True Detective - 1x08 - Form and Void

True Detective – 1×08 – Form and Void

True Detective ha concluso domenica la sua prima, abbacinante stagione e Serialmente celebra lo straordinario episodio finale con una doppia recensione-approfondimento: Andrea ci parla di generi, di racconti e di Rust; Chiara di simboli, di viaggi e di Marty. 

Fuori del limbo non v’è eliso (Andrea Morstabilini)

Pistole spianate per interrogare, cavare lacrime e confessioni; colpi di cecchini appostati, frantumi di vetri che esplodono nell’aria. Parole che provocano epifanie investigative, fatture e volti conservati in ricordi incrollabili. Schermi di computer che lampeggiano, buste voluminose di indizi, diner in cui guadagnarsi l’appoggio della polizia al costo di un caffè. Poi mostri in case infestate, soffocate, e inseguimenti e sparatorie e salvataggi e asettiche stanze di ospedale in cui ricevere la famiglia e la speranza che l’eroismo ricomponga, come stucco nelle crepe, unità disintegrate.

Forme.

Ma, come scriveva Jack London nel Vagabondo delle stelle, «la materia è la grande illusione. La materia, cioè, si manifesta nella forma e la forma è un fantasma».

E infatti in queste forme, che sono stilemi e consuetudini, si aprono squarci e dagli squarci trapela il vuoto, cioè l’inadeguatezza delle forme stesse, involucri cavi, sacelli mortuari ora deserti, solo foglie secche sul pavimento. Errol William Childress è morto, il buon detective gli ha sparato; ma gli altri – sono cinque? sono dieci? chi sono? dove sono? – svicolano, svaporano, svaniscono nell’ombra, a cercare forse altri re, altre Carcosa, e non a tutte le domande c’è risposta.

Nel suo breviario sulla scrittura di polizieschi, Laura Grimaldi – storica direttrice del Giallo Mondadori – annota: «Un buon giallo dovrebbe essere perfettamente circolare, nel senso che tutti i suoi punti dovrebbero fluire in un’unica curva ininterrotta nella quale inizio e fine combaceranno. Se dovesse contenere particolari o interrogativi irrisolti, la sua circolarità verrebbe interrotta, se non addirittura deformata».

Cerchi abortiti, cerchi che sono spirali, teorie di vicoli senza uscita, dedali. Inizio e fine non corrispondono, l’uroboro ha estratto la coda dalla gola: smontati, i meccanismi della detection mostrano la loro convenzionalità; servono soltanto a condurci per mano, come se da soli non fossimo in grado, dall’incipit allo Spannung e dunque allo scioglimento: Dora Lange è la vittima, Errol William Childress il colpevole, Rust Cohle e Marty Hart gli investigatori; Rust Cohle e Marty Hart eliminano Errol William Childress vendicando così la morte di Dora Lange. È semplice, lineare: forme, procedure, aspettative.

E invece i fantomatici – e in questo caso fantasmatici – conti non tornano. Non possono, perché «that ain’t what kind of world it is», perché allineare le risposte, ricomporre la fabula, chiudere il cerchio significherebbe credere nella forma, cioè nella forma del genere, e dunque restituire il conforto di una certezza. Certezza nell’ordine.

Se analizziamo allora la costellazione semantica che gravita intorno al racconto – story, narrative, tell –, scopriamo una cornucopia di motivi e riflessioni: «You attach an assumption to a piece of evidence, you start to bend the narrative to support it, prejudice yourself» diceva Marty già nel primo episodio, non solo preconizzando quanto sarebbe accaduto alla serie stessa – scandagliata alla ricerca della chiave capace di schiuderne i misteri –, ma anche descrivendo quello che accade ogniqualvolta fruiamo di una narrazione saldamente inscritta all’interno di un genere: carichiamo il testo delle aspettative che il genere stesso ci ha insegnato a coltivare.

A questo proposito, in Seeing Things Marty offre un’analisi circostanziata della detective fiction tradizionale: «You’re looking for narrative. Interrogate witnesses. Parcel evidence. Establish a timeline – and build a story day after day». In The Locked Room, quanto afferma Rust a proposito del dio delle religioni positive – «He absorbs their dread with his narrative. Because of this, he’s effective in proportion to the amount of certainty he can project» – vale parimenti per i narratori del poliziesco classico, indefessamente puntigliosi e vittorianamente attendibili: è affidata a loro la catarsi che ci attendiamo – pretendiamo? – nell’ultima pagina, o nell’ultima scena. Il punto è infine rimarcato in The Secret Fate of All Life: «Everybody wants some cathartic narrative».

Ma ora Errol William Childress è morto e l’intreccio non si risolve che in parte (il cerchio non si chiude): la catarsi non si realizza; lo svuotamento degli stilemi di genere ci priva della pacificazione assoluta che da sempre le narrazioni convenzionali ci promettono. E dunque, senza una struttura la cui assoluta linearità ci rassicuri sull’esistenza di un ordinamento razionale, e pertanto senza purificazione, a cosa andiamo incontro mentre lo schermo si fa nero e sulle note di The Angry River scorrono i titoli di coda? Alla comprensione. Di Rustin Spencer Cohle e Martin Eric Hart, che, come tutti i grandi personaggi aperti della letteratura, sono «oggetti inesauribili per la riflessione» (Seymour Chatman), la cui interpretazione evolve nel tempo «seguendo la mutata e accresciuta conoscenza di noi stessi e dei nostri simili».

In The Long Bright Dark, Rust diceva: «I contemplate the moment in the Garden, the idea of allowing your own crucifixion». Nel labirinto di Carcosa, nel sancta sanctorum del Re in giallo, trafitto dal pugnale di Erroll, Rust ha acconsentito alla propria crocifissione e, cullato nel grembo pietoso di Marty – padre finalmente attento –, è arrivato in prossimità dell’oscurità calda e materica e amniotica in cui la coscienza si dissolve e nell’annientamento del proprio io c’è amore. Strappato a quel conforto, Cristo la cui rinascita non è ascensione ma ritorno alla carne, al mondo, agli altri, Rust – «diveniente, mutante, educato dalla vita» (Mikhail Bachtin) – chiude il suo cerchio e devia, scarta, deraglia. Verrebbe quasi la tentazione di dire: evolve, ma Rust non approverebbe.

«Era un uomo notevole […]; aveva del candore, aveva convinzione, aveva un accento vibrante di rivolta nel suo bisbiglio, aveva l’espressione spaventosa di una verità intravista, lo strano compenetrarsi di desiderio e di odio» dice Charles Marlow nel Cuore di tenebra di Joseph Conrad, a proposito di Kurtz. «È vero, lui aveva compiuto quell’ultima falcata, aveva oltrepassato la soglia, mentre a me era stato concesso di ritrarre il piede esitante. E forse sta in questo tutta la differenza; forse tutta la saggezza, e tutta la verità, e tutta la sincerità sono appunto concentrate in quell’impercettibile tempuscolo in cui oltrepassiamo la soglia dell’invisibile. Forse! Mi piace pensare che il mio giudizio conclusivo non sarebbe stato una parola di sconsiderato disprezzo.»

Nemmeno quello di Rustin Cohle lo sarà, a suo tempo. Non più.

E anche se «fuori del limbo non v’è eliso» – la fiabesca semplicità della metafora finale di Rust non deve confondere –, questo ci dà coraggio, proprio come le storie che ci raccontiamo sulle stelle. Non nere; lucenti.

fyeah

Viaggio al termine della notte (Chiara Lino)

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Marty non è un uomo buono. Come la maggior parte delle persone, non è né buono né cattivo: è il prodotto di una società, di una cultura, di un contesto. Non è un caso che i suoi genitori non siano mai rilevanti ai fini della storia, mentre conosciamo quelli di Maggie e sappiamo qualcosa del padre di Rust: la madre di Marty è la Louisiana, il padre un distintivo che gli dà forma, posizione, autorità. Un senso illusorio di interpretazione di sé e del suo posto nel mondo.

È importante notare che non è l’incontro con Rust a «rovinare» la vita di Marty, sebbene dia inizio alla spirale (pun intended) di eventi che lo porterà al divorzio, al licenziamento e alla solitudine. I tradimenti, l’alcol, la matrice patriarcale attraverso cui interpreta il mondo erano già presenti. Rust instilla però il dubbio: che non sia giusto, che la strada battuta non sia per forza quella corretta, per quanto prevedibile e nota. È qui che Marty smarrisce la «diritta via»: non cambia strada, ma la vede con occhi diversi. Comincia a metterla in discussione. E nulla fa più male a un uomo del mettere in discussione se stesso e il sistema in cui ha, letteralmente e metaforicamente, imparato a camminare.

Nel corso dell’interrogatorio con i due detective, Marty giustifica più volte le sue azioni collocandole in un più ampio sistema di appartenenza: il tradimento è sfogo maschile, necessità di fuga a cui spinge il mestiere, addirittura virtuosismo che aiuta a separare l’orrore del caso dalla vita famigliare. Cerca comprensione, la catarsi della confessione, ma soprattutto validazione.

Nelle parole di Maggie, Marty è un uomo che non sa cosa vuole perché non sa chi è. «I mean, Rust knew exactly who he was… and there was no talking him out of it. You know, Marty’s single big problem was that he never really knew himself, so he never really knew what to want.»

Il parallelismo con Dante è fin troppo facile: l’uomo sperduto, incapace di vedere la verità, di riappropriarsi di un ruolo nel mondo. La selva oscura non è solo l’incidente di percorso, il momentaneo smarrimento dato dal momento di crisi: è un periodo della vita, l’ingresso nel dubbio.

È un Rust-Virgilio, narratore, compagno, riflesso e interprete, a prendere per mano Marty e costringerlo a un percorso morale – prima che a un’indagine – che attraverso l’inferno lo guiderà a se stesso. A leggere ciò che lo circonda, la società stessa di cui è prodotto. Fino a quel punto è rimasto solo, schiacciato da un ruolo di cui per anni si è fatto interprete e portabandiera, senza interrogarsi sul collegamento tra i suoi tradimenti alcolici e l’omicidio Dora Lange, le corna di cervo, la spirale. Senza interrogarsi in assoluto: ai detective non parla di una storia o di un caso quanto di una condizione umana, l’eredità di ciò che è stato prima di lui e che lui ha finito per incarnare. Nel riferire, oltre al caso e al rapporto con Rust, le sue vicende personali, Marty ci racconta tutto ciò che dobbiamo sapere di una società che ha chiuso gli occhi di fronte alla sparizione di donne e bambini. Non per niente a perpetrare il male è una vittima del male stesso: il tempo è un cerchio, Erroll Childress tortura suo padre come suo padre ha torturato lui, Marty esorcizza gli elementi di cui è prodotto trovando il coraggio di guardarli negli occhi.

Se «la legge morale in me» ha guidato il viaggio attraverso l’inferno, unico fragile appiglio in una selva di stelle nere, spirali, corna e altre simbologie all’apparenza indecifrabili, è «il cielo stellato sopra di me» ad accogliere il sollievo di una temporanea conclusione. È di nuovo Rust a spiegare a Marty la lettura di quest’ultimo segno, per una volta dissipandone la negatività, l’idea che il buio non stia trionfando.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Note

1. Repetita iuvant: Matthew McConaughey, Woody Harrelson, Cary Joji Fukunaga e Adam Arkapaw hanno fatto un lavoro eccezionale, vertiginoso. La malia ipnotica delle immagini raggiunge qui un culmine quasi doloroso nella sequenza infera del labirinto, e un vertice ancora più ammutolente nella successione di panoramiche che mostrano, mentre le vite e gli intrecci si fanno e si disfano, l’atavica immutabilità della Louisiana, terzo grande personaggio di True Detective.

2. La Hbo non ha ancora rinnovato ufficialmente la serie per una seconda stagione, benché Nic Pizzolatto sia già al lavoro sul testo e abbia perfino lasciato trapelare qualche dettaglio: «This is really early, but I’ll tell you [it’s about] hard women, bad men and the secret occult history of the United States transportation system» (fonte, p. 3). Il consenso di molti commentatori d’oltreoceano è che la rete confermerà il rinnovo soltanto quando potrà annunciare anche i nomi degli attori protagonisti.

3. Nella doppia recensione trovate citati Joseph Conrad, Elsa Morante, Dante Alighieri, Immanuel Kant, Laura Grimaldi, Jack London. Avremmo potuto buttarci dentro anche Poe, Lovecraft, Chambers: True Detective ha una ricchezza di richiami, citazioni e fonti di ispirazione che è impossibile coprire del tutto, pesca senza ritegno tanto da mitologie di altre narrazioni quanto da fatti di cronaca, scuole di psicologia, superstizioni. Non possiamo ritenere che Pizzolatto avesse in mente, durante la scrittura, tutto quello che la visione ha detto a noi spettatori; parallelamente, non possiamo pretendere di aver coperto tutte le sue fonti di ispirazione in questa – e in tante altre – brevi analisi. Ma crediamo che la ricchezza della narrazione sia tanto nella penna di chi scrive quanto nella testa di chi guarda, con maggiore o minore spirito critico, il prodotto, e che in questo senso gli oggetti narrativi non possano dirsi mai conclusi, un po’ come l’indagine di Rust e Marty. In sostanza, ciò che abbiamo letto dentro le pieghe dei dialoghi e della rappresentazione ha tanto diritto di cittadinanza quanto quello che ci è stato volontariamente scritto dall’autore, soprattutto se genera dibattito, confronto, e produce letture ancora nuove, dettagli e punti di vista.

4. Visto che, consapevolmente, abbiamo fatto più un’analisi dei temi che un resoconto di quanto è apparso sullo schermo, beccatevi una gallery sullo splendido lavoro fatto dall’artista Joshua Walsh, che ha creato il labirinto di Carcosa. Inoltre, qui trovate un album fotografico di Fort Macomb, la fortezza del diciannovesimo secolo dove è stata ambientata Carcosa.

Andrea Morstabilini

Introdotto al culto telefilmico in giovanissima età da Twin Peaks, Andrea ama le serie scritte bene, e, dunque, la Hbo.

360 Comments

  1. Bellissime recensioni, grazie! Leggerla aggiungere davvero qualcosa alla visione/conclusione della serie. Spero davvero che ci sarà una seconda stagione, e poi una terza… e così via, per sempre (mannò, dai). Ho letto da qualche parte che nella seconda stagione potrebbe esserci Brad Pitt, sarà mica vero?
    Comunque, serie stupenda che si è concluse degnamente. Per quanto mi riguarda questa ultima puntata è stata.. profonda? Una puntata che “se ci pensi su” è stupenda, ma quando hai finito di guardarla, quando scorrono i titoli di coda dopo le strazianti immagini della Louisiana (“atavica immutabilità” descrive benissimo, direi anche “immobilità”) e sai che mancano pochi secondi al -the end- definitivo, ecco… io ho pensato “Ma… tutto qui?”. Poi ripensi ai dettagli, alle ultime cose che si sono dette Rust e Cohle, metti insieme le 7 puntate precedenti, insomma poi vieni travolto da quanto sia stato tutto BELLO. Sono contenta, questa serie ci ha dato veramente una SCOSSA, ci ha tirato fuori dagli schemi in cui la serialità (televisiva) investigativa ci sta ingabbiando.
    La semplicità della risoluzione del caso (le nostre menti da spettatore non sono abituate a casi semplici, e per 7 puntate abbiamo cercato di intuire quale poteva essere il plot twist finale, che non c’è stato) ha confermato quello che un po’ tutti pensavamo: si stava raccontando un’indagine solo per raccontare la storia di due uomini.
    P.S. Davvero bravissimo McConaughey, cazzarola che bravo!

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  2. Serie capolavoro e belle recensioni, ma attenzione perché mi pare che stiate esagerando. C’è il rischio di troppa sovrainterpretazione, forse dovremmo tutti darci una bella calmata, tutta quella marea di citazioni più o meno azzeccate mi sembrano un enorme sfoggio di citazionismo (narcisismo?) fine a sé stesso più che utile per andare ancora più a fondo nell’orrore di TD. Comunque è perfetta, una delle serie televisive migliori in cui mi sia imbattuto. Temo che le stagioni successive saranno di gran lunga inferiori… Simboli ossessivi come le spirali, visionaria e non realistica fino allo stremo, la sua grande capacità è stata quella di alludere oltre che di mostrare quando ne aveva bisogno. Alludere nel senso che quando la cortina tra questo mondo e l’altro si sfonda, con quel vortice che giustamente avete messo come immagine, Cohle intravede Carcosa, vede l’inferno, ed è ovvio che sia una delle sue innumerevoli visioni cosi come è ovvio che forse le pieghe del reale si sono scardinate per un breve attimo, come nei racconti di Cortàzar che però non affrontava in modo cosi diretto il Male, né ne era interessato. La spirale, il ciclo, “uscire dal ciclo” dice il killer e mi sembra che tutti i personaggi di TD, almeno i protagonisti, ricerchino una sorta di redenzione per non fare più parte di questa vita e dell’involucro di un corpo, in ogni caso una redenzione ora formata da follia e misticismo, ora da un nichilismo disperato, o da un’ipocrisia che prova a mantenere a galla i valori. Parlo, rispettivamente, del killer, di Cohle, di Hart. La sintesi finale è che questo è un mondo oscuro e inquietante dove però le fiammelle resistono e sembrano farsi strada, basta poco. L’amicizia tra i due detective e la “sintesi” del loro pensiero, il loro sorreggersi l’uno all’altro, è un bel messaggio positivo e di speranza. Ovvio che nel ciclo poi il Male debba tornare, loro non hanno preso tutti i pedofili ma nel loro piccolo… Come diceva un personaggio nel film di Spielberg (uno dei più riusciti e comunque ruffiano)? “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Si beh, non arriviamo a questo punto, però…

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  3. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 11:02

    Grazie a voi due credo di aver capito meglio un finale che, comunque, per me resta deludente. Troppo letterario e letterale il corso della stagione per potersi permettere un ultimo episodio così. Pizzolatto ha giocato secondo le regole del giallo fino all’ultimo (intuizione di Marty sulla vernice verde, per dire), per poi abbandonare tutto negli ultimi 10 minuti dicendo che no, non era mica un giallo, “it’s just one story”. Troppo comodo. O troppo difficile da capire per quelli come me, ché qui il confine tra intenzione iconoclasta e semplicioneria è davvero sottilissimo. A The Killing abbiamo fatto una testa tanta per molto meno.

    Red herrings sparsi ovunque, per arrivare poi al più inutile (e comodo e banale e inefficace) dei villain. Un’ accelerazione gigantesca negli ultimi tre episodi, dopo metà stagione persa in filosofia e fisica e religione (interessanti e ben scritti quanto si vuole, io i monologhi di Rust li ho odiati). Episodi spesso farraginosi per struttura e ordine (Who goes there che va in onda dopo The Locked room ma che in narrazione succede prima oppure no oppure boh). Personaggi secondari inesistenti, buoni solo a far da servitù a Rust e Marty. Plot device giganteschi (la maniera in cui Marty riesce ad accedere ai file necessari per il proseguire dell’indagine con Rust nel 2012, quell’assurdità del cecchino/barista/ubriacone che usano per far tacere Geraci, roba che contraddice tutto il clima da cospirazione che si è cercato di creare).

    Una storia che alla fine è parsa una banalissima scusa per permettere il monologo esistenziale a Rust. Perché ditemi che ‘sta storia del Yellow King lascerà un qualunque ricordo nelle vostre vite di consumatori di narrativa. Il problema con la storia non è che non si chiude a circolo. È che è insignificante, e per sostanza e per struttura e per intreccio. Una mera ribalta per permettere a Cohle di spiegarci il significato (o l’assenza di significato) dell’esistenza, tutto per poi finire con una pacca sulle spalle e un “vabbe’, l’importante è la salute” o “domani è un altro giono” o “non può piovere per sempre”. Nemmeno Marty serve a nulla, se non a spingere la carrozzella di Rust e a fornirgli l’assist per la punch-line. Essù, un personaggio interessante in 8 episodi, una storia insipida, una risoluzione insoddisfacente (perché, almeno, una backstory che spiegasse Carcosa e il Yellow King avrebbe dato peso a una trama leggerissima. Non è desiderio di circolarità, è semplicemente capire che cosa ha distinto questa trama da un’infinità di altre. Risposta: niente).

    Si, ok, la scrittura è piena di simboli e rimandi letterari, ma è roba interessante per quel ristrettissimo gruppo di spettatori che se ne intende e se ne interessa, è roba per le accademie di letteratura e semiotica. Non possiamo urlare l’istant classic perché una serie stuzzica le nostre perversioni nerdiste. A un grullo come me, TD in quanto trama e temi non ha dato nessuna soddisfazione.

    Straordinario il comparto tecnico (le visioni di Rust sono molto belle) ed estetico (bella la regia, anche se i continui campi lunghissimi dopo un po’ diventano fini a se stessi). E sui protagonisti poco da dire se non “UAO”, interpretazioni micidiali nonostante un inglese impossibile da capire senza il sottotitolo (XD).

    Insomma, una buona serie. Continuo a non capire il gridare al capolavoro, però. I difetti ci sono e non la paragonerei nemmeno alle migliori cose che abbiamo visto negli ultimi 15-20 anni. Ma sarò io, eh.

    In ogni caso, grazie Andre e grazie Chiara. Il pezzo è bello ma bello davvero.

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    1. no no, non sei mica solo tu…!!

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  4. tra le fonti vorrei citare Alan Moore, il discorso finale di Rust è preso in maniera pedissequa da quello presente nell’ottavo volume di “Top Ten”.
    http://www.bleedingcool.com/2014/03/10/swipe-file-finale-of-true-detective-and-alan-moore-and-gene-has-top-ten/

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  5. recensioni orripilanti, mi sembra di leggere uno di quei prologhi ad un libro classico, pieno di paroloni e povero di significato. Dovrebbe essere una recensione, e invece e’ diventato un auto compiaciuto saggio delle medie.

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  6. @ Tartaruga:
    Concordo pienamente sulla “scossa” che questa serie è stata capace di dare.
    Sugli attori mi sembra facile entusiasmarsi per la recitazione di McCounaghey, aiutato dal personaggio maledetto che interpreta, io ho preferito Harrelson, anche se entrambi sono stati mostruosi!!
    Ottime analisi come sempre, anche se in effetti cercare troppe citazioni diventa forse un po’ fine a sè stesso.

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  7. Oltre ad Alan Moore è evidente la citazione a “No country for old men” dei fratelli Coen nel discorso di Cohle sul diciamo aldilà in cui si era trovato prima di svegliarsi. Quando dice “poi mi sono svegliato” è evidentissima.

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  8. Bel pezzo. Ai riferimenti letterari aggiungerei Dostoevskij soprattutto per il personaggio di Rust, il suo modo di interrogare, la sua filosofia etc. Notare che quando arrivano da Reggie Ledoux Rust nomina Nietzsche ma in modo ironico. Questo perché c’è una differenza tra il nichilismo russo a cui Nietzsche si ispirava e il modo in cui Nietzsche e il nichilismo sono stati interpretati nel ‘900. Rust è pessimista ma non è anarchico, è un moralista, riflette sul male ma vorrebbe estirparlo, dal mondo come da se stesso. Marty invece non è né buono né cattivo, come dite voi, ma è un po’ stronzo. Si scandalizza di fronte al pessimismo di Rust però tradisce la moglie, scandalizza quando trovano la prostituta minorenne però poi tradisce di nuovo la moglie proprio con lei. Se Rust è un moralista Marty è piuttosto un moralizzatore, perché Rust non giudica la vita degli altri mentre Marty sì, anche se sul tema del giudicare gli altri c’è una bellissima discussione tra i due. Marty vuole imporre una sua morale agli altri in quanto poliziotto e padre, una specie di pontificatore. Rust invece come dite voi è una specie di Cristo che porta su di sé il male del mondo per estirparlo a tutti.

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  9. Io sono d’accordissimo con Francesco GIrardi a cui va la mia stima : ) – però mi sento di essere un po’ più “buono” di lui; la serie mi è piaciuta moltissimo, fatta, girata, interpretata alla grande.
    Ma la storia si conclude con….una storiella. Tutti i rimandi dove sono andati? L’assassino è un campagnolo…e i legnetti? Ha fatto tutto il campagnolo?
    Ecco, mi ha deluso il finale e, a un superficialotto come me, ha costretto a pensare forte forte alle altre 7 puntate per non mandare tutti a quel paese.
    : )

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  10. Recensioni meravigliose, complimenti. Anche io ho pensato al verso dantesco sul finale (Bellissimo, toccante). Secondo me bisogna accettare il fatto che nel mondo di Rust e Marty – nel MONDO e basta – niente si risolve e quindi, nonostante il Yellow King sia stato ucciso dai nostri, l’ambiente malsano in cui vivono rimane lo stesso, la rape culture rimane la stessa e non sapremo mai cosa ha cambiato la figlia di Marty per sempre.
    Anche io avrei voluto sapere di più in proposito, però dinanzi ad un finale del genere posso ritenermi pienamente soddisfatta. La natura matrigna … ma mi verrebbe da dire cannibale, che domina alcune delle ultime scene rimane immutabile, come l’inferno dantesco che esiste sempre e per sempre, però esistono anche le stelle.
    Grazie, True Detective.

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  11. Un piccolo difettuccio invece riguarda il cattivo. Da come era accennato negli episodi precedenti sembrava qualcuno che avesse qualcosa da dire, che avesse elaborato un sistema filosofico, come Rust, un piano di Satana, un nichilismo portato alle estreme conseguenze. Invece l’hanno presentato come il solito zotico di campagna ritardato che si fa la sorella. L’impressione è che ci sia del non detto su questo personaggio, chi gli ha ustionato la faccia e perché (il padre?), se lui fosse l’unico re giallo o se prima di lui ce ne fossero stati altri (lo trovano nel 2012 ma la storia andava avanti da 40 anni). Poi c’era tutta una rete criminale dietro, con pezzi grossi come il reverendo e il senatore e non si sa come procedano le indagini.

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  12. Io ho trovato perfetti tutti gli 8 episodi e davvero avrei avuto da ridire se ci fosse stato un colpo di scena finale tirato per i capelli, del tipo Cohle o Rust che si scoprono serial killer e uno uccide l’altro. Davvero, non avrei retto e sarebbe crollato tutto. Cosi tutto è coerente con ciò che abbiamo visto: che un pedofilo e assassino seriale possa continuare di tanto in tanto a mietere vittime potrà sembrare ridicolo, ma non dimentichiamoci che come in The Wire assistiamo ad una palese accusa verso la società e i vertici del potere. Governatori parenti di, poliziotti e capi della polizia che non vogliono scontentare chi sta più in alto di loro, evangelismo spinto fino all’ipocrisia… Le strutture di potere si preservano in ogni modo possibile, ovvero quello più subdolo (non ascoltando Cohle e minacciandolo di sospensione, insabbiando tutti gli intrallazzi e i riti che si facevano nelle foreste per quanto riguarda la chiesa), cosi accade che un “pesce piccolo” come Childress possa scorrazzare indisturbato per anni e anni nelle sue catapecchie, sfogandosi di tanto in tanto e lavorando per di più in una scuola. Sappiamo benissimo come ragionano istituzioni secolari attente a non farsi scalfire dai propri abominevoli errori se la Chiesa spostava preti accusati di pedofilia in altre parrocchie invece che farli “curare” e allontanarli per sempre da qualsiasi parvenza di bambino. Mi è piaciuto molto il lato soprannaturale della vicenda, quello che chiamo “visionario”: l’arrivo a Carcosa che è un santurario, un altro mondo, l’inferno, non si sa cosa sia ma sembra qualcosa d’altro insomma. E Childress che diventa davvero un mostro sovrumano nella sua squallida normalità, con la sua voce bassa a minacciare con strane allusioni mistiche.
    SOPRATTUTTO da notare la finezza di Pizzolatto nel tratteggiarlo, per cui praticamente con due o tre frasi sappiamo già tantissimo di lui. Ad un certo punto afferma mentre è inseguito da Cohle: “Sai cosa mi hanno fatto? Quello che farò a tutti i figli e le figlie dell’uomo”. Quindi lui è un pedofilo, vittima prevedibilmente di abusi da bambino. Il cerchio si chiude e si continua a girare in tondo insomma. Perfetto. Per questo è una serie senza sbavature e quelle poche che potrebbero esserci gli attori le insabbiano con interpretazioni gigantesche. 10 pieno, aspettando Mad Men.

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  13. Ah, preciso che quando dico che c’è il rischio di sovrainterpretare la serie non lo dico accusando True Detective ma prendendomela con i recensori che hanno fatto si un buon lavoro, ma avrei preferito si concentrassero su altro invece che sbrodolare Kant o Dante.

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  14. scuaste prima di dire migliore serie ever bisogna vedere se è una serie…mi spiego meglio, sono solo 8 puntate. E’ piu’ facile fare qualità in 8 puntate rispetto che, ad esempio…a caso…, in 62. Vorrei vedere se allungassero il brodo in 4/5 anni riuscirebbero a mantenere la qualità a questo livello.
    Diciamo che è una miniserie, un film un po’ piu’ lungo del solito (circa 50×8= 400 minuti)…

    Poi per il resto son concorde con voi, anche nel sostenere che tutti questi riferimenti dotti ed aulici magari lo sceneggiatore manco li conosceva o forse di Dante ha sentito parlare leggendo Dan Brown…).

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  15. lorenzo Folini 13 marzo 2014 at 12:20

    Scrivo per la prima volta a proposito di True Detective.. ho lasciato il mio giudizio in sospeso fino alla fine, per la paura di rimanere deluso da una conclusione che per forza di cose non avrebbe potuto racchiudere tutto in un’ora.
    Vi dirò, a me la scelta di riportare l’attenzione finale sui due protagonisti anziché sul caso è parsa stupenda.
    E bellissimo è il modo in cui alla fine si capisce che il vero focus non era tanto il mistero da svelare (peraltro la parte più di genere della serie è narrata e girata in modo stratosferico) ma il rapporto e il percorso dei due poliziotti da sviscerare.
    una conclusione con twists e colpi di scena forse avrebbe fatto gioire la mia parte “giallista”, ma per forza di cose avrebbe necessitato di qualche semplificazione e di un po’ di sospensione dell’incredulità.
    Questa serie per me è un capolavoro proprio per questo motivo.
    riesce a colpire in tutti i suoi aspetti. incolla alla sedia il classico pubblico da LOST per la quantità di mistero e tensione presente in ogni puntata, ammalia un pubblico più cinefilo per la quantità di rimandi, citazioni, ispirazioni disseminate nella narrazione, è infine molto credibile e toccante anche per quanto riguarda la costruzione dei personaggi e il loro lato umano.
    far morire Rust, rendendolo l’agnello sacrificale sull’altare del bene? ci sarebbe stato benissimo
    inserire un mostruoso colpo di scena con il coinvolgimento di qualche personaggio importante? perché no.
    queste e altre alternative avrebbero dovuto pagare però un prezzo alle regole del genere.
    il lungo finale, con una sorta di epifania di Rust, finalmente aperto ad un sottile spiraglio di speranza è invece per me perfetto, commovente, triste.
    è la dimostrazione della grandezza di questa serie, capace di smontare e andare oltre le regole di un genere letterario o cinematografico a cui appartiene.Bisogna vere tanto talento e tante palle per fare una scelta così.
    in questo mi ha ricordato tantissimo le opere di grandi registi come Mann, Malick, Johnathan Demme..
    e le ultime parole pronunciate dai protagonisti sono di quelle che ti ronzano in testa per un bel po’.
    ho l’impressione che per molto tempo non vedremo qualcosa di simile in tv.
    “it’s just one story, the oldest. light versus dark”
    “Once it was only dark. but if u ask me now, light’s winning”

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  16. lorenzo Folini 13 marzo 2014 at 12:20

    P.S
    ditemi dove mai avete visto qualcuno che riesce a piazzare un piano sequenza di sei minuti in una serie tv… così per dire eh?

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  17. Quoto Francesco Gerardi, mi aspettavo una recensione su quella linea. Quanto avete scritto è bellissimo, per carità, ma è più una riflessione sulle citazioni che sulla storia.
    Ma forse avete ragione, e True Detective và visto in quel modo perchè per quanto riaguarda la storia… tutto bello, ben fatto, be recitato, luccicante e sbruliccicoso: però il finale in sè rimane deludente e rivela un plot un po’ così, diciamo… normale e pure pieno di false piste (i disegni delle figlie di Marty ad esempio) che alla fine mi hanno un po’ infastidito.
    Insomma peccato, andando alla ricerca del classico pelo sull’uovo, do FY alle intenzioni ma non al risultato.
    Da rivedere quando passa in italiano.

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  18. Scusate il commento meno erudito della media, ma solo io ho notato che, quando si è svegliato dal coma, sembrava l’immagine della sacra sindone?

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  19. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 12:35

    @ lorenzo Folini:

    Il piano sequenza esiste da quando esiste il cinema, non è che Fukunaga sta inventando nulla. Di esempi ce ne sono un’infinità anche in tv, i primi che mi vengono in mente sono in ER e in Psychoville (qui, un intero episodio girato in due piani sequenza di 20 e 10 minuti). Ma poi, l’uso della grammatica cinematografica è una metro che si può usare per misurare la bontà della regia e basta. La valutazione complessiva di una serie non può prendere in considerazione solo le parti (che piacciono o non piacciono).

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  20. Recensione stupenda per un finale tra il teso e il commovente, in grado di capovolgere positivamente le mie aspettative, di una grande stagione.
    Mi mancherà la Lousiana, per quanto continui a farmi paura, mi mancheranno Rust e Marty. Speriamo che la seconda stagione sia a simili livelli.

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  21. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 12:50

    Tra l’altro, mi fa sempre sbellicare dalle risate il fatto che, quando una serie che piace si mostra debole sul piano puramente narrativo, si dice sempre che “il plot era un mezzo per dire altro”. Ma che significa? Il fatto che tu abbia intenzioni metaforiche (o allegoriche o simboliche o non so che cazzo) ti autorizza a scrivere la trama in maniera sciatta? Gesù, qua stiamo parlando di professionisti pagati e premiati e apprezzati, non è mica fan fiction. Le serie più belle che ho visto avevano tutte significati che andavano oltre il letteralismo del testo (e della trama), però, comunque, era roba scritta con un rispetto dello spettatore e una cura del plot che TD non ha dimostrato di avere. Cristo santo, tra TD e La Grande Bellezza sembra che alla gente non gliene freghi più un cazzo delle sceneggiature, è tutto un modo per dire altro, so’ tutti appassionati di “cinema puro”, è tutta un’allegoria che manco i carri al Carnevale di Viareggio.

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  22. la sensazione che ho è che il testo sia molto più semplice di quello che si potrebbe pensare. condivido in pieno l’osservazione sul rispetto degli stilemi del genere. ci sono tutti, e a più riprese a me è sembrato che la cosa venisse fuori, quasi a dire “non sbagliatevi, state guardando una fottuta storia di detection. si chiama true detective, cazzo”. forse, la novità sta proprio nel “true” e non nel “detective”. true, vero. ma veniamo alla spiegazione. (so di non essere sistematico, ma non mi paga nessuno per esserlo, quindi non mi sento obbligato.)
    perché non pensare che tutte le menate di rust siano semplicemente il delirio di un uomo che non ha elaborato il lutto terribile della morte della figlia? se si guarda in quest’ottica, allora tutto ha un senso, un colore diverso. forse è una mia proiezione ma spesso quando sono preoccupato o depresso mi lascio andare a riflessioni più o meno profonde sulla vita, l’universo e tutto quanto (la cui conclusione è inevitabilmente, sempre, 42). e magari ho solo digerito male. e quando passa l’indigestione, tornano a brillare le stelle. insomma, è chiaro quello che voglio dire? forse è solo una classica, sporca, storia chandleriana. e rust è solo un padre inconsolabile, distrutto dalla fine orrenda della figlia. e, ovviamente, almeno per me, questo non toglie davvero nulla alla bellezza di tutto quello che ho visto e che ho sentito.
    p.s. chiedo scusa per la mancanza di sistematicità e gli argomenti accennati e non sviluppati.
    p.p.s. sempre se qualcuno mai avesse la voglia, la pazienza e la bontà d’animo di leggersi ‘sto pippotto.

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  23. @ pino:

    C’è un link apposta, nella recensione.

    @ Francesco Gerardi:

    Io non credo sia del tutto corretto dire che il plot non ha rilevanza. Che certe zone dell’intreccio siano lasciate nebulose – à la rosa blu di Fire Walks With Me – non inficia, a mio modo di vedere, quella che è una struttura narrativa solidissima, ancorché aperta.

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  24. Stavo riflettendo sulla citazione iniziale (Quella tratta da “L’isola di Arturo”) ed è pensato a questo: per quanto l’inferno sia comunque in Terra e credo che questo sia palese, vista la profonda inquietudine che trasmettono le ultime immagini di una Lousiana paludosa e malsana, Rust sperimenta comunque una sorta di elisio. Mi hanno colpita molto le parole del monologo finale: mentre era immerso in Carcosa, nell’oscurità che lo rendeva una “vague awereness”, Rust sperimenta un altro tipo di oscurità, accogliente come quella del grembo materno, che ingloba lui e i suoi amati e lo rende nuovamente integro, pieno d’amore. Quest’immagine è forse la cosa più vicina al paradiso di cui ho mai sentito parlare in una serie televisiva (Ripenso a Buffy, ma l’immagine di Rust mi sembra ancora più potente e atavica) E quindi sì: oltre il limbo e nella Terra non esiste elisio, però forse l’elisio c’è in un’altra dimensione, all’opposto di Carcosa.
    Per Arturo, dopo le dolci illusioni della fanciullezza, c’erano le disillusioni e le amare passioni della vita adulta, ma per Rust, vissuto a pane e disillusione, c’è forse dell’altro?
    Dubbi amletici XD

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  25. astrosio ha scritto:

    perché non pensare che tutte le menate di rust siano semplicemente il delirio di un uomo che non ha elaborato il lutto terribile della morte della figlia? se si guarda in quest’ottica, allora tutto ha un senso, un colore diverso. forse è una mia proiezione ma spesso quando sono preoccupato o depresso mi lascio andare a riflessioni più o meno profonde sulla vita, l’universo e tutto quanto (la cui conclusione è inevitabilmente, sempre, 42). e magari ho solo digerito male. e quando passa l’indigestione, tornano a brillare le stelle. insomma, è chiaro quello che voglio dire? forse è solo una classica, sporca, storia chandleriana. e rust è solo un padre inconsolabile, distrutto dalla fine orrenda della figlia. e, ovviamente, almeno per me, questo non toglie davvero nulla alla bellezza di tutto quello che ho visto e che ho sentito.

    È esattamente ciò che dici. E poi è anche qualcosa in più. Fa parte di tutti quei prodotti con più livelli di scrittura e di lettura: Pizzolatto ha scritto una bellissima storia di indagine, nel farlo ci ha messo dentro, volontariamente o meno, un sacco di pezzetti della sua cultura e della sua formazione; noi questa storia l’abbiamo vista, in qualche modo l’abbiamo vissuta (perché è un prodotto che chiede grande partecipazione emotiva allo spettatore), abbiamo intuito alcuni dei pezzetti in più che la rendono così ricca e ne abbiamo aggiunti a nostra volta. In questo modo la storia cresce negli occhi dello spettatore. Andrea e io abbiamo cercato di veicolare questa ricchezza, ma non è una lettura necessaria a godersi la serie.

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  26. Francesco Gerardi: a me True Detective sembra reggere non bene ma benissimo sul piano narrativo, dove starebbero le falle? Quanto al cinema puro.. ma cosa significa? Fellini seguiva una trama convenzionale? A me non pare, e Sorrentino si accoda alla sua scia e quella di tanti altri cineasti. Per forma e sostanza True Detective è completamente differente, si presta a vari livelli di lettura e anche di visione. A me pare che chi voleva una serie intensa, un thriller coi fiocchi e realista non tanto in quello che mostra ma nel contesto di ciò che mostra, beh, sia stato ampiamente accontentato cosi come chi cercava un approfondimento psicologico degno di tal nome e svariate citazioni sulla filosofia e la metafisica. Come si fa a dire che TD non ha rispetto dello spettatore? Una serie che non ha rispetto di chi la guarda potrebbe essere Lost, l’ultima stagione, persino Dexter, ma TD??? Di cosa stiamo parlando e dove starebbe questo sgarbo nei confronti dello spettatore? L’ho trovata una serie compatta ed equilibrata come poche altre, ma qui gioca facile visto che sceneggiatore e regista sono gli stessi per tutto l’arco narrativo. Dentro c’è un pò di tutto, e mi pare che tutti possano accontentarsi. Le critiche su simbolismi e quant’altro non stanno in piedi sia perché la serie si regge anche su questi livelli di lettura, anzi direi soprattutto su quello, sia perché è magnetica e scene come quelle di Carcosa o il finale del quarto episodio sfido a trovarci una mancanza di compattezza sia narrativa sia di intensità emotiva. Bah.

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  27. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 13:09

    @ Andrea Morstabilini:
    ci provo, anche se so che con te la battaglia su TD è persa XD.

    Comunque, sul serio, a me la struttura narrativa pare solida solo e soltanto quando e perché resta nel recinto del giallo/noir. È solida perché segue pedissequamente le regole del genere. Il punto è che la validità delle trame di questi generi qui è data dalla maniera in cui si chiudono. E da qui i miei problemi con questo finale. Ha azzoppato quello che di TD mi era piaciuto, la natura fondamentalmente classica del racconto.

    Non per niente, Andre’, il pezzo tuo (e quello di Chiara) l’ho amato perché analizza una parte del testo che io, da solo, non riesco a capire. Lo fai benissimo, e mi rendi partecipe di significati che mi rendo conto solo tanti e belli. Un’analisi più plot oriented di questa serie, però, manco la leggerei e manco varrebbe la pena di scriverla. Non c’è nulla da dire, per me. E questo è quanto.

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  28. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 13:20

    @ Beppo:
    E chi ha parlato di Fellini? Fellini seguiva regole sue, è andato oltre le mode e le convenzioni e i manuali, non si accodava a un genere per poi rinnegarlo tre volte quando non gli faceva più comodo.

    Il mio non era un paragone tra il prodotto TD e il prodotto La Grande Bellezza. Era una osservazione sul recente andazzo della critica e del pubblico nei confronti di una certa maniera di fare cinema (o tv). Ovvero: quando le cose piacciono, si trasformano pure i loro punti deboli in punti di forza. Tutto qui.

    Non ho “criticato i simbolismi”. Che c’è da criticare? Un simbolo è un simbolo, c’è da capirlo, non da criticarlo. Me li hanno fatti capire Andrea e Chiara. La mia puntualizzazione diceva, ancora una volta, che quando una cosa piace, piace pure se ha una trama debole (tu puoi pensare che è forte, ma allora tutti i gialli che non si risolvono hanno trama forte… parlo di TRAMA e trama soltanto), e la trama è debole perché chisenfrega ché tanto è una metafora per parlare di altro. Poi, vabbe’, se TD è realista… lasciamo perdere, va’.

    L’approfondimento psicologico sarebbero Marty il buzzurro e Rust sto-sempre-sopra-al-pulpito? Ma dai. Sono personaggi interessanti (Rust molto più di Marty) ma non certo approfonditi. Restano uguali per 8 episodi e poi si trasformano nel dialogo finale, con quella botta di amicizia e ottimismo. L’approfondimento sono le sedute psichiatriche di Tony Soprano, dai, non mi fate citare per forza sempre gli stessi nomi.

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  29. Io penso che Pizzolatto abbia pagato la sua inesperienza essendo la prima cosa che scrive per la tv. Io sono rimasto parzialmente deluso da questo ultimo episodio perché la serie ha un sacco di difetti narrativi per quanto riguarda il caso vero e proprio che dire “ma tanto la serie parla di altro” non basta. Gli errori persistono. Pizzolatto infarcisce il racconto con un caso complesso, pieno di piste (vere e false) e indizi/avvenimenti. Cosa è successo alla figlia di Marty? Chi sono i poteri forti infiltrati ovunque che hanno coperto la questione per anni? Come è strutturata in crescere la setta visto che una mente così arretrata come il nostro omone non ha potuto di certo organizzare tutto quanto? Cosa ha a che fare la chiesa in tutto questo? E chi ha ucciso il tipo in prigione? Capisco che non si può rispondere a tutto e che “nella vera vita non si sa sempre tutto” (è così che la gente con cui ho parlato si è barricata) ma chiudere o perlomeno suggerire un paio di punti avrebbe di certo giovato alla narrazione. Pizzolatto invece fa come Lindelof in Lost (a me piace Lindelof, per chiarire) dove carica il racconto di talmente tanti elementi che finisce per chiuderne giusto un paio mascherandosi dietro alla storia di “umanità”. Per quanto il racconto abbia scelto di raccontare di due uomini lo sfondo scelto è pur sempre crime e sappiamo bene quanto abbia bisogno di una sua logica per riuscire a funzionare a dovere. Delusissimo quindi? No, mi è piaciuto l’inseguimento, ecc ecc ma di certo molto al di sotto di quello che la serie prometteva. Bella ma non un capolavoro, questo è sicuro.

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  30. Sinceramente il finale mi ha un po’ deluso dandomi l’impressione che,dopo aver messo molta (troppa?) carne al fuoco nelle prime sette puntate e non potendo dare tutte le spiegazioni,abbiano scelto la via più semplice facendo ammazzare l’unico che avrebbe potuto dare delle risposte sul perchè delle strutture in legno,perchè Yellow King,cosa rappresentasse Carcosa per lui,chi fossero gli altri incappucciati e poi le figlie di Marty che inscenano uno stupro e quasi ne disegnano uno.Ho la sensazione di essere rimasto col cerino in mano..

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  31. Una prima notazione sulle recensioni. Andrea scrive bene e la sua recensione appare molto “alta” e ispirata, ma temo che manchi il bersaglio, come chi spari due metri sopra il suo target. Troppi riferimenti letterari, troppa astrazione, toni eccessivamente aulici, la materia della fiction tende a scomparire e a diventare illeggibile, tra “cerchi abortiti”, “costellazioni semantiche” “grembo pietoso” e via discorrendo. Più aderente all’oggetto la riflessione di Chiara, anche se il parallelo con Dante mi pare fuori contesto e artificioso. Tornando alla fiction, l’ultimo episodio mi è parso eccezionale. E non solo per le sequenze del labirinto infernale di Carcosa e lo scontro finale (di una crudezza tremenda) tra i protagonisti ed Erroll, ma proprio nella costruzione della storia in bilico tra noir e dramma psicologico. In effetti il cerchio non si chiude, almeno non nella visione classica del genere e i veri mandanti e ispiratori degli omicidi rimangono impuniti, ma la traiettoria dei protagonisti è compiuta. Non mi piace stilare classifiche, quindi non assegnerò a “True detective” un posto nella “hit parade” delle fiction preferite. Tuttavia, mi è parsa una stagione eccellente, con interpretazioni magnifiche e una regia da ricordare, da iscrivere nel registro della memoria.

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  32. @Francesco Gerardi: insomma, a me sembra che de La grande bellezza siano stati enfatizzati più i punti deboli da una parte di critica e spettatori, che poi per gli altri sono i punti di forza. Tralasciamo di parlarne visto che mi ci son fatto il sangue amaro. Sul realismo… a me pare chiaro che TD sia una serie realista senza adottare il registro del realismo. Il mio paragone con The Wire lo ritengo più che pertinente visto che analizza delle dinamiche societarie e delle strutture statali (le avevo chiamate di potere, le ritengo la stessa cosa) in modo pertinente e più che verosimile tra corruzione e quant’altro. Che poi sia visionaria e lugubre è un altro paio di maniche ed è il motivo per cui l’ho apprezzata dal primo momento oltre alle tette della Daddario. Poi avrei da ridire su Tony: tu parli di una serie tv che esplora il personaggio di Soprano per sei stagioni, dico sei! Qui hai 8 episodi a disposizione, non puoi fare più di questo, e se restiamo nei limiti di 8 ore televisive è enorme ciò che è stato fatto anche e soprattutto grazie agli attori. Parlo di cambiamento, certo, ma non è che il cambiamento arriva con le ultime due frasi finali come molti sembrano aver intuito cannando totalmente. Sia fisicamente che psicologicamente Hart e Cohle, tra 1995 e 2002 e tra 2002 e 2012 hanno avuto delle evoluzioni, o involuzioni che dir si voglia, evidenti. Dire che non siano stati approfonditi è una castroneria bella e buona, si può disquisire sul fatto che siano stati approfonditi male, ma non mi pare questo il caso.
    Sulla trama… non capisco il punto debole. Davvero. Non riesco a capire dove sta visto che funziona come giallo, e funziona quando si concentra sui due detective. Qui il vero riferimento principale è Seven di David Fincher, a forza di citare n’artro pò pure Ignazio di Loyola non s’è capito.

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  33. Prima di svanire un ultimo commento. Che questo finale non concluda tutto è naturale, quando parlo di realismo è a questo che mi riferisco (che poi TD sia visionaria è vero, ma una cosa non esclude l’altra). I tizi mascherati non sappiamo chi fossero… ma in realtà lo sappiamo benissimo. Abbiamo avuto 8 ore per capire che i Tuttle hanno le mani in pasta dappertutto ma non solo loro. Hart scopa con una donna che qualche anno prima aveva lasciato ragazzina in un lupanare, sputando sopra la moralità corrotta del luogo. Chiarissimo che è l’influenza della società a creare tutto questo senso di omertà. Cosi quando le bambine rappresentano un gioco che pare uno stupro di gruppo è più un allusione alla sessualità malata che emerge dal contesto più che al fatto che abbiano subito abusi (ma è un allusione pure questa sfumata, perché non potrebbe essere?). Childress… ad un certo punto dice che farà a tutti “i figli e le figlie dell’uomo” quello che è stato fatto a lui, quindi è un pedofilo a sua volta vittima di pedofilia e magari degli stessi riti depravati cui sottopone le sue vittime. Nell’ambito della trama metafisica e simbolica, con spirali e cicli, e di quella più aderente al thriller pratico, con una società chiusa e retrograda affogata nell’ignoranza e nella rozzezza, tutto va a collimare perfettamente. I cerchi si chiudono, e si gira ancora in tondo. E giriamo giriamo giriamo…

    Rispondi

  34. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 13:42

    @ Beppo:
    Davvero, il paragone tra TW e TD mi rifiuto di farlo, sul serio. Non fosse altro perché prima si dice che TD è la storia di due uomini (e funziona in quanto storia di 2 uomini) e poi lo paragoni a TW che è la serie più corale che sia mai andata in onda, in cui i fattori sociali e culturali e politici ed economici sono i veri protagonisti, non red herring tipo il reverendo Tuttle, l’unica figura di “potere oscuro” mostrata in TD. E tu mi vuoi fare il paragone con TW. Eddai.

    Ma poi, TW è una serie conclusa con 5 stagioni e TD una serie che appena chiuso la prima; TW è un crime-poliziesco mentre TD è un giallo-noir; TW l’ha creata un giornalista e TD un romanziere. E giù una lista di differenze che alla fine arriverebbero tutte allo stesso punto: i paragoni non hanno senso e non servono a niente (in questi casi). E TW è talmente meglio di TD che ne abbiamo già parlato troppo.

    I primi 8 episodi dei Soprano approfondiscono Tony in una maniera che non stiamo neanche qui a fare i paragoni con Rust e Marty. Quali sarebbero le evoluzioni/involuzioni dei personaggi? Le calvizie? I capelli lunghi e i baffi? Rust e Marty del 2012 sono identici a Rust e Marty del 1995. Cambiano dopo la soluzione del caso, cambiano con l’ultimo dialogo. Cambiano, che è diverso da “essere approfonditi”. Che Marty sia fatto in una certa maniera e Rust in un’altra certa maniera lo sappiamo dal pilota.

