vikings s02e03/2

Vikings – 2×03 – Treachery

Sarò io che trovo in Vikings una bellezza che non c’è per giustificare il piacere con cui l’aspetto e lo seguo, settimana dopo settimana (assieme a poche altre americane: The good wifePerson of interestThe americans, Scandal).  Il fatto è che a me ‘sta serie pare un pezzo di bravura innegabile, sotto ogni aspetto. Andando oltre le questioni tecniche ed estetiche (gli effetti speciali, le coreografie, i costumi, eccellenza che ti aspetti in una produzione televisiva da 40 milioni di dollari), è la splendida forma della scrittura di Hirst a stupire. Non scriveva così bene e così onestamente da certi episodi di The Tudors.

Nota polemica: Hirst ha scritto tutti gli episodi di Vikings andati in onda. Come tanti altri autori, d’altronde:  il primo che mi viene in mente è il Sorkin di The West Wing, che mise la firma su tutti gli episodi (88… 88!) delle prime quattro stagioni della serie. Però a gente come Hirst platea e galleria non regalano la standing ovation, per lui nessuno usa parole tipo “rivoluzione” o “autorialità“. Al contrario di quello che succede ad altriFine della nota polemica.

Il protagonista di questo episodio è Athelstan, il più cambiato dei personaggi e quello per cui era necessaria una puntata, più che di approfondimento, di rinnovamento vero e proprio. Treachery è per lui una transizione difficile (è passato da monaco prigioniero a guerriero vichingo in 12 episodi), al termine della quale abbiamo un altro personaggio, uno che ha smesso la fase di apprendimento passivo ed è pronto a prender parte attiva nella leggenda di Ragnar Lothbrok. Quando mi riferisco alla gran forma della scrittura di Hirst, mi riferisco a questo, ad Athelstan soprattutto: quanto spesso si riesce a far cambiare così radicalmente un personaggio, mantenendone intatte coerenza e backstory?

“Wearing a dog turd doesn’t make you a dog”. La storia di Athelstan e Ragnar è una storia di curiosità. Nel primo raid nel regno di Northumbria, Ragnar risparmia Athelstan e lo riporta a casa con sé per semplice curiosità. Schiavo tra uomini, donne e déi di un altro mondo, il monaco sopravvive, si ritaglia un ruolo familiare e si prende una posizione sociale, aiutato da una curiosità che tiene a bada la disperazione. Trascorsi anni, Ragnar ora jarl e Athelstan ora guerriero, la curiosità definisce ancora il loro rapporto. Mentre un’orda normanna riempie e svuota la cattedrale di Winchester, tra urla di gioia e vittoria che coprono i sussurri delle preghiere e della paura, Ragnar Lothbrok si allontana dal saccheggio, si siede sui gradini che portano al sagrato, in mano un teschio che lo fa sembrare la caricatura di un personaggio scespiriano. Tra le grida, la voce bassa ma distinguibile di Ragnar chiede di santi e di miracoli ad Athelstan, l’uomo che porta lo scudo e l’ascia dove furono il crocefisso e il Libro. Sullo sfondo, Floki origlia e s’indispettisce (per l’interesse di Ragnar per il cristianesimo? Per la solidità dell’amicizia con Athelstan?).

You keep talking to me like I know what a saint is.

A saint is a man who has lived a particulary holy life, performed some miracle, or been martyred, killed for his beliefs.

But I am dead. What use can I be?

Christians belive that the bones can still exert benediction, performe some miracle.

What is a miracle?

Miracles are things… which are impossible to do.

Che bella la semplicità (persino la semplicioneria) e l’efficacia di questo dialogo.

Ragnar non capisce perché le ossa di un uomo siano tanto importanti. In una cultura che fa della forza fisica e vitale la strada per ascendere al Valhalla (paradiso in cui il corpo dell’aldilà è identico al corpo terreno ma libero dal dolore e dalla morte, pronto all’estasi di un’eternità di battaglia e di festa), un mucchio d’ossa è l’avanzo spolpato nel piatto della battaglia.

Ma i miracoli, quelli Ragnar riesce a capirli e ad amarli. Un miracolo è fare ciò che è impossibile da fare. Un miracolo è prendere il mare e riuscire a trovare la terra, sempre. Un miracolo è lasciare la Danimarca e raggiungere l’Inghilterra. Un miracolo è un luogo di tesori sotto gli altari e di terra fertile. Seduto sugli scalini che precedono un sagrato ormai profanato, Ragnar Lothbrok capisce i miracoli e capisce i santi. Capisce che il viaggio che l’ha portato in Inghilterra è stato un miracolo e capisce di essere un santo. Il legame tra lui e Athelstan non è mai stato tanto forte.

Tra l’altro, c’è un’altra conversazione a sfondo religioso che coinvolge Athelstan e Floki e che si collega alla già citata tramite il raccordo (passatemi l’uso elastico del termine) costituito dalle ossa di S.Birinus. Così come Ragnar parla ad Athelstan tenendo in mano un teschio, Floki parla portandosi dietro una mano trafugata dai tesori della cattedrale. Il più “integralista” dei vichinghi (il suo disprezzo per Rollo nasce con il battesimo per il quale quest’ultimo si offrì ai tempi del secondo raid in Northumbria) mette in dubbio la sincerità della conversione di Athelstan, nonostante “il prete”, come lo chiama lui, continui a dire di esser figlio di Odino, “the all father“. Giusto per dire che tu puoi anche dimenticarti di essere straniero, ma non serve a niente finché non se lo dimenticano pure gli indigeni. L’incontro/scontro tra culture e quella roba lì.

