evidente – nell’ultima stagione, ma anche in precedenza c’erano state delle anticipazioni).

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  33. Bellissimo articolo complimenti. Solo su una cosa non sono d’accordo, ossia che l’unico personaggio “eticamente e moralmente inattacabile” sia Lee Adama “Apollo”; secondo me l’unico vero personaggio “cavaliere senza macchia e senza paura” di tutta la serie è Carl Agaton “Helo”.
    A e per la cronaca a me il finale è piaciuto parecchio :-)

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