    Rispondi

  35. @ Francesco Gerardi:

    Ma il punto è proprio questo: decostruire le convenzioni di genere. True Detective, citando Wu Ming e il Memorandum, è un «oggetto narrativo non identificato»: si inserisce in più generi, li smonta, gioca con i pezzi, ricostruisce una realtà del tutto originale che nasce anche – ma non solo – dalla sovversione dei codici dei generi stessi, in questo caso la perfetta circolarità di cui parlava Grimaldi.

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  36. lorenzo Folini 13 marzo 2014 at 13:46

    @ Francesco Gerardi:
    capisco le tue critiche. ho un punto di vista diverso e quindi non saremo mai d’accordo..:-) è anche questo il bello di una film o una serie che divide.
    circa l’annotazione che mi hai fatto vorrei solo dire due cose.
    guardando la serie ho avuto l’impressione che certi spunti della storia fossero lasciati volutamente in sospeso, per me non si tratterebbe di difetti di sceneggiatura..
    hai ragione quando dici che questo molte volte è uno stratagemma di autori o giornalisti per giustificare delle pecche di sceneggiatura.
    sta tutto nella qualità e credibilità del prodotto.
    esempio stupido senza voler essere inutilmente cinofilo:
    _quando micheal mann inizia il film su Alì mostrando sam cooke che canta nel 1964, capisci subito che è un film che va oltre la biografia e lo sport, volendo parlare dell’America di quegli anni.
    _stessa cosa per The Wire serie HBO, che comincia con un indagine dell’antidroga e finisce a parlare di tutt’altro.
    _o ancora il batman di Nolan, che perde quasi di vista le regole del genere per ampliare il discorso.

    quando ti trovi davanti a dei prodotti così buoni, scritti così bene, no puoi parlare di scena aggiunta a posteriori per coprire falle di scrittura…
    è una mia opinione, e anche opinioni discordanti hanno uguale diritto di cittadinanza

    io il finale di TD l’ho apprezzato così. alla fine per me, per come si è sviluppata la serie e i temi trattati (l’ignoranza, il fanatismo religioso, la solitudine degli uomini, e sopratutto l’inefficacia della società nel smorzare la naturale bestialità dell’uomo etc etc), chi fosse l’assassino non era l’elemento più importante.
    anzi, sarei rimasto deluso se mi fosse saltato fuori un hannibal lecter con 3 lauree, o una loggia massonica radicata da secoli..
    più bello così per me…

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  37. Il tizio in carcere secondo me si è ucciso da solo. Ha ricevuto una telefonata, che era di Rust, e si è ammazzato. Ricordate quando Rust parla con la madre che ha ucciso le figlie e le dice se fossi in te mi ucciderei? Il tizio in carcere sapeva delle cose che avrebbero potuto riaprire il caso ma Rust non voleva che la stampa venisse a sapere che non avevano preso quello giusto e preferiva indagare per conto suo, soprattutto dopo che i capi gli avevano detto di lasciar perdere, forse non voleva che il colpevole fosse solo arrestato ma anche ucciso, vedi marty che uccide il tipo ammanettato e si mettono d’accordo su una versione per non farlo sapere. Infatti reggie ladou viene ucciso, il reverendo muore (e chi è stato?) il re giallo muore. Alla fine in tutto sto macello non viene arrestato nessuno. Ma alcuni colpevoli vengono se non altro puniti (e qui torna in gioco dostoevskij).

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  38. @Beppo ok per i Tuttle (anche se molto aperto), non ok per la storia della figlia di Martin. Come falsa pista (quella che potesse aver subito abusi) mi pare troppo forzata narrativamente, mi fai le bambole, mi fai i disegni sessuali, mi fai le spirali sul frigo, mi fai una terzetto in auto, mi accenni a un finale tragico (una figlia che prende medicine) e poi nulla? semplicemente “no, era una falsa pista”? Ci sono modi più delicati. Con questo non voglio dire che la serie è brutta, anzi, mi è piaciuta molto ma, semplicemente, ha diversi errori narrativi, sopratutto di chiusura che non la elevano a capolavoro.

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  39. @tommaso ma il cattivo finale non era di certo il Re Giallo. Il Re Giallo era un dio venerato dalla “religione”. Lo vediamo fisicamente all’interno di Carcosa, nella famosa stanza dove si arriva alla fine, dove sono avvenute le morti, dove si vedono le stelle nere guardando in altro. Li c’è un feticcio, legni e teschi, vestito di giallo. La rappresentazione di un dio da venerare e a cui sacrificare vittime per una presunta “ascensione”, non si sa deve per dove.

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  40. No, guarda, qui non ci si capisce manco coi sottotitoli. Allora: il mio paragone con The Wire non è qualitativo, ma questo era lampante, ma soltanto sul punto di vista che getta sulle istituzioni: realistico, appunto. Che poi nel caso di The Wire ci siano cinque stagioni non me ne può fregare di meno, non sto facendo appunti qualitativi ma un puro accostamento teorico su un aspetto di TD. Il resto è agli antipodi: perché alla fine non c’è coralità, esatto, perché TW è realismo puro e tutt’altro linguaggio e TD concentrato su due personaggi. Sulla gara a chi ce l’ha più lungo tra Cohle, Hart e Tony non mi addentro per un altro motivo: sia perché è vero che in una sola stagione dei Sopranos di Tony sappiamo TUTTO e ne vediamo rivoluzioni interne, senza dimenticare che lo stesso non accade a molti altri personaggi che gli stanno intorno e restano sempre loro stessi (Paulie, Silvio), ma il discorso si allargherebbe. Mi sembra disonesto dire che l’unico cambiamento prima dell’atto finale Cohle e Hart lo abbiano nel fisico, è una panzana: Cohle ha tratti molto più umani, chiede al collega della sua vita, cosa mai fatta in precedenza, lo stesso Hart a forza di solitudine ha represso i suoi istinti più violenti e di protezione arrivando a collaborare con una persona che odiava ma che per forza di cose doveva reggere il gioco per timore di non essere sputtanato sull’omicidio. Insomma…

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  41. Forse potevano chiudere completamente il caso, risalire alla setta del video (c’è uno shot in cui su una lavagnetta metallica ci sono i vari collegamenti e legami sul caso e sui Tuttle) e darci tutte le risposte necessarie. E fosse stato davvero così, la sorellastra di Errol non avrebbe mai pronunciato quel “è uno dei peggiori, dei più cattivi” (o qualcosa del genere, prima che Marty faccia irruzione in casa loro)

    I red herrings sono stati usati sapientemente secondo me, anche se poi hanno concluso la serie lasciando allo spettatore la decisione fosse giusto o meno piazzarli. La narrazione sui tre archi temporali è lì a spiegarci che le cose lasciate indietro, i vari luoghi di culto abbandonati, in cui probabilmente Errol poi lasciava “il marchio” (disegni, trappole per il tempo, altari) sono un segno del suo passaggio e più in generale del male e di come le sue forme mutino, a seconda di chi diventa The Yellow King. La macchina da presa che indugia sui luoghi protagonisti dell’indagine, così verdi, semi abbandonati, testimoni indifferenti e impotenti, di violenze e deviazioni orrorifiche, sono lì a dirci che questa storia non si chiude di certo con Rust e Marty che si dicono “domani è un altro giorno” ma semplicemente che un punto lo hanno messo a segno anche loro.

    Per tirare realmente fuori tutte le sottotrame di questi episodi forse non sarebbero bastate altre due stagioni. Motivo per cui trovo questo episodio degno di tutto quanto fino ad ora raccontato.

    Unica cosa a cui mi sento di dare fondo però è lo scetticismo che riguarda le nuove probabili stagioni. Perchè sarà decisamente dura doppiare una stagione come questa per chi arriverà dopo (si è parlato anche di E.Norton cmq)

    Ottime recensioni infine a tutti i critici di questo e degli episodi passati secondo me. Grazie a Serialmente e ai commenti qua sopra ho apprezzato ancora di più questa serie.

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  42. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 14:13

    @ Beppo:
    Sì, davvero non ci si capisce: TD non getta NESSUNO sguardo sulle istituzioni, realistico o meno. TW parla SOLO di quello.

    Per il resto, niente, si vede che io ho visto un altro TD.

    Rispondi

  43. Beppo ha scritto:

    Oltre ad Alan Moore è evidente la citazione a “No country for old men” dei fratelli Coen nel discorso di Cohle sul diciamo aldilà in cui si era trovato prima di svegliarsi. Quando dice “poi mi sono svegliato” è evidentissima.

    Allora la citazione è di McCarthy, più che dei Coen… :)

    Rispondi

  44. @Francesco Gerardi: Cazzate. TW si concentra solo su quello, grazie tante, credo di averlo detto e ridetto, e ripeto per l’ultima volta che TD ne coglie alcuni aspetti per quanto riguarda il meccanismo protezionistico delle istituzioni (la polizia preferisce insabbiare tutto per non avere beghe politiche col governatore, le istituzioni religiose viaggiano come circhi itineranti evitando di fare emergere crimini, il tutto è collegato in una enorme rete di interessi politici ed economici, il fatto che non lo faccia dal di dentro ma ne emergano solo le conseguenze su Rust e Hart è un altro paio di maniche, altrimenti avrei detto che TW e TD sono uguali, cosa che NON HO MAI FATTO). Questa supposta mancanza di realismo si può imputare unicamente al fatto che le allucinazioni di Hart abbiano funzionato da specchietto per le allodole, visto che trovo lampante che sotto il profilo puramente action o thriller della caccia al serial killer siamo nel campo del verosimile e le forzature son poche. Ovviamente il fatto che TD si svicoli da un approccio documentaristico cosi da non assomigliare a TW o The Shield è un altro punto di forza che rende questa prima stagione un caso a sé, degno successore di Seven.

    Rispondi

  45. @piervi23: esatto, però non avendo letto il libro mi baso sul monologo di Tommy Lee Jones che so a memoria. XD

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  46. @ Francesco Gerardi:
    Mi sapresti dire qual’è l’episodio di Psychoville girato in due piani sequenza? Grazie :-)

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  47. Io sono abbastanza certo che la “mancata risoluzione” di alcuni elementi narrativi sia deliberata. La frase di Marty “non li abbiamo presi tutti, ma abbiamo preso i nostri” è indicativa in tal senso. Il caso ha aperto una terrificante finestra su questo mondo di sette che è parte del sostrato culturale del Sud degli USA, una serie continua di violenze e omicidi che esisteva prima di questa vicenda (Sam Tuttle, e altri prima di lui) e esiterà ancora dopo.

    Non si può pretendere di estirpare il male, perchè il male si rigenera sempre e prende altre forme: tutti i grandi romanzi del 900 hanno affrontato questo tema, che è centrale, ad esempio, nel Signore degli Anelli (e in generale nell’opera di Tolkien). I due detective hanno sconfitto la presente incarnazione del male, ma i veri cattivi l’hanno fatta franca, e altri ne arriveranno in futuro.

    Il concetto di “time as flat circle” non deriva solo dalla fisica, ma anche dalla storiografia, dalla religione e dalla filosofia. In particolare, l’eterno ritorno di Nietzsche presenta praticamente gli stessi concetti, e il filosofo tedesco è una delle ispirazioni dichiarate (da Pizzolatto) di TD.

    Il fatto che non abbiano scoperto che la figlia di Marty è stata in qualche modo esposta ai rituali della setta – come vittima, osservatrice diretta o indiretta, ma poco cambia – rende ancora più straziante quella frase di Marty nel finale (peccato di inattention, once again) e la vittoria della luce ancora più momentanea ed effimera.

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  48. @vespertime: credo che sia tutta una questione, come dici tu, di falsa pista, o piuttosto di lettura erronea. Io quando ho visto le figlie che inscenavano quello stupro di gruppo ho avuto un brivido, e ho pensato “Cristo, fa che ora non escano fuori con la storia che Hart fa parte di tutto il casino”. Fortunatamente mi sbagliavo, ma in realtà avevo anche ragione. Mi sbagliavo perché Hart prende le distanza da ciò che accade nei boschi (basti vedere la sua reazione davanti i videotape), ma avevo in fondo ragione perché l’Hart dal 1994 al 2002 è una delle rotelle di questo ingranaggio corrotto e depravato, ed è grazie a persone come lui che paventano una moralità austera e inflessibile in pubblico salvo cedere due minuti dopo in privato che continua a girare. Anche per questo cacciare Childress è una forma di catarsi finale. Le spirali sul frigo sinceramente non le ricordo e non ci avevo manco fatto caso (se è cosi, significa che si ritorna al vecchio discorso dei simboli nascosti e di una realtà sotterranea che ci influenza senza saperlo, cosa che TD dice palesemente; come in From Hell di Alan Moore, dove una Londra esoterica è scritta nella pietra e invita all’omicidio, alla soppressione della donna. Ci sono molti punti in contatto tra ciò che emerge dalla prima stagione scritta da Pizzolatto e alcuni fumetti di Alan Moore, e son teorie affascinanti che hanno seguito, metafisiche sul Male). Che forse abbia voluto dirci che crescendo in un ambiente del genere, nella Louisiana dai riti quasi pagani e rozza, in una famiglia che assomigliava ad una pentola in ebollizione sul punto di esplodere, abbia contribuito alla promiscuità sessuale della figlia (è una)? Quando va in macchina con i due ragazzi io non ci ho visto una cosi grossa perversione, certo sfiderei chiunque a non inquartarsi trovando la propria figlia di sedici anni che fa un’orgia di gruppo con due sconosciuti, ma son cose che possono succedere. La reazione di Hart con schiaffo è altrettanto comprensibile, ma un altro mattone costruito sulla muraglia della sua ipocrisia.
    Quando paragono TD a The Wire lo faccio perché mi sembra che entrambe facciano girare meccanismi della ruota in cui ogni personaggio ha un ruolo nel mosaico, ogni effetto una conseguenza sull’ingranaggio. Solo che The Wire ha un registro solo realista, TD no. Sono agli antipodi su tante cose, ma sulla loro concezione di effetti e cause e di influenza culturale li trovo perfettamente corrispondenti. Scusa la lungaggine!

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  49. @Francesco Gerardi: mannaggia a te, che mi hai fatto ricordare Gandolfini! Mo sarò triste tutta la giornata.

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  50. Francesco Gerardi ha scritto:

    Troppo letterario e letterale il corso della stagione per potersi permettere un ultimo episodio così. Pizzolatto ha giocato secondo le regole del giallo fino all’ultimo (intuizione di Marty sulla vernice verde, per dire), per poi abbandonare tutto negli ultimi 10 minuti dicendo che no, non era mica un giallo, “it’s just one story”. Troppo comodo.

    Francesco Gerardi ha scritto:

    a me la struttura narrativa pare solida solo e soltanto quando e perché resta nel recinto del giallo/noir. È solida perché segue pedissequamente le regole del genere. Il punto è che la validità delle trame di questi generi qui è data dalla maniera in cui si chiudono. E da qui i miei problemi con questo finale. Ha azzoppato quello che di TD mi era piaciuto, la natura fondamentalmente classica del racconto.

    Quoto assolutamente.

    La serie comunque mi è piaciuta e ci sono state puntate davvero notevoli, però l’ormai inflazionatissimo *capolavoro* mi sembra davvero eccessivo in questo caso.

    Andrea Morstabilini ha scritto:

    «Un buon giallo dovrebbe essere perfettamente circolare, nel senso che tutti i suoi punti dovrebbero fluire in un’unica curva ininterrotta nella quale inizio e fine combaceranno. Se dovesse contenere particolari o interrogativi irrisolti, la sua circolarità verrebbe interrotta, se non addirittura deformata».

    Non vedo cosa c’entri TD, penso proprio che Laura Grimaldi si riferisse ai gialli classici. La stessa L.G. riguardo ai noir affermava: “Il noir rifiuta le soluzioni lineari, (…) Il noir non si conclude con la restaurazione dell’ordine, ma col permanere del disordine, perché il mondo è percepito come caos, come confusione”. TD quindi non sovverte nessun codice di genere, non essendo un giallo classico, ma si accoda a quella che è una caratteristica peculiare dei noir polizieschi: la mancata o parziale risoluzione del caso.

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  51. oh ma che si pretende di più da una serie televisiva? scritto molto bene, girato anche meglio, recitato benissimo. buchi? è pieno ma chi se ne frega se ci mettiamo a fare gli anali sulle smagliature della consecutio narrativa non si salva una serie ma poi alla fine si parla di due uomini che si perdono e si ritrovano mica è un whodunit.
    certo il materiale narrativo è denso, alto bello intriso di cultura cinematografica fumettistica letteraria e anche musicale (alcune scelte tipo townes van zandt le ho amate), ma direi che tutto è usato e trasfigurato mai ricalcato. non esagerei con le citazioni ma dentro c’è veramente di tutto, carcosa mi ha pure ricordato il giardino della hepburn in improvvisamente l’estate scorsa. credo che per quest’anno il meglio sià già venuto ahimè.

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  52. quando ho visto la scena in foto mi è quasi scappato uno “cthulhu fthang!” commentavo nella scorsa puntata che mi sarebbe piaciuto che facesse capolino il soprannaturale, e sono ovviamente totalmente soddisfatto, anche se ovviamente l’interpretazione rimane aperta.

    in un’ottica lovecraftiana le cose imho stanno così:
    errol childress e il re in giallo, avatar di ashtur, entità maligna adorata nella perduta carcosa, città sita nelle vicinanze della stella aldebaran, ma forse in una dimensione “altra”. l’altare anche riprende iconograficamente il re in giallo, non so come interpretare bene la cosa, comunque è un’altare ad hastur, si può dire che errol è invasato da questa entità e cerca di collegare i due piani di realtà, per questo tenta di ricostruire una carcosa terrestre a immagine di quella celeste e per questo offre sacrifici al dio.

    la spirale è il segno giallo. una specie di simbolo arcano più antico dell’umanità che usa hastur per controllare gli umani, ecco perchè lo hanno anche gli accoliti di errol, ed ecco perchè la figlia di marty è un mignottone represso, il simbolo è in grado di portare follia anche per mera coincidenza, sono comunque forze che agiscono a livello di inconscio collettivo, quindi non è un caso totale se lo ha disegnato, era comunque soggetta a quella cosa, qualsiasi cosa sia, che fa sentire a rust odore di alluminio e cenere.

    Carcosa è un tempio, come ho detto sopra, la cui funzione è unire le due realtà, la carcosa terrestre con quella celeste.

    Quella specie di nebulosa che vede Rust, imho è un portale che si apre, l’lsd e la morte della figlia hanno permesso a Rust di percepire realtà più sottili, così come la bambina che al posto delle cicatrici vede dei tentacoli, ovvero vede hastur, che sebbene nessuno sa bene come sia fatto, ha qualcosa di polipesco tipo cthulhu nelle sue fattezze. Certo si può dire semplicemente che rust sia mezzo folle, ma nel mondo di lovecraft, appunto, i folli hanno una percezione della realtà più nitida dei normali, visto che la realtà è folle, ma le persone normali non se ne accorgono perché non sono in grado di “unire tutti i puntini”.

    Gli altri appartenenti della setta sono pedine secondarie.

    Forse mi comprerò qualche cosa scritta da sto pizzolatto, nonostante il nome che sembra uno di quei cognomi italiani inverosimili che si trovano nei film americani :-)

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  53. @ Angst:

    [A mente più fresca, ho riordinato i pensieri e le frasi; la sostanza non cambia, ma spero che così l’intervento sia più chiaro, anche per chi leggerà i commenti in futuro.]

    Hai ragione: Grimaldi sta parlando dei gialli classici (quelli che, per dirla con Vilar, stanno dalla parte dell’ordine) e True Detective non è affatto un giallo classico.

    Era proprio questo il punto che volevo sollevare nella recensione. Come i noir che citi, True Detective gioca in maniera deliberata con gli stilemi del giallo – in particolare con la disseminazione degli indizi (tipica dei whodunit ma spesso secondaria nei noir della scuola losangelina, per esempio) e delle false piste, e con le attese di circolarità perfetta -, e attraverso la decostruzione/sovversione di queste consuetudini si pone in aperta rottura con il genere, in cui tutto deve appunto tornare.

    Se allora vogliamo prendere per buona la tua classificazione (e io non sarei del tutto convinto), è esattamente questa rottura a fare di True Detective un noir.

    Spero di aver chiarito il passaggio! :)

    Edit: In altri termini, e scusate se aggiungo in un secondo momento, quello che è volevo sottolineare era l’infondatezza delle aspettative di ordinata e puntuale spiegazione dell’intreccio. True Detective gioca con il giallo ma non è un giallo, e l’ha chiarito fin dal primo episodio. Se questo lo renda un noir o un «oggetto narrativo non identificato» (secondo me la serie smonta perfino alcuni meccanismi del noir, specie in questo finale), è un’altra questione.

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  54. ehi, questa mattina niente; torno da lavoro e trovo ben 52 commenti? ora dirò la mia in poche parole, che sono quelle che sto trattenendo a fatica da qualche giorno, poi leggerò i commenti.

    1) morte
    2) amore perduto
    3) amicizia.

    esco, rientro e spiego.

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  55. Ma il cattivo con le cicatrici non era un figlio illegittimo di un qualche Tuttle potente? E chi è il vecchio (mezzo?)morto legato al letto? Nel senso che forse un pesce grosso l’hanno preso.

    Comunque anche secondo me bella serie ma finale un po’ meh. Troppa roba aperta e troppa poca chiusa. Sarà senz’altro una scelta e non una distrazione o una manifestazione di incapacità di chiudere le trame, ma a me personalmente non fa impazzire.
    Paradossalmente avrei preferito che fosse finito al 7° episodio: si sapeva già chi era il colpevole e altrettanto si sapeva che era parte di un qualcosa di più grande e terribile.
    Non mi è piaciuto questo buttarci addosso all’ultimo la malata quotidianità del “mostro” con tanto di sorella e casa da sepolti in casa e lavoretti alla scuola. A che pro?
    Non mi è piaciuto rendermi conto che tutta la storia delle figlie di Marty era un red herring grosso come una casa.
    Inoltre, nonostante la scena della caccia al cattivo nel labirinto di Carcosa fosse molto bella, non mi è piaciuto per niente il momento della visione della galassia. Zero.
    Poi grande boh anche per il doppio ferimento, di Marty ma soprattutto Cohle: quest’ultimo infilzato da un’ascia e sollevato da terra facendo leva sulla stessa, che poi gli viene estratta. Anni di serie tv a sentirmi dire che se estrai l’arma da taglio muori dissanguato e invece Cohle sopravvive.

    Vabbè in sostanza ora penso che forse ci avevano abituati troppo bene, oppure noi ci abbiamo voluto vedere un capolavoro quando era una bel prodotto, magari insolito e con pregi notevoli, ma stop.

    PS: la casa dipinta di verde che Marty riconosce nelle foto di chi era? O, in altre parole, perché avevano la foto?

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  56. “True Detective ha una ricchezza di richiami, citazioni e fonti di ispirazione che è impossibile coprire del tutto, pesca senza ritegno tanto da mitologie di altre narrazioni quanto da fatti di cronaca, scuole di psicologia, superstizioni”.

    Manca infatti di originalità, è un abile collage ( ad eccezione della parte investigativa, piuttosto debole) di eventi,dialoghi,situazione,ecc gia viste/sentirt/lette .
    Leggo di capolavoro, a mio modesto avviso un opera d’arte sia essa pittorica o filmica, poco cambia, deve avere elementi di assoluta originalità, e in T.D. di originalità ce n’è ben poca . Un prodotto ben fatto per carità, su tutto una regia e una fotografia ottime, sicuramente superiore alla media dei serial USA, ma è sufficente spostarsi in UK , magari in casa BBC, per scoprire serie tv/ mini serie di altissima qualità e magari molto piu originali. Non entro nel merito dei gusti personali e ho rispetto di chi si è dichiarato totalmente soddisfatto dallo sviluppo degli eventi, personalmente ho notato varie incongruenze, ma detto cio, non mi è dispiacuto affatto nell’insieme. Dovessi dare un voto gli darei un 7 -

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  57. E dire che quando ho recensito il pilot ci avevo preso in pieno, nel definire questa serie come un noir d’autore, un qualcosa che in genere parte da un’indagine anche banale, e poi ti parla d’altro. Poi lungo la strada mi sono fatta distrarre da vari segnali: la figlia di Marty, il suocero etc, e nella mia mente ho cercato di ricondurre il tutto all’impianto del giallo classico, cosa che TD non è assolutamente.
    Delusa? Al contrario, ho apprezzato moltissimo questo finale. Il “vero detective” è colui che conduce l’indagine più difficile di tutte: quella dentro se stesso. Rust e Marty rappresentano 2 modalità molto diverse di essere maschio, eppure sono complementari (without me there’s no you), da quando si separano le loro vite sono sospese, fino al momento in cui si rincontrano, e tutto si rimette in moto perché si nutrono a vicenda. Sono 2 modalità diverse dell’esistenza che trovano un senso solo nell’incontro dell’una con l’altra, non per nulla l’ultima immagine è quella di loro 2 che camminano insieme, abbracciati.
    @ Francesco Gerardi:
    con tutta la stima che ho per te, non concordo neanche su una parola (succede). Per me non è vero che Rust e Marty evolvono solo alla fine. Già quasi all’inizio abbiamo visto un Rust che ci prova, ad avere una vita “normale” con l’amica di Maggie (ammettendo poi che la cosa non fa per lui), e un Marty che nel 2002 prende amaramente coscienza del suo fallimento come marito e come padre. I 10 anni di separazione tra i 2 servono a compiere un percorso individuale in solitudine, che nel 2012 li porta a essere molto più vicini, infatti Rust appare molto più interessato alle cose “umane”, e Marty nei suoi ragionamenti appare simile a Rust, come gli fa notare l’altro detective. L’individuo che indaga il significato o il non-significato dell’esistenza e l’individuo down to earth alla fine “rubano” qualcosa l’uno all’altro, perché solo così la visione sull’esistenza si fa più ampia, e si può arrivare alla risoluzione del “caso”.
    cmq, come dice bene Chiara nelle note, Pizzolatto ci ha messo tanto delle sue fonti di ispirazione, e noi spettatori possiamo aggiungere ciò che ci pare, a seconda del nostro background. McCarthy, certo (l’ho anche citato nella recensione del pilot), Nietzsche, Lovecraft, Chambers, Ligotti, Conrad, Dante (e no, non credo che come ha detto qualcuno Pizzolatto non lo conosca), Bolano, Chandler etc etc
    Io sono contenta che questa serie ci sia stata, e sono contentissima che abbia avuto così successo da far crashare il sito della HBO, prpprio perché è una serie colma di rimandi, citazioni, rielaborazioni, pur riuscendo a “destrutturare” il genere in cui si muove. E anche se fosse una serie per “nerd della letteratura”, che male c’è? Per me sarebbe solo un bene, visto che non è detto che ci debba essere propinata solo roba sempre uguale, che non stimola un accidenti di niente, nemmeno un neurone attivato in più rispetto ai soliti, perché le serie, i film devono parlare alla gggente, a tutti, altrimenti hanno fallito.
    Dove sta scritto che un prodotto artistico si debba adeguare al fruitore medio? Per una volta non è possibile il contrario? E il bello è che la teoria che “non è roba per tutti” è smentita dal grande successo che ha avuto questa stagione, perché anche se uno non coglie le citazioni, i rimandi e bla bla, lo stesso a quanto pare la straordinaria fattura del tutto ha saputo catturare gli spettatori, e di questo, ripeto, sono contentissima, perché a quanto pare non tutto è perduto, e osare qualche volta paga.
    perdonate, ma questo è un argomento che mi sta molto a cuore, quello dell’adeguamento verso il basso dei prodotti di intrattenimento. Grazie infinite a Pizzolatto e a Fukunaga per avere osato, visto che quasi nessuno osa più farlo.
    infine, McConaughey è stato straordinario (e l’oscar per me l’ha strameritato), ma Harrelson non è stato da meno. Da adesso in poi, per me il suo Marty sarà il riferimento per ogni “regular type dude” che fa il poliziotto, con quella sua panza, il suo accento strascicato, i momenti di fragilità e di illuminazione dolorosa (bellissima la scena in ospedale con la moglie e le figlie).
    p.s. grazie Andrea per aver citato “L’uomo delle stelle” di London, è un libro straordinario.

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  58. @ Daniela G.:

    Consentimi di fare il sentimentale e di ringraziare te: se non avessi letto la tua recensione del pilot, forse non avrei nemmeno iniziato la serie! :D

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  59. Daniela G. ha scritto:

    Per me non è vero che Rust e Marty evolvono solo alla fine. Già quasi all’inizio abbiamo visto un Rust che ci prova, ad avere una vita “normale” con l’amica di Maggie (ammettendo poi che la cosa non fa per lui), e un Marty che nel 2002 prende amaramente coscienza del suo fallimento come marito e come padre. I 10 anni di separazione tra i 2 servono a compiere un percorso individuale in solitudine, che nel 2012 li porta a essere molto più vicini, infatti Rust appare molto più interessato alle cose “umane”, e Marty nei suoi ragionamenti appare simile a Rust, come gli fa notare l’altro detective.

    Sottoscrivo. i protagonisti evolvono nell’arco dei 17 anni della narrazione e alla fine si scoprono molto più simili di quanto fossero all’inizio, come se l’indagine (e, più in generale, la vita) li avesse fatti incontrare in un territorio intermedio.

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  60. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 16:10

    @ Daniela G.:
    la maggior parte delle persone che apprezzo hanno amato TD. Inizio ad avere dubbi seri sulla mia capacità di cogliere XD

    no Danie’, a parte gli scherzi, ma io mica dicevo che TD deve abbassare il livello dei contenuti. Figurarsi, il successo che ha avuto (come hai ricordato tu) è lì a dimostrare come questa sia stata la formula giusta. Io dicevo soltanto che il giudizio non lo possiamo esprimere badando solo a quanto la serie sia piena di rimandi letterari e semiotici, tutto qui. Perché significherebbe guardare talmente fisso il dettaglio da dimenticarsi dell’insieme.

    Per spiegarmi: non è che 30rock è bello perché è pieno di riferimenti alla cultura pop. È bello perché fa ridere. Anche attraverso la citazione pop. Spero di aver azzeccato l’esempio.

    Nessuno vuole abbassare la qualità media della tv americana. Insomma, siamo qui a guardare anche perché il processo di ibridazione con gli altri medium narrativi è progredito come non mai in questi ultimi 20 anni e il livello si è alzato come manco il debito pubblico italiano. Dico solo non bastano i rimandi letterari o i piani sequenza a fare una bella serie.

    Rispondi

  61. @Daniela G: grazie pure a te per avermi fatto scoprire Thomas Ligotti visto che un personaggio del genere, personaggi cosi, mi interessano sempre in modo quasi morboso. Non vedo l’ora di leggere “I canti di un sognatore morto” che vado subito a cercare.
    Sui contributi letterari che citi… non saprei, Dante è esplicito, però che Pizzolatto lo conosca non credo. Probabile che ne abbia una infarinatura superficiale visto che il riferimento, se c’è, è proprio superficiale (non nel senso di brutto o qualitativamente scarso, ma sin troppo diretto tra l’inferno e le stelle finali). Bolano può essere, quei deserti di 2666 e le tonnellate di donne morte, il male che si respira nell’aria eppure non sembra avere un centro definito (Sonora a parte)… si, direi che ci siamo, credo tu abbia preso i referenti letterari giusti.

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  62. Serie strepitosa che rimarrà come classico; già mi mancano Rust e Marty (penso che l’Emmy McConaughey lo possa già considerare suo, anche se un premio se lo meriterebbe pure lo strepitoso Harrelson). Sono poi soddisfattissimo di questo finale che trovo coerente appieno per quello che è stata la serie fin’ora (magari invece alcuni potrebbero ritenerlo deludente), il fatto poi che la vicenda non si possa considerare completamente chiusa (non sono stati presi di sicuro tutti i colpevoli) e che alcune cose non siano state spiegate (Carcosa, la visione di Rust al suo interno, la vicenda della figlia di Marty, perchè il padre di Errol fosse ridotto in quelle condizioni da suo figlio, la simbologia e il movente di Errol e the Yellow King) dona realismo e fascino ulteriore alla vicenda, nonchè possibilità di interpretare quei dettagli appena accennati. Per non parlare poi dei numerosi richiami letterari, filosofici e la semiotica presente, su cui l’ottima recensione si è soffermata.

    La scena finale poi mi ha sinceramente commosso.

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  63. Forza Italia 13 marzo 2014 at 16:29

    Sopravvalutata.
    Quoto ovviamente i numerosi post di Francesco Gerardi che dice tutto.
    Aggiungo solo che i buchi nella trama non riguardano solo il caso, ma anche “l’evoluzione” dei personaggi.
    Rust 2012 ubriacone e barista da dove scappa fuori? Dalla rissa con Marty post semi corna? Gesù!
    Poi dire che TD è una serie realista mi fa lollare di brutto.
    Per dire, un tizio che ha visioni come Rust non potrebbe fare mai lo sbirro con tanto di pistola.
    Senza contare che lo stesso Rust non esiste in natura.

    Rispondi

  64. @ Beppo:

    Be’, dai, povero Pizzolatto! :D Per come la vedo io, è possibilissimo che abbia studiato Dante e che lo conosca abbastanza da omaggiarlo consapevolmente.

    Rispondi

  65. Personalmente ho trovato calanti le ultime tre puntate, se mentre sino alla cinque ero convinto che si trattasse di un capolavoro, ora lo sono decisamente meno. Per carità serie molto bella ma non più quell’opera trascendente che ero convinto fosse.

    Parte della “colpa” è sicuramente dovuta al finale un po’ così e così (un po’ banalizzante dopo aver dedicato vent’anni della tua vita di indagini e aver catturato forse soltanto una ruota del carro ridurre tutto allo scontro luce vs Tenebre).
    Su alcuni punti della trama sono d’accordo con i rilievi di Francesco Gerardi a cui faccio i complimenti per aver argomentato bene le sue critiche (cosa spesso non facile).

    A mio avviso sarebbe bastato un finale alla “shining” con ad esempio inquadratura di casa dei suoceri di Marty con panoramica su una foto dove magari si potessero riconoscere i tuttle è magari un bambino con le cicatrici per far decisamente levitare il finale (e rendere la storia di una delle figlie di Marty non più un red herring ma qualcosa di tangibile).

    Detto ciò mi sa che me la rivedrò a breve una seconda volta.

    Rispondi

  66. @ Daniela G.:

    Grazie, Daniela, concordo in pieno.

    Per me TD è stato come innamorarmi, quando ci sei dentro ci sei dentro.
    Sono felice di essermi innamorata, poteva anche non succedere.
    Mi è capitato a volte di prendere un’opera (film, libro…) per il verso sbagliato.
    Shining alla prima visione mi ha fatto ridere, la Guardia Bianca di Bulgakov alla prima lettura mi ha annoiato a morte.
    Sono passati anni prima che mi ci riaccostassi ma quando l’ho fatto è stato amore puro.
    Capita.
    Soprattutto quando pensi che sia una cosa e invece è un’altra.

    Secondo me a Francesco TD è capitato nel momento sbagliato, magari se lo lascia decantare e lo riprende fra un po’ ne avrà un’altra impressione, anche perché avrà altre aspettative.

    Mi spiace per chi non lo ha amato perché si è perso davvero tanto, non so se si è perso un capolavoro, ma un amore sì.

    Io ho visto The Wire qualche anno fa su Sky e l’ho amato da subitissimo, fin da quando hanno inquadrato quel cortile in mezzo ai casermoni con quel divano sgangherato su cui D’Angelo Barksdale catechizza i sui amici di spaccio su cos’è un re.
    Eppure ho letto che la critica all’inizio ha giudicato il pilot “noioso” (?!)

    Che dire?
    Va a fortuna.
    Io con TD l’ho avuta.

    Rispondi

  67. @ Francesco Gerardi:
    no io non credo che TD sia una bellissima serie perché è piena di rimandi e perché è girata da dio. Lo credo perché è una riflessione sull’esistenza (come tutti i noir d’autore) e più precisamente sulla perdita, potente, coerente dall’inizo alla fine, e lineare. Rust e Marty hanno perso entrambi la loro famiglia, e ognuno a modo suo cerca un senso al proprio essere “uomo”. Sono diversi, ma le loro ricerche convergono, perché alla fine la Ricerca è la stessa per tutti quelli che si danno la pena di farla. La ricerca della Verità, di una luce attraverso il buio che cerca di inghiottire tutto. E non c’è una completa vittoria finale, perché quella non c’è mai, sarebbe stato assurdo se ci fosse stata. Ma quello che umanamente i 2 protagonisti potevano fare, l’hanno fatto. Umanamente, perché ogni vittoria umana è circoscritta e può sembrare insignificante, ma in realtà non lo è mai.
    Questo è in poche parole ciò che mi ha trasmesso TD, al netto della regia fantastica e di tutti i rimandi.
    Beppo ha scritto:

    grazie pure a te per avermi fatto scoprire Thomas Ligotti

    grazie a Pizzolatto, semmai XD e questo per me è un altro dei meriti della serie, aldilà delle discussioni sul valore intrinseco, cioé il fatto che susciti curiosità verso autori misconosciuti, o che avvicini altre persone ad autori più conosciuti.
    cmq, a proposito di Dante, non dimentichiamoci che Pizzolatto è stato per tanti anni docente di Letteratura all’Università.

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  68. - morte: ci giriamo tutti intorno e la nostra vita vi è proiettata inevitabilmente. la religione è un modo per esaltarla e darle un senso diverso – e più o meno gratificante – dal semplice fatto che tutto finisce con modalità diverse. (se poi ci sono sette che ne approfittano e si sostituiscono al caso, ai fatti o addirittura al proprio dio venerato, beh, ci sono sempre dei detectives)
    – amore perduto: nessuno sa, tranne chi l’ha vissuto e lo sta vivendo, perchè non finisce mai se non con la propria morte, il vuoto denso che il dolore di perdere un figlio genera. rust ci era vicino, così tanto vicino a ritrovare l’unico amore autentico…che quasi mi dispiaceva che fosse sopravvissuto alle ferite.
    – amicizia: si erano odiati, mal sopportati, insultati reciprocamente, ma alla fine marty dice “my friend”, non my partner, e rust si confida come si fa con gli amici.

    la serie ci ha accompagnati nella scoperta dei due personaggi e poco importa se alla fine non abbiamo visto gli adepti in manette (anche se una certa insoddisfazione nel non vedere anche il suocero con le mani nel sacco c’è), tanto sappiamo che le videocassette e i documenti sono stati spediti comunque nonostante non fossero passate le 24 ore.

    la serie ha l’ulteriore pregio, per me personalmente, di aver portato allo scoperto due bravi attori a cui in passato non avrei dato un briciolo di attenzione.

    ora è finita e posso finalmente guardare qualcos’altro, perchè fin’ora ero rimasta quasi paralizzata e le altre serie mi sembravano decisamente non all’altezza di essere guardate in contemporanea.

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  69. scusate, aggiungo un’altra cosa.
    nel fortino sembrava di essere in vietnam.

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  70. Non so davvero cosa aggiungere alle vostre parole, siete andati davvero a fondo e mi avete dato tanti nuovi spunti di riflessione su una serie, e non smetterò mai di dirlo, capolavoro.

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  71. Secondo me non sono alcune ma molte le questioni lasciate in sospeso,ad esempio i Tuttle erano coinvolti,ma come?Come partecipanti attivi o solo come fruitori degli snuff movies?
    Per chi obietta che lo scopo della serie fosse descrivere l’evolversi del rapporto tra i due poliziotti e non il caso vero e proprio,vorrei chiedere se si sarebbero interessati lo stesso di una serie che invece di occuparsi di un caso lungo quasi 20 anni,con sette,pedofili ed un filo di esoterismo,si fosse occupata di casi slegati tra loro della durata di 1 max 2 puntate.
    La mia non è una provocazione ma solo curiosità.

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  72. La tenacia con cui Morstabilini prova a nobilitare ciò che scrive sbrodolando qualche nozione dell’ultimo libro letto fa tenerezza. Peccato che abbia perso completamente il contatto con ciò che ha visto, anche più del solito.
    Complimenti poi a chi ha abboccato e nei commenti ha tirato fuori Dostoevskij e chissà cos’altro che nulla c’entrano con True Detective.

    Non c’è che dire…ottima serie con un finale un po’ fiacco ma la cosa senz’altro più divertente è stato vedere i fan fraintenderla completamente (Lostiani irriducibili per un verso e aspiranti intellettualoidi per un altro).

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  73. Francesco Gerardi Inizio ad avere dubbi seri sulla mia capacità di cogliere XD

    Oppure, e lo ritengo assai più probabile, sono gli altri, per usare una metafora assai cara al Pizzolatto, a vedere la luce la dove invece c’è il buio, o a leggere dei significati altri e “alti” per non doversi soffermare troppo sulla pochezza di trama. Vi leggo da poco e ci tenevo a toglierti anch’io dall’imbarazzo, Francesco Gerardi. Del resto, si sa, il mondo si divide tra chi ha la pistola carica e chi scava. Tutti preferiscono avere in mano la pistola (che sia caricata a salve non importa), io invece ho sempre fatto il tifo per quelli che sono costretti a scavare, che amano andare in fondo alle cose, ma che quando tutto è finito, possono finalmente chiamare le cose con il loro nome. “Dentro la buca ho trovato questo” o “dentro la buca non c’era niente” (o comunque molto poco).

    E tolti i pistolotti esistenziali di Rust, che storia ci ha raccontato “True Detective”? Coppia di poliziotti che dà la caccia ad un serial-killer alla fine del lungo viaggio trovano sè stessi. Possiamo metterci tutta la poesia o le citazioni nicciane che vogliamo, ma alla fine, il risultato, rimane quello, che scava scava non mi hai raccontato niente di nuovo e poco importa se lo hai fatto in modo diverso, sicuramente più originale, se poi alla fine della buca trovi solo tanto fumo e niente arrosto, come la doppia recensione di questo finale, bella sì ma per dirmi esattamente cosa? Che tra 5 anni ci ricorderemo della prima stagione di TD come ci ricordiamo dei soliti noti? Ne dubito fortemente.

    Avrei solo preferito leggere giudizi così di rigore come il tuo (di cui quoto pure le virgole) solo un po’ prima. Mi avrebbe forse aiutato a sentirmi meno solo, quando tutti e dovunque incensavano questa serie come il capolavoro del nuovo secolo ed io che già al primo episodio ero lì a chiedermi “ma dove?”. Forma e sostanza. E un racconto che ambisca a fare il suo lavoro, cioè raccontare la dannata storia, deve sempre possederle entrambe, possibilmente senza perdersi troppi pezzi per strada. Ricordiamoci che, fondamentalmente, il pubblico, quello che qui, con vezzo elitario, si definisce lo “spettatore medio”, che non legge troppi libri o che non sa che farsene delle citazioni, ha sempre avuto un debole per la “storia”. Raccontami una storia ma fallo bene, costringimi a scavare, a farmi delle domande, ma più di tutto sorprendimi. E nel suo atto finale, per quanto mi riguarda, questo telefilm non ha fatto niente di tutto questo. Ecco perché alla fine dei giochi il risultato può dirsi deludente.

    In conclusione, meno pugnette e più fatti, che non a tutti ‘interessa l’altrove, noi tutti qui possono occuparsi dell’altrove. La maggior parte di noi spettatori medi, ad un telefilm, chiede qualcosa di molto più semplice, che gli si racconti una STORIA. Grazie.

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  74. Queste vostre recensioni mi danno un batticuore e un’euforia che sono ferma alla 1×5 e con Arturo oggi mi avete dato il colpo di grazia. Ci vorrà ancora un po’ prima di riprendere fiato e ricominciare. Solo questo.

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  75. totalmente d’accordo. dalla precisione del segno deriva l’apertura del significato. e grazie per l’attenzione. :) @ Chiara Lino:

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  76. Gadulf ha scritto:

    La tenacia con cui Morstabilini prova a nobilitare ciò che scrive sbrodolando qualche nozione dell’ultimo libro letto fa tenerezza. Peccato che abbia perso completamente il contatto con ciò che ha visto, anche più del solito.

    Cosa ci vuoi fare? Come qualcuno aveva già notato in tempi non sospetti, l’onanismo in pubblico mi manda in sollucchero.

    Meno male che ho letto bei libri, comunque.

    Rispondi

  77. grazie a TD ho scoperto che il mio modello di regular type dude è francesco gerardi

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  78. Strano, anche io dopo 8 puntate sono un po’ delusa, ma non per le cose che ho letto nei commenti di stampo negativo precedenti – per me alla fine la storia c’è, ed è la storia di un’amicizia, di come sono cambiate due persone nel tempo e si sono ritrovate alla fine. Non è originale? Come i soggetti e le trame del 90% dei telefilm che mi capita di vedere, quello che cambia sono le spezie e il grado di cottura degli elementi, che sono quasi sempre gli stessi alla fine.
    Rivedendo la serie credo che ne darei un giudizio diverso da quello che mi verrebbe fuori adesso – non so neanche io come riassumerlo: mi vengono in mente le atmosfere dei primi episodi, le scene, la recitazione, certi dialoghi, quello che più ho amato e che mi ha colpito (e questo rimarrà nel tempo, ne sono convinta), poi a mente fredda noto gli squilibri, gli indizi inquietanti ma irrisolti, certi simbolismi troppo espliciti, la struttura che alla fine viene troppo fuori invece di rimanere appena accennata.
    Il ribaltamento dal cinico Rust degli inizi a quello della fine che ha incontrato la morte e diventa quasi mistico, l’immagine cristologica di lui nell’ospedale… Non lo so, a me questa cosa mi ha disturbato; e nello stesso tempo invece vedere lui e Martin insieme a parlarsi da amici veri, in un venirsi incontro – questo sì umano, e terreno. Sono pensieri contraddittori su una stessa scena, e pensieri così continuano a ronzarmi in testa per quanto riguarda tutta la serie.
    Non un capolavoro, certo, ma sono ben contenta di aver visto questa serie, sono contenta delle emozioni che mi ha dato, sono contenta di aver visto Martin e Rust andare su e giù per le paludi della Louisiana.
    Poi magari ci penso ancora e cambierò idea – o meglio, me le chiarisco, le idee, chissà…

    Rispondi

  79. intanto grazie per le belle recensioni. che poi magri ci siano tante nostre proiezioni di spettatori, oltre l’intenzionalità degli autori, può essere. ma la bellezza di un prodotto televisivo sta anche qui, quando può suscitarti infinite ed anche personali riflessioni.

    poi: io mi azzardo sì a parlare di capolavoro, perchè (siamo sinceri) le storie che si raccontano, da che mondo è mondo, sono sempre le solite di amore, morte, guerra, tormenti dell’animo.
    diventa capolavoro se sai raccontarla in modo diverso. dove diverso può significare poi un’intera galassia. interpretazioni, personaggi, ambientazioni, regia e tanto altro.

    True Detective (credo) ci ha affascinati non tanto per il caso, ma per altro e anche se è vero che il finale si chiude quasi sotto tono per quanto riguarda la ricerca dei colpevoli, ritorna però altissimo il suo focus su Marty e Rust, il loro lavorare insieme, la conversazione in macchina, così uguale e così diversa dalla prima che abbiamo visto nel pilot, le loro reazioni alla vita e ciò che accade, dopo quasi 20 anni dall’inizio.

    poi devo dire che tutta la parte a Carcosa è di una tensione elevatissima e se da un lato pare banale che entrambi si salvino dalla morte, forse sarebbe stato ancora più scontato vedere Cohle morire per quell’antico caso, tipo punizione per non averlo risolto all’epoca. insomma, ogni tanto può pure non finire male, no? non è sempre BB o i Soprano.

    non ho trovato nemmeno strano il discorso finale di Rust, la sua commozione. ricordiamo che da sempre ce l’hanno presentato come una brava persona, attenta alle cose, alle persone e non solo ai casi, con un rigore morale nonostante il passato sotto copertura e la droga e l’alcool. c’è una pacificazione sia sua che di Marty nella fine e visto il titolo della serie, direi che chiudere col riflettore su loro due, più che allo smantellamento totale della banda di pedofili è la giusta conclusione.

    sarà difficile, quando uscirà la seconda serie, ripartire a mente pulita. ma in fondo anche Black Mirror viaggia su binari sempre diversi, eppure non mi ha mai delusa. auguriamoci sia così.

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  80. Andrea Morstabilini ha scritto:

    quello che è volevo sottolineare era l’infondatezza delle aspettative di ordinata e puntuale spiegazione dell’intreccio. True Detective gioca con il giallo ma non è un giallo, e l’ha chiarito fin dal primo episodio.

    Ah, ok, se questa era la tua intenzione allora sono d’accordo. Io quando definisco TD un noir lo faccio perchè ho percepito quel tono nero e cupo che caratterizza tutta la narrativa di questo genere (Ellroy, Woolrich, Goodis eccetera eccetera, oppure Clouzot e Melville se parliamo di cinema), magari è una semplificazione però è anche comodo. Il giallo classico è lontano anni luce da TD quindi ovviamente non ci si poteva aspettare una spiegazione razionale per filo e per segno di tutto quanto, però qui certi elementi importanti introdotti in precedenza nella trama sono stati completamente ignorati. Una storia noir/poliziesca, anche se è un pretesto per parlare d’altro, deve comunque avere un suo valore di fondo, deve essere interessante e misteriosa, invece questo finale con la caccia allo zoticone pieno di cicatrici che sembra uscito da The Texas Chainsaw Massacre è abbastanza piatto (IMHO, ovviamente).

    Rispondi

  81. Andrea Morstabilini ha scritto:

    Gadulf ha scritto:
    La tenacia con cui Morstabilini prova a nobilitare ciò che scrive sbrodolando qualche nozione dell’ultimo libro letto fa tenerezza. Peccato che abbia perso completamente il contatto con ciò che ha visto, anche più del solito.
    Cosa ci vuoi fare? Come qualcuno aveva già notato in tempi non sospetti, l’onanismo in pubblico mi manda in sollucchero.
    Meno male che ho letto bei libri, comunque.

    Onestamente non contesto questo alla tua recensione e capisco benissimo la voglia di applicare categorie che ci hanno colpito (magari apprese da un libro/articolo) commentando quello che si vede. Il fatto è che stai veramente sparando 50 metri sopra il bersaglio, non c’è riscontro con la realtà della serie..in questo modo tutto lo si potrebbe raccontare come capolavoro e come fitta trama di rimandi culturali, anche l’ultimo episodio di centrovetrine (se esiste ancora).

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  82. Questa storia degli spettatori “medi” e di quelli elitari è davvero divertente, un pò come quando i fan di Visconti e Fellini si menavano ai festival. Cioè, non ha davvero senso, però è bello lo stesso. Cosi come dire che di TD ci si dimenticherò tra 5 anni. Difficile. La prima stagione sarà pietra di paragone per la prossima che inevitabilmente non sarà all’altezza, novantanove su cento. Ovvio che non si debba osannare per forza TD, io ad esempio detesto Battlestar Galactica, però a volte l’astio non dovrebbe farci dimenticare che ci piaccia o meno era da tempo che non vedevo scatenare cosi tanti dibattiti ed entusiasmo tra chi vede una serie tv. E stiamo parlando solo dell’Italia.