Che Ragnar sia speciale noi lo sappiamo già. Ma ci sono certi momenti, certe occhiate della regia e certi dettagli nella scrittura che continuano ad aggiungere al carattere omerico di questo personaggio: mentre tutti grufolano oro, lui si ferma e assaggia un dolcetto cucinato nei forni dell’abbazia. Gli piace. Mentre Horik gongola parlando di tesori, Ragnar raccoglie una zolla di terra e parla di portare in Inghilterra quanta più gente possibile, perché la terra è fertile e il cibo non mancherebbe. “I’m a farmer, and a son of a farmer. This is what I understand“. Ragnar è, allo stesso tempo, un paradigma e una rivoluzione: un contadino-guerriero capace di invertire (in sé prima e negli altri poi) un modus operandi antico quanto il suo popolo. Non più guerre intestine, ma navi verso ovest. Non più andata-raid-ritorno, ma colonie. Ragnar vede spazi che gli altri nemmeno pensano. È la dote dei visionari.

E niente, mi sto seriamente appassionando a questo personaggio. E la crescita costante di Fimmel come interprete è stupefacente. Chiamatemi judgmental, ma io non è che mi fidi assai dei modelli che decidono di fare gli attori (insomma, li abbiamo visti i risultati in 007 e Superman, quando a fare i protagonisti hanno messo dei modelli). Fimmel s’è fatto seguire dall’ acting coach Ivana Chubbuck (una che, tra gli altri, s’è occupata pure di Brad Pitt), ha ottenuto il primo ruolo nel 2003 (l’improponibile Tarzan della defunta The WB) e, dopo 10 anni di parti di media e piccola importanza, potrebbe aver trovato il ruolo che lo segnala tra le possibili nuove star dell tv americana. Potrebbe. Possibili.

“You’re one of us – Once” Durante l’attacco a Winchester, Athelstan si separa dal gruppo e finisce nello scriptorium dell’abbazia. La scena è muta, affidata alle espressioni di un Blagden spesso in primo piano, al sorriso quando le dita sfiorano la pergamena, alla fretta di intingere la penna nell’inchiostro e al piacere di buttar giù le lettere. Attore e regista raccontano l’attimo di felicità di un uomo di lettere finito in un mondo, quello vichingo, che ha lasciato talmente poche testimonianze scritte da far dubitare che quella norrena fosse una cultura scritta. C’è una gioia sincera sul suo volto, in questi momenti nello scriptorium.

Ma l’Athelstan dei codici miniati esiste solo nel passato. “Attaccato” da un giovane monaco armato di saio e Bibbia, il neo-vichingo non esita (“never hesitate“, gli ha detto Ragnar). Il monaco muore con il petto aperto dalla lama dell’ascia, le Sacre scritture sporche di sangue strette tra le braccia, a formare un quadro simbolico nemmeno troppo sottile e un racconto preciso di quello che sarebbe stato il destino di Athelstan se si fosse trovato di fronte Floki invece di Ragnar, quel giorno in cui i Normanni sbarcarono sulle coste del regno di Northumbria. C’è un dolore sincero sul suo volto, in questi momenti nello scriptorium.

A spingersi oltre il letterale, la storyline di Athelstan (se pure si può chiamare storyline) parla di nostalgia. Athelstan ha indagato a fonda sia la cultura cristiana che quella norrena. Ha ricoperto ruoli di prestigio in entrambe le piramidi sociali. Sa esattamente quel che che ha perso e quel che ha guadagnato. Nessuno sente una nostalgia più consapevole della sua. “Do you miss it?“, gli chiedeva Ragnar nella premiere. “Sometimes“, rispondeva Athelstan.

“Suffer no more, but trust in thy salvation”. Il prete-ora-guerriero sembra convinto della sua nuova vita. Di più, sembra felice della sua nuova vita. Questo non toglie il fatto che abbia trascorso la maggior parte dei suoi anni sulla Terra in un luogo simile a Winchester, e la maggior parte dei suoi anni da adulto a fare quel che fanno i monaci di Winchester. Una cicatrice c’è, culturale e sentimentale. Ed è questa cicatrice che gli rende insopportabile il gioco di tortura a cui è sottoposto l’arcivescovo e che gli fa sussurrare una preghiera prima di passare la lama sulla gola dell’anziano prelato, liberandolo dal dolore di un martirio che ricorda le icone di S.Sebastiano.

La lama, simbolo di un’altra identità culturale, simbolo di una società guerriera alla quale s’è adattato per miracolo (ancora il miracolo, ancora l’uomo che fa quello che è impossibile fare). La lama, usata per ricongiungersi a un frammento di personalità dormiente e per consegnarsi a un’identità nuova, usata per compiere la cristiana pietà e la barbarica violenza. Che Athelstan sia più vicino che mai alla santità proprio ora che si è trasformato in uno di quei demoni dagli elmi cornuti tramandati dalle cronache dell’epoca? Le parti della sua storia e della sua personalità si mescolano, pochi simboli si danno molti significati, il personaggio si fa più interessante e stratificato che mai.

Ci sarebbe la solita nota di finto stupore di fronte al talento mostrato da questo cast di semi sconosciuti. A parte Travis Fimmel, a prendersi la scena in questo episodio è George Blagden, bravo a oscillare tra l’ebrezza vichinga e la nostalgia monastica.