    Rispondi

  83. @Beppo: sai come l’hanno presa negli USA? O negli altri paesi… :)

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  84. Angst ha scritto:

    Andrea Morstabilini ha scritto:
    quello che è volevo sottolineare era l’infondatezza delle aspettative di ordinata e puntuale spiegazione dell’intreccio. True Detective gioca con il giallo ma non è un giallo, e l’ha chiarito fin dal primo episodio.
    Ah, ok, se questa era la tua intenzione allora sono d’accordo. Io quando definisco TD un noir lo faccio perchè ho percepito quel tono nero e cupo che caratterizza tutta la narrativa di questo genere (Ellroy, Woolrich, Goodis eccetera eccetera, oppure Clouzot e Melville se parliamo di cinema), magari è una semplificazione però è anche comodo. Il giallo classico è lontano anni luce da TD quindi ovviamente non ci si poteva aspettare una spiegazione razionale per filo e per segno di tutto quanto, però qui certi elementi importanti introdotti in precedenza nella trama sono stati completamente ignorati. Una storia noir/poliziesca, anche se è un pretesto per parlare d’altro, deve comunque avere un suo valore di fondo, deve essere interessante e misteriosa, invece questo finale con la caccia allo zoticone pieno di cicatrici che sembra uscito da The Texas Chainsaw Massacre è abbastanza piatto (IMHO, ovviamente).

    Capisco cosa dici ma secondo me gli elementi che dici non sono stati ignorati. Come dice Marty, lui e Rust non sono in grado per diversi motivi di scavare ancora più in fondo nel caso della setta. Il loro compito è quello di chiudere il cerchio iniziato 17 anni prima e se le vedi in quel modo niente è stato lasciato indietro.
    Anche il fatto che il cattivo sia un “totalmente cattivo” fa parte del ragionamento che parte dal primo episodio e si chiude nel light vs dark del finale.

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  85. Grazie davvero a tutti, soprattutto a @Daniela G. che nei suoi commenti e recensioni trovo sempre qualche spunto e scrittore che non conosco e vado a recuperare!!! Che dire della serie, ottima e migliore di molti film che escono ultimamente!!!

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  86. @ Andrea Morstabilini:

    Oddio onanismo o no hai citato qualcosa (Il memorandum) che secondo me perfettamente descrive quello che TD è, personalmente se una citazione coglie nel segno è sempre benvenuta e se non la colgo altro non fa che stimolare a cercare, ma tant’è…

    Quanto alla serie, sono parziale quindi mi limito a dire: un capolavoro (sì) come pochi recentemente, anche con tutti (i pochi) difetti evidenziati da alcuni degli altri commenti.
    Quello che mi ha conquistato è che… che è una gran bella serie, solo in un secondo momento mi sono fermato a valutare i piani sequenza, i livelli di lettura, le citazioni etc… Mentre la guardavo, la guardavo e basta.

    Rispondi

  87. #Beppo:

    Sono troppo giovane per ricordare le scazzottate (spero solo verbali) tra viscontiani e felliniani, due autori di cui tra l’altro ho visto pochissimo, ma capisco anche che un paragone odierno come quello che potrebbe essere tra estimatori di Sorrentino e quelli di Checco Zalone avrebbe meno forza. Ci tengo solo a precisare che l’annosa questione tra prodotto destinato ad un pubblico di nicchia o di massa non l’ho tirata fuori io, ma è solo la logica reazione che scaturisce ogni qualvolta recensioni e commenti spingono troppo sui riferimenti pseudo-colti che i secondi non sarebbero forse in grado di cogliere o apprezzare, quando invece il discorso è un altro, che oltre all’estetica e al citazionismo pseudo-colto, ad alcuni (oh, non a tutti) serve anche altro. Perchè ad un certo punto, quando cioè una serie o una stagione di una serie finisce, e tutti i nodi vengono al pettine, invece di lanciarsi in analisi fumose come quelle lette in recensione, sarebbe anche il caso, come ha fatto Francesco Gerardi, di dire pane al pane vino al vino, come stanno le cose: la storia è banale, non in senso assoluto, ma i due detective diversi come il giorno e la notte che danno la caccia al SK è già stato visto mille volte, l’amicizia tra i due priva di pathos (non trovo tra l’altro credibile che i due tornino pappa e ciccia, anche a distanza di anni, dopo che uno si è ciulato la moglie dell’altro, ma forse qiui sono strano io), l’unico vero motivo d’interesse rimaneva l’identità del Re Giallo, peccato che dopo averci promesso Hannibal Lecter ci hanno dato Pacciani (senza però i compagni di merende). Sicuramente notevole rispetto alla media dei TF di genere, ma il finale posticcio non la consegna certo all’elenco delle serie memorabili. Poi il dibattito ci può stare e ben venga. Per esempio, su Battlestar Galactica, parliamo di una delle mie serie preferite, ma rimane comunque un prodotto di nicchia, non certo un capolavoro in senso assoluto. Basta saperlo.

    Rispondi

  88. True Detective è un serie (o meglio, stagione) M-E-R-A-V-I-G-L-I-O-S-A, un viaggio noir nelle contraddizioni dell’animo umano e nella desolazione che tali contraddizioni si lasciano dietro. Direi che il finale è immenso, ma questo si può dire solo per il finale dei Soprano e quindi ripiego su “magnifico”.
    Non si può usare la parola capolavoro, perché è difficile usarla per la creatura di David Chase, figurarsi tutto ciò che è prima e dopo.

    [Disclaimer: purtroppo non ho più il tempo di una volta per ammorbare chi dovesse avere il dispiacere di leggermi e quindi non posso argomentare come vorrei (e fare delle belle discussioni). Sarò pertanto schematico, che è cosa diversa dalla sintesi e dall’essere sintetico: è, inevitabile, quindi, che sia tranchant e che nel farlo qualcuno possa offendersi. Chiedo perdono in anticipo così non facciamo polemiche personali e – chi vuole – può concentrare ciò che ha da dire sul nucleo del discorso anziché su eventuali battibecchi personali].

    True Detective:
    – il giallo non sa nemmeno dove sta di casa. Qualsiasi giudizio partendo dal presupposto che si stia guardando un giallo, è una mancanza di chi guarda.
    – struttura e scrittura sono perfette, come un noir che si rispetti (qualcuno guardi e legga Il Grande Sonno e poi ne riparliamo).
    – non lasciano proprio nulla di non detto, perché quel che seguiamo è lo sviluppo dell’azione di Marty e Cohle: il loro caso era prendere l’assassino di Dora Lange. E alla fine lo prendono. La storia di TD non ci ha mai detto che volessero ripulire la Louisiana dalle sette di tutto il mondo (lo farà Papania? boh, fatti suoi).
    – la regia (a volte la vera pecca) indugia un po’ troppo su alcune situazioni proprio per permettere la comprensione, ma evidentemente è stato un boomerang per alcuni: l’esempio più classico, le bambole delle figlie di Marty, non sono un red herring! è la dimostrazione che Marty non è minimamente vicino alle sue figlie e non si accorge di qualcosa di disturbante, che poteva essere o meno legato al caso, ma lasciando Marty nell’ignavia, lascia anche noi con lui.
    – strano poi che gli stessi che hanno dato troppo peso all’indugiare di Fukunaga poi non si accorgano che The Yellow King è il padre del “mostro”, ormai imbalsamato e tenuto in un tugurio.
    – i personaggi ininfluenti sono bidimensionali perché così li vedono Marty e Cohle.
    – come ogni avventura noir che si rispetti, tutti cambiano e restano uguali allo stesso tempo.
    – come ogni avventura da “buddy” la nascita dell’amicizia culmina con l’accettazione totale dell’altro e il riconoscimento che entrambi hanno appreso qualcosa.
    – le citazioni, se ci sono, non aumentano o tolgono nulla alla serie. Io di molte citazioni non ho visto nemmeno l’ombra.

    True Detective è un noir che usa la “piccola” storia di Marty e Cohle per parlare del bene e del male. Ma di bene non se ne vede, fino al finale, quando il più pessimista di tutti i protagonisti, riconosce che poco alla volta si può vincere, bisogna solo crederci e guardare gli aspetti positivi.

    Ognuno ha il diritto di farsi piacere o no questa serie. Ma lasciate perdere disquisizioni tecniche su presunti buchi o errori. Non ce ne sono.
    Nic Pizzolatto, se lo avesse messo in forma di libro, meriterebbe il Pulitzer (visto soprattutto chi l’ha vinto negli ultimi 5-6 anni).
    Se la seconda stagione farà schifo, beh, vorrà solo dire che per questa prima ha fatto il 6 del superenalotto.

    dory evitiamo spoiler? (anche perché falsi… quella lì, nel finale immenso, è una soggettiva. E poi l’ha confermato più volte Chase).

    [sì, sono stato lungo nonostante la schematicità, ma sarebbe stato peggio argomentare e ci tenevo a dire la mia sulla serie dell’anno].

    Rispondi

  89. Vaaal ha scritto:

    recensioni orripilanti, mi sembra di leggere uno di quei prologhi ad un libro classico, pieno di paroloni e povero di significato. Dovrebbe essere una recensione, e invece e’ diventato un auto compiaciuto saggio delle medie.

    bravo, sono perfettamente d’accordo. ti quoto. bisognerebbe solo imparare a guardare osservare e poi stare in silenzio a riflettere….
    ciao

    Rispondi

  90. @ Pogo:
    complimenti, mi piacciono i tuoi schemi: vai dritto al punto con chiarezza. e sono d’accordo sul contenuto.

    Rispondi

  91. Francesco Gerardi 13 marzo 2014 at 22:33

    @ Pogo:
    francamente, che TD non abbia niente a che fare col giallo mi sembra un po’ esagerato. Però, vabbe’, è una discussione che se ci mettiamo a farla non finiamo più. Mi limito a linkare la pagine di wikipedia dedicata al giallo e a chiederti se non ci trovi niente di TD https://en.wikipedia.org/wiki/Crime_fiction

    Però, scusami: è vero che l’indagine parte con lo scopo di catturare l’assassino di Dora Lange ma, col passare degli episodi, si allarga fino a trasformarsi in una caccia al potere oscuro che sta distruggendo una città e una comunità, senza che quelli che sanno facciano nulla (anzi, coprono) e senza che quelli che non sanno se ne accorgano. Tanto del fascino di TD è dato dalle simbologie e dall’esoterismo e dal misticismo e dal che cazzo ne so di questa setta di pedofili/assassini. Tanto se non tutto. I disegni, i murales, la “statuette” in legno, i rituali, i sacrifici, le maschere. Alla fine, di tutto questo non ci viene detto nulla, tutto si riduce a un grassone incestuoso che, prima del finale, avevamo visto per 5 minuti a cavallo del tosaerba. Io non parlo né di buchi né di errori, non ho le competenze per rilevarli, m’immagino. Parlo dell’insoddisfazione che mi viene dal non aver avuto dettagli e spiegazioni sull’unica cosa che mi interessasse di questa serie, il vero villain (perché il vero villain era la setta, dai, mica quel grassone. Soprattutto in una serie in cui il male è così impersonale e pervasivo): quella setta che teme e ama lo Yellow King e che è l’oscurità contro la quale, una stella alla volta, la luce sta vincendo. Tutta la mitologia affascinante che sembrava si stesse centellinando, tra citazioni e simboli, alla fine non s’è vista. Si è solo visto il più banale degli hillybilly, uno di cui non so niente e non mi frega niente. E questo dopo aver stuzzicato l’appetito con ben altre portate: Tuttle e la chiesa e le istituzioni e tutto (e quelli sono red herring, non so come altro chiamarli). Poi, ognuno soddisfatto con quello che gli pare, ma non parliamo di perfezione, non facciamo paragoni con capolavori veri, tipo il Grande Sonno.

    La storia ci dice esattamente che Rust (e poi Marty) vuole prendere la setta, tutta: è il motivo per cui ritorna dall’Alaska, è il motivo della sua insoddisfazione finale, è il motivo per cui odia il suo mestiere, i suoi colleghi, l’ambiente della stazione di polizia. È il motivo per cui non fa che parlare di quando quasi gli fottevano il caso con la scusa di una task force.

    Da dove hai capito che il Yellow King è il padre imbalsamato? No, perché questa davvero mi è sfuggita.

    Cioè, Marty e Rust vedono Maggie come ininfluente? Alla faccia. A me pare, semplicemente, che Maggie sia irrilevante perché è un plot device messo al servizio dei protagonisti (per giungere al litigio e alla separazione e blablabla). Scelta di chi scrive, certo. Ma non facciamolo passare come un risultato della narrativa a POV, ché non è così. Si è scelto di scrivere per bene due personaggi? Benissimo, scelta dell’autore, a me non fa nessuna differenza. Ma non facciamo passare i personaggi secondari (orrendi e inutili) come più di quello che sono: mezzucci. Ci sta eh, lo si fa sempre e lo fanno tutti. Alcuni con più classe, certo.

    Irrilevanti secondo Marty sarebbero le figlie? Eddai, su.

    Marty si accorge benissimo di quanto orripilanti siano quelle bambole messe lì dalle figlie a simulare uno stupro di gruppo. C’è un primo piano che ce lo dice. Poi, semplicemente, la cosa viene dimenticata. Dimenticarsene e non accorgersene è diverso. È un red herring, Pogo, dai: instilla il sospetto e fa prendere un pista, robe che si rivelano entrambe sbagliate e inutili. Come puoi dire che Marty non se ne rende conto, quando è lì, sconvolto, a fissare la scena? Potevo capire se la cosa fosse stata ripresa dopo, se ci avessero mostrato la preoccupazione di Marty generata da questa “visione” e la difficoltà di raccontare una cosa del genere a chiunque (moglie o partner che fosse). Ma il fatto, da lì in avanti, sparisce come se non fosse mai successo. E non è un red herring? Che Marty fosse lontano dalla famiglia lo avevamo già capito, non c’era bisogno delle bambole.

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  92. “- strano poi che gli stessi che hanno dato troppo peso all’indugiare di Fukunaga poi non si accorgano che The Yellow King è il padre del “mostro”, ormai imbalsamato e tenuto in un tugurio.”

    direi proprio di no, descrizione del re in giallo secondo il paradigma lovecraftiano:
    è alto il doppio di un uomo normale, (errol è gigantesco)
    ha una maschera inquietante che in realtà è il suo vero volto (le cicatrici di errol)
    è ricoperto di stracci gialli (l’altare che si vede nella scena del combattimento)

    il re in giallo è errol o l’altare, ho letto che il costumista sostiene che sia l’altare, diciamo che ha creato due re gialli, poi a chi o cosa esattamente si riferiscano le persone che lo nominano boh probabilmente quadra con entrambe le versioni, sarebbe da rivedersi tutto il telefilm per capirlo.

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  93. Serie bellissima, attori bravissimi, anche io sono rimasto con il dubbio su chi fosse il re giallo, ma d’altronde errol non era l’unico della setta, quindi magari non si può saperlo nemmeno, non credo fosse quel tempio, perchè il colore ”giallo” se non ce n’è?. La sequenza di rust che cerca errol in quel labirinto è da cardiopalma, fantastica.

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  94. @ Will Gaiman:

    Questi elementi sono stati ignorati invece perchè non vi è traccia nella puntata ma vengono solo citati sbrigativamente nei minuti finali in tv e da Marty e Rust. Inizialmente non erano presenti nella trama, ma dopo sono stati inseriti quindi non si può far finta che non siano mai esistiti o che fossero solo un contorno poco importante. Era ovvio che Rust e Marty non avrebbero mai potuto smantellare l’intera setta arrivando a colpire anche i pesci grossi e ripulendo la Louisiana da ogni pervertito, questo lo sapevo, non mi aspettavo però che certe cose svanissero come per magia dalla narrazione. Non dico sia un errore, solo che rispetto alle premesse iniziali ho trovato un po’ piatta la vicenda conclusiva nonostante tutta la sequenza all’interno di Carcosa sia molto bella e inquietante. E’ un finale discreto, ma niente di più, almeno per quel che mi riguarda. Comunque amen, questa prima stagione di TD mi è piaciuta, e poi per me il vero difetto rimarranno sempre i monologhi di Rust, quelli proprio non li ho mai digeriti :D Pizzolatto avrebbe dovuto guardare Seul contre tous invece di scopiazzare Cioran (che amo molto tra l’altro!); si vede che è molto, troppo, innamorato della carta stampata.

    Rispondi

  95. Una si distrae un attimo e si ritrova come niente ben due corpose recensioni e una marea di commenti da leggere. Difficile commentare e dire di più e meglio di quanto molti hanno fatto, mi limiterò a dire che sono d’accordo su ogni punto con Francesco Gerardi.
    Purtroppo sono fra quelli che quando il cerchio non si chiude ci fanno caso e penso sia un peccato che una serie che è partita capolavoro abbia perso fiato negli ultimi tre episodi e sia finita solo come ottimo prodotto televisivo, facendo strame della trama. Peccato proprio, soprattutto per la sofisticata regia, per la grande interpretazione di Harrelson e per quella magistrale di Mc Conaughey.
    Comunque, lasciando stare montagna e topolino, chiedo aiuto perché mi sono persa: ma come si arriva a capire l’importanza della casetta verde? l’avevamo vista e avremmo dovuto intuire la svolta anche noi? quando? E come fa uno a ricordarsela diciassette anni dopo? Grazie in anticipo.

    Rispondi

  96. Che splendida serie. Mi ritrovo perfettamente in quello che dice Daniela G. Finale perfetto per me, sorprendentemente commovente e umano, che giustamente riporta l’attenzione sui due protagonisti. Non so come si potrebbe definire deludente, perchè se la parte più di rutine si conclude con la morte del colpevole (non senza un bel po’ di minuti di tensione alle stelle), la sopravvivenza di Rust e la luce che sembra intravedere alla fine della sua lunga ricerca non erano per niente scontati, visto che molti spettatori davano per certa una sua tragica fine. Invece Pizzolato fa terminare la parte investigativa tout court molto in anticipo ( e magari ci aspettavamo che qualcosa di eclatante potesse ancora accadere) e poi si concentra sui due detectives che sono stati il vero centro della storia.
    Le citazioni e i rimandi vanno benissimo, ma la stagione sta in piedi da sola. Il fatto che tante persone ci leggano riferimenti che magari lo stesso autore non ha neanche lontanamente immaginato vuole solo dire che l’opera è riuscita, è feconda, che sa parlare a ciascuno di noi.
    Le sette, l’infernale famiglia Tuttle, le distorsioni religiose e le commistioni con la politica potevano portare la serie avanti per un’altra stagione, ma sono un’altra storia che Pizzolato non ha voluto raccontare, quindi questa stagione è un’opera compiuta che si ferma qua.

    Rispondi

  97. melania ha scritto:

    Comunque, lasciando stare montagna e topolino, chiedo aiuto perché mi sono persa: ma come si arriva a capire l’importanza della casetta verde? l’avevamo vista e avremmo dovuto intuire la svolta anche noi? quando? E come fa uno a ricordarsela diciassette anni dopo? Grazie in anticipo.

    A memoria, perchè non ho rivisto l’episodio, quando i detectives si ritrovano a un punto morto ricominciano a ripensare a certi dettagli e a rivedere le vecchie foto ed è interessante che sia Marty e non Rust a tirar fuori la vecchia foto della casa, giusto per farci ricordare che non è solo il talento visionario di quest’ultimo a portare avanti l’inchiesta. Per risolvere il caso c’è bisogno della visone d’insieme e dell’intuizione dell’uno e della sagacia e testardaggine dell’altro.

    Rispondi

  98. Francesco Gerardi:
    di nuovo, vado di fretta e quindi sarò ancora più schematico. Il primo giorno libero che avrò, verrò qui e, anche se dovesse essere in 80° pagina, sempre se vorrai continuare la discussione, scriverò argomentando più che posso per la sfortuna di chi inciamperà nella lettura.
    Inutile il tuo link. Gli anglosassoni hanno tanti difetti, ma non vi rientra l’esasperazione per la teorizzazione e analisi delle cose. Per loro è tutto crime story, con sfumature dettate dal racconto stesso (al massimo alta/bassa letteratura). Per noi europei continentali è un po’ diverso: infatti giallo e noir sono due cose diverse. E se scrivo in italiano e dico che True Detective non è un giallo, intendo proprio che non è un giallo, non che non sia una crime fiction.
    Il Grande Sonno non era termine di paragone con TD, ma con il concetto di scrittura e struttura noir.
    Infatti, nei noir fatti bene, spesso il colpevole sfugge etereo alla cattura, oppure se la parte fisica è catturata, resta come un’anima sfuggita al suo possessore, ad aleggiare sui protagonisti, o meglio, sulla storia. Quindi, sì, il villain vero è la setta e lo strato di potere. E se l’avessero sconfitto, avremmo visto Die Hard, non un noir moderno esistenzialista. L’insuccesso globale era scritto dal momento in cui Rust apre bocca nell’episodio pilota. Bisognava solo aspettare che tipo di finale.

    Sul resto:
    – Rust: nessuna caccia al potere oscuro. Quello è un ostacolo. Non è l’antagonista di Rust (il protagonista). Rust è meticoloso, non è convinto che abbiano preso l’assassino ed è convinto che questo assassino colpirà ancora: crede, come il pubblico, che chissà quale villain si troverebbe di fronte. Si imbatte in cose più grandi di lui che l’ostacolano. E perde l’appoggio di Marty. Quando ha le prove che dietro c’è molto di più, non è più un poliziotto. E l’unica cosa che può fare, è finire ciò che aveva iniziato anni prima. Trovare il vero colpevole dell’uccisione di Dora. L’insoddisfazione è insita nel personaggio descritto. Preso quel killer, non è sufficiente. Epperò si accontenta, pronunciando quella frase in quel finale magnifico.
    – Maggie: non è bidimensionale. Maggie è l’archetipo che scardina le certezze di Marty, lui sì, uno stereotipo al di fuori di ciò che vediamo al lavoro (ed è qui il merito sui personaggi fatto da Pizzolatto); Marty senza Rust, non ha ragione di esistere, ma con Rust e nell’ambito della detective-story, è un co-protagonista e non una spalla. Un personaggio gigantesco, tra l’altro.
    – Marty: si accorge delle bambole, ma dopo un attimo di “orrore”, decide che la polvere è meglio nasconderla sotto il tappeto (ma ti do ragione sulla regia, infatti l’ho già criticata in negativo in alcuni momenti) e quindi se ne frega. E se se ne frega non c’è nessun red herring, perché non nasconde l’informazione a Rust, ma almeno ne parla con la moglie. Se ne frega. Come fanno i padri che non sanno fare i padri.
    – le altre portate: sono il contorno, le “mura”, gli elementi imprescindibili di ogni noir fatto come si deve. Rileggiti le sceneggiature noir e vedrai.

    ilfumonero ha scritto:

    escrizione del re in giallo secondo il paradigma lovecraftiano

    E che c’entra Lovecraft?
    The King in Yellow, Robert Chambers, 1895. Quarant’anni prima di H.P. Lovecraft e del suo scritto.
    Mi vuoi dire che si sono ispirati a HPL? Può darsi. Oppure no (e come me la pensano in USA, visto che sta andando a ruba il libro su Amazon.
    La descrizione dello Yellow King nel romanzo di Chambers è molto più attinente, essendo lo Yellow King un’entità non inquadrabile, che produce disperazione e follia. Il padre naturale, ma che non lo ha riconosciuto, del “mostro”, lo ha ridotto così. Il padre lo ha portato alla follia. Il padre è imbalsamato con un viso a forma di maschera che non potrà più togliersi. Anche perché morto.
    Senza contare che Carcosa è un’invenzione del grandissimo Abrose Bierce, prima del 1890. O giù di lì.

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  99. Pogo ha scritto:

    Senza contare che Carcosa è un’invenzione del grandissimo Abrose Bierce, prima del 1890. O giù di lì.

    1886 in rivista, se non erro. Concordo sull’aggettivo: Bierce è un grandissimo.

    Rispondi

  100. Vedo che va di moda scagliarsi contro chi recensisce senza dimenticare il proprio bagaglio culturale; d’altronde lo sminuire l’eccellenza è il primo passo verso l’immobile mediocrità.
    Comunque non sono mai stata avvezza a seguire le mode, quindi io Andrea e Chiara li ringrazio lo stesso di tutti gli spunti, degli arricchimenti, e sì, anche di avermi suscitato genuina curiosità verso cose nuove facendomi sentire un pelo ignorante.

    Per quanto riguarda TD (perchè è di questo che dovremmo parlare, in effetti), quoto Daniela e ribadisco quanto già detto da alcuni: secondo me si tratta di indubbio capolavoro.

    P.S.: sarò ingenua, ma a me uno che sa usare il sintagma “costellazione semantica” fa solo rinascere un po’ di speranza.

    Rispondi

  101. Francesco Gerardi 14 marzo 2014 at 01:23

    @ Pogo:
    sì, ok, le definizioni (europee o americane) saranno porose e imprecise e onnicomprensive e tutto quello che vuoi, però sta di fatto che TD risponde all’identikit, ha la struttura di un giallo e di un noir, anche considerando la più elaborata delle definizioni dei generi. Giallo/noir abbastanza classico, se lo chiedi a me. Io l’ho definito giallo/noir perché mi sembra una roba evidente. Poi, ci sono peculiarità, certo. Ma dire che non ha nulla a che fare con il genere (e il sottogenere) mi pare assurdo.

    Il mio problema non è l’annichilimento della setta. Aspettarselo sarebbe stato non capire nulla della serie. Il mio problema è che di un villain che mi era parso cosmico ed eterno e terribile mi viene mostrata la faccia più inutile e banale e trascurabile. Oltre a questo, non mi si dice nulla dei dettagli con cui questo male ha operato per così tanto tempo (cosa stanno a significare i murales, i legnetti etc.). Avrei preferito meno pippe esistenziali e più approfondimento di queste cose qui. Ma vabbe’, problema mio, non è che Pizzolatto è tenuto a farmi contento. Sono soltanto deluso dalla pochezza finale di quello che ci era stato descritto e preconizzato come uno Shaitan, una roba più vecchia della memoria. E che alla fine era uno con la faccia bruciata che si fotteva la sorellastra e che forse, dico forse, ha subito violenze da piccolo. Non ditemi che devo essere impressionato.

    Ma io non ho detto che il “potere oscuro” è l’antagonista. L’antagonista è la setta, l’ho scritto e siamo d’accordo, mi pare. Dico che nel momento in cui la trama si espande, passando da indagine su un omicidio a caccia ai volti di un’oscurità che pare essere ovunque (polizia e chiesa come minimo), per risolvere questo intreccio in maniera soddisfacente non basta catturare l’assassino (l’obiettivo iniziale). Non cerco il lieto fine con i cattivi in manette e i buoni a cena assieme. Cerco un finale che mi dica “ecco, questo è quello di cui abbiamo parlato fino ad adesso, questa è Carcosa, questa è la Setta, questo è il Re Giallo, questa è il culto e questo è il rito”. Non un finale che mi dica, dopo una lunghissima digressione, “ah, comunque, tornando al punto, l’assassino è il maggiordomo”.

    Su Maggie non saremo mai d’accordo, credo. Possiamo spiegarci le rispettive posizioni all’infinito, c’è proprio una differenza nell’interpretazione di un testo.

    Sulle bambole: ma Marty non decide di nascondere un bel niente. Vede la cosa, ne è sconvolto, e dall’episodio dopo è come se non fosse successo nulla. Potresti dire che Marty prende una certa decisione se ci fosse stato mostrato un qualunque momento di elaborazione della scoperta. E invece non è così, non c’è, questo momento. E allora è un tirare a indovinare, può essere che decide di non farne parola a nessuno, può essere che se ne scorda, può essere che non gliene frega nulla, può essere un’allucinazione. È un red herring perché non aggiunge nulla al personaggio di Marty (lo sapevamo già che non avrebbe vinto il papà dell’anno) o delle figlie o alla storia della famiglia Hart. Serve solo a confondere ulteriormente lo spettatore con un possibile colpevole.

    Vero, i “contorni” sono tipici della scrittura noir. Ma la mia critica non era alla presenza del contorno: era alla pochezza della portata principale, anche rispetto ai semplici contorni.

    Quando ci sarai, mi aspetto di continuare la discussione ^.^

    Rispondi

  102. @ klatu:
    Al volo prima di andare al lavoro: grazie per la tua risposta che però non mi dice quello che avevo chiesto perché l’episodio l’ho ben presente – l’ho visto e rivisto tanto mi ritrovo purtroppo delusa e non in sintonia con l’esaltazione che ne fate in tanti e che sarei ben felice di condividere facendo trionfare la luce (eh-eh…) – è il passato che mi sfugge: che cosa era la casetta, l’abitazione di Dora? un luogo di ritrovamento di un crimine? e perché Marty ha questa illuminazione e va a rivedere fra i materiali dell’indagine e trova conferma di un segnale decisivo (la vernice verde che sporca le orecchie – questa poi… – dovuta alla ristrutturazione che la vecchia signora conferma, ecc.).

    Il caffè è finito e devo scappare, ma ci sarebbe qualche altro particolare dal quale vorrei, in linea con Pizzolatto, diradare le tenebre da povera vecchia e incallita “giallista” come sono e forse tornerò a inserirmi in questo dibattito davvero molto interessante con le mie piccole osservazioni. Buona giornata a tutti

    Rispondi

  103. Soddisfatto a metà.
    A fine visione mi sono detto “bello”, ma sotto sotto avevo altre aspettative.

    Era evidente come la storia fosse incentrata sui due protagonisti, e il resto esisteva solo in funzione di essi. Per cui, da quel punto di vista, nessuna delusione (ho però l’impressione che, senza tutto quel fumo sul Re Giallo e Carcosa – perché di fumo si tratta – questa miniserie sarebbe stata molto meno popolare).

    In realtà non mi è piaciuta la piega più tradizionale degli ultimi episodi. Prima di tutto nella struttura: l’iniziale racconto nel racconto, fatto di contrasti suggestivi e rivelatori, ha via via lasciato spazio a una narrazione più diretta ma anche approssimativa.
    E più la struttura cambiava, più la storia perdeva fascino. Non ha aiutato scoprire, nella sesta puntata, che i tanto anticipati eventi del 2002 erano una banale storia di corna, o subire la poco elegante full immersion sull’indagine nella settima e tutto quel tempo dedicato a Childress nel finale.
    In quei momenti non ho visto alcuna decostruzione del genere, ma anzi un’improvvisa tendenza a adeguarvisi. E avrei preferito una “redenzione” per Rust meno didascalica. Meglio Marty all’ospedale davanti alla sua ex famiglia, che Rust sotto le stelle a blaterare di luce e oscurità.

    Resta comunque la scrittura ispirata dei primi 4/5 episodi, una regia virtuosa e una recitazione impeccabile. Il che non è assolutamente poco. Solo, mi aspettavo ancora di più, viste le premesse.

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  104. saro’ banale…siamo sopra o sottp Br. Bad?

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  105. Il finale di questa serie mi ha profondamente deluso.
    Qualsiasi finale lo avrebbe fatto.
    Per la sola ragione di esserne il finale.
    L’unico interrogativo insoluto che sento rimbalzare nel vuoto é:

    Emmò?!

    Tragedia personale a parte, di sospeso vedo mica nulla, non ci sono brandelli svolazzanti: la storia che ci volevano raccontare l’hanno raccontata, è la più antica del mondo, come dice Rust, e corre oltre i colpevoli in quanto tali, affonda – è il caso di dirlo – nell’uomo.
    E dircela con una voce diversa, rendendo umida e soffocante l’aria, tossica la luce, marcio il pavimento della ‘nostra stanza’, bhe cavolo, oggi che è finita mi fa sentire più solo – e anche deciso a ristrutturare casa, ecco.

    Sulla diatriba relativa alla recensione non mi sento di entrare, ognuno esprime il suo sentimento secondo il proprio linguaggio, per essere il più sincero possibile – mediando la cosa naturalmente con la veste di ‘recensore’ che prevede una complessità di analisi maggiore (e io ringrazio per le vagonate di input ricevuti, che hanno minato quanto restava della mia autostima).
    Quel che più conta è che sia appassionato, viscerale, e sta serie/stagione/come-ve-pare, cavolo se ci ha mosso ventricoli, stomaco e budella.

    O forse era solo colite.

    Rispondi

  106. Premettendo che, pur rispettando le recensioni di Morstablini, trovo il suo linguaggio freddo e distanziante, mentre Chiara Lino da sempre ha una chiave di lettura che sento più affine, come anche Daniela G., li ringrazio entrambi per aver speso del loro tempo libero per permetterci di discutere insieme di questa (per me) strepitosa serie, magari di arricchire la nostra visione con i loro spunti di riflessione…..

    Anyway non sono d’accordo con
    Francesco Gerardi ha scritto:

    Il mio problema è che di un villain che mi era parso cosmico ed eterno e terribile mi viene mostrata la faccia più inutile e banale e trascurabile. Oltre a questo, non mi si dice nulla dei dettagli con cui questo male ha operato per così tanto tempo (cosa stanno a significare i murales, i legnetti etc.).

    posso condividere la frustrazione per la leggerezza / vaghezza della serie nel presentare elementi e le connessioni fra questi elementi (quindi spesso con mio marito ci siamo dovuti raccontare la storia di ciò che vedevamo e “cosa hai capito tu?” “ma chi era questo personaggio e come si lega all’indagine?”), lasciando moltissime cose così com’erano, date per scontate o libere di interpretarle a nostro piacimento..
    Ma questo non vuol dire che gli elementi non ci siano.. al posto di darci la pappa pronta, sta a noi collegarli ed interpretarli, tutto qui.
    Il villain c’è eccome, era una “setta” di pedofili e sadici assassini, nascosta da omertoso silenzio, e ben protetta, che dalla famiglia di Childress (polizia) si diramava ai Tuttle (religione, politica), che utilizzavano maschere, vestiti e simbologie (mi sembra dicessero che le sculture di legnetti erano nidi per uccelli) della tradizione carnevalesca tipica del sud; Il papà di Childress per noi era mummificato.
    La casa verde: Marty sembra arrivarci dopo aver parlato delle orecchie verdi del mostro dell’identikit, Rusty ipotizzava fossero foglie, lui rimane pensieroso e poi cerca le foto del caso Dora Lange.. è un bel salto, pure per quelli elastici come me ed innamorati di TD a prescindere….
    La sequenza a Carcosa è stata terrificante, me la sono sognata tutta la notte.. avevo la tachicardia. E Matthew nella scena finale sotto le stelle mi ha emozionato oltre ogni dire, ha superato se stesso in altri eccelsi momenti di TD, altro che Dallas Buyers Club.. EMMY!!! EMMY!!! EMMY!!!

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  107. Chi ha trovato questo finale un po’ sgonfio lo comprendo benissimo, pur restando uno spettatore entusiasta di questa prima stagione.

    A bocce ferme non sappiamo CHI della setta degli snuff movie evocasse realmente la divinità del Re Giallo, ma sappiamo dalle parole della sorellastra che Lui, ( Errol) “è tra i più cattivi e spietati” (o giù di lì) e vediamo bene come tra disegni intorno alla sua casa e la ricostruzione di Carcosa fosse dedito a creare sculture in legno ( i legnetti vengono definiti trappole del tempo ) e come lo stesso Errol afferma ” a lasciare il marchio ”

    Quindi ok, la delusione per una mancata indagine ad ampio spettro c’è e molti hanno accusato questa scelta.

    Ma da qui a dire che gli elementi mostrati manchino di spiegazioni lineari secondo me è un passo troppo lungo.

    Troppa carne al fuoco forse, ma non mi risulta così difficile pensare che i disegni trovati nelle scuole abbandonate e i famosi legnetti fossero opera di Errol o per i disegni, magari delle piccole vittime. Che il re Giallo sia una divinità o le stesso Errol non cambia di molto il corso che l’indagine aveva imboccato. Semplicemente Tuttle viene fatto fuori dopo la sottrazione della cassetta e noi spettatori non conosciamo a fondo chi e quanti fossero dietro alla copertura degli omicidi, ma la “piramide” con cui questa setta si muove è cmq mostrata e quello che più importa ai due detective, ormai, è riuscire a fermare un mostro, prima ancora che denunciare l’intero stato della Lousiana.

    Credo che prendersela così tanto per 20 secondi di uno snuff movie non completamente risolti nell’identificazione della setta sia un’insoddisfazione latente troppo marginale, davanti a solo otto puntate.

    Io se davvero dovessi muovere una critica sarebbe proprio quella del timing narrativo troppo ridotto, per una serie di tale portata. Alcuni episodi ribaltano per quasi tre volte piano e nodi narrativi, in una sola puntata! In una serie più “classica” qua c’era il materiale per altre 2-3 stagioni, magari dispiegando totalmente il mosaico di intrecci politici e aberrazioni umane, ma non è questa una serie in cui siano presenti inutili filler o divagazioni.

    Rispondi

  108. Scrivo qualche appunto in velocità.
    La primissima cosa che ho pensato vedendo il finale è stata “guardavamo tutti Cioran e alla fine era Flannery O’Connor”. Del resto quando di parla di gotico sudista e grazia, beh si sta parlando di Flannery. E ho ripensato subito alla sua citazione: “lo scrittore deve rendere la corruzione plausibile prima di poter rendere significativa la Grazia”. È Pizzolatto stesso ad aver parlato di grazia in relazione all’epifania rustiana (posso dire così? :) anche se non intesa in senso strettamente religioso. Per me il plot twist c’è stato eccome! Quanti di noi hanno pensato ad una conversione invece che all'(in)sano gesto? Mi vergogno un po’ ad ammetterlo ma la puntata mi ha lasciato sconvolta per almeno 24h, cosa che mai mi era successa prima vedendo una serie tv.
    La non soluzione finale del caso era prevedibile e tutto sommato più realistica di due detective che smantellano da soli un intero sistema esoterico criminale diffuso in tutta la Louisiana.
    Sono disposta ad ammettere che delle pecche ci siano ma ciò non toglie che questa serie sia grandissima e ripeto grandissima. Di sicuro il metro di paragone per ogni serie futura che non abbia come obiettivo il mero intrattenimento. E comunque capolavoro non significa impeccabilità, ma si riferisce alla una quantità e qualità elevatissima di riflessioni, suggestioni, sentimenti che un’opera innesca. E qui ne abbiamo a iosa.
    Quanto agli Emmy, quest’anno sono già stati assegnati :)

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  109. Al netto di tutti i pregi che questa serie ha, credo che l’affermare che alcuni passaggi della trama siano, non dico assurdi, ma piuttosto forzati non sia una sciocchezza, ne tantomeno un voler cercare il classico pelo nell’uovo. L’esempio forse più macroscopico, o almeno quello che immagino tutti abbiano notato, è l’intuizione di Marty, che fino ad un attimo prima non è che avesse brillato per straordinaria sagacia, che associa le orecchie verdi del mostro descritto dalla bambina ad una casa vista di sfuggita in una foto tinteggiata dello stesso colore è francamente risibile, considerando tutto il materiale che avevano catalogato con un minimo sforzo si poteva immaginare una soluzione piu intelligente e credibile. Spero di non essere accusato di lesa maestà se affermo che è normale lasciarsi affascinare da una trama ricca di spunti di varia natura,da un’interpretazione convincente,da un’ottima regia (seppur troppo indulgente in alcuni tratti ) e da una fotografia di livello, ma voler ignorare, o peggio giustificare per partito preso, passaggi incoerenti è francamente incomprensibile. Cio non toglie che, come gia detto in un post precedente, T.D. sia a mio avviso molto interessante, per un appassionato del genere, ma anche non, assolutamente da vedere.

    Rispondi

  110. Muta ha scritto:

    Quanto agli Emmy, quest’anno sono già stati assegnati

    Nah, TD dovrebbe essere una serie 2014, quindi sarà premiata a settembre prossimo, per quel che ne so.. se poi ti riferisci alla sicura premiazione di BB, beh per me se la giocano..

    Rispondi

  111. “E che c’entra Lovecraft?
    The King in Yellow, Robert Chambers, 1895. Quarant’anni prima di H.P. Lovecraft e del suo scritto.
    Mi vuoi dire che si sono ispirati a HPL? Può darsi. Oppure no (e come me la pensano in USA, visto che sta andando a ruba il libro su Amazon.”

    infatti io ho detto il paradigma lovecraftiano, non lovecraft, prende diversi autori, poi quando vedi che una cosa si muove come una lucertola, cammina come una lucertola, sembra una lucertola, molto probabilmente è una lucertola.

    Rispondi

  112. “non siete Lester Bangs
    non siete Carlo Emilio Gadda,
    si fa fatica a capire cosa scrivete
    bontà di dio”

    perdonatemi, ma i commenti sono molto piu’ interessanti e lucidi delle cialtronerie scritte nella recensione. Mettere un punto ogni 4 parole non rende la vostra scrittura piu’ cool, credetemi.

    Rispondi

  113. Credo sia difficile confutare l’opinione di chi ritiene che il finale di TD – dove per finale si intenda un momento narrativo in cui ai molti nodi irrisolti viene data una risposta razionale – sia inadeguato o almeno non del tutto soddisfacente.
    Ignoro i retroscena produttivi, tuttavia l’impressione che ne ho tratto è che sia stata messa troppa carne al fuoco e poi gli autori si siano quasi trovati nella necessità di chiudere in tutta di fretta. Forse la trama si sarebbe dispiegata meglio con più episodi e d’altra parte mi pare di aver capito che ci sarà un prosieguo.
    Però c’è un però.
    L’indagine di per sé è sempre stata un pretesto; l’occasione cioè per rappresentare una tortuosa – e forse proprio per questo verosimile – relazione interpersonale. In altri termini Pizzolatto ha forse semplicemente (si fa per dire poiché non si tratta di impresa da sottovalutare) voluto raccontare un’amicizia tra due uomini dolenti, in modi diversi macerati dal tempo che passa e dall’inevitabile bagaglio di disillusione e sofferenza che (tra le altre cose) vivere comporta.
    Se è così abbiamo assistito a un dramma in 8 atti nell’ambito del quale gli omicidi rituali, il re giallo, i rimandi a Lovecraft (o a Bierce o a Chambers) e perfino la Louisiana sordida e gravida di segreti inconfessabili, hanno fatto da fondale (certo non irrilevante va da sé), ma sul proscenio (a cogliere i meritati applausi) hanno campeggiato sempre e soltanto Cohle e Hart e la loro osmosi emotiva e, perché no, morale.
    Visto in quest’ottica il risultato mi sembra davvero più che dignitoso. Insomma, forse il livello non sarà stato eccelso per tutti gli 8 episodi, magari il finale avrà lasciato un po’ d’amaro in bocca per le aspettative che si erano diffuse (personalmente ne avrei preferito uno più cupo e avrei evitato il benché minimo barlume di speranza), però è stata una storia intrigante e recitata (penso che su questo non vi siano pareri troppo discordi) assai bene.

    Rispondi

  114. Forza Italia 14 marzo 2014 at 17:58

    Scusate per capirci, mi fate il nome di una serie tv dove NON c’è spazio per raccontare di relazioni interpersonali e conoscenza dei personaggi?

    Rispondi

  115. @ maldaurore:
    sì, anche a parer mio è sempre stata la storia dei due detective. anche perchè la quasi totalità delle scene appartiene a loro, in coppia o singolarmente. vado a memoria, ma uno dei rari momenti in cui loro due non ci sono è quando errol, che sta tagliando l’erba vicino al cimitero, da indicazioni agli altri due detective, papania e collega. non ricordo scene in cui viene approfondito un dettaglio se non in presenza dei due o di un’azione di terzi che spiega o anticipa quel che accade, come succede invece in molti altri polizieschi.

    un’altra mia riflessione, questa volta sul genere e l’appartenenza. mi sembra penalizzante ridurre un telefilm di questo spessore in un genere preciso, se non per il gusto di incasellare tutti gli elementi. succede anche nella musica: questo è rock, questo è hip-hop, questo è melodico, questo è country. ma se nel rock si mischiasse anche un po’ di elettronica? e se nel country si infilasse un po’ di ska? si ascolterebbe con un po’ più di curiosità o si storcerebbe il naso perchè non rientra nel genere puro? in fondo il progressive era pregno di musica classica, vedi genesis. scusate il paragone mooolto semplificato.

    che poi io sia una sentimentale e veda amore ovunque…

    Rispondi

  116. Ashja ha scritto:

    Nah, TD dovrebbe essere una serie 2014, quindi sarà premiata a settembre prossimo, per quel che ne so.. se poi ti riferisci alla sicura premiazione di BB, beh per me se la giocano..

    Ovviamente con la faccina intendevo che ai prossimi Emmy dovrebbe (almeno, io lo spero) sbancare TD, salvo l’arrivo di una serie-asteroide che cambi tutte le carte in tavola nel corso dell’anno, ma la vedo improbabile. BB concorre con la series finale ok, ma i suoi (meritatissimi) premi li ha già vinti mentre questa sarebbe l’unica occasione per tributare il dovuto a questo TD.

    Rispondi

  117. @Pogo

    vedo che mi citi e parli di spoiler e scene finali con soggettiva. e onestamente non capisco nulla, cioè, non capisco il riferimento a me, sorry :D

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  118. TD andrà agli Emmy come miniserie penso, un pò come fanno per American Horror Story

    Rispondi

  119. dory ha scritto:

    non capisco il riferimento a me

    Sui Soprano. Scusa, era per non aumentare il livello dello spoiler (hai scritto qualcosa come “non tutte possono finire x come xy). ;-)

    klatu ha scritto:

    Le sette, l’infernale famiglia Tuttle, le distorsioni religiose e le commistioni con la politica potevano portare la serie avanti per un’altra stagione, ma sono un’altra storia che Pizzolato non ha voluto raccontare, quindi questa stagione è un’opera compiuta che si ferma qua.

    Klatu, preciso come sempre. Hai centrato il punto.

    Francesco: telegraficamente (se ti fa piacere, la settimana prossima potrei avere un’oretta per scrivere qui).
    – su giallo/noir, è una questione semiotica e logica (in pratica linguistica). Usando i parametri delle teoriche europee (quelle che ti ammorbano studiando Metz e la grande sintagmatica che poi non sai che fartene) giallo e noir sono due cose completamente diverse, seppur per molti il noir rientra nella grande famiglia del giallo (a più ampio respiro). Gli anglosassoni (attenzione, non gli statunitensi, proprio tutti gli anglosassoni è una cosa molto british) certi problemi – anche giustamente – non se li fanno. Tutto è crime story. E se tutto è crime story, va bene tutto e non si può accusare qualcosa di non essere “abbastanza” crime story. Decidi tu quali sono i nostri parametri, quelli della discussione, intendo. Se, come io ho capito, usiamo la categorizzazione europea (e italiana in particolare, di giallo), TD non è un giallo. Ma proprio per niente (i gialli – di 2 tipi, a carattere onnisciente o ancorato al punto di vista – sono quelli in cui devi ricostruire tutti gli indizi unendo i puntini e poi arrivare a decretare chi è il colpevole): in ogni giallo giochi a Cluedo. Qui non hai giocato a Cluedo. E se l’hai fatto, è una tua mancanza, perché la scrittura è chiara fin da subito. I noir sono altra cosa.
    – Rust è la nostra guida per le strade dell’inferno. Un traghettatore nel marcio dell’animo umano. Non tutto ciò che vedremo ai lati delle strade sarà a noi spiegato, perché non ci sta facendo fare un giro turistico. Ci sta trascinando nostro malgrado.
    – l’antagonista non è la setta. L’antagonista è proprio l’assassino. Solo che a Rust sembra qualcosa di più complesso e complicato. E a noi con lui. Ma in realtà, a parlare di Yellow King sono solo persone che hanno perso l’ancoraggio alla realtà per tanti motivi.
    – la storia non è il 1995. Non è il 2002. E l’onestà della scrittura di Pizzolatto è evidente da subito. Il problema è che molte persone ormai guardano troppe serie tv e film, poco la realtà. La storia è il 2012. E lo capisci chiaramente quando il finale dell’episodio pilota è con Rust nel “presente” che si sente accusato (e noi con lui) di essere il vero omicida. E dice “and start asking the right fucking questions”. Ne consegue, che ciò che vediamo sono i ricordi (non esplicitati) dal nostro – ormai – duo preferito ai due detective che stanno in realtà investigando su Rust. Ciò che Papania e socio vengono a sapere è detto esplicitamente da Rust e Marty. Noi però vediamo anche cosa è effettivamente successo. Le bambole delle figlie di Marty sono un ricordo di Marty che non sappiamo dove abbia portato Marty. In base alle conoscenze che abbiamo, a fregarsene.

    Su Maggie, il senso etc… di TD alla prossima occasione.

    questione casa verde: ma perché bisogna fare i complicati anche sulle cose semplici? Ma fossero così tutte le sceneggiature sui detective! Marty non fa una cosa da premio Nobel. Si tratta solo di avere buona memoria, cosa che i detective almeno di discreto livello hanno, altrimenti stanno a dirigere il traffico. Riguardate il pezzo: Marty sta guardando le foto. Parlano delle orecchie verdi. Marty ricorda che durante le ricerche di Dora nel 1995, hanno fatto visita a una casa. Che questa casa fotografata era diversa. Cioè aveva un verde brillante. In effetti 17 anni dopo la tinta può essere decisamente sbiancata. Questo fanno i detective. Uniscono i puntini. Da lì, arrivano a capire chi è. Anche se la faccia la scopriranno solo nell’incontro finale, dove Rust si rammaricherà di averlo visto tagliare l’erba e non averlo riconosciuto.

    Rispondi

  120. Will Gaiman ha scritto:

    TD andrà agli Emmy come miniserie penso, un pò come fanno per American Horror Story

    …interessante.. quindi non se la gioca con BB!?

    Rispondi

  121. @Pogo

    ok, capito. sorry, non pensavo di fare spoiler, trattandosi di serie credo vista da quasi tutti. e pure io che non l’ho vista (chiedo venia, so many series, so little time) so come finisce, comunque. mi scuso, comunque.

    Rispondi

  122. Per quanto usi spesso serialmente come guida per le serie televisive da non perdere, devo fare una critica alla forma delle recensioni. Sembra che i recensori vogliano a tutti i costi far vedere quanto sono bravi a scrivere creando suggestioni nel lettore, tutto qui. Preferirei un taglio più asciutto. Spesso comincio a leggere e poi mi stufo per andare dritto al bollino: fuck yeah. Penso che però questo non sia un semplice difetto di serialmente ma una questione di radici culturali: italiche. Ci piace un sacco romanzare. C’è poi del narcisismo suppongo e questa voglia di mettersi in mostra è sinceramente fastidiosa.

    Per il resto, serialmente è davvero un punto fermo.

    Altro appunto che vorrei fare è che non esiste il modo di navigare le serie televisive per anno…giusto?

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  123. X Pogo

    Io non so quali meccanismi mentali sviluppino i detective USA, credo però non siano poi molto diversi da un qualunque essere umano con una buona memoria,uno spiccato senso logico,ecc. Ripeto non vi è nesso logico tra un viso immaginato e disegnato da una bimba traumatizzata e il colore di un’abitazione, avrei potuto capire un cappello,delle cuffie acustiche ( quelle da usare con motoseghe,tagliaerbe,ecc.),qualsiasi altro orpello da indossare sul capo, ma tra una faccia e una casa proprio no. Mi spiace, non sta in piedi. D’accordo quando dici che è un dettaglio, ma purtroppo questo dettaglio che poteva essere pure ignorato è determinante nella soluzione del caso.

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  124. ho appena rivisto la prima puntata: c’è già tanto lì tra cui un piccolissimo tentativo di amicizia, l’odio di e per geraci, i riferimenti al lake charles.
    la messa in scena di rust con papania e socio durante l’interrogatorio già mi era piaciuta. vista ora dopo tutto quel che so è addirittura meglio.
    ho rivisto con piacere clarke peters con un po’ di rammarico per la sua parte troppo piccola, poi ho pensato che forse avrebbe rubato troppa scena ai due.

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  125. dory ha scritto:

    e pure io che non l’ho vista (chiedo venia, so many series, so little time) so come finisce, comunque.

    No, Dory. Non lo sai come finisce, allora, perché è evidente dal fatto che hai letto chi non ha capito come finisce (mancandogli le basi dell’ABC della regia, dato che l’ultima inquadratura non è una soggettiva del protagonista, ma è la soggettiva di un’altra persona). E poi perché Chase – non ricordo dove – l’ha spiegato. Altrimenti il finale non sarebbe IMMENSO, ma solo un finale.

    bafometto ha scritto:

    Ripeto non vi è nesso logico tra un viso immaginato e disegnato da una bimba traumatizzata e il colore di un’abitazione

    E chi è che ha parlato di questo nesso logico?
    A Marty non gli frega un tubo del disegno… chiede perché orecchie verdi. Cioè cos’è che avrà fatto immaginare alla bambina le orecchie verdi. Rust è concentrato sull’identikit, Marty, invece, ricorda un dettaglio, cioè che c’era una casa tinteggiata da poco, che avevano visitato. E che gli viene in mente solo perché la stessa casa, non più tinteggiata è sbiadita.
    Il nesso logico è casa 2012 – casa 1995. E capiscono che stava tinteggiando quella casa, per questo la bambina ha disegnato orecchie verdi. Fessi loro a non pensarla così nel 1995.

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  126. Caterina Villari 14 marzo 2014 at 21:22

    Il problema delle ultime puntate è stato quello di dedicare troppo spazio alle indagini, per poi tornare a occuparsi del core della serie negli ultimi venti minuti dell’ottavo episodio, con la luce buona delle stelle e il misticume piagnucoloso di Rust, che delusione.

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  127. Pogo ha scritto:

    ……. E capiscono che stava tinteggiando quella casa, per questo la bambina ha disegnato orecchie verdi.

    Il nesso,la scintilla che all’improvviso si accende nella mente di Marty scaturisce da un colore, il verde, orecchie e casa, se segui il dialogo la sequenza è questa. Bene, fino a li c’ero arrivato anch’io. Personalmente, e senza alcuna polemica, trovo forzata e poco verosimile una soluzione simile, punti di vista diversi, non credo ci sia nulla di strano.

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  128. @ bafometto:
    a dire il vero marty ha l’illuminazione grazie a rust, che gli dice, testuale,:
    “we’re gonna have to be looking at these records with FRESH eyes, Marty.
    alright?
    Like we’re totally GREEN”

    FRESH

    GREEN
    e zup, collegamento.

    Rispondi

  129. caccona ha scritto:

    @ bafometto:
    a dire il vero marty ha l’illuminazione grazie a rust, che gli dice, testuale,:
    “we’re gonna have to be looking at these records with FRESH eyes, Marty.
    alright?
    Like we’re totally GREEN”
    FRESH
    GREEN
    e zup, collegamento.

    Complimenti per l’osservazione. Sembra una battuta dell’Ulysses di Joyce. E’ così che funzionano le associazioni mentali.

    Rispondi

  130. Apprezzo la spiegazione di quanti hanno amato la serie (fra i quali ho militato anche io con piena convinzione fino ad un certo punto) che in soldoni mi dice che ho vissuto nell’errore, aspettando risposte e conclusioni da una storia che in fondo non poteva darne semplicemente perché si stava parlando di altro.
    Bene. Anzi male perché questo “altro” (piccoli concetti come amore, amicizia,morte, ineluttabilità del male, ineluttabilità del bene, luce vs. tenebra) non trovo sia, e già prima non trovavo fosse, il meglio del sacco di TD. Anzi, mi è sempre sembrato molto debole e corrivo il quid filosofico che soprattutto la figura di Rust ci ha propinato a piene mani: lezioni e letture mal digerite da un liceale promettente. Avevo anche provato a scherzarci su ma poi ho visto che la parte adorante di TD se ne risentiva e quindi ho lasciato perdere come faccio anche ora.
    Ma lasciamo in pace almeno Dostojevskij che proprio non sfiora mai neppure un singolo aspetto di un singolo episodio di tutta la serie, ma pure Kant e Dante, per favore, che troppo spesso scattano con stucchevolezza “benignesca” (nel senso di Roberto Benigni) a mo’ di riflesso condizionato al solo nominare stelle e cielo stellato o uno straccio di senso morale, o un percorso oscuro della mente. Voliamo un po’ più basso e accontentiamoci di citare i minori, anche se a citare troppo e tutto alla fine si impoverisce l’originalità dell’oggetto che si vuole magnificare e ci si allontana dalla sua sostanza e senso (questo te lo dicono anche quando prepari la tesina di laurea triennale e ti vuoi sbrigare).
    Tornando al punto, non mi avventuro nel dibattito che pure seguo con attenzione, ma che non mi appassiona, sulla definizione del genere letterario e televisivo di appartenenza perché non sono temi miei e qui ho eventualmente solo da imparare, ma con l’ostinazione tipica del vituperato spettatore medio mi sento di protestare contro l’inganno che l’amato prodotto televisivo (e sottolineo che si tratta di mero prodotto televisivo, che pure ho seguito con passione e crisi di astinenza per otto settimane), ha perpetrato ai miei danni. Ad un certo punto la serie ha avuto una frenata, una frattura, come se in produzione avessero detto “ahò, qui tocca finì presto” ed è cambiata lasciandomi l’impressione che l’autore si sia un po’ arrangiato ma avrebbe gradito avere a disposizione ancora un paio di episodi o più per arrivare allo stesso punto a cui siamo arrivati, che ha una sua logica e lettura in effetti, ma dispiegando un po’ più di mestiere e sforzandosi lui di ricordare meglio dove fossero e quali fossero i mille fili che aveva tirato.
    A proposito della casetta verde, su cui mi interrogavo già ieri e mi sembrava fosse colpa mia non ricordare che importanza avesse avuto nel passato tanto da poter determinare la svolta che più tirata per i capelli (o per le orecchie verdi) non si può, vedo che sono in buona compagnia, perché credenti e non credenti, adoratori e detrattori, ad ora nessuno se la ricorda e quindi non si capisce quale immagine evocativa possa suscitare nel bravo detective Hart. Le cose devono stare un minimo in piedi, non vi pare? Già farsi venire in mente che le orecchie potessero essere verdi per colpa della vernice è un bel triplo salto mortale. E se invece gli ottimi detective avessero pensato ai pennarelli verdi, alla plastilina verde, agli spinaci, ci saremmo fottuti pure questo stiracchiato finale? Mah!

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  131. Molto interessante la tua interpretazione, una sorta di associazione mentale “involontaria” ha acceso la luce a Marty, e pensare che ho rivisto quello spezzone piu volte per cercare di individuare un nesso…. a parziale giustificazione potrei addurre una pronuncia impossibile, ma rimane il fatto che la soluzione era evidente se fossi stato piu attento. Mi cospargo il capo di cenere e chiedo umilmente perdono a Pizzolato per averlo tacciato di pressapochismo. Ironia a parte, affidare ad un elemento cosi apparentemente insignificante la soluzione di un caso non so se chiamarla genialità o faciloneria, il confine è molto labile……

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  132. winston smith 15 marzo 2014 at 03:06

    “Cheer up, beautiful people!”, vi dico appropriandomi delle parole di Walter White.
    Onestamente, rimango basito leggendo certi commenti, alcuni dei quali provengono addirittura da recensori abituali (ai quali si dovrebbe riconoscere quantomeno una minima competenza e professionalità nel saper discernere l’arte dall’operazione puramente commerciale). Volete che le risposte vi siano elemosinate in faccia a tutti i costi? Non siete in grado di guardare con attenzione ed effettuare i collegamenti necessari per conto vostro (dando vita, innanzitutto con voi stessi, ad un dibattito nel dibattito infinito – in fondo ciò che più di ogni altra cosa crea l’oggetto di culto che resiste alla storia (della televisione in questa circostanza) – perché, come nella cosiddetta “vita vera”, non si troveranno mai due persone che la penseranno esattamente alla stessa maniera dall’alfa all’omega)? Che dirvi, guardate C.S.I. Miami e allora sì che vi verranno elargite le soluzioni per filo e per segno a qualsivoglia indagine (ovviamente grazie all’ausilio della tecnica scientifica, giacché le intuizioni semi-miracolose a quanto pare non esistono nel mondo materiale – “Solution […] was right under my nose […] and I was watching everything else”, anyone? -), peraltro enunciate in maniera molto più “figa” di quanto non faccia Rust Cohle da Horatio Caine (seriamente, vogliamo mettere i sempiterni occhiali da sole indossati con nonchalance da David Caruso con l’imbruttito, ma per niente imbrutito, Matthew McConaughey mustacchio-munito di True Detective?).
    Fareste più bella figura a dire che True Detective non vi è piaciuto perché essere stimolati a fare due più due per una serie televisiva non rientra nei vostri standard abituali o perché Matthew McConaughey stava sugli zebedei a tutti fino all’anno scorso. Tuttavia, per favore, non millantate buchi di sceneggiatura che stanno solo nella vostra testa (del resto basterebbe leggere qualche intervista a Pizzolato per capire come abbia in mente ogni particolare della sua creatura, anche per quanto riguarda ciò che non viene esplicitato nel corso dell’ultimo episodio, ma che rimane a mo’ di Easter Egg per gli aficionados: mi riferisco, ad esempio, alla storia di Errol e del perché cambi continuamente accento quando parla – ammesso che ci abbiate fatto caso e vi siate chiesti se l’attore era semplicemente sotto l’effetto di sostanze allucinogene durante le riprese oppure se volesse dare l’idea del pazzo dalla quadrupla personalità come da tradizione filmica classica -).
    Infine, permettetemi di ricordare a tutti una cosa che non dovrebbe mai essere dimenticata da chi guarda una serie (o un film, se è per questo): lo scopo primario di ogni opera è trasmettere un messaggio; lo scopo secondario di ogni opera è suscitare emozioni vere nello spettatore a partire da un prodotto di fantasia; la storia non è che un mezzo. Credere che il plot sia il fine ultimo vuol dire osservare e commentare da un punto di vista totalmente sfalsato da ciò che dovrebbe essere. Attenzione!

    Come sempre vi chiedo di scusare il tono dello scritto, facilmente scambiabile per aggressivo. Oramai dovreste in parte conoscermi e sapere che la polemica fine a se stessa, tanto nei modi quanto nei contenuti, non mi appartiene e non mi interessa. Concludo, dunque, con una battuta atta a sdrammatizzare e ad alleviare la possibile tensione di chi possa sentirsi chiamato in causa da questo intervento: considerando che True Detective è ritenuto da molti sciatto e vago nel dare le risposte, possiamo solo ora comprendere davvero come costoro si siano sentiti dopo aver finito di vedere Lost. ;D

    P.S.: a parte gli scherzi, di quali risposte ineludibili vi sentite defraudati (volendo, la domanda può applicarsi anche a Lost)? Sono pronto a discuterne, così come molti altri che hanno già provato a soddisfare dubbi eventuali nei commenti precedenti.

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  133. http://www.hitfix.com/whats-alan-watching/true-detective-creator-nic-pizzolatto-looks-back-on-season-1/

    questo è il link all’intervista che citava Winston Smith poco sopra, dove si parla del significato del percorso di Rust e Marty, di come ha pensato il personaggio di Childress: per chi non è ferrato in inglese, dice che aveva in mente fin dall’inizio la parabola di Rust, voleva far vedere l’evoluzione di un personaggio, che tramite una esperienza come quella vissuta, potesse riuscire a contemplare un po’ di “grazia” (speranza, ottimismo?) in più sulla condizione umana rispetto alle sue convinzioni originarie. Conferma che i ragionamenti filosofici di Rust sono presi da Schopenhauer e Nietzsche, che fondamentalmente noi siamo la storia che scegliamo di raccontarci… questo per il filone della ricerca citazionistica di cui sopra.
    Un altro punto interessante IMHO è che traspare dalle azioni di Childress il desiderio di venire riconosciuto e di morire (in vista della “ascensione”, dell’uscire dal cerchio karmico della continua rinascita) per questo, contrariamente alla meticolosità ed alla segretezza che la setta usava ai tempi del padre, ha iniziato a lasciare tracce di sè in giro (corpi, sculture di legno, ecc) e il suo “marchio” cioè la spirale tagliata nell’erba.. quindi aspettava i detective e li invita a morire con lui.
    Se avete scovato altri link interessanti, mi piacerebbe condividerli!

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  134. La fine della storia a mio avviso non lascia risposte in sospeso, direi piuttosto evidenzia come sia cresciuto il rapporto umano che si è creato fra i due protagonisti e quanto loro stessi siano cambiati.
    Infatti tutto il perno infatti di questa storia non è tanto centrato sui misteri da svelare quanto sulla crescita del rapporto umano che si è creato fra due detective che umanamente parlando sono diversi come il giorno e la notte.

    Nel 2012 quando i due detective si ritrovano, Rust spiega all’amico che non si è mai liberato dall’ossessione e dal senso di colpa di non essere riuscito a catturare il colpevole, per questo non ha mai smesso di indagare e per questo è tornato in Loiusiana.
    Rust aggiorna Marty sulle sue scoperte e gli mostra l’ennesimo orrore registrato su una videocassetta (che è riuscito a recuperare) e che incrimina il reverendo Tuttle. I due senza indugio riprendono ad indagare insieme anche di nascosto dalla polizia.
    La protagonista del video è Marie Fontenot, fortunatamente ci vengono risparmiate le immagini che devono essere molto crude, ma Marty ne resta profondamente sconvolto.
    Rust AVEVA RAGIONE su tutto, era il reverendo della chiesa evangelica Billy Lee Tuttle, che si serviva dell’uomo sfigurato per catturare le sue vittime, lui a sua volta era seguito da una serie di adepti che commettevano le azioni più atroci con pretesto del “sacrificio” dell’agnello sull’altare del bene. Follia pura e puro degrado umano.
    A suo tempo l’insabbiamento messo in atto dallo sceriffo Childress e dal suo vice Steve Geraci era riuscito a INSABBIARE il caso ma ora i nostri due eroi non vogliono più fermarsi e finalmente trovano l’uomo sfigurato…Poi sappiamo come finisce.
    Dunque un finale lieto e con uno spiraglio che permette di sperare che dopo avere tanto esplorato le radici del male, forse tutto sommato in fondo al tunnel ci può essere la luce. Ora la vede persino Rust! Si perchè a questo mondo tutto torna tutto si ripete è vero, ma alla fine la luce vince sempre.
    E Se non è un messaggio di speranza questo!!!

    L’elemento cardine di questo serie è la filosofia e la bravura degli attori, la bellezza della storia e l’abilissima scrittura di Pizzolato che a mio avviso ne ha fatto un vero capolavoro.

    Rispondi

  135. Piersimon ha scritto:

    saro’ banale…siamo sopra o sottp Br. Bad?

    Risposta banale, non paragonabili, sono due “oggetti” diversi.
    Risposta personale, meglio e io trovo Breaking Bad un’ottima serie.

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  136. Setteditroppo 15 marzo 2014 at 15:32

    Grazie delle recensioni e dei commenti che ho letto ieri notte con avidità. True Detective mi è piaciuta moltissimo. Non so se sia un capolavoro. Ma stiamo da quelle parti. Secondo me è una miniserie a tutti gli effetti e quindi mi pare giusto confrontarla con altre miniserie di simile durata che ho visto come Broadchurch o Top of the lake e dalle quali non è affatto lontano in termini di cupezza. Pur avendo apprezzato tanto le suddette, penso che TD sia decisamente superiore per motivi già spiegati da recensori e commentatori. Eppure comprendo certe critiche, certe insoddisfazioni; soprattutto nelle ultime puntate, cioè quando l’autore abbandona quella modalità anticlimatica di racconto così originale che era data dai continui ritorni al presente dei due protagonisti e che non consentiva un coinvolgimento emotivo viscerale con le vicende narrate ma ne favoriva uno celebrale ben più duraturo. Tuttavia credo che il campo fosse stato arato a sufficienza e ho trovato giusto passare nel finale ad un racconto più diretto degli avvenimenti: era necessario empatizzare di più con i protagonisti e con il loro personale viaggio nel mondo (e anche per mettere in secondo piano qualche risvolto di trama, certo). Sul finale aggiungo solo una considerazione. Pur avendo paragonato TD a un libro, ovviamente non lo è. Lo dico perché ciò che può sembrare banale se viene letto in un libro – dopo averne letto e studiato già a sufficienza in altri e bel più importanti libri – può diventare godibile e funzionale in un film (tv, cinema non importa). Lo dico perché le ultime parole di Rust – l’oscurità, la luce, le stelle – sono state recitate in modo divino, da un attore in stato di grazia. In questo modo anche frasi e concetti già masticati riprendono linfa e significato. L’interpretazione così inspirata di quelle parole mi ha commosso, mi ha comunicato, e certo, mi ha consolato e fatto sentire un po’ meno solo nel mondo. E’ un pregio dei grandi film come dei grandi libri.

    Rispondi

  137. winston smith 15 marzo 2014 at 17:10

    @ Ashja:
    Mi riferivo proprio a quell’intervista. Grazie per averla linkata al posto mio. :)

    Maria Rita ha scritto:

    Nel 2012 quando i due detective si ritrovano, Rust spiega all’amico che non si è mai liberato dall’ossessione e dal senso di colpa di non essere riuscito a catturare il colpevole, per questo non ha mai smesso di indagare e per questo è tornato in Loiusiana.
    Rust aggiorna Marty sulle sue scoperte e gli mostra l’ennesimo orrore registrato su una videocassetta (che è riuscito a recuperare) e che incrimina il reverendo Tuttle. I due senza indugio riprendono ad indagare insieme anche di nascosto dalla polizia.
    La protagonista del video è Marie Fontenot, fortunatamente ci vengono risparmiate le immagini che devono essere molto crude, ma Marty ne resta profondamente sconvolto.
    Rust AVEVA RAGIONE su tutto, era il reverendo della chiesa evangelica Billy Lee Tuttle, che si serviva dell’uomo sfigurato per catturare le sue vittime, lui a sua volta era seguito da una serie di adepti che commettevano le azioni più atroci con pretesto del “sacrificio” dell’agnello sull’altare del bene. Follia pura e puro degrado umano.
    A suo tempo l’insabbiamento messo in atto dallo sceriffo Childress e dal suo vice Steve Geraci era riuscito a INSABBIARE il caso ma ora i nostri due eroi non vogliono più fermarsi e finalmente trovano l’uomo sfigurato…Poi sappiamo come finisce.

    Alla tua ricostruzione aggiungerei, in ordine sparso, che:
    – uno dei secondini del carcere in cui muore in circostanze sospette il detenuto che riaccende la scintilla del caso in Rust nel 2002 di cognome fa Childress, ad evidenziare come altri rami della famiglia siano stati e possibilmente siano tuttora (nella linea temporale del presente della serie) implicati nella spirale di barbarie descritta;
    – mentre Rust è in un letto d’ospedale poco dopo il risveglio dal coma, in sottofondo un giornalista alla televisione comunica come la famiglia Tuttle abbia stroncato sul nascere ogni tentativo di ricollegare a sé le responsabilità dei crimini commessi;
    – la sorellastra di Errol menziona uno stupro subito ad opera del nonno di lei: a quanto pare la violenza carnale sui minori è tradizione di famiglia da chissà quante generazioni;
    – molti nei commenti definiscono Errol Childress come un semplice zotico (mi verrebbe da chiedere: ma che zotici conoscete?) che ha fatto tutto da solo (mi verrebbe da chiedere: vi pare che la Carcosa messa in scena sia edificabile da un solo uomo? Reggie Ledoux, DeWall, la combriccola dei Tuttle al gran completo non vi dicono nulla?). Forse hanno visto davvero un’altra puntata. La zotica semmai è la consanguinea/amante, che non a caso viene presa simpaticamente in giro proprio da Errol per la sua tara e la sua ignoranza. E sull’estensione numerica (“sprawl”) dei carnefici non v’è dubbio alcuno (lo stesso Rust dice sconsolato in una delle ultime battute: “We didn’t get ‘em all”).

    Un’ultima considerazione personale sul lavoro dei due attori principali: l’espressione di Woody Harrelson nel momento in cui il suo personaggio invita Rust a guardare il cielo e a raccontare una storia non è da Golden Globe, da Emmy e nemmeno da Oscar: è da paradiso terrestre!

    ilfumonero ha scritto:

    quando ho visto la scena in foto mi è quasi scappato uno “cthulhu fthang!” commentavo nella scorsa puntata che mi sarebbe piaciuto che facesse capolino il soprannaturale, e sono ovviamente totalmente soddisfatto, anche se ovviamente l’interpretazione rimane aperta.

    Anche io ho scritto nelle settimane scorse che una svolta soprannaturale à la Twin Peaks mi sarebbe piaciuta molto e sarebbe stata anche calzante per il contesto messo in scena. Ci sono stati tre momenti nel finale che mi hanno fatto pensare che questa fosse la via intrapresa, tutti concentrati nel giro di pochi minuti:
    – la visione di Rust nell’oscurità profonda di Carcosa;
    – la trasformazione di Errol Childress all’interno di Carcosa, dove diviene un invasato dalla voce posseduta e dalla forza inarrestabile;
    – l’apparente invincibilità di Rust, che dopo aver abbattuto il “demonio” estrae il coltello che gli era stato conficcato in pancia come se se stesse eseguendo un rituale sacro e, miracolosamente, sopravvive.
    In ogni caso bel commento il tuo. Forse la Carcosa di True Detective è realmente un limbo fra due dimensioni parallele.

    Rispondi

  138. @Pogo, mi sa che c’è un’incomprensione di fondo quando mi parli di soggettive o meno. rileggiti il mio post, quando ho citato altre serie, non l’ho fatto in relazione alla regia, ma al “cosa”. molto banalmente rispondevo a quelli che prima di me hanno storto il naso sulla sopravvivenza di entrambi i detective.

    ultimamente infatti mi pare di cogliere sempre più spesso, tra i fruitori di serie tv in generale, un’equazione fra bellezza del prodotto e numero di protagonisti morti o comunque finiti male. tutto qui. :)

    p.s. io di tecnica ne capisco quanto di astrofisica

    Rispondi

  139. Francesco Gerardi 15 marzo 2014 at 18:03

    @ winston smith:
    Con tutto il rispetto, winston, è insopportabile l’atteggiamento di chi a dubbi e critiche e gusti risponde con un “non siete all’altezza”. Insopportabile. Senza considerare che a critiche precise a struttura e ordine e personaggi rispondi con la fuffa intellettualoide tipica di chi “se una cosa a me piace e agli altri no, sicuramente sono gli altri”. D’altronde, quel genio di Corrado Guazzanti riuscì a riassumere questi atteggiamenti degli italiani in una frase: “Se i partiti non rappresentano più gli elettori, cambiamoli questi benedetti elettori”. Vale per la politica, vale per tutto. Scusami il riferimento terra terra, la prossima volta cerco una frase di Derrida. Magari si adatta meglio alle vette dell’intelletto quello vero.

    Mi inchino a chi ha notato il cambiamento nell’accento di Erroll (no, non mi dire, davvero? Ah, beh, allora, CAPOLAVORO!) a chi sa distinguere l’arte dall’operazione commerciale (EH?), a chi sa addirittura spiegarmi che lo scopo della storia è trasmettere un messaggio e suscitare emozioni. Grazie, da solo non ci sarei mai arrivato, meno male che c’è l’internet. Ma, oh, se mi manca la competenza e la professionalità, che ci posso fare. I collegamenti, poi, non ne parliamo. A noi povere massaie che guardiamo solo Don Matteo ‘ste cose non ce le insegnano. Meno male che ci sono gli Umbero Eco che sanno sempre che le cose che piacciono a loro sono le cose che piacciono. Meno male, sennò il povero popolino che non sa cosa farsi piacere e perché e come. Gesù, almeno Pogo dice la sua e spiega perché è così.

    Per parlare di sostanza, mai parlato di buchi. Ho solo detto che non mi sono stati dati i dettagli sull’unica cosa che di TD mi interessasse: la setta e il culto. Troppo basso il mio livello per appassionarmi ai monologhi di Rust, troppo povero il mio spirito nutritosi a procedurali CBS, troppo ciechi i miei occhi per notare addirittura l’uso del piano sequenza (mamma, meno male, spero che D.W. Griffith stia prendendo appunti, da lassù). Le altre critiche le puoi rileggere, vedrai che non parlo mai di buchi, ma dico solo la mia riguardo alle decisioni di autore di Pizzolatto (se mi è concesso, sennò dimmelo che cancello tutto, non vorrei fare brutta figura), dico solo la mia sulla costruzione dei personaggi secondari, dico solo la mia sull’ordine di messa in onda degli episodi, dico solo la mia sulla corrispondenza tra le mie aspettative e l’effettiva intenzione e realizzazione dell’Opera (con la maiuscola, che arte e operazione commerciale mi hai spiegati che sono cose diverse) . Senza, naturalmente, dire che chi la pensa al contrario ha mancato il passaggio evolutivo dal Neanderthal al Sapiens. Però, oh, sto correndo in libreria a comprare Immagine-Tempo e Immagine-Movimento di Deleuze. Magari recupero, ai tuoi occhi.

    Ah, comunque “recensore abituale” fa molto ridere. Ma fa ancora più ridere la posa “lasciate che i bambini vengano a me, ora vi spiego io quello che non avete capito”. Will McAvoy è un bagno di umiltà, a confronto. Ho dei dubbi anche su come finirà il conflitto russo-ucraino, pensavo di chiamare Obama e Putin, ma visto che ci sei tu…

    Ah, il gusto per la polemica pure mio. Non vorrei risultare aggressivo a certi commentatori abituali.

    Rispondi

  140. Francesco Gerardi 15 marzo 2014 at 18:45

    Ah, povero me inattrezzato! Sono andato a prendere Guzzanti quando abbiamo in questi 10 secondi la descrizione degli italiani di tutte le epoche (anche di quella delle serie tv da commentare online). http://www.youtube.com/watch?v=uahU5m6Hvj4

    Rispondi

  141. questo è forse piu calzante a riassunto dei commenti
    https://www.youtube.com/watch?v=TDDxFhm9ndA
    ( per chi ha piu tempo https://www.youtube.com/watch?v=OfsJAgaY62E )

    Rispondi

  142. winston smith 15 marzo 2014 at 18:57

    @ Francesco Gerardi:
    Dove nei miei due (solo due!) commenti lasciati in fondo a questa recensione mi sarei lasciato andare a citazioni di qualsivoglia autore che non sia uno dei personaggi di True Detective (ho citato, difatti, più volte frasi pronunciate ora da Rust ora da Marty) o al massimo, scherzosamente, Walter White nel series finale di Breaking Bad? Di grazia, illuminami. Al contrario, di citazioni colte o semi-colte, che a quanto pare hai in antipatia, proprio tu ne hai usate parecchie.
    Se hai un complesso di inferiorità verso persone che non conosci per ragioni personali, il problema è tuo (citando di nuovo Rust: “However illusory our identities are, we craft those identities by making value judgments. Everybody judges, all the time. Now, you got a problem with that, you’re living wrong.”).
    Appassionante anche la relazione a cui fai cenno fra gusti televisivi e capacità di analisi di un dato oggetto televisivo preso in esame (in sintesi io ho scritto che chi cerca tutte le risposte “scientifiche” a tutte le domande farebbe bene a guardare C.S.I. Miami, non che chi guarda C.S.I. Miami è in automatico un grullo); sarebbe bello se potessi approfondire la materia in futuro: leggerei con estremo interesse.

    Riporto una frase scritta da un utente che fa riferimento a misteriosi “buchi” (neri?):
    Forza Italia ha scritto:

    Aggiungo solo che i buchi nella trama non riguardano solo il caso, ma anche “l’evoluzione” dei personaggi.

    Ce ne sono altre molto simili, ma non vi va di rileggere tutti i commenti per riportarli in questo post. Li puoi trovare da solo, qualora ti siano sfuggiti ad una prima lettura e abbia interesse a farlo adesso.

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Ah, comunque “recensore abituale” fa molto ridere. Ma fa ancora più ridere la posa “lasciate che i bambini vengano a me, ora vi spiego io quello che non avete capito”.

    Chiunque abbia letto i miei commenti lasciati su Serialmente potrebbe smentire che io abbia un atteggiamento del tipo che tu riporti, secondo cui io avrei dalla mia una millantata verità assoluta in virtù della quale gli altri senza di me non possono comprendere nulla. In compenso, c’è molta più cosiddetta “fuffa” e molto più astio nel tuo ultimo commento che nei due (ora tre) da me lasciati.

    P.S.: scusami di cuore se ti ho scambiato per il Francesco Gerardi “recensore abituale” di Serialmente. Il fatto che abbiate lo stesso nome utente e utilizziate lo stesso avatar mi ha tratto decisamente in inganno. ;)

    Rispondi

  143. Francesco Gerardi 15 marzo 2014 at 19:20

    winston smith ha scritto:

    Volete che le risposte vi siano elemosinate in faccia a tutti i costi? Non siete in grado di guardare con attenzione ed effettuare i collegamenti necessari per conto vostro

    Che dirvi, guardate C.S.I. Miami e allora sì che vi verranno elargite le soluzioni per filo e per segno a qualsivoglia indagine

    Fareste più bella figura a dire che True Detective non vi è piaciuto perché essere stimolati a fare due più due per una serie televisiva non rientra nei vostri standard abituali o perché Matthew McConaughey stava sugli zebedei a tutti fino all’anno scorso.

    alla storia di Errol e del perché cambi continuamente accento quando parla – ammesso che ci abbiate fatto caso e vi siate chiesti se l’attore era semplicemente sotto l’effetto di sostanze allucinogene durante le riprese oppure se volesse dare l’idea del pazzo dalla quadrupla personalità come da tradizione filmica classica -).

    Infine, permettetemi di ricordare a tutti una cosa che non dovrebbe mai essere dimenticata da chi guarda una serie (o un film, se è per questo): lo scopo primario di ogni opera è trasmettere un messaggio; lo scopo secondario di ogni opera è suscitare emozioni vere nello spettatore a partire da un prodotto di fantasia; la storia non è che un mezzo. Credere che il plot sia il fine ultimo vuol dire osservare e commentare da un punto di vista totalmente sfalsato da ciò che dovrebbe essere. Attenzione!

    Sono pronto a discuterne, così come molti altri che hanno già provato a soddisfare dubbi eventuali nei commenti precedenti.

    Il ditino alzato ci manca, winston. Il complesso di inferiorità ce l’ho nei confronti di quelli che mi dimostrano la mia inferiorità con i contenuti e le conoscenze (Andrea, Chiara, Pogo), non nei confronti di chi usa il sarcasmo come argomentazione e “ora ti spiego perché non capisci” come motto. Ma, ehi, siamo su internet. Amici come prima, dai.

    Rispondi

  144. Ecco il mio contributo intellettuale alla discussione, spero che non sia già stato detto da altri nei precedenti 142 commenti (record?)

    In Italia non avrebbero mai scoperto l’assassino. I proprietari della casa da ritinteggiare lo avrebbero pagato in nero e tanti saluti. Questo mi porta a dire che una svolta delle indagini simile da noi avrebbe reso True Detective fantascienza pura :)

    Rispondi

  145. Francesco ha scritto:

    Ecco il mio contributo intellettuale alla discussione, spero che non sia già stato detto da altri nei precedenti 142 commenti (record?)

    Il finale di Breaking Bad ha 800 commenti (per ora).

    Rispondi

  146. winston smith ha scritto:

    la sorellastra di Errol menziona uno stupro subito ad opera del nonno di lei: a quanto pare la violenza carnale sui minori è tradizione di famiglia da chissà quante generazioni;

    Io questo l’ho capito diversamente.. non dice genericamente “grandpa”? ho dato per scontato fosse il *loro* nonno, visto che sono imparentati.. quindi la parte di famiglia coinvolta nella setta (anche se non mi piace chiamarla in questo modo)

    Fissif ha scritto:

    Piersimon ha scritto:
    saro’ banale…siamo sopra o sottp Br. Bad?

    Risposta banale, non paragonabili, sono due “oggetti” diversi.
    Risposta personale, meglio e io trovo Breaking Bad un’ottima serie.

    Mi sono posta la stessa domanda.. ottima fattura entrambe, quindi per me pari merito.. però TD è un genere che mi piace di più, di per se BB non mi aveva stuzzicato molto come trama.. per fortuna che sono andata oltre e l’ho guardato! :)

    Rispondi

  147. winston smith 15 marzo 2014 at 21:54

    Ashja ha scritto:

    winston smith ha scritto:

    la sorellastra di Errol menziona uno stupro subito ad opera del nonno di lei: a quanto pare la violenza carnale sui minori è tradizione di famiglia da chissà quante generazioni;
    Io questo l’ho capito diversamente.. non dice genericamente “grandpa”? ho dato per scontato fosse il *loro* nonno, visto che sono imparentati.. quindi la parte di famiglia coinvolta nella setta (anche se non mi piace chiamarla in questo modo)

    Allora hai capito esattamente quello che ho capito io. XD
    Il nonno di lei è anche il nonno di lui o almeno così dicono i due detective che non hanno ancora acquisito l’attributo “true” davanti al nome della professione. Quindi la violenza carnale è tradizione della famiglia Childress (pure Errol dice che si è abusato di lui a Rust), ma anche usanza tipica dei Tuttle (magari non fra consanguinei, ma comunque di stupri si tratta).

    @ Francesco Gerardi:
    Hai proprio ragione. Un utente che chiude il suo intervento dicendo “Sono pronto a discuterne, così come molti altri che hanno già provato a soddisfare dubbi eventuali nei commenti precedenti” è proprio uno che si crede il Padre Eterno sceso in terra per catechizzare gli infedeli. Magari io userò pure il sarcasmo (è un crimine?), ma dall’altra parte si presume che ci sia pure chi lo riesca a cogliere. Amici come prima anche no giacché non mi pare che siamo mai stati amici. Almeno cerca di usare modi di dire più adeguati alla situazione quando cerchi di fare il simpatico, ma, ehi, è solo un innocente consiglio di comunicazione. :)
    Alla prossima, “commendatore” (come dice Paulie Gualtieri de I soprano quando si trova a Napoli per poi venire preso quasi a pernacchie da un gruppo di anziani).

    Rispondi

  148. Francesco Gerardi 15 marzo 2014 at 22:31

    winston smith ha scritto:

    rimango basito leggendo certi commenti, alcuni dei quali provengono addirittura da recensori abituali (ai quali si dovrebbe riconoscere quantomeno una minima competenza e professionalità nel saper discernere l’arte dall’operazione puramente commerciale).

    mi ero dimenticato questo manifesto di italianità: nel caso di una differenza di opinioni, dare per scontata l’inadeguatezza dell’altro. Se non ti piace una cosa che piace a me è perché sei difettato. Se fossimo alla pari, ti piacerebbe. Se non ti piace non è perché non hai abbastanza competenze, ma è perché proprio non ne hai neanche il minimo sindacale. Poi, vabbe’, lascio perdere l’assurdità secondo la quale io, per “capire” una serie tv, dovrei andare a leggere le interviste di Pizzolatto. Ma che siamo a scuola? Gli scrittori parlano attraverso la scrittura, non attraverso le interviste. Quelle possono essere buone per le curiosità e la pubblicità, non altro. Ci sono scrittori che sono dei reclusi (uno di questi è stato citato nei commenti e nelle recensioni: Ligotti). Se leggi uno dei suoi romanzi, non è che ti viene da dire “speriamo faccia un’intervista, così capisco per bene che cazzo ha scritto”. A me delle interviste a Pizzolatto non frega nulla, non è da quelle che mi deve venire l’interpretazione di TD. Ma, ancora, io so’ terra terra, eh.

    Bellissimo il “discernere l’arte dall’operazione puramente commerciale”. Che non vuol dire un cazzo: in generale, visto che viviamo nel 2014 e tutta l’erte ha una componente (più o meno accentuata) commerciale; in particolare, visto che parliamo di una serie tv americana, e non so quanto ci sia di più commerciale.

    Poi, si sa, è molto più facile dire che le opinioni degli altri sono sbagliate perché sì piuttosto che dire perché le proprie, di opinioni, sono giuste.

    Addirittura “basito”. Già questo dice tutto: rimanere “basiti” di fronte alla scoperta che, elamadonna, c’è gente che non la pensa esattamente come me. E mica sui diritti fondamentali dell’uomo o sulla veridicità dei processi di Norimberga, ma su una serie tv.

    winston smith ha scritto:

    Chiunque abbia letto i miei commenti lasciati su Serialmente potrebbe smentire che io abbia un atteggiamento del tipo che tu riporti, secondo cui io avrei dalla mia una millantata verità assoluta in virtù della quale gli altri senza di me non possono comprendere nulla.

    C’è sempre una prima volta. Tu non devi soddisfare nessun dubbio. Un mio dubbio riguardo a TD lo può soddisfare solo Pizzolatto, non tu. Tu puoi solo dare un’interpretazione, dire un’opinione. È proprio qui che sta l’arroganza: nel credere che gli altri abbiano dubbi (per definizione: non siano sicuri di qualcosa) e non certezze critiche, e il credere di poter risolvere tu questi dubbi. Tu che non ne sai più di chiunque altro, del testo TD.

    Rispondi

  149. winston smith 15 marzo 2014 at 23:16

    @ Francesco Gerardi:
    È inutile andare avanti. Oltre che di True Detective, mi pare evidente che non hai capito una mazza nemmeno di quello che ho scritto io. E il tuo rifugiarti nelle accuse di snobismo intellettuale e italianità (intesa nell’accezione negativa del termine) ne è l’espressione lampante. Se vuoi continuare a discutere delle tue paturnie e dei tuoi complessi anziché della serie in questione, procedi pure per conto tuo. Pace interiore.

    Rispondi

  150. Francesco Gerardi 16 marzo 2014 at 00:00

    winston smith ha scritto:

    Oltre che di True Detective, mi pare evidente che non hai capito una mazza nemmeno di quello che ho scritto io.

    “io so’ io, e voi non siete un cazzo”. Era esattamente questo il mio punto.

    Rispondi

  151. winston smith 16 marzo 2014 at 00:19

    @ Francesco Gerardi:
    Che di quello che ho scritto io non hai capito una mazza lo hai palesato nel corso degli ultimi commenti. Su True Detective se ne poteva parlare (ti ricordo l’accomodante “Sono pronto a discuterne, così come molti altri che hanno già provato a soddisfare dubbi eventuali nei commenti precedenti” scritto da me e certamente non da te), ma hai preferito porre la questione sul piano personale: io cosa ci posso fare? Rispondere alle insinuazioni e ai più o meno sciocchi insulti all’infinito? Per piacere, no! Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire e non c’è dialogo con chi si incaponisce, specialmente nel supporre che gli altri si ritengano superiori a lui (se la cosa ti dà fastidio a livello viscerale, al punto che senti il bisogno di ripeterla in quasi ogni commento, forse qualche complesso d’inferiorità o sindrome del genio incompreso ce l’hai e la colpa non è mia, né di Pogo, né dell’Andrea autore della recensione infarcita di citazioni e rimandi d’autore). Fatti un bell’esame di coscienza a mente serena e, qualora vorrai, si potrà pure discutere di contenuti. Certamente il tuo atteggiamento vittimistico mi ha indisposto, soprattutto perché portato avanti in maniera infantile e pietosa (se vuoi fare la vittima, almeno falla bene e non citare frasi del presunto interlocutore saccente – che sarei io in questo caso – in cui si invita al dialogo aperto proprio per sciogliere eventuali dubbi su chi ritiene che non siano state date “le risposte” – magari tu non rientri in questa categoria – e/o che True Detective sia una serie sciatta à la The Walking Dead). ;)

    P.S.: nella frase “Io sono io e voi non siete un cazzo” la virgola non ci vuole.

    Rispondi

  152. Francesco Gerardi 16 marzo 2014 at 01:07

    winston smith ha scritto:

    P.S.: nella frase “Io sono io e voi non siete un cazzo” la virgola non ci vuole.

    ci sono più scuole di pensiero. Alcuni ci mettono la virgola, altri i puntini di sospensione, altri nulla. Sordi fa una piccola pausa nel pronunciare le due parti della battuta, quindi…

    Farmi “un esame di coscienza a mente serena” per un mezzo flame su internet? Non scherziamo. Mi farò “un esame di coscienza a mente serena” quando i miei genitori mi diserederanno, quando mia moglie divorzierà da me, quando i miei figli non vorranno più avere a che fare col padre. Non per una discussione online.

    Io sarò uno colla sindrome del genio incompreso, coi complessi di inferiorità, pietoso e vittimista. Tutte cose che, un giorno, mi dirà il terapeuta (perdonami se fintanto che me le dici tu non mi interessa più di tanto). Non sopporto gli atteggiamenti come quello che tu, secondo me, hai avuto. Ci sono le frasi da te scritte che lo dicono. Rileggile. Se non ci trovi nemmeno un po’ di supponenza e arroganza, allora ti chiedo scusa sinceramente. E la chiudo qui perché, tra un po’, giustamente, mi richiamano all’ordine.

    winston smith ha scritto:

    rimango basito leggendo certi commenti, alcuni dei quali provengono addirittura da recensori abituali (ai quali si dovrebbe riconoscere quantomeno una minima competenza e professionalità nel saper discernere l’arte dall’operazione puramente commerciale).

    Volete che le risposte vi siano elemosinate in faccia a tutti i costi? Non siete in grado di guardare con attenzione ed effettuare i collegamenti necessari per conto vostro

    Che dirvi, guardate C.S.I. Miami e allora sì che vi verranno elargite le soluzioni per filo e per segno a qualsivoglia indagine

    Fareste più bella figura a dire che True Detective non vi è piaciuto perché essere stimolati a fare due più due per una serie televisiva non rientra nei vostri standard abituali o perché Matthew McConaughey stava sugli zebedei a tutti fino all’anno scorso.

    Tuttavia, per favore, non millantate buchi di sceneggiatura che stanno solo nella vostra testa

    ammesso che ci abbiate fatto caso e vi siate chiesti se l’attore era semplicemente sotto l’effetto di sostanze allucinogene durante le riprese oppure se volesse dare l’idea del pazzo dalla quadrupla personalità come da tradizione filmica classica -).

    Rispondi

  153. Pogo ha scritto:

    Se, come io ho capito, usiamo la categorizzazione europea (e italiana in particolare, di giallo), TD non è un giallo. Ma proprio per niente (i gialli – di 2 tipi, a carattere onnisciente o ancorato al punto di vista – sono quelli in cui devi ricostruire tutti gli indizi unendo i puntini e poi arrivare a decretare chi è il colpevole): in ogni giallo giochi a Cluedo.

    Il giallo Cluedo pensavo fosse quello deduttivo di tradizione britannica. Se la discriminante per definire il giallo è l’uso della logica durante le indagini allora sono d’accordo con te, però io ho sempre pensato che “giallo” fosse un termine di più di ampio respiro. Mi sembra quindi che TD, pur essendo fondamentalmente un noir, abbia una struttura tipica del giallo e del poliziesco: delitto, indagini, scoperta del colpevole, punizione, volendo anche il finale consolatorio anche se non ha niente a che vedere con quello dei gialli classici. Ad esempio altri noir, vado a memoria e magari sbaglio, non hanno questa struttura narrativa e l’elemento giallo è inesistente (o quasi): Sipario nero di Woolrich, L’assassino che è in me di Thompson (dove il protagonista è il criminale psicopatico), Sparate sul pianista di Goodis. Non mi sembra scorretto quindi dire che in TD è presente anche il giallo, anche se ha un’importanza marginale. Vabbè, comunque io non sono un esperto del settore e probabilmente uso una terminologia scorretta, se ho detto delle idiozie dimmelo pure senza problemi :)

    Rispondi

  154. winston smith 16 marzo 2014 at 02:27

    Rispondo frase per frase giusto per smontarti. Spero che, però, con le beghe personali possiamo davvero finirla qui. Siamo d’accordo su questo?

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Non sopporto gli atteggiamenti come quello che tu, secondo me, hai avuto. Ci sono le frasi da te scritte che lo dicono. Rileggile. Se non ci trovi nemmeno un po’ di supponenza e arroganza, allora ti chiedo scusa sinceramente. E la chiudo qui perché, tra un po’, giustamente, mi richiamano all’ordine.

    winston smith ha scritto:

    rimango basito leggendo certi commenti, alcuni dei quali provengono addirittura da recensori abituali (ai quali si dovrebbe riconoscere quantomeno una minima competenza e professionalità nel saper discernere l’arte dall’operazione puramente commerciale).

    Premettendo che ho specificato nel primo commento che, nonostante l’apparente brutalità, non era e non è tuttora mia intenzione insultare nessuno, qui vedo l’esternazione della mia reazione alla lettura di commenti scritti da altri (perdonami se, essendo tu stato involontariamente eletto ad alfiere delle posizioni critiche verso True Detective da molti altri utenti che ti quotavano con approvazione ed essendo tu per caso anche un recensore abituale di Serialmente, mi sia rivolto più o meno esplicitamente a te usando l’espressione “recensori abituali” – che ad ogni modo non è un insulto dalle mie parti, anzi -). Ho scritto, in pratica, che io sono rimasto basito perché ho trovato molte inesattezze anche negli scritti di persone alle quali, per il ruolo che svolgono (probabilmente da anni), sarei portato a riconoscere grande competenza in materia e grande capacità analitica sulla fiducia, fino a prova contraria.

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Volete che le risposte vi siano elemosinate in faccia a tutti i costi? Non siete in grado di guardare con attenzione ed effettuare i collegamenti necessari per conto vostro

    Qui fai il furbo – immagino che il mio consiglio rivoltoti precedentemente sia stato apprezzato -, perché dimentichi di riportare il punto interrogativo alla fine del periodo, che cambia totalmente il senso dell’ultima proposizione, portandola in chiave provocatoriamente ironica anziché da insulto triviale. In ogni caso, molti si sono lamentati della mancanza delle risposte, come ti ho già mostrato in precedenza, e a loro mi sono rivolto.

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Che dirvi, guardate C.S.I. Miami e allora sì che vi verranno elargite le soluzioni per filo e per segno a qualsivoglia indagine

    Su questo ho già chiarito in precedenza l’abissale differenza fra ciò che intendo con questa frase e ciò che, sbagliando, intendi tu. Ti prego di non ignorare le mie risposte, altrimenti terminiamo la contesa per sfinimento di entrambi i partecipanti. XD

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Fareste più bella figura a dire che True Detective non vi è piaciuto perché essere stimolati a fare due più due per una serie televisiva non rientra nei vostri standard abituali o perché Matthew McConaughey stava sugli zebedei a tutti fino all’anno scorso.

    Qui scrivo provocatoriamente due motivazioni che, a mio avviso, potrebbero spingere delle persone a non apprezzare True Detective. Sulla prima, se leggi con regolarità i commenti che vengono lasciati qui su Serialmente come faccio io, saprai certamente che esistono utenti che bollano alcune serie come vere e proprie ciofeche solo perché apprezzate dalla critica (a loro avviso snob) o perché troppo riflessive nel rapporto con gli addominali maschili e i seni femminili mostrati (il nickname jackson1966 non ti dice nulla?). Sulla seconda, mi pare di aver scritto una verità incontestabile (come on, a chi non stava sui cosiddetti McConaughey fino all’anno scorso, quando non faceva che mostrare i muscoli in commedie romantiche tutte uguali fra loro? Basta fare una brevissima ricerca sul web per credere).

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Tuttavia, per favore, non millantate buchi di sceneggiatura che stanno solo nella vostra testa

    Questo è ciò che penso (mi verrebbe da dire che è, perché i buchi di sceneggiatura, qualora presenti, sono una questione oggettiva e non soggettiva, o no?) ed è esattamente ciò che ha scritto anche Pogo, che hai citato più di una volta come exemplum che dovrei seguire. Insieme ad un altro utente (tale Maria Rita, che approfitto per ringraziare), ho successivamente anche ricostruito i passaggi fondamentali del caso per mostrare in maniera chiara e sintetica come, in effetti, tutto torna alla fine della fiera. Solo che non tutto è mostrato con tanto di abbaglianti e sottotitoli come avverrebbe in una soap opera.

    Francesco Gerardi ha scritto:

    ammesso che ci abbiate fatto caso e vi siate chiesti se l’attore era semplicemente sotto l’effetto di sostanze allucinogene durante le riprese oppure se volesse dare l’idea del pazzo dalla quadrupla personalità come da tradizione filmica classica -).

    Lo avete notato tutti, eppure non una persona ha citato la faccenda nei commenti (a meno che mi sia sfuggito in corso di lettura). Molti, però, hanno definito il personaggio di Errol Childress come il banalissimo zotico senza personalità. Sono più saccente io nel ristabilire un minimo di obiettività alla discussione (citando, per l’appunto, fatti tratti dalla puntata) o chi, avendo visto con poca attenzione o non avendo visto proprio, scrive corbellerie? Se in tutta onestà per te sono più saccente io, allora rimpiango il fatto che non ci siano più saccenti in giro. Almeno le opinioni, in quel caso, si baserebbero su un minimo di dati incontestabili più che sulle visioni distratte di alcuni: se non c’è un terreno comune, seppur ristretto, non più esserci spazio per discutere, sopratutto in un blog dove vige solo la comunicazione scritta.

    Spero di aver restituito un po’ di chiarezza alla faccenda con questo post e spero che questa “fatica” possa essere servita a qualcosa. Da qui in avanti, cerchiamo di parlare più di True Detective e meno di noi, come ho cercato di fare dal principio.

    Rispondi

  155. @ Angst:

    Se ci muoviamo all’interno della teoria dei generi, il giallo (per usare la dicitura italiana che nasce con i Gialli Mondadori) o detective fiction è quello in cui, come scriveva Laura Grimaldi (e dozzine di altri teorici), tutto torna; in cui il lettore può ingaggiare una sfida con il detective ed è in possesso di tutti gli indizi per arrivare autonomamente alla soluzione. Sempre in questa prospettiva, invece, il noir o hard-boiled è quello in cui, per usare la celebre definizione di Chandler, l’intreccio è secondario alla scena e la scioglimento alla costruzione drammatica: «The technical basis of the Black Mask type of story on the other hand was that the scene outranked the plot, in the sense that a good plot was one which made good scenes. The ideal mystery was one you would read if the end was missing».

    L’equivoco sul finale di True Detective nasce, a mio modo di vedere, da questo: poiché la serie gioca con alcuni stilemi del giallo, e in particolare del sottogenere whodunit (come la disseminazione di indizi e di false piste), molti spettatori, in particolare oltreoceano, l’hanno scambiata per qualcosa che non è, e cioè un giallo da cui attendersi precisa circolarità. E questo nonostante il testo abbia ribadito più volte, e in modo esplicito, la sua «rottura» rispetto alla detective fiction classica, della quale usa le convenzioni per smontarle dall’interno (gli squarci di cui parlavo nella recensione).

    Da questo punto di vista, è senz’altro possibile definire True Detective un noir, perché la scuola hard-boiled americana si sviluppa in deliberata opposizione al giallo classico di impostazione britannica. A me sembra però che la serie si allontani anche da certi topoi del noir (come la donna fatale, per citare forse il più famoso), e che sfugga a qualsiasi tentativo di classificazione: per questo, citando il Memorandum, parlavo di oggetto narrativo non identificato.

    Rispondi

  156. winston smith 16 marzo 2014 at 02:45

    @ Andrea Morstabilini:
    Perdona la mia ignoranza in materia, ma avrei da sottoporti una domanda visto che mi sembri preparatissimo: una volta ho ascoltato in una trasmissione un’intervista ad un regista italiano di film noir/polizieschi/gialli (non ricordo proprio il suo nome) e, a suo dire, la differenza principale che intercorre tra noir e poliziesco è che nel primo il protagonista appartiene al mondo criminale, sebbene ciò non voglia significare in automatico che sia lui il cattivo della storia, anzi. Il regista in questione ha detto una fesseria oppure sussiste una differenza fra il noir letterario e il noir cinematografico oppure ancora il noir italiano (cinematografico) fa storia a sé?