Come l’anno scorso, Vikings impiega due episodi per prendere la rincorsa. Brother’s war e Invasion come Rites of passage e Wrath of the Northmen, episodi necessari per ricordare, per concludere e per ricominciare. Come dopo Dispossesed nella passata stagione, dopo Treachery possiamo dirci pronti: la trama è stata spezzata in tre storyline (Ragnar in Inghilterra contro re Egbert, Rollo in fuga da Kattegat dopo l’attacco di jarl Borg, Lagherta umiliata da un matrimonio infelice con un marito violento e Björn pronto a diventare più famoso di suo padre, come è scritto nel futuro raccontato da The Seer). Tre di queste quattro storyline sono appena cominciate (Rollo, Lagertha, Björn), troppo presto per pronunciarsi in un senso o nell’altro. Certo è che le premesse ci sono: se il mio interesse per la storia di Ragnar è assicurato, sono altrettanto curioso di vedere come si riuscirà a reinserire Lagertha nel centro degli eventi, che personaggio sarà e che storia avrà Björn (che è a tutti gli effetti una new entry, visto che l’anno scorso è stato solo lo strumento per raccontare il lato paterno di Ragnar), se e come Rollo riuscirà a ritrovarsi e a uscire dall’ombra (anche narrativa) del fratello.

Spero solo che la serie non ripeta lo schema narrativo della passata stagione (partenza per l’Inghilterra-scoppio del conflitto in patria-ritorno dall’Inghilterra-fine del conflitto in patria). Non perché non abbia funzionato l’anno scorso (anzi), ma perché a nessuno piace il sempre uguale.

In ogni caso: bene e bravi. M’avete dato tutto, e l’intrattenimento e i personaggi e gli intrecci e le storie.

Note

  • Intervista ad Alyssa Sutherland (Aslaug).
  • Videointerviste a Travis Fimmel e Clive Standen e Katherine Winnick e Jesalyn Gilsig.
  • Niente, il casting di questa serie è strepitoso. Guardate queste foto degli attori che interpretano Björn da bambino e da adulto. Ditemi se non sembra abbiano usato la macchina del tempo per prendere uno dal passato o l’altro dal futuro.
  • L’onestà di Vikings sta nel non allontanarsi mai dal percorso del dramma storico, che è fatto di coerenza interna, ovviamente, ed esterna. Se si decide di ambientare una storia in un mondo ricalcato sul reale (quindi conoscibile e verificabile anche dallo spettatore), bisogna tenere in conto il fatto che le regole di questo mondo non possono essere piegate troppo liberamente dallo scrittore, perché la sospensione dell’incredulità è meno immediata e meno semplice. I vichinghi saranno anche i nostri protagonisti, ma questo non nega il fatto che l’epoca che hanno vissuto (e dominato) sia stata un’epoca di guerre e di sangue. Per questo la scena della tortura dell’arcivescovo (e anche il comportamento di Floki) non solo è coerente, ma necessaria al mantenimento della credibilità del racconto.

Francesco Gerardi

Un incompreso nato a Taranto negli anni del Grunge. Crede che la migliore uscita serale immaginabile sia quella che prevede uno schermo dai 12 pollici in su davanti alla faccia per un intervallo di tempo t1 tendente all'infinito. Se proprio non si può, andiamo a sentir suonare questo o quello. Leggo in bagno.

17 Comments

  1. Hirst è una penna dalle straordinarie qualità, proprio non capisco perchè molti si accaniscano con lui, obiettando che The Tudors non era abbastanza fedele alla storia. Ok, Enrico non era magro, bene, ma quanti dettagli realmente ripresi dalla storia e sconosciuti ai più sono stati inseriti in quella serie? Quant’è stato accurato il lavoro di caratterizzazione e riscatto dei personaggi?
    In Vikings lavora con altrettanta passione e i risultati restano elevatissimi.

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  2. Vabbè dai non esageriamo…Björn da piccolo era piu’ brutto di me (ma vabbè io a 3 anni sembravo Brad Pitt…poi non capisco che è successo) e a 20 sembra uno dei super fighi vampiri di qualche serie a caso.

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  3. Che bella recensione, Francesco, piena di passione! XD Passione che peraltro condivido, perché Vikings mi emoziona tantissimo. Me lo godo proprio. E speravo davvero che Hirst ci regalasse presto un episodio tutto incentrato su Athelstan, perché ero fra coloro che avevano un po’ storto il naso sullo scarso utilizzo che era stato fatto del suo personaggio (a mio parere interessante e leggendario quasi come quello di Ragnar, stante comunque il fatto che Ragnar è veramente una roba maiuscola anche a prescindere dal contesto) nei primi due episodi. Soddisfattissima da Treachery, sono pronta per tutto il resto.