    Rispondi

  157. @ winston smith:

    Ammetto di essere più preparato sui generi letterari che sulle loro controparti cinematografiche. A livello tematico, tuttavia, mi sentirei di dire che – a prescindere dal medium – l’enfasi del giallo è posta sul detective e sul meccanismo logico attraverso cui incastra il colpevole, quella del noir sull’atto criminoso e le conseguenze drammatiche che questo ingenera. Se penso a noir come Il grande sonno o Il falcone maltese, il protagonista è sempre un detective, ma cambia la prospettiva attraverso cui il lettore lo guarda: da lui non ci si aspetta una restaurazione dell’ordine morale, bensì una giustizia forse sporca, ma anche poetica. Nella frangia estrema dell’hard-boiled, quella di Spillane, detective e criminale sono spesso distinguibili solo perché uno porta un distintivo.

    Un’altra differenza tematica sta nell’atteggiamento nei confronti del crimine: il giallo in qualche modo prende le distanze, si concentra sulla ricomposizione dell’ordine antecedente al delitto; l’hard-boiler – un po’ come Rust e Marty – non distoglie lo sguardo, non si fa remore a scandagliare anche le zone più buie, non solo della psiche umana, ma anche della società.

    Rispondi

  158. Francesco Gerardi 16 marzo 2014 at 03:22

    @ winston smith:
    Grazie di avermi chiarito. Risposte veloci:

    Se l’errore che trovi nelle critiche a TD è l’accusa di plot hole, io non l’ho mai detto. Ho parlato di red herrings e plot device e personaggi secondari scadenti e trama debole e finale e deludente. Non di plot hole. Non ci sono, sono d’accordo.

    La caratterizzazione di Childress non può basarsi solo sugli accenti, dai, è ridicolo. Se invece di aderire al culto/setta di Carcosa e dello Yellow King fosse stato un fanatico cristiano, come lo definiresti (tenendo fermi gli altri dettagli che di lui ci sono stati mostrati)? Io zotico, redneck, hillbilly, vedi un po’ tu. Il mio problema col personaggio è che si sta cercando di trovargli caratteristiche che sono solo supposizioni, visto che, per scelta dell’autore, di lui sappiamo pochissimo. Ed è questo che non mi piace. L’ho detto: per quanto mi aveva affascinato l’idea di Carcosa e del Re Giallo (un avversario biblico, immortale e onnipresente), Childress è stata la rappresentazione più deludente che mi potessi aspettare. Ti ripeto: non è che se una cosa non mi piace è per forza per il fatto che non ci ho prestato la giusta attenzione o non l’ho capita come si deve. Non mi piace per le ragioni che spiego dal primo commento. Childress non ha personalità perché compare due volte per meno di 5 minuti nei 7 episodi prima del finale. E nel finale muore. Non c’è stato il tempo di dargli una personalità. Quello che di lui sappiamo (crediamo di sapere) è quello che gli attribuiamo partendo dalle indagini sulla setta, sui delitti, sui rapimenti.

    Sul punto interrogativo che manca: è una svista, non farmi così disonesto, ti prego e scusami ^.^.

    Le inesattezze che trovi si chiamano opinioni. Valide le tue, valide quelle di tutti (se espresse nella giusta maniera e con le giuste competenze dietro). Accusare TD di essere sopravvalutato non è inesattezza, è opinione. Idem accusarlo di avere trama insufficiente, personaggi secondari orribili, plot device ingombranti e red herring sparsi ovunque. Così come è opinione dire che la regia è bella, la foto pure, le interpretazioni anche. Se venisse uno a dirmi (come ha fatto Pogo) che la regia non gli è garbata così tanto e mi spiegasse il perché in maniera coerente e chiara, io potrei solo dire “vabbe’, non sono d’accordo, ma non sta mica dicendo stronzate”.

    L’unica inesattezza è accusare TD di avere plot hole nella sceneggiatura. Non ce ne sono. E io non l’ho mai detto. Il resto sono opinioni, che possono essere diverse pure a parità di competenze. Il fatto che a te TD abbia fatto impazzire e a me no non mi rende “inesatto” nella comprensione o nell’interpretazione. Tutto qui. Grazie comunque di avermi “smontato” (scherzo eh). Amici come prima.

    Rispondi

  159. Francesco Gerardi 16 marzo 2014 at 03:32

    @ Andrea Morstabilini:
    @ winston smith:

    senza dimenticare la differenza nei finali, tra giallo e noir: nel primo si tende a risolvere il mistero dietro il crimine, a catturare il colpevole e a ristabilire l’ordine. Nel secondo, anche quando il colpevole viene preso e il mistero risolto, resta un senso di minaccia, pericolo, mancata risoluzione sui protagonisti della storia.

    TD è una roba che usa parti di struttura del giallo, atmosfere, personaggi e finale da noir, li mischia col southern gothic e un tocco di horror/weird (come mi ha spiegato Andrea). Almeno, è per questo che io, se lo dovessi descrivere per generi, userei giallo/noir.

    Rispondi

  160. è sempre divertente leggere i battibecchi personali nei commenti, qui come nei siti di testate giornalistiche (i commenti de il post, poi, sono favolosi!). se ne potrebbe fare un hobby, se alla fine non risultasse un filino noioso.

    Rispondi

  161. Francesco Gerardi ha scritto:

    @ winston smith:

    La caratterizzazione di Childress non può basarsi solo sugli accenti, dai, è ridicolo.

    secondo me la tua opinione fa arrabbiare chi ha apprezzato la serie perchè da ciò che dici pare che tu non abbia capito come TD (e in generale i lavori di pizzolatto, avendo letto il suo romanzo) cerchi di raccontare una storia sulle storie che le persone raccontano a sè stesse. Ora, tagliando tutto su personaggi, maggie, red herrings CHE NON ESISTONO (e servivano solo a far capire quanto la cultura stagnante della luisiana e quindi un’altra storia che aleggia sotto forma di cultura si attaccasse a tutto, bambini innocenti compresi), filosofia dei miei foglioni eccetera.
    Errol: la caratterizzazione di errol parte dal primo episodio, quando abbiamo i primi contatti con spirali, bird traps, corna eccetera. da lì iniziamo a vedere la storia che le famiglie Tuttle e Childress (che conosceremo solo dopo) e chissà altri si raccontano da decenni?secoli?chissenefrega? la storia che si raccontano è quella di una presenza, potente, bla bla bla e bla bla bla, bambini devono morire perchè bla bla, spirali, carcosa, ma soprattutto YELLOW KING. la storia che ho riassunto al meglio delle mie capacità l’abbiamo capita tutti.
    quindi, finchè la storia dei tuttle/childress è in fase di racconto (a rust per primo) lui come noi si butta, convinto di ciò che sa, e a reggie ledoux succede quel che succede. solo che dal 2002 rust inizia a raccontarsela da solo, la sua storia sul yellow king, e lui stesso non capisce una bega, perchè lo yellow king della storia originale, quella dei tuttle, non esiste (perchè è una storia DUH! ma ok, per loro è una divinità-like e la storia che ci hanno costruito è talmente grande da avere influenze reali su chi ci è cresciuto dentro: ERROL among others). Errol è così dentro la storia dello yellow king e alla rappresentazione di carcosa che pensa di poter diventare lui stesso il re giallo, con ogni probabilità si fa già chiamare così (per questo i vari drogati che parlano di yellow king POTREBBERO riferirsi a errol quando parlano di “hovisto un re” ah bè, “ti parlerò del yellow kkking”- ma sono solo mie congetture). con questo voglio dire che alla fine errol E’ un cacchio di zotico, che ha però passato la sua vita a raccontarsi una storia enorme, molto più grande di quanto non sia già grosso lui, una storia enorme e gonfiata dagli anni e dalle persone che la conoscono e da ciò che viene fatto per mantenerla viva, e quella storia è la parte più succosa di errol. per il resto lui è un povero pazzo, buono a ricordarsi le strade e falciare il prato e a sembrare il piò creepy creep mentre guarda i bambini. poi, capisco che ci sia gente che possa aver avuto il desiderio di vedere i riti malefici di errol (io di bambini squartati ne faccio anche a meno), o che gli venisse inventata e spiattellata una storia sul yellow king (come se non ci fosse, è stato rappresentato in TD come la storia del terrore e orrore sulla terra). a me va bene così: pizzolatto ha dato credito ad una storia ricca dal punto di vista “””””spirituale””””” (guardare solo la terrificantevolezza di Carcosa, non mi cacavo addosso dall’ansia per qualcosa da parecchio tempo) ma ci ricorda poi che era solo una storia. non eiste dio come non esiste il re giallo, e infatti errol muore relativamente in fretta. Rust era il priest, nella storia di errol. Nella realtà era solo l’esterno che meglio di tutti poteva percepire la storia che aleggiava nell’aria.
    non ho più voglia di scrivere e temo di essermi perso quindi ciao e buone cose

    Rispondi

  162. Francesco Gerardi 16 marzo 2014 at 11:48

    @ cthulahop:
    ragazzi, mi arrendo. Non ho capito TD e i lavori di Pizzolatto (uno che fino a ieri lo sapevano in tre chi cazzo fosse, ora son tutti esegeti dell’Opera). Childress è un villain più carismatico di Hannibal Lecter e Lucifero e Boyd Crowder messi assieme. Non so più che dire. Se non che caratterizzazione di un personaggio e mitologia e backstory sono cose diverse. Ma davvero, facciamo prima a dire che non ho capito io, perché la discussione comincia a ricordare pericolosamente le discussioni coi fan di TWD o di GOT.

    Rispondi

  163. Francesco Gerardi ha scritto:

    @
    ragazzi, mi arrendo. Non ho capito TD e i lavori di Pizzolatto (uno che fino a ieri lo sapevano in tre chi cazzo fosse, ora son tutti esegeti dell’Opera). Childress è un villain più carismatico di Hannibal Lecter e Lucifero e Boyd Crowder messi assieme. Non so più che dire.

    Take it easy, Francesco. Non stiamo gareggiando a “chi_infila_l’ultima_replica_vince”. Le argomentazioni pro e contro TD sono interessanti se aggiungono qualcosa alla discussione che si è sviluppata. Molto meno se sono giocate sul filo del “non ho capito”, “non ci arrivi”,”guardate CSI miami”, “io sono io e voi non siete un cazzo”, e via discorrendo.

    Anche perché quando le argomentazioni tendono a diventare squalifiche delle modalità relazionali dell’interlocutore (e non mi riferisco solo a te, sia chiaro), si va OT e generalmente interviene qualche moderatore a riportare la discussione sui suoi binari.

    Rispondi

  164. @ Writer58:
    Anche io sono tra quelli a cui il finale ha un po deluso.
    Come altri, pensavo che si sarebberero presi TUTTI i colpevoli, e nn solo
    il tagliaerbe Errol ….
    Pero’, e qui’ potrei scrivere l’ennesima caxxata, dopo la morte di L e socio nel 95,
    la morte del reverendo e ( lo si è visto ) quella del padre di Errol, sembrerebbe ( ammesso
    che lo siano ) che dei famosi 5 assassini della setta, nel 2012 sia rimasto solo Errol,
    e quindi …. quello che potrebbe essere un finale inconcluso, risulti essere poi
    l’unico ( o quasi ) finale possibile.

    Anche se rimane il quesito su che abbia ammazzato il reverendo.
    Se nn e’ stato Errol, chi lo ha ucciso dovrebbe essere coinvolto negli omicidi
    in prima persona, e quindi un personaggio che nn puo’ scomparire dalla trama finale della
    storia.

    A me sarebbe piaciuto che ad ammazzare il reverendo fosse stato Rust, con pochi minuti
    si sarebbero potute spiegare molte cose rimaste irrisolte …..

    Rispondi

  165. sentite, io penso una cosa: se questa discussione vertesse sulle modalità del giallo e del noir, e sulle loro rappresentazioni al cinema, in letteratura etc, per me potremmo andare avanti all’infinito. Mi piace apprendere, e mi piace condividere quel poco che so in materia.
    Internet è un mezzo infido, come niente scattano i fraintendimenti e i flame (succede anche a me). Ma se lo si usa come mezzo per apprendere informazioni su qualcosa che ci interessa, può essere impagabile.
    Dio, come sono ecumenica (sarà la domenica XD).
    Detto questo, è un po’ che ripenso al finale, e mi piace sempre più. E’ un finale teologico, nel senso più ampio del termine, e anche qui Pizzolatto mi ha presa di sorpresa. Qualcuno vi ha ravvisato un po’ di Sant’Agostino (dove c’è il male c’è la luce), qualcuno 100 commenti più su si appuntava sull’immagine cristologica di Rust, che nel suo desiderio di espiazione assume su di sé il male, anche fisicamente, fino a farsi ferire al costato come Cristo. E sperimenta la morte e poi torna, resuscita, finalmente riconciliato con la condizione umana che è di lotta continua, ma non una lotta senza senso come voleva credere lui quando l’abbiamo “conosciuto” all’inizio.
    E poi ci sarebbe da dire sul labirinto angosciante di Carcosa, che conduce fino a un buco dove c’è il Male (l’allucinazione di Rust), che non è altro che una rappresentazione del male di vivere.
    ma questo al mio prossimo delirio XD

    Rispondi

  166. @ Daniela G.:

    Ma che delirio! :) C’è sicuramente una componente cristologica in Rust, anche a livello iconografico, anche se – ma questa è la mia prospettiva, valida quanto qualunque altra – non leggo nella sua «resurrezione» una conversione in chiave religiosa come ha fatto qualcuno. Anzi, il suo umanesimo mi pare ribadito con forza e convinzione, perché la luce che vince è fatta di uomini che si sorreggono a vicenda.

    Rispondi

  167. Andrea Morstabilini ha scritto:

    non leggo nella sua «resurrezione» una conversione in chiave religiosa come ha fatto qualcuno. Anzi, il suo umanesimo mi pare ribadito con forza e convinzione, perché la luce che vince è fatta di uomini che si sorreggono a vicenda.

    assolutamente d’accordo. Questo finale ha colpito moltissimo un’atea come me, proprio perché “teologico” nel senso più ampio e pieno di umanesimo. Il Male è “soltanto” uno zotico, non c’è alcun elemento soprannaturale. Ma è un Male che affonda le sue radici molto lontano, nell’infanzia di Childress e di tutti quelli che sicuramente ci sono stati prima di lui, e che non si estinguerà mai. La Luce è il coraggio di andare fino in fondo al labirinto del Male, ed è il capire che la lotta tutta umana non è mai inutile, pure se tutto si ripeterà perché “time is a flat circle”. Ed è anche il capire che l’incontro con “l’altro” è fondamentale nell’esperienza umana, perché tutti prima o poi ci ritroviamo a fronteggiare il nostro personale Male, ed è allora che abbiamo bisogno di qualcuno che ci sorregga.

    Rispondi

  168. Soddisfatta dalla miniserie, dal finale e un tantino sconvolta dalla sequenza a Carcosa, uno scontro brutale e terreno, in antitesi con la visione ultraterrena di Rust che precede di un soffio la carica del mostruoso Errol… a me il finale ha lasciato la curiosità leggere recensioni, di conoscere punti di vista altrui, di ripercorrere tutto dall’inizio per la sensazione che alcune cose ce le hanno dette e fatte vedere ma subito non le ho notate (non mi riferisco alla cicatrice di Errol), e al contrario potrei aver dato peso a cose che in realtà non erano importanti . La maledizione del detective ma anche di noi spettatori seriali ;) Insomma a me True Detective ha lasciato tanto, mi frulla ancora nella testa, nei pensieri, gli scorci della Louisiana, i dialoghi tra i 2 stratosferici protagonisti, le musiche, la sigla….tutto…in poche parole…SCONVOLGENTE & COINVOLGENTE.

    Per chi fosse interessato alle connessioni tra le famiglie Tuttle/Chidress, spulciando sul web ho scoperto che:
    – Ted Childress (sceriffo di Erath), è il figlio illegittimo del potente capofamiglia della Lousiana Sam Tuttle;
    – Sam Tuttle, era anche il padre di Billy Lee, che promosse la task force per il caso Dora Lange, e lo zio di Edwin Tuttle, prima governatore e poi senatore della Louisana;
    – Errol è uno dei nipoti del defunto Sam Tuttle, figlio di William Lee Childress che dal ’78 al 2002 ha svolto lavori di manutenzione per la contea insieme al figlio.

    Rispondi

  169. winston smith 16 marzo 2014 at 16:44

    @ Andrea Morstabilini:
    @ Francesco Gerardi:
    Grazie per i chiarimenti sulle differenze sostanziali fra giallo/poliziesco/noir. Ad occhio, direi che sono più un tipo da noir. :D

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Grazie comunque di avermi “smontato” (scherzo eh). Amici come prima.

    Ho scritto che avrei “smontato” l’interpretazione supponente e aggressiva che tu hai dato alle miei frasi (ovverosia la tua percezione chiaramente errata del mio intento – sul quale chi meglio di me può sapere la verità -), che ho poi proceduto a commentare una per una. Non ho scritto che avrei smontato i capisaldi del tuo pensiero sul mondo. Come al solito, io intendo una cosa e tu ne cogli un’altra. A questo punto o sono io che non mi esprimo bene per via scritta o sei tu che non sai leggere oppure leggi bene e ti diverti a far finta di non aver capito oppure ancora le prime due ipotesi sono entrambe valide (così smezziamo le colpe e siamo tutti soddisfatti).
    Sull’uso dell’espressione “amici come prima” ho già detto, ma se ti piace tanto questo modo di dire contento tu, contenti tutti: si tratta comunque di un’inezia che nulla ha a che fare con True Detective.

    Daniela G. ha scritto:

    Detto questo, è un po’ che ripenso al finale, e mi piace sempre più. E’ un finale teologico, nel senso più ampio del termine, e anche qui Pizzolatto mi ha presa di sorpresa.

    E perché mai sei sorpresa? In fondo la teologia è a tutti gli effetti una branca della filosofia, quindi del pensiero umano nel senso più ampio del termine. Il divino è a noi precluso in ogni caso (perlomeno fintanto che siamo in vita) fino a prova contraria che finora, se c’è stata, ha sempre avuto carattere individuale (esempio banalissimo: i cosiddetti santi): ogni opinione o parvenza di verità che possiamo avere sul divino è comunque limitata ai modi in cui noi esseri materiali possiamo spiegarla o giustificarla secondo la nostra stessa materialità, secondo i meccanismi intrinsechi del nostro sistema pensante a.k.a. “il cervello”. Se pure riuscissimo a contemplare l’idea di una reale essenza metafisica, potremmo esprimerla solo in termini fisici. XD
    True Detective, secondo me, è stata una serie (anche) dichiaratamente “teologica” fin dal principio, con tutti i richiami espliciti ai riti esoterici (la scena del primo delitto su cui indagano Rust e Marty con le corna, gli idoli fatti di legnetti, la posizione sommessa del corpo) ed essoterici (pensiamo alla bella sequenza nel tendone in uno dei primi episodi con lo scambio di vedute fra i due protagonisti sulla causa/scopo delle religioni inframezzato dal discorso ispiratore del reverendo interpretato da Shea “Eli Thompson” Whigham).

    In misura differente e con modi diversi, può essere considerata per certi versi teologica anche un’altra serie dal finale che ha suscitato reazioni contrastanti fra gli spettatori: Lost. Ora, potrei sbagliarmi, ma secondo me non è una semplice coincidenza la presenza di epiloghi semi-mistici laddove i più si aspettavano solo risposte scientifiche (l’ormai tristemente noto C.S.I. Miami da me evocato in precedenza) e la reazione inferocita o delusa – anche se la delusione è sostanzialmente più il prodotto di aspettative disattese che di un giudizio a mente fredda – di una fetta importante di pubblico. Cosa ne pensate?
    P.S. per i maliziosi: non sto dicendo che la virata parzialmente mistica intrapresa dalle due serie in questione sia l’unica causa che può aver generato disappunto in alcuni, ma che possa essere iscritta fra le varie cause. Del resto viviamo in un’epoca in cui l’antireligiosità spinta (cosa ben diversa dall’ateismo) va di moda, specialmente fra i più giovani.

    Rispondi

  170. @ winston smith:

    Non saprei cosa dire. Come scrivevo sopra non vedo molto «misticismo» in True Detective; vedo invece un umanesimo radicale, poetico, che si riappropria dell’umanità dei simboli religiosi (v. appunto l’immagine cristologica di Rust) spogliandoli della mise divina. Insomma, una metafisica agnostica, se non atea.

    Sul finale di Lost: Lost è stata a lungo una serie «sui personaggi», e da questo punto di vista il finale è pressoché perfetto; purtroppo Lost è stata anche, soprattutto dalla fine della terza stagione, una serie «sui misteri», e in tal senso il finale non soddisfa. (Parlo ovviamente per me.) Più che con True Detective, la confronterei dunque con Battlestar Galactica, altra serie dal finale controverso per le risposte (o non risposte) che dà ai misteri di lungo corso.

    Rispondi

  171. winston smith 16 marzo 2014 at 17:51

    @ Andrea Morstabilini:
    Eh, ma io ho detto che il misticismo umano è comunque riconducibile sempre ad un pensiero razionale, cioè elaborato in un sistema di idee organizzate secondo un certo ordine mentale più o meno facilmente individuabile, sebbene a prima vista alcune di queste idee possano apparire bislacche ai più. In ogni religione c’è una storia e ci sono dei topoi, e in ogni storia e in ogni topos c’è un pensiero consapevole, secondo me. Pertanto, con “virata parzialmente mistica” cercavo di indicare proprio un terreno d’indagine, un corpo di tematiche, ma niente di specifico in relazione ad una religione in particolare.
    Concordo, però, con l’opinione che considera il Rust “rinato” volutamente rappresentato con lineamenti cristologici (chi, vedendolo in quel fondo di letto a fissare il cielo, non ha pensato: “E chi è? Gesù Cristo!?” XD).

    Battlestar Galactica non l’ho vista, quindi non posso discuterne. Sarei comunque interessato a leggere il confronto che hai in mente. Magari ci sono dei punti di contatto con le similitudini che io vedo rispetto a Lost.

    Rispondi

  172. Forza Italia 16 marzo 2014 at 19:05

    winston smith ha scritto:

    “Cheer up, beautiful people!”, vi dico appropriandomi delle parole di Walter White.
    Onestamente, rimango basito leggendo certi commenti, alcuni dei quali provengono addirittura da recensori abituali (ai quali si dovrebbe riconoscere quantomeno una minima competenza e professionalità nel saper discernere l’arte dall’operazione puramente commerciale). Volete che le risposte vi siano elemosinate in faccia a tutti i costi? Non siete in grado di guardare con attenzione ed effettuare i collegamenti necessari per conto vostro (dando vita, innanzitutto con voi stessi, ad un dibattito nel dibattito infinito – in fondo ciò che più di ogni altra cosa crea l’oggetto di culto che resiste alla storia (della televisione in questa circostanza) – perché, come nella cosiddetta “vita vera”, non si troveranno mai due persone che la penseranno esattamente alla stessa maniera dall’alfa all’omega)? Che dirvi, guardate C.S.I. Miami e allora sì che vi verranno elargite le soluzioni per filo e per segno a qualsivoglia indagine (ovviamente grazie all’ausilio della tecnica scientifica, giacché le intuizioni semi-miracolose a quanto pare non esistono nel mondo materiale –

    Assurdo, c’è gente che crede che gli sceneggiatori dovrebbero fare il lavoro per cui sono pagati. Incredibile.

    winston smith ha scritto:

    Fareste più bella figura a dire che True Detective non vi è piaciuto perché essere stimolati a fare due più due per una serie televisiva non rientra nei vostri standard abituali o perché Matthew McConaughey stava sugli zebedei a tutti fino all’anno scorso.

    Lol ma sei serio?

    winston smith ha scritto:

    Tuttavia, per favore, non millantate buchi di sceneggiatura che stanno solo nella vostra testa

    Chi ha ucciso il vecchio patriarca?
    Il significato dei disegni e delle sculture in legno?

    winston smith ha scritto:

    Infine, permettetemi di ricordare a tutti una cosa che non dovrebbe mai essere dimenticata da chi guarda una serie (o un film, se è per questo): lo scopo primario di ogni opera è trasmettere un messaggio;

    Ma quando mai. Quelli sono i postini. Il messaggio di Evil dead quale sarebbe, ad esempio?

    Rispondi

  173. …se Marty avesse comprato un quadro di sua figlia….https://media.vocativ.com/photos/2014/03/True-Detective-Episode-07-023994574673.png …FORSE non sarebbe cambiato nulla perché stelle nere e colore giallo non sono “per forza” degli indizi, così come una spirale disegnata da una bambina con un po’ di giallo al centro http://cdn.uproxx.com/wp-content/uploads/2014/02/LmlOJdu.jpg…stelle e spirali sono forme che si possono disegnare anche a prescindere dalla simbologia. alzi la mano chi non l’ha mai fatto.

    A ripensarci, forse inizialmente sono state un po’ trascurate dai 2 detective, altre cose, come:
    – la foto a casa della mamma di Dora Lange con i 5 in maschera a cavallo (inquietante, disturbante)
    http://starcasm.net/wp-content/uploads/2014/02/Dora_Lang_horsemen_photo.jpg
    Si sa con certezza chi fossero i 5? tipo Errol Childress e suo padre…Sam Tuttle il capostipite…con uno dei suoi figli e lo sceriffo Childress…può essere? chi lo sa…

    – il diario di Dora Lange…dato che mentre Rust lo sfoglia e ne legge alcune righe…
    http://i.kinja-img.com/gawker-media/image/upload/19fozt3zu7knjjpg.jpg
    http://i.kinja-img.com/gawker-media/image/upload/19fozufcr05nojpg.jpg
    “Ho chiuso gli occhi e ho visto il Re vestito di giallo attraversare la foresta.” Questo e’ il suo diario, Marty.
    “I figli del Re sono stati MARCHIATI.Sono diventati i suoi angeli.” Il Re giallo, Carcosa.
    POI i loro commenti sono di questo tipo (la prendono per una pazza drogata):
    Folle.Qualsiasi cosa si facesse,si e’ fritta il cervello.
    Sembra che non ne avesse molto già in partenza.
    Beh, sembra quasi una fantasia.E se lui le avesse dato sempre la stessa dose ma per un periodo ha aumentato la dose a poco a poco, senza che lei lo sapesse?
    …lasciare il MARCHIO, vuol dire creare altri adepti come i Ledoux? o disseminare i luoghi con disegni e sculture in legno? entrambi?

    E che Rust non abbia collegato il giardiniere visto nel 1995 (puntata 1×03) con il “gigante con le cicatrici” di cui ha notizia 7 anni dopo parlando con la piccola Kelly nel 2002 …per me ci può anche stare, perché mi son rivista la scena e, oltre alla barba e al fatto che da seduto non noti l’altezza fuori dal comune, c’è anche da dire che Rust non ha il tempo di parlarci, di scrutare a fondo come fa lui con le persone né di DISEGNARLO come fa di solito sul suo libretto dato che Marty lo interrompe quasi subito suonando il clacson per le notizia arrivate su Ledoux…

    La foto, il diario, una chiaccherata più approfondita con Errol…erano lì sotto i LORO e i NOSTRI occhi…ma abbiamo guardato più alle figlie di Marty deviando dalla strada principale…

    Mi ci vuole una pausa dal trip mentale a spirale di True Detective (ma prima o poi ci ricado lo so) …mi congedo con un’immagine divertente che ho trovato su un forum ;) http://it.tinypic.com/view.php?pic=2vm7hn9&s=8

    Rispondi

  174. winston smith ha scritto:

    (chi, vedendolo in quel fondo di letto a fissare il cielo, non ha pensato: “E chi è? Gesù Cristo!?” XD)

    io, perchè pensavo fosse in coma – saturazione 100, battito 60…
    ma rivedendo la singola scena ora, un po’ sembra l’iconografia di cristo, con il telecomando in mano al posto del libro, che nei dipinti però tiene con la sinistra.

    ma le stelle dietro la sua immagine riflessa sul vetro sembrano la scena finale di “a straight story”, con la musica che ricorda molto badalamenti appunto, e anche twin peaks, con un’altra storia di ragazzine scomparse e morte male.

    Rispondi

  175. Francesco Gerardi ha scritto:

    L’ho detto: per quanto mi aveva affascinato l’idea di Carcosa e del Re Giallo (un avversario biblico, immortale e onnipresente), Childress è stata la rappresentazione più deludente che mi potessi aspettare.

    Ah ecco! Forse inizio a capire il perchè della delusione.. non avevo colto questa sfumatura, prima. Quindi mentre guardavi TD pensavi che the Yellow King e Carcosa fossero una svolta (passamela perchè non so come definirla altrimenti :) ) “sovrannaturale” nella storia, che ci trovassimo di fronte a qualcosa di più che a uomini cattivi che fanno del male agli altri per loro piacere?.. quindi tutta la “mitologia” che veniva dipanata a poco a poco fosse in un certo modo reale? Se è così capisco il sentirsi delusi, hai avuto più immaginazione di me :)
    Io l’ho sempre e solo vista come la narrativa comune della setta, niente più di un bel soprannome per il leader (pensavo addirittura che fosse la rappresentazione di un leone, visto che nel filmato sulla uccisione di Marie Fontenot c’erano figure con maschere molto voluminose) quindi per me è stato normale scoprire l’uomo Errol dietro a quella maschera, non avevo altre aspettative.

    Rispondi

  176. Francesco Gerardi 16 marzo 2014 at 20:18

    @ Ashja:
    no, non mi aspettavo il sovrannaturale. Semplicemente, mi aspettavo un villain migliore di Erroll, una personificazione del Male più complessa e dettagliata del villico incestuoso e panzone che ha subito violenze da piccolo e quindi ora è violento lui. Mi sembrava TD volesse parlare del Male in maniera meno dozzinale. Però, vabbe’, mi so’ sbagliato.

    Rispondi

  177. Francesco Gerardi 16 marzo 2014 at 20:27

    winston smith ha scritto:

    P.S. per i maliziosi: non sto dicendo che la virata parzialmente mistica intrapresa dalle due serie in questione sia l’unica causa che può aver generato disappunto in alcuni, ma che possa essere iscritta fra le varie cause. Del resto viviamo in un’epoca in cui l’antireligiosità spinta (cosa ben diversa dall’ateismo) va di moda, specialmente fra i più giovani.

    e TD sfrutta la moda alla grande, visto che non mancano i pipponi (inutili e vanitosi) di Rust sulla religione. Pipponi che quel povero Cristo di Marty è disposto a sorbirsi, rivelandoci, in questo modo, la natura fittizia di TD: nessuno, nella vita vera, starebbe ad ascoltare Rust Cohle per più 10 secondi senza trovare il primo oggetto tagliente per tagliarsi i polsi (sono ironico eh, prima che vi risentiate).

    winston smith ha scritto:

    anche se la delusione è sostanzialmente più il prodotto di aspettative disattese che di un giudizio a mente fredda – di una fetta importante di pubblico. Cosa ne pensate?

    Le aspettative restano (e quindi anche la delusione, per quanto mi riguarda) anche a mente fredda. A mente fredda, al massimo, si può capire meglio perché sono state deluse. Aspettative disattese e mente fredda non sono antitetiche.

    Rispondi

  178. 2 curiosità…

    IL TITOLO è un riferimento al secondo verso della Genesi: “the earth was without form and void, and darkness was over the face of the deep”.

    VISIONI di Rust…non sono solo immagini dentro/fuori dalla sua mente, ma coinvolgono anche il sapore…la vita di Rust come circolo vizioso di violenza e degrado, ma anche di sensazioni e suggestioni che ritornano:
    episodio 1×01
    I get a bad taste in my mouth out here.
    ALUMINUM, ASH,
    like you can smell the psychosphere.

    episodio 1×08
    That taste.
    What?
    ALUMINUM, ASH,
    I’ve tasted it before.
    You still see things, ever?
    It never stops, not really.What happened to my head, it’s not something that gets better.

    Rispondi

  179. Solo 2 appunti ai commenti in coda :

    Francesco Gerardi ha scritto:

    @
    Semplicemente, mi aspettavo un villain migliore di Erroll, una personificazione del Male più complessa e dettagliata del villico incestuoso e panzone che ha subito violenze da piccolo e quindi ora è violento lui. Mi sembrava TD volesse parlare del Male in maniera meno dozzinale. Però, vabbe’, mi so’ sbagliato.

    Detto così sembra quasi un “rednek horror”, vedo piu Errol un “manovale” del male, un essere che ha vissuto la propria vita in una dimensione fatta di violenza,ignoranza e riti pagani ,probabilmente tramandati di generazione in generazione senza capirne il vero senso, se un senso possano mai averlo simili degenerazioni.
    Il Male non necessariamente può o deve essere spiegato, c’è e basta, fa parte di noi, ne tantomeno rappresentarlo nelle vesti di un guru folle ma affascinante, vuoi per cultura o per altre caratteristiche, ne rafforza la presenza e la potenza. Il male è spesso banale ( non nel senso ipotizzata dalla Arendt ovviamente ) e i “mostri” molto spesso esseri insignificanti.

    winston smith ha scritto:

    @
    ….. virata parzialmente mistica intrapresa dalle due serie in questione sia l’unica causa che può aver generato disappunto in alcuni, ma che possa essere iscritta fra le varie cause. Del resto viviamo in un’epoca in cui l’antireligiosità spinta (cosa ben diversa dall’ateismo) va di moda, specialmente fra i più giovani.

    Io tutta questa antireligiosità non l’ho colta, se ti riferisci alla citazione della teoria di Dawkins non la definirei tale, è tutt’altro. Altre non ne ho colte, ma posso sbagliarmi.

    Rispondi

  180. Francesco Gerardi 16 marzo 2014 at 23:11

    @ Bafometto:
    ma mica ho detto che TD il Male lo deve spiegare. Ho detto che il Male che TD aveva descritto e anticipato in 7 puntate era infinitamente più interessante della sua incarnazione. Tutto qui.

    No, il mi punto non è che il Male deve essere rappresentato per forza come Hannibal Lecter. Il mio punto è che Childress è il villain di questa stagione. Compare per 5 minuti in due occasioni, prima del finale. Nel finale muore. Di conseguenza, non me ne frega nulla di lui perché nulla è stato fatto per farmene fregare. Me ne frega della setta e del Re Giallo (ed è da qui che derivava l’interesse per Erroll) e di queste due cose non mi sono stati forniti i dettagli e la backstory. Tutto qui.

    A meno che i dettagli e la backstory non siano i legnetti e i murales e le spirali. Allora mi arrendo. Al paese mio, però, questi sono solo simboli. E un simbolo senza significato lo sapete cos’è. E il significato ce lo può dare solo Pizzolatto, noi possiamo continuare a menarcelo fino alla fine e fino alla fine avremo solo supposizioni e ipotesi e teorie. E Pizzolatto, il significato, non ce l’ha dato. Scelta libera e consapevole, ripeto. Che a me non piace.

    Rispondi

  181. winston smith ha scritto:

    E perché mai sei sorpresa? In fondo la teologia è a tutti gli effetti una branca della filosofia, quindi del pensiero umano nel senso più ampio del termine.

    ma io su questo sono d’accordo, è il motivo per il quale pur essendo atea ho apprezzato il finale. C’è in giro gente che si lamenta per la “svolta mistica”, e sì, qui mi lancio a dire che questa gente ci ha capito poco di tutta la faccenda. In realtà non sono stata sorpresa tanto dalla teologia, ma dal senso di speranza che aleggia sul finale, pensavo che sarebbe stato tutto più pessimista e angosciante, vista l’atmosfera angosciosa che ci ha circondato fin dal primo episodio. Ma ne sono stata sorpresa positivamente, tra l’altro se il viaggio di Rust e Marty si fosse concluso tragicamente per loro, guardando il tutto in retrospettiva il senso di questo viaggio per me sarebbe andato perso.
    @ Francesco Gerardi:
    secondo me sul personaggio di Rust c’è un po’ di confusione. Sì, i suoi “pipponi filosofici” spesso sono risultati ridondanti etc. E allora? Non è che Rust sia il guru che ci dice le verità da usare quando vogliamo fare bella figura, e che non si discute. E’ una persona danneggiata, sull’orlo della follia, che ha una visione lucidamente pessimista dell’esistenza. Le persone come lui spesso sono insopportabili da stare a sentire. Ma questo è il suo personaggio. Sarebbe come dire che alcuni personaggi di Pulp fiction sono scritti male perché quando iniziano a straparlare vorresti tappargli la bocca col nastro adesivo. Il suo personaggio, per come viene rappresentato, si esprime nell’unico modo in cui può esprimersi.
    Errol non ha alcun bisogno di assomigliare a “mostri” più carismatici, per me è già spaventoso di suo. Lui è soltanto l’espressione fisica di quel Male che aleggia in quei luoghi, non per nulla la panoramica finale si allarga sempre più sui campi della Louisiana. i riti pagani che lui e i suoi compari celebravano vennero portati in USA dagli schiavi, e risalgono addirittura ai tempi dei Saturnali. E’ un Male che attraversa le generazioni, è “antico”, ed è questa la cosa realmente spaventosa. Estirpare questo male, con tutte le sue ramificazioni, non è possibile, perché è proprio quella terra a esserne intrisa. E questo non è abbastanza spaventoso?
    poi scusa, ma ho l’impressione che tu voglia ricondurre TD a categorie conosciute, e da qui il senso di delusione. Per me TD non si può ricondurre facilmente ad una categoria sola. Presenta molti aspetti del noir sicuramente, ma non solo. Non ricordo dove ho letto che gli italiani fanno fatica ad apprezzare le commistioni di generi diversi, i pastiche, se lo trovo riporto il pezzo.
    io sinceramente in questo momento in cui non ne posso più di vedere sempre le stesse cose, magari pure di ottima qualità, ma senza un minimo tentativo di fare qualcosa di diverso, ho molto apprezzato proprio la “narrativa” di TD, al netto di grandi interpretazioni e messa in scena.

    Rispondi

  182. Se ho capito cosa intendi, ritieni che le radici del male,la sua teoria,ecc siano stato sorvolate o solo accennate.
    Messa in questi termini il tuo ragionamento è corretto, però io non so se nelle intenzioni dell’autore tutto cio doveva esserci.
    Mi spiego meglio, i simboli,i dettagli,i racconti dei testimoni relativi alla setta non sono chiari, possono essere intesi anche come, e mi riferisco al re giallo, un “sentito dire”, una leggenda amplificata dal terrore, che il simbolismo ha contribuito ad alimentare nelle menti semplici . Per questo ho parlato di banalità del male, al netto dei simboli e delle leggende popolari, Errol è il “succo” della setta, nella sua forse peggiore incarnazione certo, ma poco cambia, quando spogli un rito da tutti gli orpelli rimane solo il fine ultimo e in questo caso rimane violenza,follia e degenerazione.
    E’ una mia possibile intrepretazione ovvio.

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  183. Francesco Gerardi 17 marzo 2014 at 00:31

    @ Daniela G.:
    Daniela, su questo ti chiedo di fidarti di me: non ho nessun problema colla commistione dei generi. In generale, il genere mi interessa poco, nel momento in cui decido cosa guardare/leggere e cosa non. Il mio problema con TD è altro. L’ho detto: personaggi secondari orribili e inutili, red herring dappertutto, ordine degli episodi che non facilita la comprensione di una narrazione già complessa (perché fratturata su tre linee temporali), plot device non indifferenti. Questo, insomma, sono sicuro che ho già abbondantemente scocciato con tutti i miei commenti, quindi non mi ripeto ulteriormente. Davvero, del genere non mi frega nulla, se non come argomento di conversazione fine a se stessa.

    A me i monologhi di Rust non piacciono perché, in generale, non mi piace avvertire la mano indiscreta dello scrittore nei dialoghi/monologhi. È una questione di gusti, non per niente tra i miei autori televisivi preferiti ci sono Chase, Milch, Simon. Tutta gente che sul “parlato” dei personaggi lavora in maniera completamente diversa, ottenendo risultati, per quanto mi riguarda, incomparabili con quelli ottenuti da Pizzolatto con Rust. Ma ti ripeto, Danie’, è gusto.

    Il problema più “oggettivo” che ho con il parlare di Rust è che occupa troppo tempo e troppa importanza nella narrazione di TD. Avrei preferito meno parole e più (come oramai ti sarai rotta le palle di vedermi scrivere) backstory su Carcosa, Yellow King e quelle robe lì. Ma vabbe’.

    Che Rust possa parlare solo in quella maniera lo dubito. E, comunque, tutti quei monologhi non sono neanche necessari alla caratterizzazione del personaggio: che Rust sia un pessimista lo si era capito presto. Non c’era bisogno di calcare la mano su questo tratto sempre e comunque. Danie’, ci sono momenti in cui lui chiacchiera per 7 minuti filati. Eddai. Jimmy McNulty di TW è un pessimista e danneggiato migliore di Rust e, in cinque stagioni da 13 episodi l’una, pronuncia meno della metà delle parole. Ripeto, gusti miei, ma non è che sono tenuto ad accettare lo stile di Pizzolatto e punto. Ti dico che lo trovo un grande scrittore (io la roba che ha scritto lui come l’ha scritta lui non la saprei scrivere nemmeno se ci provassi 100 anni), ma non mi piace. E che ci posso fa’.

    La differenza tra i dialoghi/monologhi dei personaggi di Tarantino e quelli di Pizzolatto sta in più punti:
    1. il tono e il ritmo delle rispettive narrazioni e storie
    2. i monologhi/dialoghi di Tarantino hanno bassa funzione descrittiva (sono più che altro aneddotica), quelli di TD sono descrizioni pure e semplici
    3. i monologhi/dialoghi di Tarantino non sottraggono tempo al dipanarsi dell’intreccio, quelli di TD sì
    4. il fatto che, per i personaggi di Tarantino, il dialogo/monologo è caratterizzazione (oltre che esercizio di stile), perché difficilmente hanno un passato che non sia solo l’immediato da cui attingere informazioni e difficilmente vivono in un mondo che non dia per scontata una certa forma mentis (i mondi di Tarantino sono mondi “chiusi”). Per i personaggi di Pizzolatto ‘sta scusa non vale, perché ci sono backstory e azioni e influenze esterne che contribuiscono.

    Sappiamo che Rust è pessimista da tante fonti, non solo dai monologhi. I monologhi sono di troppo, dopo un certo punto.

    Di Vincent Vega non sappiamo nulla, quindi ogni volta che parla si sta (anche) descrivendo.

    Scusami se non è chiarissimo.

    Rispondi

  184. Mai fare i conti senza L’ost! Mi scuso e mi rimprovero da sola per l’orribile, parrocchiale gioco di parole, concepito in un momento di abbandono e di relax anche al fine di sopire un po’ i toni concitati che hanno qua e là animato il week-end di Serialmente.
    Lostiana della prima ora, quando ero una ragazzetta sveglia e impulsiva, ho passato le giornate in gruppi di discussione che sezionavano letteralmente ogni fotogramma e divinavano gli eventi dall’ombra di un’ombra, fino a difendere l’indifendibile declino e finale-bufala di quella magica e rivoluzionaria serie (ancora lo faccio, con un po’ più di moderazione e obiettività) contro i pareri “scientisti” e contro quanti volevano spiegazioni razionali e verificabili da una narrazione che ha puntato sin dall’inizio, senza inganno e anzi con spudoratezza sul mistero. Ma la toppa del misticismo non la reggevo nemmeno allora, figuriamoci adesso e per altre narrazioni. Via dall’off topic.
    Sono comunque molto colpita dall’acrimonia risentita di alcuni commenti – come se stessimo litigando sull’eredità della nonna – che arrivano al rimprovero sulla punteggiatura, al rimbrotto per il ditino alzato (che c’è, eh, hai voglia se c’è…) e ancora molto più in là, quasi al reato di opinione.
    Leggo e prendo il buono che c’è, imparo molte cose che non so sui codici di interpretazione (qualche citazione non la riconosco neppure e non so se stiamo parlando di un pensatore o del fratello di Paperoga) e, per esempio, non avendo mai visto CSI ho pensato che me la vedrò: magari mi piace…
    Pertanto non ci penso neanche lontanamente a rificcarmi nel dibattito e a continuare a sostenere la tesi dei delusi; penso invece che tutto sia stato detto e contraddetto e quello che resta in campo sono pareri, gusti e sensibilità. E che tutto andrebbe accolto. Più rispetto, meno “faccine”.
    Grazie a chi ha postato l’opinione di Pizzolatto: l’avevo vista già, è interessante e coerente ma, alla fine, che me ne importa, se poi invece non mi piace? Più o meno quanto importa a Pizzolatto del parere di Melania Kolymbari, la sottoscritta.
    Avevo giocato un po’ con gli spunti di sceneggiatura, all’inizio, provando a capire le intenzioni di Papania e dell’altro di cui non ricordo il nome, avevo immaginato una soluzione vischiosa, di tipo psicologico, interna ai personaggi nel contesto pazzesco della Louisiana. Eravamo in parecchi a congetturare, se non sbaglio; la suggestiva tesi del coinvolgimento del nonno, per dire, non avrei saputo immaginarla e manco mi sembrava convincente per motivi che ora appaiono ridicoli: perché si era visto troppo poco e l’autore non avrebbe voluto vincere così facile! Difetto di aspettative, of course, e protervia di convincimenti errati evidentemente.
    Che dire: mi volevo sconvolgere con la scoperta della colpevolezza di un Cohle, per esempio, di cui avrei capito meglio le paturnie, e così via e così via e così via. Niente di illegittimo. Oh, a proposito, Mc Conaughey continua a starmi insopportabilmente sulle palle (avete sentito il suo ridicolo discorsino di ringraziamento agli Oscar?), però che grande, sublime attore è diventato!

    Rispondi

  185. winston smith ha scritto:

    Battlestar Galactica non l’ho vista, quindi non posso discuterne. Sarei comunque interessato a leggere il confronto che hai in mente. Magari ci sono dei punti di contatto con le similitudini che io vedo rispetto a Lost.

    Molto semplicemente, anche Battlestar Galactica ha un finale in cui all’emotività dello scioglimento si accompagna, per lo meno da parte di alcuni, la frustrazione per le risposte (o per la mancanza delle stesse) ai grandi misteri della serie: qual è il piano dei Cylons? dov’è la Terra? chi è davvero Kara Thrace? ecc.

    Sono giunto alla conclusione che il motivo per cui ho amato molto questo finale, mentre non ho apprezzato fino in fondo quello di Lost, è semplice: la vicinanza (emotiva, intellettuale, artistica ecc.) che sentivo nei confronti di Battlestar Galactica era maggiore, e di molto.

    Rispondi

  186. winston smith 17 marzo 2014 at 03:31

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Le aspettative restano (e quindi anche la delusione, per quanto mi riguarda) anche a mente fredda. A mente fredda, al massimo, si può capire meglio perché sono state deluse. Aspettative disattese e mente fredda non sono antitetiche.

    Difatti ho scritto che la delusione (generata solitamente dalla aspettative disattese) è un sentimento che non si lega bene alla mente fredda. Con il passare del tempo, la delusione scompare e lascia spazio ad altro. Ad esempio, ora che Dexter è finito in quella maniera barbara da mesi, non avverto più delusione. Avverto tutt’al più dispiacere per l’opportunità sprecata degli autori. Forse nemmeno quella. Forse verso il finale di Dexter ora provo semplicemente indifferenza.

    @ Daniela G.:
    Sono molto d’accordo con quello che hai scritto.

    melania ha scritto:

    Grazie a chi ha postato l’opinione di Pizzolatto: l’avevo vista già, è interessante e coerente ma, alla fine, che me ne importa, se poi invece non mi piace? Più o meno quanto importa a Pizzolatto del parere di Melania Kolymbari, la sottoscritta.

    Hai origini greche per caso?

    Rispondi

  187. winston smith 17 marzo 2014 at 03:55

    @ Francesco Gerardi:
    In merito alla delusione, ripensandoci, magari per te è diverso. Essendo io un tipo atarattico, se provo delusione, la provo per un lasso brevissimo di tempo. Forse tu sei più sanguigno e te le leghi al dito, quindi la delusione resta per più tempo. È più una questione caratteriale che altro.

    Rispondi

  188. @ winston smith:
    Sì, mio padre è greco, di Atene, venuto via al tempo dei colonnelli. Il cognome è anche il nome di un posto molto bello che si trova a Creta e che vi consiglio di visitare per le vacanze! Buona giornata a tutti e buon lavoro (a chi ce l’ha…)

    Rispondi

  189. @ Daniela G.:
    per quel che può valere, sono d’accordo.

    il mio ateismo multidecennale non avrebbe del tutto gradito una soluzione ultraterrena e avrebbe mal sopportato una conversione mistico-religiosa di cohle, l’avrei accettato sì, ma con molte riserve.
    le mie aspettative sono andate più o meno tutte a buon fine, avrei gradito, ma penso di averlo già detto, una sottolineatura, di natura vendicativa mia personale, sull’arresto o lo smascheramento dei personaggi della “louisiana-bene” chiesa ed istituzioni comprese, ma, come dice marty “purtroppo non funziona così, ma abbiamo preso i nostri”.

    posso fare un altro esempio di commistione di generi? la pittura: c’è l’aquerello, l’olio, i gessetti. io conosco una pittrice irlandese che usa tela di sacco, acrilico, nastro adesivo di carta, spray e gesso tutti insieme e crea dei quadri magnifici. quello che vuole comunicare risulta chiaro ugualmente.

    Rispondi

  190. leggo quello che ha scritto melania e sorrido molto. (ed è un complimento)
    io pure lostiana, ho letto e scritto paccate di parole e ho vivisezionato non solo ogni fotogramma, ma pure ogni minimo accento o espressione. l’ho fatto con grande passione e divertimento e poi ho capito che invece un atteggiamento del genere è la morte del gusto di vedersi serie tv.

    con questo non intendo dire che non ci siano analisi (altrimenti che ci farei qui?), ma che esistono dei limiti che ognuno di noi forse (sottolineo il forse) non dovrebbe superare. se prendiamo una qualsiasi serie tv e la smontiamo pezzo per pezzo, e quei pezzi sono sempre più piccoli, perdiamo la visione complessiva.

    un banale esempio: io al suocero di Marty non ci ho fatto minimamente caso e quando ho letto qui congetture sul suo possibile coinvolgimento ho fatto la famosa faccia a forma di punto interrogativo. alla fine il suocero appunto non c’entrava una ceppa. è Pizzolato ad averci “illusi” in proposito o siamo noi (generico, come spettatori) ad aver voluto vederci qualcosa? la seconda che hai detto, direbbe Quelo.

    i pipponi filosofici di Rust: c’è poco da fare, se hai contato quanti minuti ha parlato, significa che a tuo legittimo e insidacabile gusto l’argomento non ti interessa o non più di tanto, che appunto preferisci sapere di più del caso e meno di Cohle. va benissimo, ma siccome fin dal pilot ci hanno dato certe coordinate su cosa sarebbe stata la serie e su dove fosse il focus, non si può imputare agli autori un’esagerazione in quelle conversazioni. io, se dovessi racchiudere True Detective in una sola immagine, lo faei proprio con Marty e Rust in macchina, nei loro viaggi, mentre imparano a conosceri proprio attraverso quei pipponi.

    i personaggi secondari in True Detective non ci sono proprio, se vogliamo. oltre ai due detective esistono solo Maggie e Errol. la prima, in sotto traccia, a me pare l’abbiano ben caratterizzata, il secondo appare al’improvviso, nel finale, ma in tutto il suo orrore e questo grazie a quel clima sociale che ci hanno fatto respirare lungo tutto il racconto, dall’ambiente diffidente dei poliziotti, alle chiese itineranti, alle feste country a base di birra, all’amante di Marty.
    ma servivano davvero grossi approfondimenti? sono piccole pedine a servizio dei protagonisti e dello svolgersi delal trama: entrano, fanno il loro mestiere (che si Tuttle o il capo dei motociclisti) ed escono. servi di scena. può piacere o meno. di sicuro true Detective non è una serie corale a partire dal titolo.

    insomma (e lo dico a Francesco, ma a chiunque si sia sentito deluso), penso che le aspettative non dovrebbero esistere, intendo aspettative sui contenuti, sulla direzione di una serie. aspettarsi buona regia, costruzione del racconto, tecnica varia è sacrosanto ed è lì che poi scatta la distinzione fra qualcosa di bello e ben fatto e una schifezza. aspettarsi che ci raccontino meglio della setta forse no. perchè loro ci hanno raccontato qualcosa di ancora più grande si una setta: un ambiente, una storia, una pervasività del male così antica e grande che non si riesce appunto a sconfiggerla davvero.

    Rispondi

  191. Francesco Gerardi 17 marzo 2014 at 12:32

    Non dovrebbero esserci aspettative riguardo ai contenuti di un racconto? Ah beh, allora alzo le mani.

    dory ha scritto:

    se prendiamo una qualsiasi serie tv e la smontiamo pezzo per pezzo, e quei pezzi sono sempre più piccoli, perdiamo la visione complessiva.

    no. Se prendiamo una serie tv che sia un capolavoro vero e la smontiamo e analizziamo pezzo per pezzo, quando i pezzi li rimettiamo assieme ci sembrerà più bella che mai. Non solo: l’avremo capita come non l’avremo mai capita se avessimo rifiutato l’analisi delle parti. Smontiamo i Soprano e vediamo che cosa ne viene fuori. Per quanto mi riguarda, la storia della visione complessiva è una scusa per non chiamare i difetti con il loro nome. E comunque, che una serie abbia dei difetti non vuol dire sia una brutta serie: TD è una bella serie, con dei difetti. Tutto qui.

    Rispondi

  192. dory ha scritto:

    ultimamente infatti mi pare di cogliere sempre più spesso, tra i fruitori di serie tv in generale, un’equazione fra bellezza del prodotto e numero di protagonisti morti o comunque finiti male. tutto qui.

    E hai ragione. Concordo al 100%: è una sciocchezza questa cosa per cui qualcosa è figo se muoiono i protagonisti. Infatti ti davo anche ragione. E se Rust e Marty fossero morti, sarebbe stato un finale banale, sciatto, ruffiano e comodo.
    Sui Soprano, però, chiedo scusa perché evidentemente ho scritto malissimo: io ti invitavo a vederla la serie, oppure informarti meglio sul finale, perché non è quello che credi. [SPOILER]non è come Breaking Bad per intenderci al volo, ok?[/SPOILER].
    A parte che è meglio rinunciare a tutte le serie del mondo e guardare prima l’opera di Chase, fatti un giro in rete o guarda su youtube la scena finale e capirai. ;-)

    Rispondi

  193. @Francesco

    dai, non travisare le mie parole. ho ben specificato quali aspettative non possiamo avere, ovvero “quale” storia è. quella la decidono gli autori. io non vedo GoT perchè quel tipo di storia non mi attira, non mi piace, mi annoia. e da anni sono circondata da amici che mi dicono: “è fatta benissimo”. ok, ci credo. a me annoia lo stesso, non mi prende. a te non ha preso l’insistenza di quelle conversazioni fra Marty e Rust e va benissimo.

    la visione complessiva non è una scusa, è l’essenza di una serie, che è per l’appunto una storia. raccontata bene o male. e la questione non è se TD ha o non ha difetti. è che ti ho sentito definire difetto sostanzialmente il fatto che non abbiano approfondito in qualche modo la questione della setta. ma lì appunto torniamo al “cosa”. Pizzolato non voleva raccontarci quella storia. e quindi non è un difetto. è qualcosa che tu hai sentito come mancanza. e non è lo stesso.

    un difetto è una scena girata male, un difetto è se ci presentano incongruenze nella trama, un difetto è se i personaggi sono piatti, un difetto in TD sarebbe stato il fumo nero alla Lost che a carcosa si piglia Rust :D , perchè non c’entra un accidente. ma anche sgominare tutta quella rete di pedofili ci darebbe la sensazione dei due super poliziotti infallibili. e invece non lo sono, non ce li hanno presentati così, fin dal pilot.

    il confine fra difetto e nostre aspettative o gradimento è estremamente labile, alla fine.

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  194. @Pogo
    ci siamo accavallati a scrivere e leggo ora: ok, capito :)

    Rispondi

  195. La discussione che ha generato True Detective mi piace. E non voglio esimermi dal partecipare ancora di più. Vorrei però prima fare un ragionamento generale e alcune premesse (queste premesse le avrei fatte solo in caso di una retrospettiva sui Soprano, perché viviamo in un mondo normale, non perfetto, pertanto so che esiste qualcuno pronto a alzare il ditino e dire: “ma i Soprano mica son tutto sto granché”, ma TD è una serie come non si vedeva da tempo).
    Permettetemi una nota bio: ho fatto tutto un percorso di vita scientifico/tecnico (informatica) prima di arrivare, un bel giorno, a spezzare gli studi e a fare la pazzia di deviare il percorso in un ramo umanistico (cinema, appunto) e ricominciare di corsa da capo. Ho talmente un approccio razionale nella vita che impiego 15 giorni per decidere quale smartphone comprare, dopo aver scartato il 99% sul mercato in meno di un secondo (niente Android e Windows, per dire) di riflessione.
    Perché questa nota di colore? Per cercare di spiegare meglio ciò che scrivo ora, non avendo l’ausilio della comunicazione verbale e della sua velocità: non basterebbero 1000 parole per spiegare ciò che in un minuto si spiega a voce. Ovvio. E quindi a chiedervi di non offendervi.
    Sono stufo delle discussioni che prendono la piega di “sono opinioni” e “sono gusti” quando si parla degli aspetti (principalmente arte) legati alle attività umanistiche. Basta.
    Nessuno si sognerebbe di andare da un matematico a dire che 2+2 non fa 4. E chi lo farà, è perché è un matematico a sua volta che avrà studiato e avrà dimostrato in maniera incontrovertibile che 2+2 fa 5 [e se ci riesce prenderà pure il Nobel, ovvio… :-D ].
    Seriamente: c’è un motivo per cui si studia la tecnica e la struttura della scrittura, i manuali etc… di sceneggiatura, regia, e tutto quello che vi pare. Non lo si fa per passatempo, altrimenti basta il primo che si sveglia la mattina per risolvere certe questioni. Quindi se uno non ha determinate basi, fa più bella figura se evita di entrare nel merito di quelle questioni per le quali non dispone di conoscenza a sufficienza. Non c’è nulla di male. Ognuno di noi vive una vita e fa un percorso proprio: chi fa il medico, l’avvocato e così via. E chi fa il medico non riceverà insegnamenti dall’avvocato, per la miseria!
    Attenzione, vi prego di guardare la luna che sto indicando e non il mio dito, che a parte appartenere a uno scarso come me, CHI SE NE FREGA DI ME. Parliamo del contenuto del mio ragionamento.
    E attenzione, avendo solo comunicazione scritta a disposizione, vi prego di cercare di capire il mio inelegante scritto per ciò che è scritto (e non facendo personalismi e dietrologie).
    Io non sto dicendo, nel modo più assoluto, che se non si dispone di quelle basi, non si ha diritto a esprimere opinioni e feedback: perché vorrebbe dire considerare il pubblico come il popolo bue di Alberto Sordi nel film di Magni. Tutt’altro: io sto dicendo l’opposto; ho sempre mal considerato quegli artisti che con spocchia etichettano il pubblico e usano la classica frase “non hanno capito”. E no, caro il mio artista, sei tu che non ti fai “capire” (sostituite con parola a piacere). Il pubblico va rispettato e coccolato (ma senza populismo), se non altro perché, sempre a te, caro il mio artista, dà da mangiare.
    Quindi cos’è che voglio dire? Che si impari – cosa che non si vuol proprio fare in Italia, ma in genere ovunque – a differenziare i due livelli di approccio. Quello soggettivo e quello oggettivo (il primo non esprime giudizio, il secondo sì). In Italia, siamo poi specialisti in questo: ricordo come restai di sasso, con un mio collega universitario, che nel bel mentre ci spiegavano McKee (!!), disse che tanto era inutile che contava solo quanto talento e estro uno avesse. Tipico modo di ragionare nostrano (dal quale, mi vanto, di tenermi lontano): causa principale dell’avere i Don Matteo e i Carabinieri vari. Ed è, anche se non lo ammettono, anche la causa del fallimento di molti autori dotati di talento, che mollano non per il fallimento della propria opera, ma per l’incapacità di attraversare il fiume quando bisogna farlo. L’estro e il talento fanno la differenza padroneggiando la tecnica. Non l’assenza di quest’ultima.
    La fortuna dell’arte (nelle sue declinazioni) è che offre così tanti spunti argomentativi che ognuno può sostenere una conversazione lunga e intera basandosi anche solo sulle proprie conoscenze. Io su Serialmente ci vengo volentieri anche per questo motivo, cioè discutere di un’opera con approcci dal lato del pubblico (grazie ai commenti) e non faccio mistero di apprezzare le loro recensioni (anche quando non ci prendono neanche per sbaglio, senza offesa per nessuno). Anche qui, lo scritto di Headmaster (sì, quando li ricordo uso i nick, mi piacciono, dicono qualcosa di noi senza andare nel personale, come chi conosce la storia del fumetto può carpire qualcosa di me attraverso il mio nick) e Bab a me è sembrato più un analisi testuale, con tante citazioni che non ho colto, né hanno spostato di un grammo il valore di TD, ma cosa potrebbe mai importare agli altri di ciò che penso io di due recensioni che ho anche apprezzato? E che avevano un punto di vista e di approccio così distante dal mio? Quindi io qui quando posso ci passo del tempo volentieri e mi disturbano pure le beghe personali, perché se non siamo disposti a mettere in discussione il nostro “giudizio-opinione” allora non dobbiamo scriverlo. Il coraggio delle proprie idee è anche rivedere l’idea stessa e non guardare da dove proviene. Un pagliaccio può dire una cosa giusta e un premio Nobel una sciocchezza.
    Però c’è una cosa che mi disturba e sempre mi disturberà: la mancanza di rispetto per le conoscenze altrui e il lavoro altrui. E questa cosa, seppur nella spensieratezza del luogo, a volte mi fa rispondere male e in modo arrogante a qualcuno. Perché bisogna entrare nel merito degli argomenti e discuterne. Avendone le basi.
    Come si applica, per esempio, questo a True Detective?
    – giudizio (oggettività): la sceneggiatura ha buchi, red herrings, debolezze etc… E no. E qui non ci siamo. La sceneggiatura di buchi, red herrings e debolezze e ditemi un’altra cosa che vi viene in mente, non ne ha. Punto. Basta. Non c’è discussione. Almeno fin quando qualcuno non decodificherà nuovi approcci, regole e strutture che – condivisibili – ci facciano vedere in modo nuovo le cose. E non è mai avvenuta, sta cosa (si aggiornano, ma non si fa tabula rasa).
    – opinione (soggettività): penso che TD poteva essere meglio di com’è. Non mi è piaciuto molto, non trovando un proseguo della storia adeguato alle premesse iniziali e alle aspettative che mi ha generato. I protagonisti carismatici sono stati sprecati per inseguire un villain scialbo e semplice, quando l’autore avrebbe potuto creare una narrazione che abbracciasse quello scibile umano del quale l’ambientazione poteva essere la metafora. Insomma, un’occasione sprecata. [non sarei d’accordo nemmeno con le virgole di questa visione, ma è legittima, soggettiva, liberamente espressa e, ovviamente, quanto più affascinante, quanto più cultura ha l’interlocutore].

    Per differenziare le due cose, basta usare l’italiano in modo adeguato.

    Spero, con questo mio scritto da trombone, che avrà definitivamente abbassato la già inesistente stima nei miei confronti da parte dei miei pazienti interlocutori, io abbia chiarito, da qui in poi, in caso di sintesi estrema, l’approccio e il senso delle cose che dico.

    P.S. non è rivolto a nessuno in particolare, nemmeno a Francesco, che parla di red herrings… spero sia chiaro
    E ora, vi ammorbo pure con TD, più in Topic.

    Rispondi

  196. @ dory:
    Sono assolutamente d’accordo con te, ma sei una maga per caso? mi hai letto letteralmente nel pensiero (eh! eh!)
    Penso comunque che sia del tutto inutile discutere dei gusti, chi non è stato preso non è stato preso, amen.
    Peccato per lui(lei/loro) a parer mio ma niente potrà cambiare questa realtà, anzi c’è come l’impressione di un certo incaponimento, un intestardirsi non a dire “Non mi è piaciuto, non mi ha convinto”, il che sarebbe più che lecito, figurarsi, ma “Non mi è piaciuto perché CI SONO dei difetti” e non “Io ci vedo dei difetti”.
    E’ questo che irrita un po’, ma poco per la verità, TD è talmente bello e giusto, per me, che non ci faccio caso.

    Quanto ai pipponi filosofici di Rust io ho avuto l’impressione che un po’ li facesse anche per prendere per il cu.. per i fondelli Suck & Fuck, un po’ un epater les bourgeois, insomma.
    Certo sono cose che pensa ma quei due lo spingevano ad esagerare, a provocarli.
    Pensate che sono uno fuori di testa?
    Non sapete quanto, belli miei!
    Secondo me si divertiva.

    Rispondi

  197. winston smith 17 marzo 2014 at 16:03

    @ Pogo:
    Mi ritrovo parecchio in quello che scrivi, ma c’è un punto su cui la penso in modo diverso.
    Quando parli dei due livelli di approccio ad un’opera, soggettivo e oggettivo, affermi che il primo non esprime giudizio, mentre il secondo sì. Per esperienza personale, sarei portato a scrivere che tanto l’ottica soggettiva quanto quella oggettiva esprimono giudizi, ma che si tratta di giudizi differenti, in alcuni casi anche antitetici, che partono da premesse dissimili e non devono per forza giungere a conclusioni simili: è il classico paradosso dei, facendo esempi a caso, “è fatto benissimo, ma non fa per me perché mi piacciono le storie allegre e qui c’è troppa oscurità” e dei “è una porcheria, ma tutta questa ‘tamarraggine’ – uso questa parola perché mi sembra la più adatta al contesto, ndw – mi esalta e se non ho altro da fare è la prima cosa che guardo”. Sarà sicuramente capitato anche a te, così come capita a tutti. Semmai, sono portato a credere che più aumentano le competenze oggettive, più il gusto soggettivo viene plasmato quasi automaticamente verso quel dato modello che si è scelti di porre come pietra miliare attraverso approfonditi studi e analisi; tuttavia, una sovrapposizione totale fra le due lenti non avverrà mai poiché c’è un fattore umano di natura individuale che sfugge ad ogni logica di controllo e che influisce parecchio sul giudizio soggettivo: il cuore o sentimento o sensibilità personale.

    @ melania:
    Grazie per aver condiviso un pezzo di te. Mi piace davvero tanto il tuo cognome! :D

    luta44 ha scritto:

    Quanto ai pipponi filosofici di Rust io ho avuto l’impressione che un po’ li facesse anche per prendere per il cu.. per i fondelli Suck & Fuck, un po’ un epater les bourgeois, insomma.
    Certo sono cose che pensa ma quei due lo spingevano ad esagerare, a provocarli.
    Pensate che sono uno fuori di testa?
    Non sapete quanto, belli miei!
    Secondo me si divertiva.

    Premettendo che a me sono piaciuti molto i “pipponi filosofici” di Rust, quello che scrivi potrebbe valere e probabilmente vale per il Cohle del 2012. Quello del 1995, però, che ha unicamente il non più di tanto interessato Marty come pubblico?

    Rispondi

  198. @Pogo
    Senza offesa, ma preferisco un sano pippone “alla Rust” all’ultimo tuo commento. :D
    Io sono un grande fan de I Soprano, davvero, ne riconosco il valore storico e l’influenza che ha avuto sul 90% delle produzioni seriali attuali; più volte in altri topic sono stato tacciato per aver tirato in ballo Breaking Bad su recensioni di altre serie (una a caso, TWD), però il fatto che la serie di David Chase abbia fissato uno standard, non vuol dire che non si possa confezionare, oggi, un gran prodotto televisivo, di bellezza non dico paritaria, ma diversa.
    L’analisi della sceneggiatura da un punto di vista tecnico non è mia competenza, e su questo siamo d’accordo, ma la testata del sito recita “OPINIONI non richieste”, quindi puntualizzare sulla oggettività/soggettività mi sembra un po’ fine a sè stesso; a volte, io stesso non condivido per nulla il parere della recensione, ma, appunto, di parere si tratta, non di verità oggettive e incrollabili.
    Per farti un esempio pratico, se ben ricordo, nelle ultime stagioni di House, i nostri commenti erano in totale disaccordo su praticamente ogni episodio, e dove tu vedevi un lavoro di sceneggiatura raffinato ed impareggiabile, io vedevo una costruzione furba e definitivamente strabordata verso l’eccesso caricaturale. In virtù dei tuoi studi, ciò rende i miei commenti automaticamente (s)oggettivi? Giusto per capire e senza polemica, perchè se uno chef pluristellato mi cucina la pasta scotta me ne accorgo, non mi serve il diploma al Gamberorosso, eh :D

    Rispondi

  199. @Angst e chi vuole partecipare:
    Angst, ma quale sciocchezza, figurati! Che poi non bisogna confondere la tecnica (che è una cosa abbastanza scientifica) con la categorizzazione: quest’ultima appartiene alla famiglia dell’analisi e delle teoriche. Giallo può significare ciò che intendi oppure no.
    In realtà non significa nulla. Come non vuol dire nulla nessun altra categorizzazione.
    Perché nessuno, ma proprio nessuno, inizia a scrivere una sceneggiatura dicendo “adesso scrivo un bel giallo”. Chi scrive parte dall’idea della storia e dei suoi personaggi: “la mia storia parla di una ispettrice di polizia che indagando su alcuni delitti scopre siano stati commessi dalla gemella che non sapeva di avere”. Sarà un giallo? un noir? una commedia? tutto e di più? Dipende da come continuo a scriverla.
    L’analisi appartiene alla semiotica, semiologia e così via. Intendiamoci: è utilissimo che esistano queste cose e sono grato – io personalmente – di averle studiate. E possono servire per giudizi, trattati etc… approfonditi sull’opera oggetto di analisi; però non possono servire per dire “questa storia non è abbastanza giallo (o quel che è)”.
    Giallo è un modo di dire italiano, come noir è francese. Ma gli anglosassoni hanno solo “crime story”. Qualsiasi cosa voglia dire per loro. Tutto qui.
    Se valutiamo TD con gli occhi del giallo italiano, non lo è. E quindi bisogna riparametrare il giudizio su base diversa, più aperta (adottare, appunto, il crime story di matrice anglosassone).

    True Detective.
    Raramente, si è vista una serie di tale fattura in giro per le televisioni di mezzo mondo. E sì, che nella “golden age” dell’HBO sarebbe stata una serie tra le tante, ma essere in buona compagnia è un merito, non un demerito. Siccome la HBO ha, negli ultimi anni, di hypster e sciocchezze varie prodotto pure troppo, l’impatto di questa serie è indubbiamente superiore.
    Se la storia scritta Pizzolatto (che non so se ha azzeccato il 6 al superenalotto o se è in grado di ripetere questo exploit) fosse in forma di romanzo, come ho già scritto – e alla luce dei recenti vincitori – sarebbe da premio Pulitzer.
    Pizzolato “disegna” due personaggi fantastici e ci porta sulla strada che conduce all’inferno. Rust è il nostro traghettatore, la nostra guida. Marty siamo noi. Con le nostre debolezze. Rust non si ferma mai alle apparenze. Per Marty sono tutto, anche se dietro raccontano di delitti irrisolti, oppure per mantenerle nasconde la polvere sotto il tappeto. True Detective diviene pertanto un’opera che fa della scusa di una storia semplice, semplicissima (due detective si ritrovano dopo 10 anni, uno sospettato, l’altro testimone. E proseguono con un caso mai veramente chiuso) per uno spaccato metaforico della società umana, di ogni epoca.
    E lo fa in forma di noir, con originalità e coraggio: il piano temporale del presente è intervallato con elementi dei ricordi dei due protagonisti, che raccontano nel presente cose molto diverse.
    I protagonisti, cioè, ci mentono in modo diretto, dicendo cose ai due detective che intervistano loro, cose false, che Pizzolatto ci mostra in forma di immagini. Così da creare un effetto distorsivo tra la realtà in quanto tale e la realtà filtrata dall’uomo.
    La storia è solo una: quella del 2012. I ricordi del 1995 e del 2002 sono elementi di una storia più grande dei protagonisti, verso la quale, noi e loro, siamo inermi.
    Otto, bellissimi, episodi, il cui viaggio è guidato da Rust i cui discorsi sono la tabula rasa del nostro modo di pensare, non filosofia spicciola buttata a caso. Rust è un elemento quasi ultraterreno nel guidarci in questo percorso. La sua visione del mondo equivale a spogliarci di elementi di cui siamo impregnati per poter abbracciare l’essenza delle cose, l’ineluttabile elemento che alla fine nel rincorrere i bisogni terreni, come fa Marty, non coglieremmo mai.
    E il problema, è che Pizzolatto ci assesta un gancio forte allo stomaco e subito dopo al mento. Perché alla fine di tutto, l’essere umano è cattivo per natura e l’ambiente in cui cresce fa il resto. E nelle lagune della Louisiana si consumano tragedie ancestrali e riti pagano/religiosi mentre il mondo fuori si disinteressa dell’esistenza di questi ultimi. E le cose, spogliate delle complicanze che le nostre sovrastrutture creano, si rivelano semplici all’occhio attento: il cattivo non è altro che un “deviato” che vive e respira quel mondo.
    La grandezza di True Detective è qui: nella capacità del racconto, semplice e raffinato al tempo stesso, di portarci in un viaggio che restituisce l’amara verità della visione di Rust.
    Dal punto di vista tecnico, aiuta la prova attoriale di due mostri della recitazione (McConaughey di più, si è reinventato in modo straordinario negli ultimi anni), di una fotografia e colonna sonora ottime. Meno apprezzabile, la regia, qualche volta autoreferenziale.
    La forma noir, crea le atmosfere. E ciò che nella commistione di generi emerge, è un percorso straordinariamente ancorato alla lezione che le cose più belle (e più difficili da fare), sono le cose semplici. E infatti la serie è semplice se vivisezionata.
    In True Detective la storia di amicizia virile tra i due protagonisti, il loro percorso di crescita, è fondamentale per capire come il finale sia magnifico: quando Rust, sorretto da Marty, ammette che pur combattendo battaglie che si potranno solo perdere, bisogna sempre combatterle. Che vale la pena sempre. Un finale poetico e asciutto. Un grande finale.
    Pizzolatto non ha intenzione di raccontarci la storia più grande, accennata dai ricordi dei protagonisti, né della natura della setta in Louisiana, né del marcio tra le istituzioni che coprono scempi del genere.

    P.S. Winston, per favore, lasciamo perdere Lost. All’epoca scrissi pure troppo su questa sciocchezza scritta da – almeno uno – incapaci (per la controprova, guardare Prometheus). Le due cose sono lontanissime. ;-)
    [sono d’accordo con molto da te scritto su TD. E pertanto sono meravigliato tu possa pensare di farne anche solo, un raffronto…].

    Rispondi

  200. Francesco Gerardi 17 marzo 2014 at 17:02

    https://en.wikipedia.org/wiki/Red_herring

    The idiom “red herring” is used to refer to something that misleads or distracts from the relevant or important issue. It may be either a logical fallacy or a literary device that leads readers or characters towards a false conclusion. A red herring might be intentionally used, such as in mystery fiction or as part of a rhetorical strategy (e.g. in politics), or it could be inadvertently used during argumentation as a result of poor logic.

    Se in TD non trovate nessun caso in cui questa descrizione vi possa essere utile, allora non ho capito un cazzo io di cosa è il red herring. Scusatemi.

    @ Pogo:

    Pogo, io quando parlo di gusti mi riferisco sempre e solo all’effetto che le scelte dell’autore (tutte, qualunque esse siano, in qualunque aspetto) hanno su di me. Che credo sia la definizione di gusto. Più volte ho detto che Pizzolatto è un grande scrittore, sono capace di riconoscerne la bravura e capace di capire il perché, nonostante questo, non mi piaccia. Ho già detto più e più volte che non trovo buchi nella sceneggiatura di TD. I red herring non sono mica errori, sono strumenti narrativi il cui uso può piacere o non piacere a seconda di quantità e qualità. E, infatti, non ho mai detto che Pizzolatto non sa scrivere perché usa i red herring. Li usano tutti. Ho detto che mi è sembrato eccessivo l’uso che se ne è fatto in TD. Ancor di più considerando il finale. Poi, se per te il reverendo Tuttle con la cravatta gialla non è un red herring, oh, amen.

    Poi, sul confronto oggettivo/soggettivo la penso come winston smith (vedi tu che miracoli riesci a fare, Pogo. Dopo post e post a bisticciare, mi fai essere d’accordo con w.s). Sono due analisi diverse: una puntata tutta all’esterno (tutta sull’opera) e una tutta all’interno (dall’opera al fruitore). Possono non coincidere. Il fatto che la stessa opera provochi reazioni differenti è normali, non succede per forza a disparità di competenze.

    Per quanto riguarda il resto: sinceramente, non mi va di esibire la patente di competenza. Sappi che non sono abituato a parlare di una materia se non ne ho una sufficiente conoscenza e padronanza. Non per umiltà, ma per timidezza e timore di essere smerdato. Spero che almeno questo, dai miei commenti e dalle mie recensioni, si capisca.

    luta44 ha scritto:

    un intestardirsi non a dire “Non mi è piaciuto, non mi ha convinto”, il che sarebbe più che lecito, figurarsi, ma “Non mi è piaciuto perché CI SONO dei difetti” e non “Io ci vedo dei difetti”.

    Per favore, ragazzi, cerchiamo di discutere come si deve: il mio post è l’espressione della mia opinione, c’è davvero bisogno di metterci “secondo me” in ogni periodo? Io non ho pretese universalistiche, al contrario di chi dice “TD è bello, basta”.

    Se non credessi nella presenza dei difetti, perché non dovrebbe piacermi, TD? Non è ovvio che se non mi è piaciuto è perché credo ci siano dei difetti? Mah.

    Rispondi

  201. melania ha scritto:

    . Oh, a proposito, Mc Conaughey continua a starmi insopportabilmente sulle palle (avete sentito il suo ridicolo discorsino di ringraziamento agli Oscar?), però che grande, sublime attore è diventato!

    Straquoto. Il pippone e la componente cristologica si sono impossessati di lui. Però, se questo è quello che ci voleva per superare così brillantemente la fase “giro nudo col surf”, allora ben venga.

    Per il resto, TD per me è stato proprio un bel vedere. Io ho una formazione molto lontana dagli studi di cinematografia, o quel che ci gira intorno, e dunque mi astengo dal fare valutazioni sui red herrings o plot device, ed anzi ringrazio chi ha spiegato di che diamine si stia parlando. Mi limito a dire che, per me, TD ha colto nel segno, perché ha prodotto non solo una bellissima messa in scena e ottime interpretazioni, ma ha anche provato a raccontare qualcosa dell’animo umano, prendendosi molto sul serio. E se prendersi sul serio è pratica assai diffusa, essere convincenti e credibili, nel farlo, mi pare molto più raro. Ecco, a me TD è parso “serio” nel prendersi sul serio.
    Detto questo, sono assolutamente d’accordo con chi ha detto che nessuno, sano di mente, nella vita vera, avrebbe ascoltato Rust per più cinque minuti, senza mandarlo a c….e.

    Rispondi

  202. Holmes ha scritto:

    Giusto per capire e senza polemica, perchè se uno chef pluristellato mi cucina la pasta scotta me ne accorgo, non mi serve il diploma al Gamberorosso, eh

    Per me nessuna offesa, Holmes, ma è evidente che io abbia scritto tanto, ma lo abbia fatto male, perché non sono stato in grado di spiegarmi.
    A parte, che, permettimi, questo è quel genere di ragionamento che non tanto apprezzo: “non è che serve studiare X per sapere se il risultato che ne deriva è giusto”. Invece, sì, serve eccome.
    Vero che – a quanto ne so – la pasta non si fa scuocere (anche se conosco diverse persone a cui piace la pasta scotta) e un cuoco che la fa scuocere commette un errore, non è la stessa cosa di una sceneggiatura. Tu sai che la pasta è scotta e te ne accorgi perché ti hanno insegnato cos’è la pasta al dente e quindi o perché non ti piace, oppure perché ti piace scotta, ma sai che deve essere al dente, nell’assaggiarla dici: “il cuoco ha commesso un errore”.
    Qui stiamo parlando di altro. A me da solo fastidio il pressapochismo per il quale anni di studio e competenze non contano nulla quando in una discussione se ne esce con la cosa “son gusti”, “son opinioni”.
    Col cavolo. Se sai di che parli, dimostrami come sia io quello a sbagliare. Altrimenti parliamo d’altro. Come due programmatori che litighino se usare o no il registro di sistema. Se sai di che parli, dici se giusto o sbagliato, altrimenti no. Secondo mamma Apple è sbagliato. Secondo Microsoft è giusto. (io sto con Apple, of course).
    Però ho usato un fiume di parole per dire che tranne quando manca il rispetto per le conoscenze e il lavoro altrui, è giustissimo che il pubblico, cioè gli individui che lo compongono, esprima il suo parere. E mi pare di aver fatto chiaramente capire che è l’unico giudizio che conta (con la critica al massimo possiamo fare i ritagli di giornali e appenderli).
    Non ricordo ora, i nostri dialoghi su House, ma il punto è che se il tuo era un giudizio su ciò che arrivava a te niente da dire. Se mi dici che era scritto male, senza sapere individuare dove, come e perché, allora ti sei sbagliato a priori (nel senso che puoi avere ragione, ma sarebbe un caso e non un approccio scientifico).
    Un po’ come se io, a un dottore, dicessi cosa fare a proposito di un paziente. Minimo minimo, il dottore dovrebbe farmi un sorriso e dire sì sì grazie, ci penso io (se proprio è educato e non vuole essere offensivo).
    E io non parlavo delle recensioni o dei commenti delle persone: io dico solo che, quando si afferma che la sceneggiatura ha un plot hole, bisogna individuarlo e spiegarlo. Non dire “per me è così”.
    Soggettivo/oggettivo è solo una dicotomia tecnica, ma il dialogo può essere costruttivo e bello solo se si è sullo stesso piano (discutiamo di cosa ci ha restituito TD? O se è fatto bene o male?).
    Non so come essere più chiaro di così.
    E comunque su House ti sbagliavi. ;-)

    winston smith ha scritto:

    totale fra le due lenti non avverrà mai poiché c’è un fattore umano di natura individuale che sfugge ad ogni logica di controllo e che influisce parecchio sul giudizio soggettivo: il cuore o sentimento o sensibilità personale.

    Ma sono d’accordo con te. Tra l’altro è il bello dell’umanistica.
    Io intendevo (e colpa mia che non l’ho spiegato bene) che c’è un modo per il quale il giudizio, mutuato dal soggettivo, non può essere oggetto di contestazione, ma solo di confronto e arricchimento reciproco.
    Il giudizio che arriva dall’oggettivo è automaticamente oggetto di contestazione se entrambi (o almeno uno) degli interlocutori sanno di cosa parlano.
    Spero di essere più chiaro con questa aggiunta.

    Rispondi

  203. dai ora si è arrivati a 200 messaggi…manca poco e si arriva a Felina—visto che sopra qualcuno millantava a record di messaggi…

    Rispondi

  204. winston smith 17 marzo 2014 at 17:40

    Pogo ha scritto:

    Ma sono d’accordo con te. Tra l’altro è il bello dell’umanistica.
    Io intendevo (e colpa mia che non l’ho spiegato bene) che c’è un modo per il quale il giudizio, mutuato dal soggettivo, non può essere oggetto di contestazione, ma solo di confronto e arricchimento reciproco.
    Il giudizio che arriva dall’oggettivo è automaticamente oggetto di contestazione se entrambi (o almeno uno) degli interlocutori sanno di cosa parlano.
    Spero di essere più chiaro con questa aggiunta.

    Sì, ora direi che ci siamo. ;)

    Rispondi

  205. Francesco Gerardi ha scritto:

    sinceramente, non mi va di esibire la patente di competenza.

    Ok, ho finito il tempo a disposizione e non posso più argomentare approfonditamente. Pazienza. Mi farà piacere tornarne a discutere quando capiterà (intanto ho detto la mia su TD in modo un po’ meno schematico e più articolato).
    Però, vorrei che almeno tu, con cui abbiamo iniziato la conversazione molti commenti più su, cerchi di venirmi incontro visto che evidentemente ho problemi di scrittura e non mi faccio capire.
    Se non faccio premesse, sono lo stronzo arrogante che vuole avere verità in tasca.
    Se le faccio, sono lo stronzo vanitoso che vuole fare il superiore.
    E no eh. E dire che ti ho messo in grassetto un P.S. per indicare che non c’era nulla di personale ma solo una base su cui partire.
    Io non ho dubitato affatto che tu abbia delle competenze. O che qui, il 99% delle persone possa averne più di me. Ho affrontato una questione semantica. E spero che sia più chiara dopo le risposte a Winston e Holmes. Potete pure non essere d’accordo, ci mancherebbe. Parliamone.
    Che poi ti ringrazio pure dei complimenti, se è per questo, anche se non li merito.

    Il mio discorso era generale.
    Comunque i red herrings sono se involontari, un errore logico, se volontari un atto disonesto. In entrambi i casi, sceneggiature con red herrings hanno qualche difetto.
    Qui non ci sono, perché ciò che tu hai visto come red herrings sono NEI RICORDI di Marty e Rust. E non puoi nemmeno sapere se sono così essenziali.
    Inoltre, fin da subito, la storia (l’unica) della stagione è il 2012. C’è qualche red herrings nel 2012? No. Se gli altri due piani temporali per te li contengono, io non posso farci nulla se non dirti, essendo puzzle di una storia che non conosceremo mai abbastanza, non contano come red herrings. Può succedere a volte di guardare – anche in buona fede – da un angolo sbagliato.
    Quindi secondo me, tu sai benissimo cos’è un red herrings: è che lo individui dove non c’è.

    P.S. sono d’accordo con te che possiamo evitare di usare “secondo me” quando scriviamo qualcosa. Io mi riferivo all’uso dell’italiano come elemento di diversificazione tra i due piani di discussione (cose tecniche oggettive e cose artistiche soggettive).
    Cioè: TD è bello, è soggettivo. TD è fatto bene, è oggettivo.

    Rispondi

  206. @ Francesco Gerardi:

    D’accordo, lo prendo come un “secondo me” e la finiamo lì, ma ti assicuro che il tuo tono spesso non sembra (ho detto “sembra”, tienine conto) affatto un “secondo me”.
    Inoltre io non dico che “TD è bello e basta”, potrei argomentare (ti prego di credermi sulla parola, fai un atto di fede) ma dopo quello che hanno scritto altri prima di me e certo molto meglio di quanto potrei fare io mi sembrava inutile e ripetitivo.
    Non so se hai notato che all’inizio del mio intervento sposo in pieno il giudizio di Dory, mi sembrava presuntuoso e narcisistico scrivere cose analoghe visto che le aveva già scritte lei.
    Secondo te se io dico che qualcosa “è bello e basta” è perché sono una decerebrata che non sa spiegare perché qualcosa le piace?
    Tipo “Uh! Uh! Bello! Uh! Uh!” e poi faccio BLLLLLL… con le dita a ventaglio sulle labbra?!
    Allora se ti dico che le serie della mia vita sono I Soprano, The Wire, The West Wing, Six Feet Under, ecc. ecc. ecc. ma non ti spiego perché vai in crisi perché una decerebrata ha i tuoi stessi gusti?
    Se tu non vuoi essere interpretato male usa anche agli altri la stessa cortesia, per favore.

    @ winston smith:
    Premesso che anche a me piacevano molto i pipponi filosofici di Rust, mi sembra che il Rust del 1995 fosse, sì, nichilista ma meno provocatorio e disperato che nel 2012.
    Nel 1995 i suoi discorsi avevano lo scopo di smascherare il falso moralismo di Martin, a parole tutto chiesa, casa e famiglia (come no!), nel 2012 mi è sembrato più disperato, la vita è senza senso, tutto si ripete, il tempo è circolare, ecc. ecc.
    Poi, però, cerca Martin per finire il suo “lavoro” (“Me lo devi”), quindi uno scopo ce l’ha, solo che non intende condividerlo con Papania e soci.
    A loro lascia solo gli omini di latta, visto che vivono nel mondo di Oz e non sanno vedere la realtà.

    Rispondi

  207. Pogo ha scritto:

    Inoltre, fin da subito, la storia (l’unica) della stagione è il 2012. C’è qualche red herrings nel 2012? No. Se gli altri due piani temporali per te li contengono, io non posso farci nulla se non dirti, essendo puzzle di una storia che non conosceremo mai abbastanza, non contano come red herrings. Può succedere a volte di guardare – anche in buona fede – da un angolo sbagliato.

    Mah! Sarà, mi fido della tua competenza, ma questo passaggio fa storcere il naso a me ed a altri che ho interpellato. Evidentemente menti “semplici” non educate da studi umanistici come le nostre riesce solo a cogliere il plot twist che non c’è stato. Colpa nostra o dell’autore che non ha saputo spiegarsi? Hai già risposto sopra mi pare e sono d’accordo.
    Io ho percepito TD diviso in due tronconi, le prime 6 puntate da una parte, le ultime due dall’altra. Separatamente magnifiche, ma messe insieme molto meno.
    Ma in fondo la cosa che conto non è che If you ask me, the light is winning.

    Rispondi

  208. @ Pogo:
    Mi sono innamorata di te. Punto. ;)

    Rispondi

  209. @Pogo
    per carità, in un paese di commissari tecnici della Nazionale, capisco benissimo quanto possa essere seccante sentire sputare sentenze da gente che non ha un adeguato background alle spalle e che ritiene necessari soltanto un foglio bianco ed una penna per saper scrivere (basta sentire parlare il Ministro della Giustizia con diploma al liceo scientifico o quella alla Sanità che non è neanche medico, và), ma sui prodotti di intrattenimento diventa difficile attenersi a criteri di oggettività, che io personalmente ritengo inapplicabili in virtù di una componente emozionale a stento scindibile dal giudizio (ma ricordo quanto hai scritto su soggettivo e oggettivo e capisco il tuo punto di vista). Permettimi di essere provocatorio, però, nel chiederti come mai uno sceneggiatore professionista (abbastanza affermato nel panorama nazionale e che casualmente mi ritrovo tra gli amici su Facebook), da addetto ai lavori e quindi dotato del tuo stesso bagaglio tecnico, abbia trovato True Detective stupendo fino alla terza-quarta puntata, non apprezzando per nulla, invece, il finale, lamentando plot-holes e crolli verticali di ritmo. (cosa che, per inciso, io non condivido affatto)
    PS: su House, le ultime due stagioni (e parte della sesta) non sono scritte male, sono scritte in modo furbo e finalizzato (in maniera troppo artificiosa, per i miei gusti, sottolineo :D ) ad una costante captatio benevolentiae dello spettatore che ho sempre trovato irritante. Diciamo che fino a Broken è stata una serie quasi perfetta e chiudiamola qui :D

    Rispondi

  210. winston smith 17 marzo 2014 at 19:21

    @ Holmes:
    Lasciando la risposta alla tua provocazione a Pogo (a lui è rivolta, del resto), ti faccio semplicemente notare che confondi la parola “professionista” (che significa semplicemente che si è retribuiti per svolgere un dato compito) con le parole “bravo e competente”. Visto che hai citato il commissario tecnico della nazionale, nell’esempio che ti propongo ora rimango in ambito calcistico: Gattuso era fino a poco tempo fa un giocatore professionista; lo era per atletismo, grinta, passione e impegno; tuttavia, ho visto giovani di venti anni che giocano per divertimento e non per lavoro con molta più tecnica di lui.
    Allo stesso modo, quella del ministro è una figura politica. Non è che un ministro della salute deve guarire i pazienti malati. Non è quello il suo compito. I pazienti vengono assistiti da medici e infermieri. Oppure conosci qualcuno che chiama il ministro della salute quando la febbre alta non gli cala nonostante il riposo e le tachipirine?

    @ luta44:
    Siamo d’accordo. Volevo solo dire che, seppur maggiormente esasperati, i “pipponi” di Rust si svolgono secondo le stesse modalità nel 1995 e nel 2012. Quindi sì, probabilmente Rust sta semplicemente prendendosi gioco dei tizi che lo sospettano nel 2012, ma quel tipo di esposizione delle sue idee è parte di lui da molto tempo e non è semplice posa da palcoscenico creata ad arte per l’occasione. Secondo me.

    Rispondi

  211. Francesco Gerardi 17 marzo 2014 at 20:07

    @ luta44:
    non ti ho mai dato della decerebrata, luta. Tra l’altro, sei stata una delle poche ad aggiungere il “per me” nella frase “TD è bello e giusto”. Credimi (fai un atto di fede pure tu), non mi riferivo a te, mi riferivo al tono di buona parte dei commenti. Scusami se è sembrato diversamente, davvero.

    Dicevo soltanto che chi dice che una cosa è bella perché sì non può prendersela con chi dice che una cosa non è bella perché no. Solo questo.

    Rispondi

  212. @ Francesco Gerardi:
    O. K.
    Va bene, ci siamo chiariti.
    Alla prossima.

    @ winston smith:
    D’accordissimo.
    Rust non recita, è sempre sincero secondo me e non è mai diplomatico.
    L’idea che l’uomo sia un errore del creato la trovo affascinante anche se non originale, certo non è stato il primo a dirlo ma sicuramente lo pensa.
    Rust non vuole consolazioni, nemmeno alla fine, e sicuramente non ne cerca nella religione.
    Ha provato un profondo senso d’amore quand’era in coma, sa che non era una cosa reale ma lo stesso la cosa lo commuove, è stata un’esperienza profonda e non può né vuole negarla.
    Quanto alla luce che sta vincendo non è detto che per lui sia una cosa positiva.
    Rust è una creatura crepuscolare se non addirittura oscura, quando dice: “E poi mi sono svegliato” c’è dolore e rammarico nella sua voce, Rust preferiva morire, la vittoria della luce può essere una sconfitta per lui…
    Ma forse anche no, la comprensione profonda che ormai c’è fra lui e Martin può essere la cosa che lo fa davvero risorgere, non solo fisicamente.
    Io trovo l’amicizia un sentimento commovente che può riempirti la vita.
    Ed è così che voglio ricordare i miei due True Detectives (io amo anche Martin, non solo Rust), abbracciati, che si sostengono, perché la vita è spesso dolore ma se c’è qualcuno con cui poterne parlare lo è già un po’ meno.

    Rispondi

  213. winston smith ha scritto:

    @ Holmes:
    Lasciando la risposta alla tua provocazione a Pogo (a lui è rivolta, del resto), ti faccio semplicemente notare che confondi la parola “professionista” (che significa semplicemente che si è retribuiti per svolgere un dato compito) con le parole “bravo e competente”. Visto che hai citato il commissario tecnico della nazionale, nell’esempio che ti propongo ora rimango in ambito calcistico: Gattuso era fino a poco tempo fa un giocatore professionista; lo era per atletismo, grinta, passione e impegno; tuttavia, ho visto giovani di venti anni che giocano per divertimento e non per lavoro con molta più tecnica di lui.
    Allo stesso modo, quella del ministro è una figura politica. Non è che un ministro della salute deve guarire i pazienti malati. Non è quello il suo compito. I pazienti vengono assistiti da medici e infermieri. Oppure conosci qualcuno che chiama il ministro della salute quando la febbre alta non gli cala nonostante il riposo e le tachipirine?

    Ti faccio notare che non ho specificato neanche il nome del soggetto in questione e torniamo sempre al discorso su come definire uno sceneggiatore “oggettivamente” bravo e competente.
    Il parallelo con Gattuso sinceramente non lo capisco, ma sono sicuro che ci sarà al mondo un pittore che sappia strappare una tela al centro meglio di quanto abbia fatto Lucio Fontana, no?
    E poi, davvero non credi che un ministro competente in materia possa essere più efficace politicamente nel riformare un ambito delicato quale è la Sanità (o la Giustizia, giusto per dire)? O pensi che i medici sappiano fare solo le punture e le ricette?

    Rispondi

  214. io credo che a molti sia successo quello che capita parecchie volte nei gialli, cioè che l’autore riesce a creare la sensazione di un grande mistero e il lettore si immagina chissà quale soluzione geniale che quando poi arriva delude un po’ per la sua banalità (esempio personale: “Il mastino dei Baskerville” di Conan Doyle che mi ha lasciato un po’ così quando scoprii che SPOILER era solo un cane pitturato col fosforo FINE SPOILER), non so però se questo sia un trucco dell’autore o un approccio sbagliato del lettore
    concordo però con chi dice che sbaglia lo spettatore quando analizza fotogramma per fotogramma imbastendo minuziose teorie fra una puntata e l’altra come se l’opera non fosse qualcosa da godere ma solo un puzzle da risolvere
    capisco che possa essere divertente, certe volte quasi necessario (altro esempio personale: i libri di Gene Wolfe) e a volte anche profetico (vedi chi fin da subito aveva collegato Errol Childress a quell’identikit) ma non bisogna confondersi, nessuno usa lo stesso sudoku o lo stesso cruciverba 2 volte, un’opera invece può essere rivista/riletta senza perderne in godimento
    non so quanti hanno visto la terza stagione di Sherlock, io mi ricordo di essere capitato su un tumblr dove SPOILER si diceva che il barbiere del Diogenes Club che rade Sherlock nella prima puntata era una spia perché blablabla FINE SPOILER, questa più che una teoria è un test di Rorschach, è prendere l’orario dei treni per leggere i nomi delle città e fantasticarci sopra (per usare un esempio di Umberto Eco), è un uso legittimo ma non corretto, tanto quanto prendere un libro e invece di leggerlo usarlo come carta igienica
    mi spiace aver fatto tanti riferimenti a un altro medium ma non condivido nemmeno chi dice “Io non ho visto Dostoevskij in TD quindi nelle recensioni non si può parlare di Dostoevskij”, il creatore di TD è uno scrittore che insegnava letteratura, avesse fatto il compositore facevamo i paralleli con le fughe e il contrappunto o i recitativi e le arie
    @ winston smith:
    Gattuso era come un attore che si è specializzato in un solo tipo di personaggio ma nel suo ruolo è stato uno dei migliori al mondo per anni

    Rispondi

  215. winston smith 17 marzo 2014 at 22:25

    Holmes ha scritto:

    E poi, davvero non credi che un ministro competente in materia possa essere più efficace politicamente nel riformare un ambito delicato quale è la Sanità (o la Giustizia, giusto per dire)? O pensi che i medici sappiano fare solo le punture e le ricette?

    Il fatto che un ministro della Salute non sia un medico non vuol dire che non sia competente in materia (senza entrare nel merito della discussione dell’attuale ministro perché io sto parlando in generale). Se non sei laureato in lettere e non tieni corsi su ‘La Commedia’ nelle università non puoi discettare di Dante con grandi risultati, scusa? Il lavoro che si svolge in un ministero non è lo stesso che si svolge in un ospedale (spero tu te ne renda conto). Inoltre, un ministro può chiedere opinioni a tante persone del settore (è prassi comune creare tavoli di discussione che includano valutazioni degli addetti ai lavori), qualora lo ritenga necessario. La perfezione non esiste a questo mondo, così come la conoscenza assoluta. Usciamo da questa mentalità dell’uomo solo al comando. Una persona sola, per quanto capace e informata, da sola non può fare nulla, in politica come nella stragrande maggioranza dei mestieri.

    Holmes ha scritto:

    Il parallelo con Gattuso sinceramente non lo capisco, ma sono sicuro che ci sarà al mondo un pittore che sappia strappare una tela al centro meglio di quanto abbia fatto Lucio Fontana, no?

    Esatto. Il fatto che uno sia un “professionista”, ossia che faccia un determinato lavoro per procurarsi da vivere e non unicamente per passione, non lo qualifica in automatico come “bravo e competente”. Vedi che l’hai capito il parallelo con Gattuso, sebbene affermi il contrario!

    Holmes ha scritto:

    Ti faccio notare che non ho specificato neanche il nome del soggetto in questione e torniamo sempre al discorso su come definire uno sceneggiatore “oggettivamente” bravo e competente.

    Uno sceneggiatore di film oggettivamente “bravo e competente” è semplicemente uno sceneggiatore che scrive una storia che non lascia nulla al caso secondo i parametri basilari delle tecniche di sceneggiatura (esempi banali: l’assenza di plot holes, la compattezza tematica del testo e la circolarità del racconto). Il passo successivo, quello di “genio creativo”, lo ottieni se sei un Quentin Tarantino, che in pellicole come Pulp Fiction e Reservoir Dogs ha preso delle storie a prova di bomba e ha poi sparigliato le carte in modo da dare la sensazione di caos laddove, invece, tutti i conti tornano (per dirla banalmente) se si osserva con attenzione. Ovviamente, un film non è fatto dalla sola sceneggiatura, pertanto possono capitare casi di storie scritte benissimo che danno vita a risultati non particolarmente esaltanti.

    asd ha scritto:

    @ winston smith:
    Gattuso era come un attore che si è specializzato in un solo tipo di personaggio ma nel suo ruolo è stato uno dei migliori al mondo per anni

    Se un attore è capace di interpretare un solo ruolo, non è poi questo grande attore. Fidati. Anche i caratteristi, quelli bravi, al pari dei cosiddetti A-Listers, riescono in tanti ruoli diversi in generi diversi (Steve Buscemi docet).
    Sicuramente Gattuso non ha scelto di essere un po’ “scarparo”. Aveva altre qualità, grazie alle quali in parte ha compensato. Tuttavia, paragonalo a De Rossi o a Makelele e puoi tranquillamente affermare che non c’è storia (in negativo per lui), a meno che non sei un suo parente. XD

    Rispondi

  216. winston smith ha scritto:

    Se un attore è capace di interpretare un solo ruolo, non è poi questo grande attore. Fidati. Anche i caratteristi, quelli bravi, come i cosiddetti A-Listers, sanno fare tante cose diverse (Steve Buscemi docet).

    fidati che non è nemmeno così facile fare quello che faceva Gattuso, io tifo Inter e negli ultimi anni ne ho visti di giocatori (tanto per non fare nomi: Nagatomo e Alvaro Pereira) correre dal 1° al 90° senza avere una minima idea di cosa sia una sovrapposizione, una diagonale, una copertura difensiva (e parliamo di giocatori che guadagnano X milioni all’anno), non è che chiedo per lui l’Oscar o il Pallone d’Oro ma nemmeno credo che un qualsiasi medianaccio della serie D avrebbe saputo fare le stesse cose di Gattuso, la tecnica non è l’unico parametro per giudicare un calciatore, sennò Denilson valeva Cristiano Ronaldo e Okocha Zidane
    edit: Makelele era un altro che faceva solo il recuperatore di palloni e con Gattuso siamo lì, De Rossi è sicuramente più completo ma è sempre rimasto a metà fra l’essere “solo” un mediano e il provare a fare il regista (o addirittura la mezzala)
    e con questo chiuderei l’OT pallonaro :-P

    Rispondi

  217. winston smith 17 marzo 2014 at 22:52

    @ asd:
    Infatti ho scritto che aveva altre qualità (tra le quali spicca anche una grande propensione al gioco di squadra e alla correttezza verso i compagni e gli avversari) che compensavano la mancanza di talento ai piedi. Ciò non toglie che con un pallone tra i piedi ci sono dilettanti in grado di fare meglio di ciò che faceva lui. Mi volete fare il piacere di leggere tutte le parole che scrivo, anziché limitarvi a estrapolare dal contesto quello che vi fa comodo?
    Mi dispiace di non poter cogliere il senso dei paragoni che fai nell’ultimo post, ma dopo l’ultimo scandalo sulle partite vendute un paio di anni fa ho smesso di seguire il calcio. A tutto c’è un limite. Ora mi limito a praticarlo con gli amici.