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  4. Setteditroppo 20 marzo 2014 at 16:57

    che meraviglia Vikings! E’ la prima serie della mia personale classifica in questo momento (ma non ho ancora visto House of cards 2 eh) e quindi non posso che condividere pienamente la recensione. Quest’episodio è migliore dei precedenti per me, perché torniamo a vedere l’originalità del carattere del personaggio Ragnar (e del suo doppio Athelstan) rispetto a tutto ciò che in questo momento la serialità televisiva ci propone; e poi il confronto fra le culture e la fame di conoscenza di Ulisse/Ragnar erano due elementi che mi erano già un po’ mancati nei primi due episodi ed eccomi ora servito e soddisfatto. Cosa volere di più? beh, per la verità, non è completamente sopito il dubbio che le complicazioni dell’intreccio possano incidere negativamente nel prosieguo, indirizzando la serie verso il dramma “storico” più ordinariamente narrato e finendo con lo spegnere quel meraviglioso fuoco negli occhi che il bravissimo Fimmel/Ragnar, novello Prometeo, è ben capace di accendere, come ha dimostrato nella prima stagione. Ma per ora, grande fiducia e lunga vita a Vikings!

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  5. Mah. Il lato debole della serie, per me, sono proprio i dialoghi, invece. La narrazione è avvincente, i temi proposti sono interessanti, la regia ottima, la fotografia di una bellezza stordente, le ambientazioni credibili, le battaglie divertenti (anche se ogni volta ci vogliono 30 sassoni per arrecare un danno microscopico ad un solo vichingo), ma i dialoghi sono un clamoroso turn-off…
    Il passo citato nella recensione funge da esempio perfetto di tutti i problemi linguistici della serie, dei quali mi sono lamentato più volte e sui quali non riesco ancora a passare sopra. È evidente, infatti, che lo scambio di battute:
    “fanno i miracoli”
    “e che cosa sono i miracoli? ”
    “i miracoli sono cose impossibili da realizzare”
    non abbia il minimo senso tra due parlanti adulti, e soprattutto non abbia alcun senso laddove il parlante deputato a dare una spiegazione sul significato di una parola è il parlante non nativo tra i due! Un parlante non nativo che utilizza un termine, “miracolo” appunto, che il parlante nativo dimostra non solo di non conoscere, ma di cui ignora totalmente il referente, poiché a quanto sembra di intuire dal dialogo in corso, il concetto non è assolutamente parte del proprio universo culturale. Come può qualcosa di totalmente estraneo ad una cultura avere un significante nella lingua usata da quella stessa cultura? Il pasticcio linguistico, sempre presente ogni volta che lo show mette in contatto culture diverse, emerge in tutta la sua forza. Si potrebbe dire che magari Ragnar, contadino e guerriero, non sia proprio un intellettuale, e magari alcune finezze filosofiche della propria cultura gli sono sfuggite. Magari Athelstan è andato a ripetizione di norreno da qualche saggio vichingo, e in qualche anno il suo registro linguistico è diventato più alto rispetto a quello di Ragnar (il quale, non dimentichiamolo, nella prima stagione gli spiegò per filo e per segno pantheon, teologia e cosmogonia vichinga). Questo è senza dubbio possibile, ma non diremmo forse che sarebbe un’eventualità un po’ improbabile? Non sarebbe stato meglio se Athelstan avesse fatto ricorso al termine nella sua prima lingua per nominare il concetto, ed eventualmente lo avesse spiegato per mezzo di una perifrasi, o ricorrendo magari ad una similitudine, spiegandosi cioè per mezzo di un concetto almeno parzialmente equivalente appreso durante la sua lunga permanenza tra i vichingi? Non faremmo noi così se dovessimo spiegare ad un bravo agricoltore del Minnesota il significato di, dico per dire, “Ferragosto”?
    Ma per fare questo la coerenza linguistica della serie sarebbe dovuta essere molto più accurata, mentre qui tutti parlano inglese, al netto di qualche brevissima frase pronunciata nelle rispettive lingue originali, spesso in modo abbastanza casuale. Non mi pare, infatti, che sia possibile rintracciare un pattern che renda prevedibile il ricorso agli idiomi originari, tale da rendere evidenti le situazioni di mutua incomprensibilità. L’incontro con l’emissario del re del wessex è, per le stesse ragioni, altrettanto ridicolo, e ripropone il problema emerso durante tutta la prima stagione: Ragnar – quello che potenzialmente non conosce una parola nella sua stessa lingua! – affronta una conversazione diplomatica con una disinvoltura senza pari.
    Ecco, per me tutto questo manda a ramengo tutta la coerenza interna del racconto, molto più di eventuali inesattezze scenografiche o etnografiche. Ed è davvero un peccato, perché ogni volta che ci penso mi dimentico di tutti gli aspetti positivi di una serie semplice semplice ma spesso godibilissima.

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  6. @ Revolution21: il concetto che hai preso tu è un caso un po’ contorto, nel senso di singolare, ma neanche tanto. In alcune occasioni a ciascuna delle due parti, inglesi o norrei, tocca qualche breve dialogo con i sottotitoli. Questo capita occasionalmente poiché l’alternativa sarebbe far parlare uno dei due popoli sempre con i sottotitoli.

    Premesso questo, quando Ragnar – l’estraneo, anche al concetto di miracolo in questo senso – chiede spiegazioni ad Athelstan quest’ultimo gli risponde. Ci si può chiedere come Athelstan abbia reso il termine “miracolo” in lingua norrea, ma si lascia intendere che un corrispettivo non esista (e che quindi Athelstan abbia sempre usato il termine inglese), tant’è che Ragnar, non avendo capito di che parla, afferma: “e che cos’è un ‘miracolo’ ?”. Le possibilità sono due: o Ragnar non conosce la sua lingua, o Athelstan ha semplicemente utilizzato il termine inglese poiché in norreo non esiste. Io ritengo di facile deduzione che il caso in questione sia il secondo, e poi l’alternativa per mostrare chiaramente il tutto sarebbe stato il far parlare i due in inglese antico con i sottotitoli, per mostrare “a lettere” com’era stato reso il termine. Tuttavia il prendere e parlare all’improvviso in inglese per poi smettere subito dopo sarebbe stato pure nonsense.