    Makelele sapeva anche impostare il gioco una volta recuperato il pallone (una volta ceduto lui, il Real Madrid delle stelle non vinse niente per qualche anno e aveva un attacco stratosferico). De Rossi sa fare anche il centrale di difesa, ma ha un carattere pessimo.

    In ogni caso, sono d’accordo con te: finiamola qui di parlare di Gattuso e dei suoi colleghi. Torniamo a parlare di True Detective. :)

    Rispondi

  218. Andrea Morstabilini ha scritto:

    A me sembra però che la serie si allontani anche da certi topoi del noir (come la donna fatale, per citare forse il più famoso), e che sfugga a qualsiasi tentativo di classificazione: per questo, citando il Memorandum, parlavo di oggetto narrativo non identificato.

    Questo perchè alla fine il noir non è un genere facilmente definibile e codificato come ad esempio il western. E’ più semplice riconoscerlo per una certa atmosfera che definirne un codice. Nel cinema per convenzione il noir “puro” inizia con Il Mistero del Falco e finisce con Touch of Evil dove ci sono tratti tipici e figure archetipiche ricorrenti come appunto la dark lady. Comunque Maggie, nella puntata 1×06, potrebbe anche essere considerata una femme fatale.

    @ Pogo:

    Ok, “giallo” è un termine abbastanza vago e poco importa cosa sia, alla fine ci siamo capiti. Quello che volevo dire io è che in True Detective, nonostante fosse ovvio fin da subito che il vero fulcro della serie fosse la storia di Rust e Marty, certi sviluppi contribuiscono a mantenere alta la tensione e l’interesse, quindi ci sta che uno rimanga un po’ deluso visto che, per come si era sviluppata la trama, poteva essere migliore un finale meno incentrato sulla caccia a Errol Childress e che comprendesse anche le varie sottotrame con sette esoteriche e relativi intrighi politici e religiosi. Tu hai citato come esempio il Grande Sonno, ma in quel caso la trama è praticamente incomprensibile e anche priva di coerenza in certi passaggi (non sono difetti eh, anzi!), quindi tutto il caso e la sua risoluzione vengono percepiti come qualcosa di davvero irrilevante a differenza di quello che avviene in TD, da qui la parziale insoddisfazione per questo finale. Per il resto sono d’accordo con te sul fatto che non ci siano buchi di sceneggiatura, errori eccetera eccetera.

    Rispondi

  219. Holmes ha scritto:

    ma sui prodotti di intrattenimento diventa difficile attenersi a criteri di oggettività, che io personalmente ritengo inapplicabili in virtù di una componente emozionale a stento scindibile dal giudizio (ma ricordo quanto hai scritto su soggettivo e oggettivo e capisco il tuo punto di vista)

    Aspetta Holmes, perché qui credo di dover fare una precisazione fondamentale per il proseguo della discussione. Altrimenti rischio di far passare un messaggio – principalmente per colpa mia – che possa essere mal interpretato. Tutti i giudizi (usiamo questa parola per comprendere il tutto, facciamo a capirci, insomma) di tutte le persone hanno pari dignità. Non mi permetterei mai, ma proprio mai, a pesare i giudizi. Per carità [se non basta l’articolo 3 della Costituzione, è proprio per una ragione umana e di educazione: non sia mai che passi il messaggio “se non sai non puoi esprimerti su un’opera”, perché è un pensiero folle e fascista!]. Anzi, se non devo attribuire un premio di merito, il giudizio che conta di più (e mi sembra che con questa è la terza volta che lo scrivo) è quello del pubblico. Perché il pubblico è importante già solo per essere l’unica ragione dell’esistenza del meccanismo narrativo mondiale (la narrazione esisterebbe comunque, perché è una necessità ancestrale umana, ma al massimo sarebbe il racconto del nonno al nipote). E va rispettato tantissimo. Meglio di così non so spiegarlo.
    Io mi sono concentrato su altro, che tu hai riassunto molto bene nel “foglio bianco e una penna”, segno che questa cosa almeno sono riuscita a spiegarla bene. Cioè io contesto, in qualsiasi situazione, l’accusa (per capirci e differenziare da “giudizio”) a elementi tecnici senza avere magari basi a sufficienza; per effetto della proprietà transitiva, anche nel dialogo con chi quegli elementi tecnici conosce, senza per questo avere automaticamente ragione, le cui teorie vanno smontate sapendo di cosa si parla. Che vale per tutto: se anziché parlare solo di red herrings (di nuovo Francesco, non è rivolto a te, ma solo da esempio) ci concentrassimo anche sui contenuti “immateriali” dell’opera, ci sarebbero centinaia di argomenti e se passasse di qui uno studioso della filosofia, mi farebbe molto piacere leggere cosa ha da dire su Rust e il suo pessimismo (o è nichilismo?) o altro e arricchirebbe il mio bagaglio culturale su cose di cui so poco e molto spesso da autodidatta.
    Per il resto, nessuna provocazione, figurati. Prima di tutto – come ho già spiegato, bisogna guardare la luna, non il dito [e spesso guardiamo ciò che c’è dietro il dito, che è ancora peggio] – perché io potrei avere torto e sbagliarmi nel merito, visto che (così rispondo pure a Cilone) avere le competenze non è garanzia di capacità, purtroppo. Anzi, uno deve dubitare delle capacità (prima le proprie) altrui finché non le vede all’opera e quindi giudicare nel merito. Secondo, perché solo gli stupidi non cambiano mai idea e se il tuo amico sceneggiatore mi dimostra che ha ragione e io torto, io cambio idea (non nella percezione di TD verso di me: cioè mi piace da matti) sulla effettiva qualità e potenza di True Detective.
    Però, come potrei essere io nel torto, può esserlo lui e bisogna vedere quali competenze e capacità si riescono a mettere in campo per evidenziare i punti di disaccordo e poi capire chi ha ragione. Se ti indica i momenti (del tipo, il primo plot hole è al minuto x dell’episodio y), io risponderò volentieri se dovessi essere in grado di farlo.
    Per parlare di cinema, non bisogna essere laureati in cinematografia (ma che mondo triste sarebbe), però non sarebbe male che nel tempo libero, tra un ruzzle e una chat, si leggesse qualche manuale di scrittura. O, in alternativa, entrare nel merito dello scritto con il rispetto che si avrebbe verso qualsiasi mestiere (non puoi dire al meccanico che ti annuncia la rottura del radiatore che è un’opinione! [al massimo puoi fare controllare da un secondo meccanico se il primo vuole fregarti]).
    Sui Soprano: essendo io un progressista in tutto, fino al midollo, sono convinto (e spero) che un giorno ci sarà qualcosa di meglio dell’opera di Chase. Deve essere per forza così, perché noi evolviamo. Il fatto, tuttavia, è che ad oggi, non c’è. Non c’è nulla che si possa anche solo avvicinare se non la quasi coetanea The Wire.

    Angst ha scritto:

    quindi ci sta che uno rimanga un po’ deluso visto che, per come si era sviluppata la trama

    ma ci mancherebbe, Angst! Ci mancherebbe! Uno può anche dire: TD mi fa schifo. E non ci sarebbe nulla da dirgli.
    Quello che dico è che non si può accusare Pizzolatto di non aver raccontato delle cose, quando era chiaro che non le avrebbe raccontate perché non erano la storia che seguivamo. Non si può dire TD è fatto male. Tutto qui. Mi sarebbe piaciuto leggere (magari c’è, ma tra i 200 e più commenti potrebbe essermi sfuggito) che TD è un’occasione mancata perché sarebbe stato interessante l’approfondimento della follia derivata dalla suggestione della fede. Materiale (interessante o meno) per un’altra opera. Solo che non potrebbe avere il titolo di True Detective.
    E concordo su Maggie: è lei la femme fatale, che distrugge l’amicizia tra Rust e Marty per un suo tornaconto personale.

    Janer, così mi fai arrossire e mi imbarazzi. :$
    ;-) (lo prendo come un complimento e ti ringrazio).

    Rispondi

  220. @Pogo, ok stiamo convergendo verso un punto comune, che è un po’ la sensazione che provo quando qualche saputello spara “ah David Lynch genio visionario!”, e ad un’analisi più approfondita il suddetto saputello ha visto solo Twin Peaks, ignorando Bunuel, Fellini, il cinema asiatico e compagnia cantante. Ah, preciso che con ‘sto benedetto sceneggiatore non sono amico, ma semplicemente fan della pagina dove scrive in libertà di ciò che gli capita di vedere in tv o al cinema; meglio precisare, di questi tempi avere la polizia postale sotto casa è un attimo :D

    @winston smith
    Niente, sui ministri non posso essere d’accordo, e non è questione di “uomo solo al comando”, figurati. Il buon Gattuso non me lo toccare, anche se da allenatore al Palermo è stato disastroso, chè non tutti i mediani rognosi sono uguali :D
    Tanto di cappello a Tarantino (di cui sono grande fan), ma siamo sempre là, qualche detrattore al mondo esisterà, e lì si potrà tirare fuori la formula magica “non capisci un cazzo di cinema”, ma è davvero sufficiente? Credo che la questione sia difficilmente risolvibile, ecco tutto. ^_^

    Rispondi

  221. ho letto la recensione linkata da Simon Says e (come credo sia ovvio) non ne condivido nemmeno mezza parola.
    in questi giorni si sta parlando in giro del film “Her”, così come su “La grande bellezza” settimane fa. ecco, questa recensione apartiene a questa nuova moda (talmente nuova che ha già stufato. il cappotto cammello non stuferà mai, invece. prendete nota :D ) di ascrivere ogni film o serie tv necessariamente al capolavoro o alla “cagata pazzeesca. ”
    sostenere che l’episodio 4 non serve a nulla, che non c’è contenuto in TD a me pare un’emerita idiozia, come se il contenuto di una serie (diciamo “crime” all’americana, per semplificare e senza tornare sui generi; ne hanno parlato ottimamente altri prima di me) dovesse essere solo una trama complessa dal punto di vista investigativo.
    di nuovo: ma ci volevano raccontare questo? direi di no.

    riguardo a tutta la discussione che si è sviluppata a partire da Pogo su valutazioni oggettive o soggettive, non posso che essere d’accordo. è ovvio che chi ha competenze nel campo sa cogliere difetti o pregi in maniera ben diversa da me, per esempio. che sì, guardo molte serie tv, che quindi posso anche aver affinato il mio gusto e il mio “occhio”, ma sono appunto una spettatrice e basta.
    io non discuto la definizione di red herring data da Francesco, il fatto è che non riconosco al suocero di Marty o alla cravatta gialla di Tuttle di esserlo. ora non mi metterò a spulciare tutte le centinaia di commenti ai vari episodi, ma onestamente, alla prima visione, in quanti hanno davvero notato quei particolari dando loro un significato? pochi, pochissimi. altri commentatori, leggendo, si sono messi sulla scia, fatti conquistare da uno spunto. perchè giustamente una parte di noi stessi gioca a fare l’investigatore insieme a Marty e Rust. ma il nostro “gioco” è su un altro paino di realtà rispetto a cosa oggettivamente gli autori hanno fatto vedere o, messo in risalto.

    in ogni caso, gran bella discussione, davvero :)

    Rispondi

  222. luta, l’ho pensato anche io. e ci sta tutto. e secondo me potrebbe anche avere una portata metanarrativa, e trasformarsi in una presa in giro nei confronti di chi si accosta a un genere solo se viene legittimato intellettualmente. per esempio, secondo me quentin tarantino lo fa costantemente. @ luta44:

    Rispondi

  223. Pogo ha scritto:

    E concordo su Maggie: è lei la femme fatale, che distrugge l’amicizia tra Rust e Marty per un suo tornaconto personale.

    secondo me la distrugge per dieci anni, poi l’amicizia esplode più intensa di prima (perchè prima era proprio timidina); anzi, maggie, sparendo – anche con la piccola parentesi al bar, in cui rust la manda via con il dovuto disprezzo – ha sgombrato quell’astio che c’era tra i due.

    lo chiedo ai competenti in materia (io ho solo fatto un mini corso arci venticinque anni fa e un cineforum su powell e pressburger con emanuela martini): i telefilm invecchiano? molti paragonano nuove uscite con serie del passato – i soprano (ne ho visto poco, ma prima o poi dovrò affrontarlo), lost (visto poco, passo, è una questione di pelle), the wire (visto tutto, goduta un sacco), twin peaks (visto tutto all’epoca, goduta molto la prima, meno la seconda, ho la colonna sonora in vinile…) – ma visti ora, con tanta acqua passata sotto i ponti, sono ancora così magnifici? nel farli hanno rispettato tutti i canoni e le tecniche codificate, si sa, ma riuscirebbero ancora a mostrare tutto il loro spessore a chi li dovesse guardare oggi? succede con la musica ed anche con i film, in entrambe le forme d’arte a volte è possibile intravedere delle banalità e leggerezze che oggi non passerebbero inosservate. per esempio all’inizio della quinta puntata c’è la corsa di rust in auto per raggiungere marty, se non sbaglio dove si vedono per la prima volta le sue visioni. è stato usato un trasparente – si chiama ancora così? – dietro il lunotto dell’auto così brutto e vergognoso…quattro lire per farlo meglio le avevano pure!
    è una curiosità, senza malizia.

    Rispondi

  224. alessandra ha scritto:

    i telefilm invecchiano?

    Fossero i telefilm ad invecchiare … :D

    Scherzi a parte la parte tecnica la lascio ad altri, ma personalmente se vedo un telefilm che 10-15 anni mi ha fatto impazzire, oggi mi fa sorridere. Davvero mi piaceva quella roba? Mamma mia.
    Ma vale anche per film e libri. Musica no, curiosamente preferisco quella datata ;)
    Quindi, nel mio caso, più che invecchiare i telefilm sono stati i mie gusti ad evolversi e a cambiare di conseguenza.

    Rispondi

  225. Simon Says ha scritto:

    Gerardi, non sei il solo!:
    http://quattrocentoquattro.com/2014/03/18/true-detective-o-il-trionfo-della-profondita-simulata/

    A me questa recensione sembra proprio un esempio lampante di fraintendimento. Anzi a dirla tutta il titolo che l’autore si è scelto per commentare la stagione/serie potrebbe benissimo essere applicato alla recensione stessa: recensione di True-detective, o il trionfo di una critica minuziosa e dettagliata che però non è tale.

    @Pogo
    la tua analisi della serie è raffinatissima. Inoltre è anche la dimostrazione di come la conoscenza dei meccanismi della narrazione seriale ci aiuti a comprendere il senso di un’opera. Penso sia un perfetto contraltare alla recensione di cui sopra, che invece mi pare tutto un fraintendimento.

    Rispondi

  226. @ Pogo:
    Ma rivelati e parliamo di True Detective e di tutto quello che vuoi in privato! :) ;)
    La tua analisi mi ha aperto una visione alternativa della serie, ho riguardato il finale alla luce di quello che hai scritto e ci sono riferimenti che ora quadrano meglio.

    Rispondi

  227. klatu ha scritto:

    A me questa recensione sembra proprio un esempio lampante di fraintendimento. Anzi a dirla tutta il titolo che l’autore si è scelto per commentare la stagione/serie potrebbe benissimo essere applicato alla recensione stessa: recensione di True-detective, o il trionfo di una critica minuziosa e dettagliata che però non è tale.

    beh, quella recensione è totalmente delirante

    “non è solo un brutto prodotto, come ce ne sono tanti, ma un bluff con dolo”
    “È pericoloso, e avvilente, credere che si possa fare televisione così”

    indipendentemente dai gusti personali, simili giudizi trancianti non si possono leggere

    Rispondi

  228. Francesco Gerardi 18 marzo 2014 at 16:17

    @ Simon Says:
    http://www.ultimouomo.com/guardiamo-true-detective/

    @ Pogo:
    Pogo, la storia non è solo quella del 2012. La storia è quella che comincia nel 1995 e finisce nel 2012. Quello che ci viene raccontato nel 2012 non succederebbe se non fosse successo quello che è successo nel 1995. Qui non siamo proprio d’accordo, non so come fai a dire che la storia è solo quella. Il ’95 e il ’02 non sono solo flashback dediti all’approfondimento psicologico e al racconto personale dei protagonisti (quelli sì esterni rispetto alla narrazione “centrale”). Il ’95 e il ’02 sono proprio due pezzi della stessa storia senza i quali l’ultimo, il ’12, non avrebbe senso e non susciterebbe interesse. Non per dire, ma Pizzolatto stesso ha detto che quella di TD è “una storia lunga 17 anni, un’indagine lunga 17 anni”.

    Quello che succede nel ’95 e nel ’02 forma l’intreccio e forma le aspettative nei confronti dello scioglimento dell’intreccio (che avviene nel ’12). Sappiamo da subito che l’indagine non è finita, che i veri colpevoli non sono stati presi (nel ’95) e che, quindi e ovviamente, c’è un indagine da concludere e dei veri colpevoli da prendere. Di conseguenza, tutto quello che ci è mostrato (nel ’02 in particolare) è centrale nella narrazione, perché è il momento in cui le indagini si interrompono ed è il momento dal quale le indagini ripartono (nel ’12). Di conseguenza, una falsa pista nel ’95 o nel ’02 influenza pesantemente il ’12, è un elemento in un indagine sempre aperta (sia per il protagonista che per lo spettatore) che si chiude solo all’ultimo episodio e nel ’12. Ma la storia è costruita a partire dal ’95, tutto quello che succede a partire dal ’95 ha peso (è Rust che non fa che ricordare la task force come primo elemento di sospetto nei confronti dell’ambiente della polizia, è Rust che non fa che ricordare la visita in commissariato di Tuttle, etc.), tutto quello che ci viene mostrato a partire dal ’95 ha peso. E poi, perché un red herring piazzato in un flashback (anche nell’accezione più pura della parola flashback) non è un red herring? Quello che conta è che influenzi lo spettatore in un senso o nell’altro, che c’entra in che tempo della narrazione è inserito? Premesso che, ti ripeto, per me è sbagliato dire che la storia è quella del 2012 e basta.

    Rispondi

  229. Simone ha scritto:

    indipendentemente dai gusti personali, simili giudizi trancianti non si possono leggere

    no ma infatti, aldilà delle perplessità che uno può avere o meno, “brutto prodotto” non si può leggere. Poi dice che non è vero che spesso gli italiani sono schematici e conservatori, e che di fronte alla commistione di generi vanno in palla.alessandra ha scritto:

    i telefilm invecchiano?

    dipende. Per me The Sopranos e The Wire non sono invecchiati affatto. Dal punto di vista della costruzione narrativa restano insuperati. Se qualcuno mi chiedesse se Anna Karenina è invecchiato, la mia risposta sarebbe no. La costruzione, l’architettura interna di quel romanzo, restano inarrivabili, sono ancora “moderne”. Un po’ diverso per me è il discorso su Twin peaks, che sia chiaro per me è un capolavoro. Là il valore dell’opera era di stampo un po’ diverso, perché una cosa del genere in TV non si era mai vista, ma non tanto dal punto di vista della qualità narrativa (che cmq c’era), quanto da quello delle tematiche disturbanti e della resa visiva terribilmente affascinante e innovativa. Siccome poi dopo TP siamo stati bombardati da emuli più o meno maldestri, allora può capitare che qualcuno vedendo la serie originaria pensi che è datata. A me non capita, sia chiaro, ma credo che possa accadere.

    Rispondi

  230. @ Francesco Gerardi:
    Francé, scusa se mi intrometto, ma è solo per dire che secondo me Rust e Marty il caso lo potevano risolvere solo nel 2012. Nel ’95 tra loro 2 c’era una distanza siderale, l’unico momento di connessione ce l’hanno quando ammazzano Ledoux. E lì credono di avere chiuso il caso. Nel 2002 sono più vicini tra loro, ma ancora non abbastanza. Poi Rust ascolta la confessione di quel tale, ma Marty non gli dà credito e poi interviene la faccenda di Maggie. Marty ancora non è pronto ad ammettere che molto sia colpa sua, e Rust pensa di potercela fare da solo.
    Arriviamo al 2012, quando finalmente gli anni in più, le sconfitte, hanno avvicinato i 2 personaggi, pure se non si vedevano da 10 anni. La prima cosa che dice Rust è “ho bisogno di te”. e Marty stavolta è pronto a dargli una mano, perché è solo, perché non ha più un vero scopo (e poi vede la cassetta).
    adesso è il momento per risolvere la faccenda. e non è un caso che l’illuminazione ce l’abbia Marty. Ha imparato a pensare in modo diverso, meno down to earth, e Rust ha imparato a chiedere aiuto.
    quindi sì, il caso inizia nel ’95, ma tutti e 2 non erano pronti a vedere oltre, quindi lo chiudono. E anche qui non è un caso che Rust abbia visto Childress nel ’95 e non gli abbia prestato la debita attenzione. Nel 2012 finalmente loro 2 sono la combinazione perfetta, grazie ai loro percorsi individuali, e possono “vedere” quello che prima non vedevano.
    quindi diciamo che sì, il caso si dipana per tutti questi anni, ma parallelamente alla capacità di “visione” che acquistano i 2.
    ovviamente, tutto ciò rigorosamente IMHO.

    Rispondi

  231. @Francesco, ho appena letto quello che hai linkato. anzi, ad essere esatta, ho letto fino a metà circa, poi basta.
    ma sai perchè? perchè sono andata in cerca di capire chi sono le persone che scrivono e invece nell’elenco dei collaboratori si trovano i variarticoli, ma nessuna bio.

    ecco, allora a quel paese, grazie. qui su Serialmente sappiamo qualcosa di chi scrive, sia come autore del sito, sia fra i commentatori abituali (te compreso, o altri.) pretendo di saperlo anche altrove, soprattutto quando si fanno stroncature.
    altrimenti per me sei una dory qualsiasi, ovvero uno/a che guarda serie tv da un po’ di anni, a cui non piace mica tutto, anzi, considerando l’enorme produzione americana ed inglese direi poco, ma fine. competenze di base, insomma.

    ormai funziona così: siccome per qualche anno “chi non ama HBO è un povero decerebrato”, allora oggi c’è il giochino opposto: “quanto sono figo a smontare HBO” vivaddio, stiamo parlando di serie tv e se qualcuno ha pensato che HBO fosse il Messia, ricoveratelo. così come oggi non è la Wanna Marchi del caso. è una rete tv, produce intrattenimento, sicuramente produce cose che difficilmente vedremmo su altre reti. fine.il primo articolo basa la sua stroncatura sul fatto che non c’è nulla di Ligotti in TD. un bel chissenefrega, no?
    ma perchè non ti guardi (“ti” nel senso di chi ha scritto) la serie e basta e valuti quella? così come è stato fatto qui e avendo comunque poi giudizi differenti?
    ma si può tornare (in generale) a guardare e poi commentare, senza mille sovrastrutture preventive in base a chi produce, dirige o recita? boh.

    scusate la veemenza, ma davvero non se ne può più.

    Rispondi

  232. Francesco Gerardi 18 marzo 2014 at 17:00

    @ Daniela G.:
    sono d’accordo con te, Danie’ (intromissione sempre gradita). La cosa che non mi tornava era l’affermazione di Pogo secondo la quale l’unica storia è quella del 2012. Secondo me non è così, la storia è quella che parte nel ’95 e finisce (per forza di cose, come dici tu) nel ’12. Ma è un’unica storia, divisa in tre atti. Non è che il ’95 e il ’02 e il’12 sono storie diverse, e che l’unica storia che conta è quella del ’12, o che i plot device (tra cui i red herring) usati prima del ’12 non valgono come tali solo perché usati prima. Valgono in generale, perché gli strumenti narrativi son quelli, non mi interessa in quale tempo del racconto Pizzolatto li usi, mi interessa perché li usa e come li usa; in relativo (red herring, in particolare), perché influenzano la percezione dello spettatore a prescindere dal tempo in cui sono piazzati.

    Rispondi

  233. winston smith 18 marzo 2014 at 17:38

    alessandra ha scritto:

    i telefilm invecchiano?

    Ogni opera, quindi ogni telefilm, vede la luce in precise coordinate spazio-temporali. Per semplificare, potremmo dire che ogni opera è realizzata in un certo tipo di società, che ha le sue ideologie di fondo, le sue abitudini, i suoi gusti “di massa” che la caratterizzano e la rendono distinguibile dalle società prevalenti nelle altre epoche, passate e future. Ci sono opere figlie del proprio tempo, che si rifanno in tutto e per tutto agli stilemi del momento in cui vengono generate e godono di fama immediata, e opere antesignane, che precedono per forma e contenuto ciò che sarà caratteristico della società del domani e che vengono generalmente rivalutate a distanza di anni dalla loro genesi. Bisogna anche tener conto del fatto che esistono tematiche sempiterne (l’amore, la guerra, la religione e altre) e tematiche “a scadenza” (esempio banale: oggi nelle cosiddette “democrazie occidentali” il suffragio universale è considerato come una cosa scontata, mentre nei secoli scorsi non lo era affatto). Inoltre, anche per quanto concerne le tematiche sempiterne, la reazione media del pubblico è potenzialmente diversa in epoche diverse a seconda del grado di sovraesposizione alla materia (la violenza descritta nell’Iliade suscitava certamente più scalpore millenni fa rispetto a quanto ne susciti in noi adesso).

    Fatta questa premessa “oggettiva”, esprimo la mia opinione soggettiva sull’argomento: tutte le opere invecchiano. La loro longevità varia a seconda della loro aderenza ad un dato periodo storico e a date tematiche. Più un’opera è pionieristica e parla di questioni fondamentali per l’uomo di ogni epoca, più a lungo godrà di fama e onori.
    Trasferendo il concetto alle serie televisive, i tempi si accorciano di molto, perché viviamo in un’epoca di passaggio e perché il mondo dello spettacolo è per sua natura facilmente condizionato dalle mode del momento.
    The Sopranos è ancora al vertice ideale della piramide perché era qualcosa di innovativo quando è iniziato e perché finora, in quel genere, non è stato ancora fatto nulla che non sia ispirato almeno in parte a The Sopranos (Mad Men, Breaking Bad, Dexter, Boardwalk Empire e gli altri drama di successo degli ultimi anni sono tutti debitori, chi più chi meno, del Bada Bing). Difatti, i critici televisivi, specialmente quelli d’oltreoceano, considerano l’epoca attuale “la golden age” della serialità e collocano il suo cominciamento proprio con la serie di David Chase. Magari fra dieci anni saremo in una nuova epoca televisiva che avrà avuto come punto d’inizio un’altra serie, che, però, ad oggi, non mi pare si trovi in giro (a malincuore, devo ammettere che la cosa che vi si avvicina di più è The Walking Dead – che ho smesso di vedere verso la fine della terza stagione -, ma se quella sarà la pietra miliare della nuova generazione di spettatori e sceneggiatori, credo davvero che in futuro vedrò molte meno serie XD).
    Questa, in sintesi, è la mia risposta al tuo quesito.

    Rispondi

  234. alessandra ha scritto:
    i telefilm invecchiano?

    Dipende da cosa s’intende per “invecchiamento”. Da un punto di vista visivo e degli effetti speciali, vedere “Star Trek” (la serie classica) oggi produce un effetto strano, come se ci si trovasse davanti a un oggetto di antiquariato. Certo, per i tempi in cui è stata prodotta, le soluzioni tecniche erano molto avanzate e innovatrici. Però, dal punto di vista dell’impianto concettuale e valoriale, mi pare che rimanga un’opera fondamentale che ha anticipato temi di grande rilevanza (nel 1966, in piena guerra fredda, si ipotizza la “federazione unita dei pianeti”, si assiste al primo bacio interraziale in televisione , umani e alieni cooperano tra di loro anche all’interno dello stesso equipaggio).

    Ci sono fiction che hanno avuto un ruolo di “pionieri” (condivido quello che ha scritto Winston sui “Soprano”) e quindi resistono meglio all’invecchiamento (che pure esiste ed è più rapido rispetto altre attività artistiche). Anzi, col tempo, assumono un’aura leggendaria e mitica e indicano paradigmi che vengono seguiti da altre opere, da altri lavori. A volte (ma qui sto pensando ai film più che alle fiction) ci sono opere considerate pochissimo all’uscita e rivalutate come cult movies dopo qualche decennio.
    Ma temo che la questione sia molto più complessa e riguardi anche le modalità di fruizione. Il giorno che le fiction interagiranno direttamente con i fruitori, magari mediante modalità interattive che consentiranno di scegliere sviluppi personalizzati o inseriranno gli spettatori all’interno della storia narrata, la stessa nozione di realtà virtuale o di “rappresentazione” risulterà ridefinita. Sembrano fesserie, credo invece che nei prossimi 20 anni ci si muoverà in quella direzione.

    Rispondi

  235. @Janer: se ti fa davvero piacere, enemyisus@gmail.com

    Klatu, grazie per il complimento.

    Rispondi

  236. Francesco Gerardi ha scritto:

    La storia è quella che comincia nel 1995 e finisce nel 2012

    No. La storia inizia nel 2012, dopo un prologo che non si capisce bene in quale anno sia (obiettivo della handycam, Marty, domanda fuoricampo degli ispettori che saranno i “nostri” occhi). E l’episodio pilota finisce lasciando una sola domanda in campo: dobbiamo dubitare di Rust?
    Secondo me buona parte dei detrattori ha fatto leggermente confusione e sarebbe buona cosa rivedere la serie (meno di 8 ore, ce la caviamo con poco, no?).
    I piani temporali sono il non detto durante l’intervista da parte dei personaggi coinvolti (emblematico il momento in cui è intervistata Maggie, che nega di aver mai legato con Rust e poi, a 3/4 di episodio ti ritrovi una scena di sesso iconograficamente animalesca tra i due). I flashback sono smentite a nostro (pubblico) favore. Sono ricordi, atmosfere, pensieri, teorie e smascheramento dei protagonisti: sono messi a nudo (per questo True).
    Comunque, se anche non ti va bene questa spiegazione e i flashback fossero semplice narrazione neutra, non ci sono red herrings. Forse non sono stato chiaro. Non sono lo stesso dei red herrings e non per questione temporale, ma perché non c’è nessun nesso tra le bambole delle figlie di Marty e il caso, per dire: sono solo l’esemplificazione che Marty è tendenzialmente uno sciagurato e che pertanto, nel 2012 è cambiato anche grazie a Rust. Oppure la cravatta gialla (che non è totalmente gialla) di Tuttle… Io manco l’ho vista… (ho sempre sostenuto che la lostmania rovini la visione alle persone)… ho un armadio pieno di cravatte gialle, visto che mi piace l’abbinamento giallo-nero. E se anche fosse una questione volontaria, embé? Lo sappiamo che Tuttle fosse coinvolto.
    Che poi, stare attenti a tutti questi dettagli e lamentarsi del barista-tiratore scelto come una scelta casuale, quando il bar è pieno di trofei di caccia e più di tanto non sappiamo sul tizio (se è stato un cecchino in Iraq, che ne sappiamo?).
    Il 1995 e il 2002 sono pezzi di una storia più grande, della quale non ci è, alla fine, raccontato più di tanto. Serve a far funzionare il 2012.

    Ah, ho letto, seppur velocemente, le “molte” recensioni qui linkate da qualcuno (compreso te): mi dispiace, ma hanno una credibilità pari a 0. Sono solo delle recensioni hypster, qualcuna che cerca addirittura di rendere hypster TD, accusandolo di essere tale (apertamente o tra le righe), ma soprattutto seguendo la moda del bastian contrario a priori, “così mi si nota di più”. [non c’entri nulla tu, perché non hai usato certi toni e certe “atmosfere” per giustificare il tuo giudizio].

    Rispondi

  237. Forza Italia 19 marzo 2014 at 03:27

    Francesco Gerardi ha scritto:

    @ Simon Says:
    http://www.ultimouomo.com/guardiamo-true-detective/

    Ecco, abbiamo pure le stesse, ottime, letture.

    Con la matematica ci tiri su le case, i medici salvano vite, gli avvocati magari evitano di far andare un innocente in galera. Tirare invece fuori il binomio oggettivo/soggettivo su queste cose, come se poi fossero slegate in modo netto tra di loro, e per giunta pretenderlo dagli altri, in un bar virtuale, ha lo stesso sapore di un bambino di 4 anno che buca il pallone perché la sua serie tv preferita non ha avuto unanimità di consensi. Come se esistesse, l’unanimità.

    Per dire, tutte le domande che ho posto, sono ancora li in attesa di risposta, alla faccia della presunta perfezione oggettiva della sceneggiatura, gli si è seccata la lingua anche a winston smith, di solito molto ciarliero. E si vede che sono domande di chi ha visto al serie con bassa attenzione, che l’attenzione vera la riservo per cose migliori; un appassionato, ne può trovare facilmente altre.

    Ma io non mi offendo delle mancate risposte, so che questo è solo un bar virtuale dove chiunque può dire tutto, anche che lo scopo primario di ogni opera è trasmettere un messaggio lol

    Il problema è mio, che non ho letto quel saggio in cui si spiega che una ragazza che promette di farsi trapanare analmente è un chiaro esempio di grande scrittura e non squallido fanservice.

    Rispondi

  238. alessandra ha scritto:

    lo chiedo ai competenti in materia (io ho solo fatto un mini corso arci venticinque anni fa e un cineforum su powell e pressburger con emanuela martini): i telefilm invecchiano?

    Il mio modesto parere, che si discosterà un po’ da chi mi ha preceduto, è semplice: dipende.
    A parte che non servono competenze per capire e giudicare il tempo che passa sulle opere prese in esame, ma serve – eccome se serve – una cultura generale più ampia possibile, bisogna decidere cosa si guarda: il lato tecnico (e qui le competenze servono) o il lato del prodotto tout court?
    Giudicare il lato tecnico che invecchia, secondo me, ha poco senso. Pochissimo senso: è ovvio che a guardare lo zoom su Ringo in Ombre Rosse oggi ti sembra fatto malissimo e un bambino con uno smartphone fa meglio, ma vogliamo giudicare John Ford su questa base?
    Resta il prodotto, che è la somma di più cose (dal contenuto alla forma): beh, quanto più universale e meno ancorato al tempo è un film/serie, tanto più sopporterà il passare del tempo [ovviamente è necessaria una qualità intrinseca di base].
    L’Appartamento dell’immenso Billy Wilder, non solo è tremendamente attuale, ma sarà attuale finché l’essere umano sarà soggetto alla debolezza descritta nel film.
    Per le serie tv vale la stessa cosa: non credo, pertanto, che i Soprano possano mai invecchiare, a meno che l’essere umano cambi profondamente in alcune sue caratteristiche. Alcune serie nascono già vecchie, invece (qualcuno ha pensato a Intelligence per rimanere al 2014?).
    Questo è il mio punto di vista, i miei “two cents”.
    Perché comunque su questo si può discutere all’infinito.

    Rispondi

  239. Francesco Gerardi 19 marzo 2014 at 11:37

    Pogo ha scritto:

    No. La storia inizia nel 2012, dopo un prologo che non si capisce bene in quale anno sia (obiettivo della handycam, Marty, domanda fuoricampo degli ispettori che saranno i “nostri” occhi). E l’episodio pilota finisce lasciando una sola domanda in campo: dobbiamo dubitare di Rust?

    mi dispiace Po’, su ‘sta questione non ci troviamo proprio ^.^. La narrazione parte nel 2012, la storia parte nel 1995. Insomma, è uno strumento narrativo vecchio come la narrativa stessa: la narrazione parte in medias res, la storia parte da dove partono i ricordi, fino al ricongiungersi delle due parti. Insomma, Omero e quelle robe lì.

    Si capisce benissimo quando parte il prologo: esce in sovrimpressione “1995”. Davvero, TD la stai facendo più complicata di quanto è (posso permettermi, almeno con te, un briciolo di ironia senza il rischio che tu te la prenda, vero? Dimmi di sì).

    Pogo ha scritto:

    I piani temporali sono il non detto durante l’intervista da parte dei personaggi coinvolti (emblematico il momento in cui è intervistata Maggie, che nega di aver mai legato con Rust e poi, a 3/4 di episodio ti ritrovi una scena di sesso iconograficamente animalesca tra i due). I flashback sono smentite a nostro (pubblico) favore. Sono ricordi, atmosfere, pensieri, teorie e smascheramento dei protagonisti: sono messi a nudo (per questo True).

    sono anche il non detto. Ci dicono che nessuno degli “intervistati” la sta raccontando (completamente) giusta, servono per caratterizzarli come ipocriti (Marty) o reticenti (Rust) etc. Non toglie il fatto che la storia di TD parta nel ’95 e si chiuda nel ’12. È proprio la stessa storia: Rust alla caccia dell’assassino. Che Rust sia sospettato di essere l’assassino è la scusa (usata dal narratore, per i personaggi è una ragione reale, e per interrogare e per rispondere) con cui lui e Marty vengono convinti a entrare in commissariato (tant’è che, usciti i due protagonisti dal commissariato, Suck e Fuck scompaiono assieme alla loro indagine e ai loro sospetti, per riapparire giusto quando serve: la conversazione al bar tra Marty e Papania, il salvataggio dopo lo scontro nel labirinto di Carcosa). La storia che ci viene raccontata nel 2012 è quella di Rust e Marty che riprendono da dove avevano lasciato, non di Rust che viene braccato dalle autorità. Quella è un roba secondaria, un mezzo, più che altro. Tant’è che gli ultimi due episodi sono i nostri che indagano, non Rust che si para il culo dalle indagini sul suo conto.

    Pogo ha scritto:

    Comunque, se anche non ti va bene questa spiegazione e i flashback fossero semplice narrazione neutra, non ci sono red herrings. Forse non sono stato chiaro. Non sono lo stesso dei red herrings e non per questione temporale, ma perché non c’è nessun nesso tra le bambole delle figlie di Marty e il caso, per dire: sono solo l’esemplificazione che Marty è tendenzialmente uno sciagurato e che pertanto, nel 2012 è cambiato anche grazie a Rust.

    ma è chiaro, è proprio così che funziona il red herring: non c’è nessun nesso con niente, c’è solo l’intenzione di deviare l’attenzione dello spettatore verso una falsa pista. Fino a ieri erano tutti a dire di una possibile colpevolezza di Marty: da dove è venuta fuori questa teoria? Ripeto, il red herring mica è un errore. È uno strumento. In questo caso, usato anche utilitaristicamente bene.

    Il flashback non è narrazione neutra, questo è vero. Però è narrazione a POV della stessa storia, di un’unica storia.

    Anche su ‘sta storia che le bambole messe dalle bambine a simulare una gang rape servissero a dipingere Marty in una certa maniera non riesco a essere d’accordo con te. Uno: perché che Marty fosse un papà insufficiente l’avevamo capito e ci era già stato mostrato e dimostrato. Due: perché, se davvero la funzione della scena fosse di caratterizzazione per Marty, sarebbe di una ridondanza e di una disonestà incredibile.

    Pogo ha scritto:

    Che poi, stare attenti a tutti questi dettagli e lamentarsi del barista-tiratore scelto come una scelta casuale, quando il bar è pieno di trofei di caccia e più di tanto non sappiamo sul tizio (se è stato un cecchino in Iraq, che ne sappiamo?).

    Non mi sono lamentato. Non è casuale, è assurdo: cosa impedisce a Geraci di denunciare i due DOPO essersi allontanato dal campo visivo e dal raggio di tiro del cecchino? Cioè, questi sarebbero i geni del male che hanno insabbiato le indagini per anni? Alla faccia. Però, oh, plot device, non c’è nulla di male.

    Pogo ha scritto:

    Il 1995 e il 2002 sono pezzi di una storia più grande, della quale non ci è, alla fine, raccontato più di tanto. Serve a far funzionare il 2012.

    Ma come? Le linee temporali che occupano la maggior parte di 6 episodi su 8 totali non ci sono raccontate più di tanto? Certo, servono a far funzionare il 2012 perché il 2012 non avrebbe senso senza il 1995 e il 2002 perché ’95, ’02 e ’12 sono la stessa storia, e se ne togli una, l’unica che conserva intatto senso e importanza è il ’95 (perché, comunque, un’indagine inizia e si chiude).

    Pogo ha scritto:

    Ah, ho letto, seppur velocemente, le “molte” recensioni qui linkate da qualcuno (compreso te): mi dispiace, ma hanno una credibilità pari a 0. Sono solo delle recensioni hypster, qualcuna che cerca addirittura di rendere hypster TD, accusandolo di essere tale (apertamente o tra le righe), ma soprattutto seguendo la moda del bastian contrario a priori, “così mi si nota di più”. [non c’entri nulla tu, perché non hai usato certi toni e certe “atmosfere” per giustificare il tuo giudizio].

    con credibilità che si intende? L’Ultimo Uomo è un sito splendido (miglior sito d’approfondimento sportivo d’Italia, ottimo anche sulla cultura pop, fondato dal miglior giornalista sportivo italiano: Daniele Manusia), scritto da alcuni dei nomi più interessanti che abbiamo. Però, vabbe’, questa è opinione mia, a tutto il resto del mondo posson fare cagare sito e firma e ci sta.

    Che significa una recensione “hipster”? E da chi si starebbero facendo notare? Non è più semplice dire che, semplicemente, la pensano diversamente, non siamo d’accordo e basta? Ci deve essere per forza fallacia nel ragionamento che ottiene risultati diversi? Pogo, in amicizia te lo dico, almeno tu non te la prendere.

    Rispondi

  240. Francesco Gerardi ha scritto:

    fondato dal miglior giornalista sportivo italiano: Daniele Manusia).

    Solo una precisazione, Francesco: l’Ultimo Uomo, è stato fondato da Tim Small, per 6 anni anche direttore di Vice Italia. Lo diciamo solo per dare soddisfazione a chi sostiene che un giudizio è credibile solo se accompagnato dalla bio a piè di articolo.

    Rispondi

  241. Francesco Gerardi 19 marzo 2014 at 11:54

    @ Simon Says:
    hai ragione, hai ragione. Ma Manusia è il co-fondatore, no?

    Rispondi

  242. Francesco Gerardi ha scritto:

    @ Simon Says:
    hai ragione, hai ragione. Ma Manusia è il co-fondatore, no?

    Manusia è solo il nostro Gianni Brera:-)

    Grazie per i complimenti.

    Rispondi

  243. Manusia sarà anche il nuovo Gianni Brera ma nel momento in cui leggo “la cosa che rende difficile da seguire True Detective è che non è neanche palesemente una serie bella da vedere e basta”, per me scrive una minchiata e, con tutto il rispetto, non è che sto leggendo una recensione del Mereghetti…

    capisco tante critiche ai contenuti della serie, ad eventuali delusioni sul finale anche in base alle aspettative, ma dire che non è una serie bella anche solo da vedere, personalmente leva ogni attendibilità al contenuto della critica

    Rispondi

  244. Francesco Gerardi ha scritto:

    Ma come? Le linee temporali che occupano la maggior parte di 6 episodi su 8 totali non ci sono raccontate più di tanto? Certo, servono a far funzionare il 2012 perché il 2012 non avrebbe senso senza il 1995 e il 2002 perché ’95, ’02 e ’12 sono la stessa storia, e se ne togli una, l’unica che conserva intatto senso e importanza è il ’95 (perché, comunque, un’indagine inizia e si chiude).

    Io non ho percepito i presunti red herring come tali, ma su questo concordo.
    Il 1995 (episodi 1-5, più parte del 6) è l’inizio e il cuore della storia. Il più interessante, il più curato. Il 2002 (parte del 6) fa da transizione verso una conclusione (7 e 8) in cui io, da ignorante e con delusione, ho visto una brusca virata verso il classico procedurale.

    Le interviste del 2012 sono un’altra cosa ancora. Sono significative solo nel momento in cui vengono messe in relazione al passato.
    Impreziosiscono le scene a cui fanno da contraltare e incuriosiscono sugli sviluppi futuri; ma futuri rispetto a *quella* storia, non a ciò che fino a 120 minuti dalla fine era stato quasi un limbo atemporale. In quel momento non mi chiedevo cosa sarebbe successo alla fine delle interviste, bensì come ci erano arrivati.

    Rispondi

  245. Regà, scusate se mi permetto.
    L’atavica dissertazione tra il gusto e il giusto mi ha sempre logorato.
    Quando le due cose non vanno a braccetto, quando non riusciamo ad amare il giusto, spesso si finisce col confortare il proprio gusto ad ogni costo. Si può anche semplicemente accettarlo.
    Ma arrivare a sezionare il sezionato, a scomporre ulteriormente lo scomposto, mi sembra un cattivo servizio reso all’Opera/opera che dir si voglia. Ora pure sui red herrings effettivi od apparenti, sull’etimo stesso stamo a discute, oh – scusate l’inflessione dialettale, ma quando ce vo’, ce vo’.
    Almeno questo risparmiamocelo. Lasciateci/vi qualche punto interrogativo dove si possa andare a ripararci ogni tanto, un angolo scuro e sicuro. Non gettiamo la luce della “conoscenza” su ogni cosa…per dirla con Herzog (che mo nn ci entra nulla, ma io solo questa so, e non vedevo l’ora di rivendermela)

    <>

    Anche perché la comprensione non sempre è necessaria, l’affinità si sviluppa anche su altri livelli, più intimi alle volte – e magari più inconsapevoli.

    Rispondi

  246. ehm…magari se metto anche la citazione…

    When you move into an apartment, you cannot start to illuminate every last corner with neon light. If there are no dark corners or hidden niches, your house becomes uninhabitable.

    Rispondi

  247. Francesco Gerardi ha scritto:

    La narrazione parte nel 2012, la storia parte nel 1995

    Ok, a parte il 1995 che mi sono perso (mea culpa), è ovvio che tutto è parte della stessa storia, ma la storia di Rust e Marty è quella del 2012, perché quello è il presente della narrazione. Se prendi dal finale del 6° episodio e tiri dritto fino all’8°, va bene lo stesso, anche se magari non potremmo parlare di un grande racconto. 1995 e 2002 sono intersezioni.
    Ovvio che ciò che riguarda Marty e Rust nel 1995 e nel 2002 è imprescindibile per il 2012, ma non le “altre storie” (setta, Tuttle etc…).
    Io capisco che non ti piaccia come risoluzione. Ci sta. Capisco pure che il fatto che la parte più importante è quella del 1995 per rendere così caratterizzati Rust e Marty, in modo che nel finale possiamo rimanere meglio colpiti (anche in negativo) possa deludere, ma non puoi accusare né la sceneggiatura, né Pizzolatto. Mi puoi dire che per te la scelta è così deludente da non percepire questo entusiasmo mostrato da altri.

    Francesco Gerardi ha scritto:

    ma è chiaro, è proprio così che funziona il red herring: non c’è nessun nesso con niente

    Se permetti, dai una definizione giusta, ma non la applichi. Il red herring per essere tale, deve essere strutturato (se volontario) oppure deve essere una clamorosa svista (se involontario).
    Non credo, se non in sceneggiatori alle prime armi, di aver mai letto una sceneggiatura con red herring involontari. Almeno non ricordo.
    Immagino che lo stesso valga per Pizzolatto. Se c’è, è volontaria. Per essere volontaria, deve essere strutturalmente costruito: come? Rispettando la regola “delle 3 visioni”* (non si chiama così, ma non ho il tempo di cercare la definizione corretta) che vale per la narrazione in generale, che è una sorta di semina-raccolta per il pubblico, per dare soddisfazione al pubblico di avere, prima ancora che accada, il piacere di prevederlo o, come si usa fare più spesso oggi, per sorprenderlo, facendogli pensare “ma tu guarda l’ho avuto davanti agli occhi finora”.
    Il red herring sfrutta i primi 2 momenti e non mette mai il 3° in struttura.
    Le bambole hai voluto vederle tu come un red herring.
    Sarebbero state un red herring, se – dico per dire, una cosa a caso, intendiamoci, solo per capirci – successivamente Rust trovandosi di fronte una situazione analoga in un altro posto, parlandone con Marty, quest’ultimo si fosse dimostrato sorpreso e avesse omesso l’informazione e poi basta. Il pubblico sarebbe rimasto in attesa dell’informazione definitiva, ma niente.
    Se tu vedi un elefante rosa, a me va bene. Se tu mi indichi un elefante rosa e io lo vedo grigio, credo che sia molto più probabile abbia lavorato di fantasia tu, non io.

    Francesco Gerardi ha scritto:

    on è casuale, è assurdo: cosa impedisce a Geraci di denunciare i due DOPO essersi allontanato dal campo visivo e dal raggio di tiro del cecchino?

    Il fatto che saranno rilasciate le VHS e il cecchino lo fredderà comunque prima o poi? Voglio dire, non è la stessa soluzione scelta da Gilligan per la sua (ottima, a tratti grandiosa, ma sopravvalutata) serie tv? Quando WW va a trovare i suoi ex colleghi e gli mostra un raggio laser? E quei due ci credono?
    Qui, siccome Geraci è un poliziotto, c’è almeno davvero il cecchino: e infatti spara.
    Di nuovo, torniamo al discorso di prima che tanto mi fa scrivere qui: se non ti piace, amen. Chi può permettersi di dire che ti sbagli? Nessuno. Cacchiarola, forse non piacciono neanche a me queste soluzioni. Ma non è un errore e non è assurdo per come è stato costruito.

    *è quella regola per la quale mostro un coltello all’inizio, poi magari nel 2° atto, quindi alla fine del 2° atto lo uso per far commettere l’omicidio al protagonista.
    Una volta il pubblico era più portato all’autocompiacimento, misurare la propria intelligenza, quindi lo sceneggiatore mediamente era portato (soprattutto nelle narrazioni “di genere”) a usarlo in modo evidente così che il pubblico potesse individuare l’oggetto (per meglio dire, il dettaglio) prima che fosse definitivamente partecipe alla narrazione.
    Oggi il pubblico vuole essere sorpreso, quindi questa tecnica è molto spesso “sottotraccia, nascosta”, in modo che il pubblico possa fare oohhh…
    Il problema è che quando uno sceneggiatore si trova in difficoltà, ma non vuole rinunciare a questa regola (che non è necessaria, non stiamo parlando di evento dinamico, per dire), ti piazza i red herring che distraggono dal focus e così l’unico dettaglio giusto ti sembrerà una sorpresa.

    Però se per te sono red herrings, sono red herrings. Che te devo da dì. Non ci posso fa’ niente.

    ForzaItalia: credo non mi sia fatto capire neanche da te eh… (se vuoi rifare le domande anche se non erano rivolte a me). Però ti chiedo un italiano elementare. Sai, per avere 4 anni è già tanto che riesca a scrivere e leggere qui.