    Anche nel caso del vescovo inviato come emissario il tutto è lasciato intendere, intendere che Ragnar ed il vescovo parlino in inglese antico tra loro. Il vescovo domanda infatti “chi è in grado di parlare con noi?”, il che non lascia molto all’immaginazione, specialmente se a discorso finito re Horik dice qualcosa (e si intuisce, anche qui, che sia un “aspettate” o qualcosa di analogo) in lingua norrea, perché inglese (anche per lo spettatore, sia chiaro) non è. E se tra i vichinghi c’è qualcuno che sa masticare un po’ d’inglese quello è Ragnar, ma non dimentichiamoci che ha appreso da Athelstan cultura e nozioni di lingua da sette anni.

    Sono degli espedienti per “spezzare” il continuo utilizzo di sottotitoli, oltre che per variare un po’, e non c’è da stupirsi che vengano usati più in una serie tv che in un film (poiché quest’ultimo più di tanto non può durare).

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  7. Vikings mi piace molto e non sto neanche tanto a interrogarmi sul perché. O meglio, lo so (la storia è ben narrata, l’ambientazione appare sostanzialmente fedele, i personaggi “catturano”, il protagonista è splendidamente interpretato e diretto, i paesaggi sono magnifici), ma non ho voglia di analizzare troppo le ragioni del mio apprezzamento. La recensione mi è parsa eccellente e restituisce uno spaccato della fiction accurato e approfondito, senza “smontare” e segmentare troppo la narrazione. Forse è anche il contesto storico e culturale che affascina: un’epoca in cui era possibile conoscere re e costruire imperi, in cui l’audacia era ricompensata con l’acquisizione di tesori, in cui la sfida ai limiti conduceva a volte alla morte, a volte alla conoscenza di terre e continenti ignoti. Certo, tutto ciò è più mitologia e rappresentazione che condizioni di vita concrete nell’ottavo secolo. Un periodo in cui la vita media arrivava si e no ai 35 anni e l’organizzazione feudale incatenava alla terra milioni di persone. Ma questa mitologia è molto ben rappresentata e tanto basta per stimolare il piacere della fruizione.

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  8. Aphor ha scritto:

    E se tra i vichinghi c’è qualcuno che sa masticare un po’ d’inglese quello è Ragnar, ma non dimentichiamoci che ha appreso da Athelstan cultura e nozioni di lingua da sette anni.

    D’altronde questo ci è anche stato mostrato nello scorso episodio, quando Ragnar ha capito perfettamente il dialogo fra Athelstan e i due soldati di Re Ecbert che i vichinghi avevano fatto prigionieri.

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  9. @ Aphor:
    Infatti sin dalla prima stagione sono convinto che la serie guadagnerebbe in realismo e immersività se solo avesse il coraggio di esplorare la difficoltà della comunicazione tra popolazioni che fino ad un minuto prima ignoravano l’esistenza l’una dell’altra, e usasse i benedetti sottotitoli. Ovviamente solo per le lingue diverse dal norreno, che essendo la lingua parlata dai nostri “eroi” (ovvero, i protagonisti) deve essere naturalmente reso per mezzo dell’inglese contemporaneo (con il gradevole tocco degli accenti non british, che aiuta a dare una spruzzata di esotismo al tutto). Tutti gli altri personaggi, tutti i non-vichinghi, dovrebbero secondo me parlare in “lingua originale”: antico sassone, latino, dialetto del wessex, quello che vi pare, ma non in inglese (aka norreno, in questo particolare universo narrativo). Dice: eh, ma leggere i sottotitoli è una palla insostenibile. Dico io: ma perché, gli agenti del kgb in The American non parlano forse in russo, e noi poveretti ignoranti di russo non siamo forse ben contenti di leggere i sottotitoli in inglese? Oppure: possiamo leggere i sottotitoli quando sullo schermo c’è un parlante high valyrian o dothraki, ma non possiamo farlo per uno che parla in inglese antico? Suvvia.
    Invece la serie ha sempre scelto di fare un gran confusione: a volte sono i sassoni a parlare in lingua originale, a volte sono i nostri vichinghi, a volte sono entrambi allo stesso momento…
    Per questo dico: che Athelstan parli pure in norreno, visto che lo ha imparato così bene e che si tratta di un’espediente necessario per svolgere al meglio il suo ruolo di “mediatore culturale” (e punto di vista occidentale a beneficio di noi spettatori), ma nel momento in cui deve dire “miracolo” dica “miracolo” nella sua prima lingua, così che Ragnar possa chiedergli “che cavolo stai dicendo, Athel?!”. Domanda alla quale Athelstan, nel suo poco credibile norreno mai incerto, potrebbe rispondere con uno spiegone esagerato di cosa sia un “miracolo” per i cristiani. Fine. E Ragnar avrebbe pure imparato una parola nuova in sassone (o in latino, o in quello che si vuole), e magari avrebbe pure introdotto il concetto nella cultura norrena, creando un neologismo lì per lì (oh, alla fine che un parente stretto di Odino sia un’autorità normativa in fatto di linguistica non mi sembrerebbe nemmeno così azzardato).

    E se tra i vichinghi c’è qualcuno che sa masticare un po’ d’inglese quello è Ragnar, ma non dimentichiamoci che ha appreso da Athelstan cultura e nozioni di lingua da sette anni.

    Massì, ok, Ragnar ha imparato a parlare l’inglese antico perché glielo ha insegnato Athelstan (il quale, per qualche motivo, masticava un po’ di norreno già dal primo incontro a Lindisfarne), ma stiamo parlando di uomini del settimo secolo dopo cristo: davvero è così normale che in sette anni — che son tanti, ma son davvero così tanti? — sia in grado di esprimersi senza la minima incertezza? Senza avere mai bisogno di Athelstan che gli spieghi una sfumatura linguistica?

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  10. … laddove per settimo secolo intendevo “ottavo secolo” LOL :-p

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  11. In Vikings saranno sempre più frequenti gli incontri con altre culture, e già in quest’episodio ci sono state diverse frasi sottotitolate (giustamente, a rotazione, per far sentire quella che dovrebbe essere la lingua si quello e di quell’altro popolo). Ce ne sono già molte, quindi, ma il motivo non è solo quello. Per noi è facile perché magari ci siamo abituati, ma in America o in Inghilterra è diverso, la lingua originale che noi seguiamo con i sottotitoli (per voglia o perché si tratta di materiale ancora inedito) è la loro, non hanno la stessa abitudine.
    Prendi, tra l’altro, un ragazzo che non è abituato a leggere con i sottotitoli, non riesce nemmeno a seguirli, figurati, o magari un adulto (perché Vikings è dedicato ad un larga fascia di pubblico, non tanto ai ragazzini). Inoltre, noi vediamo gli episodi sul computer, se a me capita di riuscire a non finire una frase posso sempre tornare indietro. Oppure posso mettere in pausa, mentre con i sottotitoli presenti letteralmente per metà episodio – perché così sarebbe in diversi episodi se si facesse come hai ipotizzato – non puoi distogliere la testa un attimo neanche se ti chiamano, o ti perdi un’intera frase. Non è tanto questione di “coraggio” o cura.
    Poi c’è chi la pensa diversamente, ovvio, ed io non voglio dar torto a prescindere.

    Comunque, personalmente, ritengo che mostrare solo quel paio di battute in norreno con i sottotitoli non avrebbe avuto senso in quel contesto, sarebbe stonato solo per far capire che Athelstan utilizza un termine che in norreno non esiste, e si capisce perfettamente.

    Sì che è normale saper masticare bene una lingua dopo essersi esercitati per sette anni (con un madre lingua che vedi tutto il giorno), altroché. Il fatto che siano uomini dell’ottavo secolo dopo cristo non li rende più lenti nell’apprendimento. La media sarà anche più povera culturalmente, ma la capacità di apprendimento del singolo è un’altra cosa.
    Ragnar, dopo sette anni (ma qualsiasi beneamata persona con un po’ di cervello) la lingua la sa parlare eccome, e la cosa non dovrebbe stupire, il fatto è che non conosce tutti i termini (prendi l’incontro con re Aelle, dopo circa tre anni dall’arrivo dell’ormai ex prete nella comunità vichinga, già sapeva parlare). Quando ha voluto interrogare i soldati, nel precedente episodio, ha fatto parlare Athelstan, vero, ma perché lui conosce l’Inghilterra (luoghi, persone e costumi).
    E, comunque, non è che Ragnar abbia tenuto un discorso complesso col vescovo, eh, tutt’altro XD

    ps: avevo capito che ti eri confuso, figurati ;)

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  12. E non dimentichiamoci – ora che me ne sono accertato tramite Wikipedia – di un fattore non da poco, ossia che il norreno aveva un rapporto di mutua intelligibilità (la proprietà che si presenta tra due o più distinti idiomi quando i rispettivi parlanti possono capire con relativa facilità la lingua dell’altro) con l’antico inglese e anche l’antico sassone e altre lingue parlate nella Germania settentrionale.

    E direi che con questo il caso può definirsi chiuso: http://unjouravec.net/wp-content/uploads/2010/03/horatio.jpg XD

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  13. @ Aphor:
    Mah, guarda, alla fine capisco che la questione linguistica possa non essere un problema, e in effetti mi pare non lo sia per la maggior parte dei commentatori, tanto italiani quanto stranieri. Nel senso, è un aspetto che pregiudica un mio più profondo apprezzamento della serie, tenendola un paio di gradini sotto l’eccellenza, e fondamentalmente me ne dispiaccio perché avrei voluto avere di più, ma capisco che possa apparire del tutto secondario alla maggioranza degli spettatori. È sicuramente un problema legato alle mie aspettative ed esigenze più che un problema oggettivo della serie in sé.

    Tuttavia, sono meno d’accordo su alcune tue argomentazioni:
    1) Posto che io stesso non sono avvezzo ai sottotitoli e non li uso per seguire serie e film in lingua inglese, non credo che il pubblico anglosassone e nordamericano sia turbato da essi. Al contrario, penso siano molto più abituati di noi, costretti da sempre a fare in conti con la mortificazione delle prestazioni attoriali in lingua originale in virtù di un’autoproclamata superiorità mondiale in fatto di doppiaggio. Mi risulta che il mercato inglese, americano e nordeuropeo in generale rifugga dal doppiaggio degli audiovisivi stranieri. Non solo al cinema (dove il 99% delle produzioni straniere arriva in lingua originale, sottotitolato, salvo casi patetici come Life is Beautiful, che se non erro suscitò più di qualche perplessità), ma anche in tv: basti pensare a Les Revenants/The Returned, andato in onda in lingua originale sia in UK che in USA. L’anno scorso, poi, c’è stato anche il caso di The Tunnel, co-produzione anglo-francese che, seppure recitata per la maggior parte del tempo in inglese, presentava parti consistenti in francese, sottotitolate a beneficio degli spettatori di sky atlantic. Idem The Bridge in casa FX (nonostante gli Stati Uniti sono molto meno accondiscendenti verso le lingue straniere di quanto ci si possa aspettare, per varie ragioni storiche e culturali). Si potrebbe obiettare che le produzioni straniere difficilmente raggiungono ampie fasce di pubblico, diventando significativamente mainstream in un contesto molto “hollywood-centrico” nei suoi gusti, ma non è così improbabile per gli spettatori americani venire a contatto con produzioni sottotitolate.
    2) Non è così normale pensare di parlare una lingua dopo sette anni di convivenza con un madrelingua, soprattutto se il contesto in cui si verifica l’immersione linguistica resta il proprio ambito nativo. È evidente che si possa raggiungere un’elevata competenza, ma molto difficile pensare ad una fluency anche solo paragonabile a quella di un bilingue nativo, quale quella dimostrata da Ragnar. La collocazione dei nostri parlanti nell’ottavo secolo d.C. non è così ininfluente. Non perché un individuo del tempo fosse più “stupido”, ma perché l’orizzonte culturale e antropologico dell’alto medioevo prevedeva competenze cognitive decisamente diverse rispetto a quelle di un uomo dell’eta moderna o contemporanea, soprattutto in fatto di apprendimento. L’apprendimento all’interno di società non più ad oralità primaria ma ancora fortemente orali nei metodi di organizzazione e trasmissione della conoscenza non seguiva certo le dinamiche a noi familiari dopo secoli di stratificazione di pratiche didattiche fondate sull’alfabetizzazione. Basti considerare la scarsità di materiale scritto, fonte spesso decisiva nell’apprendimento di una lingua straniera (tra lingue che adoperano lo stesso sistema di notazione, ovviamente). Se a un parlante analfabeta (o scarsamente alfabetizzato) nella propria lingua non è precluso apprendere oralmente una seconda lingua, la competenza di questa si fermerà giocoforza al registro in uso nella comunicazione orale: 2000 vocaboli, lessema più, lessema meno. In un contesto agropastorale come quello norreno forse anche meno. A dirla tutta sette anni sembrano pochi persino per Athelstan (e tralasciamo qui il fatto che la sua competenza del norreno fosse elevatissima già nella scorsa stagione, ben prima del salto temporale di quattro anni a cui abbiamo appena assistito): quanti migranti italiani faticano tutt’oggi ad esprimersi correttamente nella lingua di paesi che li hanno accolti non meno di cinquant’anni fa? Oppure, quanto parlanti anglofoni che risiedono in Italia da tempo mantengono delle pronunciatissime marche della loro prima lingua, anche solo al livello di peculiarità fonetiche ineliminabili?
    3) Secondo me sopravvaluti abbastanza il concetto di mutua intelligibilità tra lingue aventi una comune radice proto-germanica. Se è ovvio che lingue appartenenti allo stesso ceppo linguistico presentino delle somiglianze, ed è probabile che queste somiglianze fossero maggiori svariati secoli or sono a causa della minore differenziazione, un certo grado di intelligibilità non significa certo mutua comprensione. Un piemontese e un calabrese fanno fatica tutt’oggi a comprendersi a vicenda, in un contesto di pressoché totale italianizzazione e avvicinamento delle lingue locali all’italiano standard attraverso le varianti di italiano regionale. Secondo te, anche in epoca contemporanea (avvalendoti, quindi, di molteplici risorse linguistiche e fonti di comunicazione di massa, e.g. la stampa e l’audiovisivo), catapultando un francese in una comunità italiana, quanti italiani svilupperebbero una competenza elevata del francese? Trasporta tutto indietro anche solo di una manciata di secoli, e trasporta l’ipotetico francese mediamente alfabetizzato (come Athelstan) in una qualsiasi regione a bassa alfabetizzazione del meridione italiano, e mettilo a confronto con i parlanti locali. Se possiamo aspettarci che il nostro turista francese del ‘700 impari abbastanza in fretta e (relativamente) bene il calabrese, possiamo davvero immaginare che attraverso l’esposizione ad un singolo parlante (non specializzato nell’insegnamento di una seconda lingua, pratica didattica che richiede competenze specifiche), e in un contesto composto esclusivamente da parlanti della propria lingua madre, ci sia un calabrese in grado di sviluppare un’elevata competenza del francese? Senza poterlo escludere a priori, permettimi di dubitare della plausibilità di questo scenario, e non certo per limiti “cognitivi” del parlante calabrese, quanto per il generale funzionamento dell’apprendimento di una seconda lingua.

    Tutto questo può non avere effetti significativi sulla fruizione della serie, non ci sono dubbi su questo. Ma ne limitano fortemente il realismo in una serie che mi pare abbia puntato molto su questo aspetto. A scanso di equivoci, io non considero il realismo un fattore rilevante, o necessario, “di per sé”. Il realismo è una strategia narrativa come un’altra, utile al perseguimento di determinati scopi narrativi. Il mio problema è la mancanza di coerenza interna in una produzione che tende a fare del realismo una delle colonne portanti della propria narrazione.

    Scusate per la lunga digressione, deragliata probabilmente oltre i confini dell’OFF TOPIC!

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  14. @ Revolution21: la tua risposta è talmente lunga che se volessimo continuare e discutere riempiremmo a dismisura questa pagina, anche se apprezzo sempre un dibattito serio ed argomentato, anche quando si hanno diversi punti di vista, piuttosto che lanciarsi frecciatine perché all’altro non piace la serie tv o roba del genere. Grazie per la discussione, comunque ;)

    Voglio solo dire, riguardo alla domanda “Secondo te, anche in epoca contemporanea catapultando un francese in una comunità italiana, quanti italiani svilupperebbero una competenza elevata del francese?” la risposta che do io è: tutti gli italiani possono perfettamente imparare poco e niente, perché persino spostarsi in un altro stato può servire poco a niente se non si ha la ferra intenzione di imparare, imparare sul serio, e non passare tutto il giorno, per esempio, tra connazionali.
    Io adesso sono al terzo anno di università e posso dirti che durante il mio primo anno ero in uno studentato pieno di stranieri, la maggior parte dei quali parlava francese. Uno di questi è stato mio coinquilino e, non a caso, dopo due anni ha imparato l’italiano come neanche ti immagineresti. I suoi amici no, eppure sono tutti catapultati nello stesso contesto. Questo perché a lui piaceva apprendere altre lingue e discuteva spesso con me con la diretta intenzione di apprendere e non si limitava a frequentare solo i sui amici conterranei. E’ tutta questione di impegno e volontà (infatti Ragnar dovrebbe essere l’unico ad aver appreso la lingua, ma perché se la faceva insegnare appositamente).

    ——————————————-

    By the way, passando al terzo episodio in se – sui cui non ho ancora detto una parola – devo dire che re Ecbert ha le mie simpatie già da questo episodio. L’atteggiamento e le espressioni di Linus Roache gli stanno a pennello (la scelta del cast per questa serie è fantastica), ed il personaggio è già ben inquadrabile: lontano dal collerico e più incompetente re Aelle, ma neanche un tipo che ci va leggero, ambizioso e scaltro come jarl Haraldson, ma su un piano differente. Per la prima volta senti che ti si para davanti un personaggio che non solo potrebbe tener testa a Ragnar, ma che potrebbe avere anche le doti ed il potere per sconfiggerlo.
    Passando aTravis Fimmel: mi fa impressione. Va bene che il bell’aspetto non ha alcun peso sulla recitazione ed è sciocco pensare il contrario (tra l’altro, quanti bravi attori/attrici hanno un fisico prestante ed un bel viso?), ma quando senti dire che un personaggio è interpretato da un modello, o un ex modello, le aspettative sono spesso piuttosto basse. Fimmel se la cava benissimo con l’accento e la mimica facciale e si presta altrettanto bene con i movimenti del corpo… e pian piano migliora ancora. Vikings cambierà la sua carriera, di sicuro.
    Per il resto, che dire, all’apparenza lo show si sta gradualmente ampliando a pari passo con la fama e la grandezza del suo protagonista, mi chiedo se in futuro vedremo persino viaggi in altre terre oltre la Gran Bretagna.

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  15. @ Revolution21:

    Il discorso non è sensato… Anche ammettendo che la fedeltà linguistica sia determinante per l’immersività di una serie, non si può pretendere un tale livello di realismo da una serie come vikings, che è ispirata, anche dal punto di vista norreno, non a fatti storici ma a una leggenda.

    Nell’epica antica il realismo passa molto in secondo piano rispetto al messaggio che l’opera vuole trasmettere. L’importante è il perchè, il cosa, non il come. Se vikings vuole essere rispettoso della propria fonte, infatti, non è il realismo che deve cercare, ma l’epicità delle antiche leggende norrene a cui si ispira… Per questo motivo non trovo fastidiose le scene di battaglia in cui decine di sassoni vengono trucidati da pochi vichinghi, che in qualsiasi altra serie bollerei come americanata da quattro soldi per fare audience (e tuttavia può ancora essere letta in questo modo, a giudicare da certe pubblicità della serie, ma ad ogni modo.)

    Quindi, la dissertazione linguistica assume senso se vogliamo che vikings sia un tentativo di immergerci nella storia dei vichinghi nel periodo medievale, e allora si, la rappresentazione dei contrasti culturali assumerebbe senso, ma se invece prendiamo vikings per quello che è (la versione “light” e a schermo di una leggenda norrena, e che quindi trasforma in realtà il punto di vista non certo imparziale dei norreni) mi sembra perfettamente accettabile una semplificazione del genere.

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  16. Che bella recensione! Ormai questa serie risiede stabilmente nel mio cuore, forte della sua potenza visiva certo, ma soprattutto della bellezza dei personaggi e della loro storia e sì, anche della semplicità dei dialoghi che a volte diventano quasi poetici.
    Ragnar è un personaggio che dopo essere passato alla storia, credo che entrerà anche nella storia della televisione.

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  17. [...] l’eccellente scorso episodio, Vikings si prende un attimo di riposo con una puntata di transizione, fatta di storyline che si [...]

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