    Rispondi

  248. Francesco Gerardi ha scritto:

    con credibilità che si intende? L’Ultimo Uomo è un sito splendido (miglior sito d’approfondimento sportivo d’Italia, ottimo anche sulla cultura pop, fondato dal miglior giornalista sportivo italiano: Daniele Manusia)

    Sulle recensioni e la credibilità.
    Che L’Ultimo Uomo possa essere o meno un sito splendido, non sta a me dirlo (chi sono per giudicarlo?) e mi fido di te che lo conosci già. Che sia il miglior sito “sportivo” ho dei dubbi, perché mi sembra di non aver trovato molti articoli di rugby, nuoto/pallanuoto e basket (per dire i tre sport che seguo io, ma ci fossero anche gli altri sport) e l’unico è un articolo appena sufficiente sul Sei Nazioni di quest’anno. Mi pare sia più calciofilo che sport in generale. Per carità, ora che me lo hai detto, se posso ci darò un occhiata, il calcio mi piace moderatamente e tifo anch’io per una squadra, il BVB (impropriamente conosciuto come Borussia Dortmund). Quindi di giudicare il dito, dopo che ho scritto in lungo e largo che dovremmo guardare e giudicare la luna, non è affar mio.
    Le recensioni non sono credibili perché, sinteticamente (metto i numeri per recensione).
    1. si può riassume tutta con “ho iniziato a vedere TD perché mi hanno parlato di di Ligotti, ma ho visto che di Ligotti non ha nulla, quindi che schifo che è sto TD”. Il bello è che se avesse sfruttato TD per parlare di Ligotti ci avrebbe restituito un egregio servizio culturale, facendoci approfondire l’autore Ligotti e spiegandoci che non molto in realtà di Ligotti è finito nel modo che sarebbe corretto in TD. Oh, ha anche provato a farlo, però poi non ha voluto rinunciare alla battutina finale che toglie ogni credibilità.
    Ed è la meno peggio. Pensa le altre.

    2. questa è fantastica: dequalifica, senza specificare (attenzione, il trucco è qui), la commistione di generi, usando parole in luogo di altre, che assumono un sarcasmo costante, quasi a delegittimare pure gli estimatori. Il bello è che potrebbe anche avere ragione, mica no, solo che la sua impressione personale è elevata a concetto tecnico (“Non è un buon…” e così via) e non contento si mette a proporre questioni produttive in malafede o no, giungendo all’unica conclusione non scritta, che TD è un bluff. [poi si meravigliano alcuni miei interlocutori nella vita reale che io non leggo mai la critica… con questi campioni di “io so come si fanno le cose, ma preferisco dirlo agli altri” è tempo che non si potrà mai recuperare nella vita, quindi chi me lo fa fare? Per fortuna c’è internet così non tagliano gli alberi per dargli spazio sulla carta].

    3. (le hanno messe in ordine di qualità decrescente, vero?) sto Manusia sarà pure il nuovo Brera, ma se scrive di calcio così, state offendendo il buon Giuanin… :-D
    Dunque – lo hanno fatto già notare – se scrivi (sottolineato!) “non è neanche una serie bella da vedere e basta” non c’è nemmeno la luna in questo caso. C’è solo un’immensa puttanata scritta forse per fare il fighetto, forse no, ma che resta scritta e nel leggerla posso solo farmi una risata. E il bello che la recensione è tutta qui. Non è che ora posso analizzare qualcos’altro. Ha scritto solo cazzate. Che gli vuoi dire. La luna qui non c’è proprio.

    4. Non che si comprenda un granché, a parte sapere che ha un Mac di mamma Apple e usa Anteprima e gioca a GTA. E poi se ne esce, coniglio dal cilindro: “i personaggi erano troppo poco scritti per essere interessanti (soprattutto Rust)”. -.-‘
    Ma se TD tutto può avere come difetto, tranne che la costruzione di Rust: stiamo proprio all’ABC della creazione del personaggio. Forse è meglio se legge qualche manuale in più e gioca meno a GTA.

    5. Il top. Questa qui è insuperabile. Dunque, parte parlando di HBO e finisce parlando di HBO (nel mezzo facendoci sapere che non è granché questo TD e ribadendolo nella chiosa finale): ci fa sapere che era bella la golden age (sì, lo sappiamo) e poi ci dice che ora fa schifo (se per questo, io penso che il triumvirato attuale è composto da incapaci e che TD, insieme a GOT, sia un incidente di percorso).
    Ok. Senonché, leggendo, arrivi a GOT e leggi aggettivi come “ridicolo” e lo paragona a Beautiful, senza instillare un vero perché e usando un tono linguistico del tipo (sei fesso tu se pensi che GOT è grande serie). E poi crea tutto il suo meccanismo giudicante, sul fatto che l’HBO attuale è scarsa. E vabbè, anche Starz è una emittente tamarra e inguardabile, tranne poi azzeccare Black Sails. Potremmo rimanere nel merito? Boh. Questa è proprio la recensione più hipster.

    Non mi meraviglia la luna indicata: sono tutti, in un modo o nell’altro, in orbita VICE, quel luogo del giornalismo italiano 2.0 tutto incentrato sul non sembrare hipster ma che lo è fino in fondo.
    Se True Detective fosse stato totalmente snobbato dal pubblico e non ci fosse stato un riscontro anche sui social (guardate su twitter per il finale, il 90% dei piccoli giudizi in 145 caratteri erano positivi), non avremmo letto – o almeno non ci sarebbe stata nessuna fretta a scrivere – recensioni del genere.

    Guarda, Francesco, che loro possono aver ragione e io torto. Sono un seguace di Tocqueville e pertanto “non condivido ciò che dici ma sono disposto a morire pur di permetterti di dirlo”. Però c’è una lingua, l’italiano, che se usata malamente come faccio io qui nei commenti, è un conto, se invece è in una recensione (o articolo) si suppone, se non amatoriale, che sia usata con cognizione di causa. E ciò che hanno scritto i 5 recensori è a credibilità zero, perché l’italiano che hanno usato non lascia dubbi: la loro non è una costruzione semantica e tecnica di ciò che hanno visto, decriptandola e restituendola a chi ha meno strumenti di loro (si suppone questo debbano fare i critici) semplificata. No, i loro scritti sono un mucchio di giudizi a caso che avrebbero potuto dare pure il mio vicino di casa quando porta a passeggio il cane. E non l’ha nemmeno visto.

    P.S. proprio perché mi piace guardare la luna, non il dito, colui che ritengo la miglior penna 2.0, cioè Quit The Doner, ha scritto una recensione proprio su VICE. L’unica che ho letto, tra l’altro. E ha scritto un mucchio esagerato di fesserie (lui ha attribuito a TD di essere veramente hipster). D’altronde le avvisaglie che di tutto può e deve occuparsi, tranne che di cinema/serie c’erano già state con la sua recensione a Breaking Bad, quando non ha resistito e ne ha paragonato il finale con quello dei Soprano, commettendo due errori. Il primo di significato: non mischiamo la terra con il cielo, come si usa dire. Il secondo, di significante: non ha capito il finale scritto da Chase.

    Rispondi

  249. oddio, se VICE è l’origine di certi siti, Zeus me ne liberi. non consoco un sacco di nomi di Ultimouomo, di calcio non ne so nulla e quindi non entro nemmeno nel merito (magari in quel campo scrivono ottime cose), ma è un sito dove Francesco Costa (l’unico che conosco bene) ha scritto che 12 years slave è un grandissimo film. e Francesco Costa di cinema ne sa meno di me (e ce ne vuole :D ), per la cronaca. e fa il tuttologo di professione.

    non basta una bella lingua italiana (che pure è apprezzabile) per parlare di grandi contenuti, eh?
    ah, una cortesia (semi-seria) che chiedo: moratoria internazionale sul termine hipster. non fosse altro perchè nel resto del mondo non ne parla più nessuno e solo nel nostro provincialissimo paese si può ancora pensare che cacciare “hipster” in un qualsiasi discorso abbia senso/sia figo/sia contenuto. ;)

    Rispondi

  250. @ Pogo:
    Voltaire. Non Tocqueville.

    Rispondi

  251. ah, piccolo p.s. : Quit The Doner ha scritto (ormai tempo fa) un paio di cose belle, divertenti e originali. ha avuto successo (perchè erano oggettivamente originali, soprattutto nella forma) e ora riscrive la stessa cosa ad oltranza. e dietro lui tutta quella galassia di cui Pogo ha parlato molto meglio di me e di cui Ultimouomo è uno dei vari pianeti.

    aridatece Brera e Berselli.

    Rispondi

  252. melania ha scritto:

    Voltaire. Non Tocqueville.

    ops. -.-‘
    Hai ragione.
    [mi rimando a settembre in filosofia da solo ;-) ]

    dory ha scritto:

    non fosse altro perchè nel resto del mondo non ne parla più nessuno e solo nel nostro provincialissimo paese si può ancora pensare che cacciare “hipster” in un qualsiasi discorso abbia senso/sia figo/sia contenuto

    Io sono d’accordo con te (anche se non parlarne più non vuol dire il fenomeno sia proprio scomparso, visto che proprio la HBO ha ancora in produzione una roba inguardabile come Girls per rimanere alle serie tv e a mamma HBO): però ti invito a recuperare la recensione di Quit The Doner su VICE e vedrai l’accusa diretta a TD di essere la prima vera serie tv hipster.

    Rispondi

  253. Ciao a tutti, leggo sempre con piacere i commenti su questo sito. Non ho mai avuto il tempo per scrivere qualcosa ma mi son detto che per questa serie dovevo farlo!
    Personalmente ho trovato TD appassionante come pochI, non sono un grande esperto di “tecnica”, ma mi limito al mio soggettivo godimento per tutte le puntate. L’ interpretazione dei 2 protagonisti, le musiche, la sceneggiatura, l’ ambientazione. Era dai tempi del mitico Twin Peaks che non mi facevo coinvolgere così da una serie televisiva.

    Anche io inizialmente sono rimasto spiazzato dal finale, forse leggermente deluso, ma a mente fredda concordo con chi diceva che questo era il finale migliore per la storia che ci è stata raccontata. E mi sono ritrovato molto in alcune recensioni (come quella di

    @Pogo: qualcuno che sa scrivere con semplicità concetti e temi molto difficili e profondi. Davvero la più bella tra le recensioni, ti faccio i miei complimenti!

    Ma grazie a tutti perché sono riuscito a “prolungare” il piacere di discutere e riflettere leggendo e rileggendo tutti i commenti di cui sopra.

    Questa serie già mi manca… ne approfitto quindi per chiedere un consiglio a chi vorrà darmelo. Avete qualche suggerimento da darmi rispetto a serie del passato che possa recuperare? (non sono un appassionato da moltissimo tempo e ho visto ben poco, se non negli ultimi 2 anni). Per limitare il campo, oltre a questa, mi sono piaciute molto “The Killing”, “Homeland” “, “House of Cards” (sono alla seconda stagione) tra le ultime e alcune inglesi (Broadchurch” , Rectify”, “The Fall” ecc. . Se fossi OT chiedo venia. Un saluto a tutti!

    Rispondi

  254. Setteditroppo 20 marzo 2014 at 17:16

    Angelo ha scritto:

    Questa serie già mi manca… ne approfitto quindi per chiedere un consiglio a chi vorrà darmelo. Avete qualche suggerimento da darmi rispetto a serie del passato che possa recuperare? (non sono un appassionato da moltissimo tempo e ho visto ben poco, se non negli ultimi 2 anni). Per limitare il campo, oltre a questa, mi sono piaciute molto “The Killing”, “Homeland” “, “House of Cards” (sono alla seconda stagione) tra le ultime e alcune inglesi (Broadchurch” , Rectify”, “The Fall” ecc. . Se fossi OT chiedo venia. Un saluto a tutti!

    anche io ho due anni di vera passione alle spalle e ho fatto in tempo a recuperare serie ormai storiche che non si possono non vedere e che io ho amato, e sulle quali c’è consenso quasi unanime (restando più o meno a questo millennio eh…). Eccole : Breaking bad, the wire, OZ, Soprano e, se ti piace il genere, Battlestar Galactica
    Buona scorpacciata!

    Rispondi

  255. @ Setteditroppo:

    Grazie mille! Di Breaking Bad ne ho sentito parlare moltissimo ma ho visto le prime 2 puntate e non mi avevano entusiasmato, non mi sembrava il mio genere (anzi non “ci”, perché mia moglie è la mia complice compagna di viaggio anche per quanto riguarda i serial). Dici che è da riprendere? Di solito o mi prendono subito.. ma magari mi sto perdendo qualcosa!

    Rispondi

  256. @Angelo
    Le prime 3,4 puntate di Breaking Bad sono un po’ lente,dopo diventa una droga

    Rispondi

  257. @ Angelo:
    angelo, se posso permettermi, rectify non è inglese, ma americana. per me è molto bella e profonda.
    ti consiglio, se ti sono piaciute le serie inglesi, southcliffe, cupo, violento e riflessivo quel che basta.
    recuperati anche sherlock, case histories, endeavour, great expectations del 2011, scott and bailey, prisoners wives, the crimson petal and the white, vera, the hour, judge john deed. se vuoi ridere facile the wrong mans e swiss tony (questa è difficile da trovare), se vuoi rituffarti nei sedici anni, my mad fat diary. e, mi raccomando, this is england, dal film alle serie.
    queste sono solo alcune e solo inglesi. ne hai per un bel po’.

    Rispondi

  258. @Osio:

    non escludo di riprenderla, allora!

    @alessandra:

    Ops. Hai ragione, è americanissima…! Bella, vero? Grazie anche per gli altri consigli, ora ho l’ imbarazzo della scelta. Complice il week end piovoso che si prospetta dalle mie parti, credo che ne inizierò un paio. Sherlock lo sto già seguendo, non male ma non tra le mie preferite.

    Grazie ancora!

    Rispondi

  259. melania ha scritto:

    @ Pogo:
    Voltaire. Non Tocqueville.

    In realtà quella frase non è neanche di Voltaire ;)

    Rispondi

  260. Francesco Gerardi ha scritto:

    @ Ashja:
    no, non mi aspettavo il sovrannaturale. Semplicemente, mi aspettavo un villain migliore di Erroll, una personificazione del Male più complessa e dettagliata del villico incestuoso e panzone che ha subito violenze da piccolo e quindi ora è violento lui. Mi sembrava TD volesse parlare del Male in maniera meno dozzinale. Però, vabbe’, mi so’ sbagliato.

    Se posso permettermi direi proprio che si ti sei sbagliato, è meglio che la rivedi questa serie. :)

    Quando finisce la fase degli interrogatori dei due detective che indagano su Rust e Marty, la narrazione si ricollega con il presente e il puzzle si compone perfettamente. Si tratta di una lunga inchiesta durata 17 anni, assistiamo a false piste, depistaggi, insinuazioni di tutti i tipi ma la conclusione non lascia ne buchi e ne dubbi.
    Rust lo dice che combattono una lotta persa, del resto è la storia più vecchia del mondo: la luce contro le tenebre.
    Le sette sataniche, i bambini, ‘l’uomo nero’ nascosto nei boschi, purtroppo il male non muore mai, rinasce continuamente, per questo non si può sconfiggere. Infatti Errol non è altro che una delle tante facce del male…

    SECONDO ME, In questa serie, il caso del serial killer è importante tanto quanto l’evoluzione delle vite dei protagonisti e dei loro rapporti personali.
    La cosa bella di “True Detective” è che Rust e Marty non sono supereroi ma semplicemente due uomini che mentre indagano, lottano contro i loro stessi demoni e anche loro devono fare i conti con le loro ombre le loro paure.
    Mi piace che alla fine sia proprio Rust (lo scettico) a ritrovare un po di fiducia nel mondo.

    Se penso alla bellezza dei dialoghi, delle musiche, delle inquadrature e alla bravura degli attori non posso fare altro che sperare in almeno altre 1000 di queste serie!

    Rispondi

  261. Angelo ha scritto:

    Grazie mille! Di Breaking Bad ne ho sentito parlare moltissimo ma ho visto le prime 2 puntate e non mi avevano entusiasmato, non mi sembrava il mio genere (anzi non “ci”, perché mia moglie è la mia complice compagna di viaggio anche per quanto riguarda i serial). Dici che è da riprendere? Di solito o mi prendono subito.. ma magari mi sto perdendo qualcosa!

    Breaking Bad cresce di episodio in episodio e di stagione in stagione. Porta sempre avanti la storia al contrario di tante altre serie che s’afflosciano su se stesse.
    Ma lo stile è completamente diverso da quello di True Detective. Direi antitetico.

    Rispondi

  262. @ Angst:
    Insisto con Voltaire al quale si attribuisce per universale, ovvia – e ormai abusata e priva di forza concettuale – “summa” di pensiero, anche se mi pare che la riporti una sua biografia, facendo riferimento alle “Lettres Persanes”. Mi scuso ma ora non ho tempo di controllare. Comunque mai Tocqueville che una frase del genere, così buonista – sarai d’accordo con me – non avrebbe potuto neppure concepirla: semmai qualche buona regola. Scusate l’OT, ma non si era sostenuto che si parla solo delle cose che si sanno bene? (Concetto che trovo abbastanza sciocco da applicare in questa sede e con il quale non sono d’accordo, ma ora davvero è tardi e sono costretta a tirar via).

    Rispondi

  263. Mille volte scusa: ovviamente non sono le Lettres Persanes (Montesquieu), ma le Lettere inglesi (o filosofiche) di Voltaire medesimo. Ci ho ripensato mentre ero al semaforo: la mattina non è il mio forte e la fretta genera turbe che manco Rust Cohle…

    Rispondi

  264. @Pogo, ho recuperato la recensione e mi conferma qualcosa che penso ormai da un po’ di tempo: i vari siti/blog di giornalismo/cultura (nel senso più ampio del termine) sono stati per così dire inventati in linea di massima da una certa generazione di autori, non scemi, di una precisa generazione (diciamo 35/45)

    ora, ogni generazione ha un suo linguaggio, un codice, per cui scrive GTA e tutti i suoi coetanei o più giovani capiscono. io che sono carampa la prima votla in cui l’ho letto ho dovuto andare in cerca sulla wiki. in compenso io potrei usare altre parole che un mio qualsiasi coetaneo capirebbe al volo ed altri no.

    il problema è quando tu, dopo esserti inventato il tuo sito (anche Serialmente può essere un esempio), dopo anni ancora parli ed utilizzi solo quel codice. perchè a quel punto ti leggono tutti, di ogni età e quindi di ogni codice linguistico-pop. sei bravo se riesci a fare il salto e ad andare oltre.

    nel caso di questa recensione invece l’autore parla ancora e sempre solo ai “suoi”. già nelle prime righe parla di orrore per lo sceneggiato italiano. errore grave. o parli di orrore per la fiction italiana (e allora siamo nell’ambito di quello che viene prodotto negli ultimi 15 anni o giù i lì), oppure quell’orrore non esiste. perchè “lo sceneggiato” è quello di Anton Giulio Majano e simili della mia infanzia ed adolescenza, ed erano prodotti coi contro cavoli, sia che fossero i classici della letteratura trasportati in video, sia che fossero soggetti nuovi (A come Andromeda, Lungo il fiume e sull’acqua e tanti altri).

    parla di Rust come di “nerd”. ora, qualcuno mi spiega cosa c’è di nerd in Rust? il fatto che sia preciso e pignolo nel suo lavoro? il fatto che abbia poche relazioni sociali? ma Rust è quello infiltrato nell’antidroga, è quello che si sbronza per l’anniversario delal morte della figlia, ma va a cena da Marty coi fiori per la moglie. è quello che infatti accusa Marty di essere un emerito idiota a trattare così Maggie, perchè ha un culto degli affetti e dei sentimenti. di quelli veri però. ecco, anche qui VICE usa un linguaggio suo (e nemmeno così preciso), che è accattivante per un certo tipo di lettore.

    ancora: sfotte Rust dicendo che alla fine nella vita reale uno così lo guardi con compatimento e ti senti tanto meglio se sei parte della tipica famiglia. allora com’è che Marty e Maggie lo considerano e fanno di tutto per integrarlo nella comunità? viene detto nel pilot da Marty nel 2012. Rust è “attento e bravo”. Maggie, interrogata a sua volta, lo definirà “una brava persona”. è questo il motivo per cui non viene isolato come il matto del villaggio, perchè esiste un’accettazione degli altri derivata dalla profonda stima che gli altri hanno di lui. anche se è un tritapalle infinito :D
    ma Quit The Doner non è abbastanza grande per sapere che si fa così nella vita, da una certa età in poi. e parla a quelli di 35 anni e basta.

    definire hipster un’estetica che pesca a piene mani dai noir più classici (ma solo io vedevo tanto Robert Mitchum o Bogart? spero di no) significa aver guardato True Detective in modo limitato, per l’appunto solo dal punto di vista quel circolino generazionale che non sa abbandonare i SUOI riferimenti culturali.

    qui su Serialmente per fortuna troviamo The Wire, ma anche Dante e Conrad e tanto altro. ecco la differenza. :)

    Rispondi

  265. melania ha scritto:

    @ Angst:
    Scusate l’OT, ma non si era sostenuto che si parla solo delle cose che si sanno bene? (Concetto che trovo abbastanza sciocco da applicare in questa sede e con il quale non sono d’accordo, ma ora davvero è tardi e sono costretta a tirar via).

    Non ho capito, è sbagliato parlare solo di cose che si conoscono bene? è questo che stai dicendo?

    La rete è molto democratica, permette a tutti di esprimersi liberamente, e direi che in linea di principio è una bella cosa.
    Tuttavia non ci si dovrebbe mai dimenticare le buone maniere (spesso invece succede) e bisognerebbe anche riuscire a limitarsi ad esprimere giudizi e opinioni senza per questo volersi dimostrare a tutti i costi TUTTOLOGI, perchè a volte si RISCHIA IL RIDICOLO e si leggono dei post che sono talmente supponenti da sembrare PARANORMALI!

    @Melania, non mi riferisco a te, che neanche conosco, parlo di un concetto in generale, mi sono semplicemente collegata a quanto da te affermato. :)

    Bisognerebbe tenere bene a mente che esistono due modi di giudicare. Uno è quello del critico o meglio di un addetto ai lavori, il quale per cultura si esprime tenendo conto di molti fattori (che non è un dettaglio) ovvero gli studi, il metodo i molti libri letti ….tutti elementi che gli permettono di poter giudicare perchè ha la competenza per farlo.

    Il secondo metodo di giudicare è quello della gente comune (noi) Quando finisce uno spettacolo ne parliamo con gli amici per il piacere di condividere un pensiero. Il giudizio può essere negativo o positivo ma non sarebbe male riuscire a esprimersi mantenendo sempre un certo buonsenso.
    Ora invece noto che i pareri contrari ai nostri sono mal tollerati ….e allora nasce il disastro. Tutti ritengono di esprimere pareri più auterevoli di quelli degli altri. Generalmente chi non la pensa come noi , dentro le righe, fuori le righe sopra le righe …è un cretino.
    Così si finisce per leggere cose davvero spiacevoli. Speriamo che prima o poi si ritrovi il buonsenso insieme al diritto di dire “mi piace” “non mi piace” senza dover per forza litigare o dover leggere sermoni intollerabili che dovrebbero avere lo scopo di convincerci.
    Quando questo succederà SE SUCCEDERA’ allora sarà ancora bello tornare a commentare insieme.

    Rispondi

  266. melania ha scritto:

    ma non si era sostenuto che si parla solo delle cose che si sanno bene?

    No. Mai (certo, il mio pessimo italiano avrebbe potuto lasciare qualche dubbio e me ne scuso). Almeno da parte mia, mai.
    Io sostengo, più semplicemente, che per “accusare” o “sostenere” delle argomentazioni diverse dal “mi piace/non mi piace” non sarebbe male sapere di cosa si parla.
    Infatti non mi inserisco nella disputa Voltaire/non tra te e Angst perché non ne so più di tanto. Attribuirla a Tocqueville è stato un lapsus (so benissimo che è sempre stata attribuita a Voltaire, stavo pensando a altro). Se poi sia di Voltaire o meno, non ho le competenze per dirlo e sostenere una conversazione.

    Mi ricollego a ciò che dice Maria Rita: c’è una certa propensione alla tuttologia, grazie alla rete (anche internet ha i suoi difetti). Ed è un male, non un bene. Soprattutto per un paese come il nostro, poco incline ad approfondire argomenti e situazioni.

    dory: ma io condivido tutto ciò che hai scritto. E rientro nel “pubblico” verso il quale si rivolgono questi giornalisti 2.0, quindi non è nemmeno una questione generazionale. Si tratta proprio di una predisposizione culturale e mentale.
    E sì, Marty è un po’ il discendente umanizzato dei vari personaggi eastwoodiani, ma Rust è come sarebbe Bogart senza il trench, nel 2014: è il suo diretto discendente. E Pizzolatto ha anche un grosso merito: scrive con un pudore tale, per cui Rust è il discendente, ma non pretende di esserne all’altezza. Cioè, Pizzolatto ha il pudore, di non credersi Hawks/Chandler.

    Angelo: ti ringrazio sinceramente per i complimenti. Per le serie, se ti sei avvicinato da poco, il mio consiglio è quello di recuperare – nel modo più opportuno tu creda, ma rigorosamente in lingua originale – le serie della HBO “golden age”. Iniziando ovviamente con l’insuperabile: Soprano.
    E poi con il trittico The Wire, Deadwood e Six Feet Under. E se reggi la guerra come tematica, le due serie autoconclusive Band of Brothers e Generation Kill, fatte a distanza di 10 anni tra loro.

    Rispondi

  267. ho letto quelle recensioni. bah, ora so che uno di loro fa delle cose con le dita sulla tastiera del suo apple e che ha la fidanzata, mentre un altro fa semplicemente il bastian contrario, come si faceva quando si era adolescenti, per il gusto di farlo. sempre se non mi confondo ed invece è lo stesso recensore. nulla di nuovo.

    sono totalmente d’accordo con ciò che dice dory, sull’età che porta, oltre ad una serie di catastrofi fisiche che non avresti mai immaginato capitassero anche a te (e non mi riferisco alle banali rughe – quelle mi piacciono – ma a cose “da vecchietti”), una sorta di consapevolezza di se e degli altri, si vede oltre l’apparenza, si bada al sodo, si bandiscono le stupidaggini. tutto questo non viene da solo, è quello che si vive, quel che ci è capitato o che abbiamo fatto capitare, che ci conduce a questo stato. (chissà come sarà e saremo fra qualche anno, come saranno le prossime fasi)
    questo è quello che è successo a rust e a marty, anche e soprattutto durante i dieci anni che li hanno separati. non ce ne fanno vedere che degli scorci, ma anche da soli sono molto esaustivi del percorso che hanno fatto e che ha permesso loro di riunirsi, prima per lavoro, poi e soprattutto per amicizia.

    tutto questo per fare l’ennesima domanda: quanto influisce la nostra storia personale sulla visione e la comprensione delle serie televisive? anche perchè gli autori riescono sempre ad infilare qualche dettaglio nella vita dei loro personaggi che curiosamente coincide con dei dettagli nostri.
    questo anche per non incappare nella guerra tra generazioni ed età anagrafiche diverse.

    Rispondi

  268. Pogo ha scritto:

    Angelo: ti ringrazio sinceramente per i complimenti. Per le serie, se ti sei avvicinato da poco, il mio consiglio è quello di recuperare – nel modo più opportuno tu creda, ma rigorosamente in lingua originale – le serie della HBO “golden age”. Iniziando ovviamente con l’insuperabile: Soprano.
    E poi con il trittico The Wire, Deadwood e Six Feet Under. E se reggi la guerra come tematica, le due serie autoconclusive Band of Brothers e Generation Kill, fatte a distanza di 10 anni tra loro

    grazie anche a te per i suggerimenti, vada per il recupero di questa “Golden age” ;)

    Firpo ha scritto:

    Breaking Bad cresce di episodio in episodio e di stagione in stagione. Porta sempre avanti la storia al contrario di tante altre serie che s’afflosciano su se stesse.
    Ma lo stile è completamente diverso da quello di True Detective. Direi antitetico.

    L’ ho messo da parte, per ora. Ma i vostri commenti saranno tenuti in debita considerazione ;)

    buon fine settimana a tutti!

    alessandra ha scritto:

    quanto influisce la nostra storia personale sulla visione e la comprensione delle serie televisive?

    Nel mio caso moltissimo, come per la musica o per i libri!

    Rispondi

  269. @ alessandra:
    io sono totalmente d’accordo con te. Credo che quella recensione l’abbia scritta o una persona molto giovane, o una persona che vuole adeguarsi al tipo di pubblico che pensa di avere. Nel primo caso sono indulgente al massimo, nel secondo un po’ meno. E NON perché le persone non abbiano diritto alle loro opinioni, ci mancherebbe, ma per quello che avete già detto voi: per il modo di argomentare, e per le motivazioni portate a supporto delle proprie opinioni.
    anch’io penso che per determinate opere, l’apprezzamento o meno dipenda spesso da questioni anagrafiche e/o dal background culturale. Non intendo che chi non ha apprezzato questa serie abbia una cultura “bassa”, proprio per niente. Intendo che probabilmente il noir non rientra tra i suoi generi preferiti. Io ho iniziato a vedere film noir da quando ero piccola (era stramba, lo so), e dopo ho proseguito con i libri. “Il lungo addio” di Chandler avrà sempre un posto d’onore nella mia libreria, insieme a tanti altri testi che non sto qui a citare. Tutto questo per dire che i temi del noir mi sono cari e familiari, e in questa serie li ho ritrovati tutti. Ma dico io: senza bisogno di scomodare Chandler, e restando sui contemporanei, ma almeno chi critica in quella brutta maniera lì, ha mai letto un romanzo di Ellroy? O di Lansdale? O di Crumley? O si è letto soltanto Thomas Harris pensando che fosse un autore noir (non lo è)?
    Non è un caso che Pizzolatto abbia scritto un noir (Galveston) e che soprattutto sia stato docente di Letteratura all’Università. Non è un caso, perché il fatto che conosca benissimo il genere in cui si muove, al punto da potersi permettere una certa destrutturazione, per me si vede eccome.
    poi, per riallacciarmi più compiutamente a quel che dici tu, anche se una persona non dovesse avere familiarità col genere noir, il fattore generazionale diventa importante. I protagonisti del noir non sono mai giovincelli, sono sempre persone a cui la vita ha già dato i suoi bei calci nei denti. La redenzione, il riscatto, oppure l’ennesimo calcio nei denti, nel noir in genere avvengono per vie che chi ha già vissuto abbastanza conosce, e sente come familiari. Chi ha vissuto di meno (per ragioni anagrafiche) spesso non “sente” i temi della disillusione, del tempo che ci cambia, e dice: tutto qua? perché queste persone sono portate ad aspettarsi altro, magari i fuochi d’artificio. Ma il noir non è fuochi d’artificio. Come avevo scritto nella recensione del pilot, il noir d’autore prende spunto da un crimine, e poi ti parla d’altro. Questo “altro” è la condizione umana. Che qualcuno molto giovane se ne freghi di ciò e mi venga a dire che ne so… che TD ha fallito perché Marty non ha trovato la testa di Maggie in una scatola, o perché Childress non si faceva i vestiti in pelle umana e così via, io lo capisco.
    ma per quanto riguarda il fatto che Pizzolatto non abbia fatto un lavoro straordinario all’interno del genere in cui si muove, questo no. Questo, conoscendo il genere, secondo me non si può dire.

    Rispondi

  270. Daniela G. ha scritto:

    Io ho iniziato a vedere film noir da quando ero piccola

    alle elementari, anni ’70, ero l’unica bambina della classe che rimaneva sveglia dopo il carosello per vedere “il film”, che di solito era il lunedì sera, con il mio papà. e allora scorpacciate di western, guerra e quelli che chiamava polizieschi. poi lui leggeva i gialli e me li passava.

    che poi, a ben vedere, il giallo è confortante, la soluzione si trova; il noir è angoscia, cupezza, disillusione.

    Rispondi

  271. @ alessandra:
    anch’io sono stata “iniziata” ai noir da mio padre, che li amava molto. Quando ne davano uno in TV lo seguivo sempre con lui, che ringrazio per non avermi mai detto che non erano cose adatte ai bambini (e così è stato con i film horror). Il noir di solito viene considerato un genere “da maschi” (a differenza del giallo), ma insomma come si vede non è sempre vero, basta avere l’input giusto XD

    alessandra ha scritto:

    che poi, a ben vedere, il giallo è confortante, la soluzione si trova; il noir è angoscia, cupezza, disillusione.

    sottoscrivo.

    Rispondi

  272. Daniela G. ha scritto:

    “Il lungo addio” di Chandler avrà sempre un posto d’onore nella mia libreria, insieme a tanti altri testi che non sto qui a citare.

    Non è edificante dirlo, ma io non ho letto il libro…in compenso ho goduto del film di Altman, con un Eliot Gould, nei panni di Marlowe, fantastico. Amaro, beffardo e..sì, un calcio nei denti come dici tu.

    https://www.youtube.com/watch?v=Z6a5CEOx2zw

    Rispondi

  273. @ Nenoneno:
    “Arrivederci, amigo. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio quando ero triste, in un momento di solitudine e quando sembrava definitivo”
    l’amicizia virile è uno dei temi più trattati nel noir, e “Il lungo addio” ne è proprio la celebrazione elegiaca. Poi, se qualcuno mi viene a dire che se ne frega del rapporto tra Rust e Marty e che le scene finali sono deludenti, io gli rispondo: ok amigo. Ma se sei entrato in macelleria e non hai trovato il pesce, forse non hai letto bene l’insegna.
    e con questa “perla” chiudo, per oggi ho straparlato abbastanza XD

    Rispondi

  274. 275 post. A confronto, una delle serie a mio parere piu innovative del 2013, Utopia, venne commentata da circa 35 anime. Serie che non hanno nulla in comune tra loro , destinate probabilmente ad un pubblico diverso, ma questo divario la dice lunga sul coraggio di proporre qualcosa di nuovo, TD non rischia nulla, cerca consenso nel pubblico colto ( o che tale ritiene di essere solo perchè riconosce l’autore di una citazione ) come nel pubblico diciamo piu semplice .Il termine forse piu appropriato sarebbe ruffianeria . Fare buona tv con un occhio ben attento al business. Nulla di male se i risultati sono questi comunque

    Rispondi

  275. @ Maria Rita:
    Vedo solo ora: ovviamente la mia era una leggera e sorridente polemica con Pogo, che infatti l’ha capito benissimo e benissimo risponde nel merito. Su tutto il resto non so, dici che non ti riferisci a me, ma mi sembra che un po’ sì e non capisco perché: io sono proprio lo spettatore medio appassionato e attento, che in questa sede legge praticamente tutti i commenti, qualche volta dice la sua abbastanza educatamente (mi piace/non mi piace, o giù di lì o poco più) e si guarda bene dallo sproloquiare quando le cose non le sa. In effetti qualche volta indulgo al cazzeggio ma, come mi è capitato di dire qualche volta, imparo anche un sacco di cose dagli interventi di chi ha studiato meglio certe tematiche specifiche: al più può capitare, sarà consentito, di non trovarli tanto interessanti… Magari fossi “tuttologa”, mi piacerebbe moltissimo!

    Rispondi

  276. @ melania:

    Quella frase è della scrittrice Evelyn Beatrice Hall, che si scuserà per averla attribuita a Voltaire:

    «The phrase “I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it” which you have found in my book “Voltaire in His Letters” is my own expression and should not have been put in inverted commas. Please accept my apologies for having, quite unintentionally, misled you into thinking I was quoting a sentence used by Voltaire (or anyone else but myself).»

    Rispondi

  277. @ Angst:
    Che dire? Chapeau! Spero che la preside della scuola dove insegno lettere non segua Serialmente… Comunque vado a controllare.

    Rispondi

  278. Odino ha scritto:

    275 post. A confronto, una delle serie a mio parere piu innovative del 2013, Utopia, venne commentata da circa 35 anime. Serie che non hanno nulla in comune tra loro , destinate probabilmente ad un pubblico diverso, ma questo divario la dice lunga sul coraggio di proporre qualcosa di nuovo, TD non rischia nulla, cerca consenso nel pubblico colto ( o che tale ritiene di essere solo perchè riconosce l’autore di una citazione ) come nel pubblico diciamo piu semplice .Il termine forse piu appropriato sarebbe ruffianeria . Fare buona tv con un occhio ben attento al business. Nulla di male se i risultati sono questi comunque

    io ho apprezzato molto Utopia (anche se ammetto che sapere di una seconda stagione mi ha fatto un po’ rizzare la pelle) e ho apprezzato altrettanto True Detective, ovviamente per motivi totalmente diversi.

    se True Detective ha riscosso così tanti commenti, credo sia perchè tratta tematiche più universali e perchè coinvolge/commuove di più.
    non uso a caso il termine commozione, intendo dire che True Detective è una serie in cui i personaggi sono tutto e in qualche modo sono per noi riconoscibili, possiamo più o meno identificarci, ma di sicuro ci dicono e danno emozioni.
    in Utopia c’è la storia, ci sono i colori pazzeschi, c’è lo splatter, la cattiveria e tanto altro, ma i personaggi sono (volutamente) grotteschi ed esagerati, ognuno a modo suo.
    guardiamo la serie, ci paice (tanto, per quanto mi riguarda), ma non c’è nulla di me in Jessica Hyde o gli altri.
    in Rust, Marty, Maggie sì.

    non è questione di invenzione e novità o meno.

    Rispondi

  279. @ melania:
    NON ERA proprio nelle mie intenzioni, rivolgermi a te,quando parlavo di TUTTOLOGI, se così è sembrato, allora mi sono espressa male e in tal caso ti prego di scusarmi.
    I tuoi commenti insieme a quelli di molti altri utenti sono molto interessanti, è per questo che anche io scrivo quà, perchè SERIALMENTE è un bel “luogo” dove confrontarsi.
    Ho letto alcuni post che mi avevano maldisposto, perchè ho avuto più che altro la sensazione che invece di avere uno scambio di idee, piuttosto si volesse “litigare” e così ho detto anche io la mia.
    Sono stata istintiva, ma probabilmente avrei dovuto evitare. :)

    Rispondi

  280. Daniela G. ha scritto:

    ha mai letto un romanzo di Ellroy?

    Daniela G. ha scritto:

    Ma il noir non è fuochi d’artificio

    Ma non è detto sai, in Ellroy i fuochi d’artificio ci sono eccome!

    Tra l’altro, piccola curiosità, Ellroy non ama molto Chandler.

    «Cominciamo dai maestri. I miei sono un italiano e due americani. Giorgio Scerbanenco, Raymond Chandler e James Ellroy. I suoi?
    Per me sono Dashiell Hammett e Don De Lillo. Il suo “Libra” è la diretta ispirazione di “Sei pezzi da mille”.

    E Chandler, niente?
    No. Chandler scriveva trame poco plausibili, che spesso non tornavano. Era più che altro concentrato sulle stile. Scriveva dell’uomo che avrebbe voluto essere. Hammett invece scriveva dell’uomo che aveva paura di essere.»

    In parte avete anche ragione eh, però questo non toglie che anche chi conosce il genere noir potesse aspettarsi qualcosa in più dal finale; tenendo presente che secondo me True Detective è comunque una gran bella serie e mi è piaciuta.

    (Non sto difendendo la recensione di VICE, quella effettivamente fa cagare come tutto il sito del resto)

    Rispondi

  281. RecensioNi superlative anche se troppo ricercate per i miei gusti. Era tutto estremamente perfetto e dettagliato. True detective è come un pugile con un guanto di velluto…

    Rispondi

  282. Daniela G. ha scritto:

    Ma se sei entrato in macelleria e non hai trovato il pesce, forse non hai letto bene l’insegna

    ma questa è veramente una perla!

    Odino ha scritto:

    ma questo divario la dice lunga sul coraggio di proporre qualcosa di nuovo

    Un ragionamento che non capisco. Il fatto che qualcosa sia “nuovo” non è necessariamente coincidente con “buono” (non sto giudicando Utopia, sto dicendo in generale).

    Angst ha scritto:

    però questo non toglie che anche chi conosce il genere noir potesse aspettarsi qualcosa in più dal finale

    Concordo. Solo che non si può accusare Pizzolatto (in quanto sceneggiatore unico) di aver mancato nella costruzione di sceneggiatura o struttura.
    Si può sostenere, tranquillamente, che il finale non è stato soddisfacente perché… (inserire motivo a piacere).

    Ellroy mi piace (L.A. Confidential soprattutto), ma Chandler è un faro per me. ;-)

    Rispondi

  283. X Pogo

    Il mio post verteva sulla capacità e sul coraggio ( fare serie tv costa parecchio) di innovare un genere e sull’impatto che puo avere sui telespettatori.
    Ho scelto come confronto 2 serie tv usando come “indice di interesse” il numero di post.
    Nuovo non è automaticamente buono come “vecchio” ( classico ) non è necessariamente noioso, questo mi sembra banalmente ovvio.

    Rispondi

  284. Daniela G. ha scritto:
    Francé, scusa se mi intrometto, ma è solo per dire che secondo me Rust e Marty il caso lo potevano risolvere solo nel 2012. Nel ’95 tra loro 2 c’era una distanza siderale, l’unico momento di connessione ce l’hanno quando ammazzano Ledoux. E lì credono di avere chiuso il caso. Nel 2002 sono più vicini tra loro, ma ancora non abbastanza. Poi Rust ascolta la confessione di quel tale, ma Marty non gli dà credito e poi interviene la faccenda di Maggie. Marty ancora non è pronto ad ammettere che molto sia colpa sua, e Rust pensa di potercela fare da solo. Arriviamo al 2012, quando finalmente gli anni in più, le sconfitte, hanno avvicinato i 2 personaggi, pure se non si vedevano da 10 anni. La prima cosa che dice Rust è “ho bisogno di te”. e Marty stavolta è pronto a dargli una mano, perché è solo, perché non ha più un vero scopo (e poi vede la cassetta). adesso è il momento per risolvere la faccenda. e non è un caso che l’illuminazione ce l’abbia Marty. Ha imparato a pensare in modo diverso, meno down to earth, e Rust ha imparato a chiedere aiuto. quindi sì, il caso inizia nel ’95, ma tutti e 2 non erano pronti a vedere oltre, quindi lo chiudono. E anche qui non è un caso che Rust abbia visto Childress nel ’95 e non gli abbia prestato la debita attenzione. Nel 2012 finalmente loro 2 sono la combinazione perfetta, grazie ai loro percorsi individuali, e possono “vedere” quello che prima non vedevano. quindi diciamo che sì, il caso si dipana per tutti questi anni, ma parallelamente alla capacità di “visione” che acquistano i 2. ovviamente, tutto ciò rigorosamente IMHO.

    SECONDO me, anche in virtù di ciò che Pizzolato intende per circolarità degli eventi, i due momenti hanno la stessa valenza. Nell 1995 Rust ha una intuizione solitaria (tanto da ingenerare sospetti), a mio avviso forzata e comunque visionaria, e Marty ammazza Ledoux. Il caso resta insoluto.Ledoux prima di morire dice “Ci rivediamo a Carcosa”.
    Nel 2012 Marty ha una intuizione temeraria frutto di una sorta di brain storming (un po’ tirato) con Rust (fresh, green, le foto). I due ammazzano Errol. Il caso resta insoluto. Errol prima dello scontro con Rust cita Ledoux omaggiandone il ricordo.

    A proposito di rimandi letterari, fonti d’ispirazione e citazioni varie: consiglio la lettura di questo intervento in cui giustamente si cita Durrenmatt. http://www.terranullius.it/home/index.php/recensioni-e-interviste/46-la-biblioteca-essenziale/593-friedrich-duerrenmatt-leterno-enigma-del-colpevole-luciano-funetta.html

    Rispondi

  285. Mi rivolgo a chi non ha apprezzato il finale dicendo che il villa in è troppo semplificato ecc ecc.
    Secondo me non avete capito niente della serie, tanto per cominciare Rust dice che non li hanno ancora presi tutti( i tutte e tutta la setta), che il male è sempre libero e Martin gli risponde che non è in quel genere di mondo che vivono. Quindi alla fine i due detective hanno perso, hanno catturato un braccio di questi assassini, ma non sono riusciti a mettere in scacco tutto il sistema, che comprende enti religiosi, forze dell ordine e governatori.
    Il finale è negativo, sarebbe stato più positivo se fossero morti da eroi, ed invece si ritrovano lì ad ascoltare alla TV che i Tutte non sono colpevoli, entrambi si scoprono perdenti, schiacciati dale loro piccole realtà. Alla fine anche la storiella delle stelle non diventa altro che la storia di riconciliazione con l’universo che Rust accusava agli evangelisti di vendere a menti deboli. Anche lui si lascia andare alle sue speranze e disperazione,credendo che il bene, la luce stiano vincendo sul male.
    Sicché se vi aspettavate un finale con lo spiegone avete sbagliato serie e non avete capito niente dalle altre 7 puntate. Non è la storia di un indagine ma la storia di due uomini.
    In culo a GoT e The Walking Dead, questa è TV di qualità superiore anche a molti film. Forse anche migliore di BB. Una serie con mille sottotesti: il tempo, la morte, la religione, l ateismo, il pessimismo, i bambini,le donne, il potere, il male, la violenza e la crudeltà dell essero umano, la perdita, l amicizia, il folklore e mille altri.
    Una serie bellissima pieno di riferimenti alla cultura pop americana, migliaia di riferimenti all occulto e alla religione e alla filosofia, citazioni di Alan Moore e Morrison. Una serie con un buon ritmo anche se è quasi tutta composta da monologhi e dialoghi. Uno stile narrativo geniale che rende originale la classica storia di un serialkiller. Il pretesto di un’ indagine per parlare di due uomini-mondo agli antipodi per idee e comportamenti, ma così vicini nella loro piccola realtà, per parlare dell angoscia dell esistenza e filosofeggiare sul tempo e la sua ciclicità. Il tutto accompagnato da un’ottima tecnica( 6 minuti di pianosequenza!) e da un’ottima fotografia. Una delle migliori serie di sempre. Bellissima, sofferta e angosciante, con un finale che sembra positivo, ma è tutto l opposto, la rassegnazione di due uomini di fronte al male dei potenti( religione e governo). Un piccolo capolavoro. Ci si potrebbe parlare per giorni.

    Rispondi

  286. Grazie Marco, adesso sì che è tutto chiaro. Alan Moore.

    Rispondi

  287. @ pierluca:
    L ultimo dialogo sulle stelle è palesemente copiato dal volume otto di Top Ten. Lo stesso Pizzolato in in’intervista ha detto di essersi ispirarato a Moore e Morrison per questa miniserie.

    Rispondi

  288. @ Marco:
    Opinione personale: la questione delle fonti e delle citazioni non è indice di qualità di True Detective, anche perché, sempre secondo me, non determinano snodi o svolte narrative decisive e non incidono in maniera coerente sulla atmosfera stessa della serie.

    Rispondi

  289. @ pierluca:
    E’ vero, infatti true detctive è anche un virtuosismo di regia, vi sfido a trovare un pianosequenza di 6 minuti in una serie televisiva, e un campo e controcampo girato come si deve quando Rust e Martin dialogano. A questo punto mi domando cosa si intende per qualità secondo te?
    Secondo me tutto trascende dalla trama, alla fine dei conti film e serie televisive hanno sempre tutte le stessa trama, quindi la qualità si vede dall’originalità nel raccontare, dalla capacità di dirigere il cast, la capacità di usare la macchina da presa in modo eccellente e la capacità di affrontare argomenti forti e pesanti senza mai per questo annoiare o abbassare il ritmo. Una fotografia possente unita ad una regia da manuale( senza contare il cast e la sceta della colonna sonora perfetta) rendono true detective una serie al di sopra della media. Inoltre il tutto arricchito da una struttura solida e da una “presunta” indagine per raccontare l’uomo medio bianco americano.

    Rispondi

  290. @ Angst:
    sì, Ellroy i fuochi d’artificio li usa spesso e volentieri. Ma lui è un caso limite. Io amo la sua scrittura, ma confesso di non amare molto i suoi eccessi, frutto delle sue ossessioni personali.
    cmq, di chi è l’altra “voce” dell’intervista? chi è che dice:
    “Cominciamo dai maestri. I miei sono un italiano e due americani. Giorgio Scerbanenco, Raymond Chandler e James Ellroy”
    no, perché ha citato 3 scrittori che amo molto. Tra l’altro, parlando di italiani, nel 2013 è uscito un noir anomalo: “Principessa” di Calligarich. Le atmosfere sono marcatamente quelle del noir, la trama diciamo che è una rivisitazione di alcune delle figure fondamentali del genere.
    Pogo ha scritto:

    Chandler è un faro per me.

    hai visto che è appena uscito un romanzo di John Banville con protagonista Marlowe? Vorrei leggerlo, ma sono sempre un po’ diffidente verso queste genere di operazioni. Invece l’omaggio di Soriano con “triste, solitario y final” è stato bellissimo.
    @ pierluca:
    grazie per aver linkato quell’articolo, è stata una bella lettura. Anche a me Rust in molti punti ha fatto pensare al protagonista di “La promessa”. Poi vedo che l’autore cita Roberto Bolano, che avevo citato circa 200 interventi fa. Literature is a flat circle XD

    Rispondi

  291. @ Daniela G.:
    Figurati, fa sempre piacere condividere! è un articolo che non condivido del tutto ma comunque è una ottima analisi perché focalizza un aspetto preciso e fuori dagli schemi emersi fin’ora. Mi ricordo il tuo commento in cui citavi Bolano, se non sbaglio lo nominavi anche nei commenti di un’altra puntata.

    Rispondi

  292. Daniela G. ha scritto:

    di chi è l’altra “voce” dell’intervista?

    Lucarelli, ecco l’intervista completa ;)

    http://www.carlolucarelli.net/int20.htm

    Pogo ha scritto:

    ma Chandler è un faro per me

    Chandler è un grande, ci mancherebbe, ma non è tra i miei preferiti. Per i miei gusti meglio Woolrich e Goodis.

    Rispondi

  293. Daniela G. ha scritto:

    hai visto che è appena uscito un romanzo di John Banville con protagonista Marlowe? Vorrei leggerlo, ma sono sempre un po’ diffidente verso queste genere di operazioni. Invece l’omaggio di Soriano con “triste, solitario y final” è stato bellissimo.

    Io ho una repulsione pregiudiziale per certe operazioni, che mi fa spesso decidere di non fare l’acquisto e la lettura, anche perché il tempo è poco.
    Triste, Solitario y Final è una perla come solo Soriano poteva darci. Appunto, parliamo di omaggio, di un miscuglio di situazioni e generi. E il John Wayne villain è straordinario.

    Marco, penso anch’io che molti spettatori non abbiano dato peso alle informazioni dei notiziari sul televisore che guarda Rust. Tutte le risposte ai quesiti sono lì. E significano “non potete farci niente. Saremo sempre più potenti”.

    Angst, Woolrich l’ho sempre apprezzato tantissimo. Dei recenti, anche se ancora non conosco l’opera omnia e di sto passo non so se ne avrò mai più il tempo, Dennis Lehane è colui che reputo il migliore, perché ancora non conosco un noir degli anni 2000-2010 che sia all’altezza del suo Mystic River.

    Rispondi

  294. Angst ha scritto:

    Per i miei gusti meglio Woolrich

    amo tantissimo Woolrich. Ho iniziato a leggerlo quando ero ragazzina. E mi dispiace che, nonostante le trasposizioni cinematografiche, non abbia il grande successo che merita. Per dire… tu e Pogo finora siete le uniche 2 persone che ho “incontrato” che lo conoscono XD

    Rispondi

  295. Daniela G. ha scritto:

    u e Pogo finora siete le uniche 2 persone che ho “incontrato” che lo conoscono

    Davvero?
    Beh, sì, capisco che non sia proprio uno che trovi in tutte le librerie degli italiani, però, almeno i cinefili: La Finestra sul Cortile esiste per merito suo.
    Voglio dire, io non lo riconosco certo se lo vedo in foto (ma forse non riconosco nemmeno Hammett) e non ho letto la sua opera omnia – anche se buona parte – ma visto quanto ha influito sul cinema francese noir e sul “genere” in sé, mi aspetterei che almeno i cinefili sappiano chi è.
    Comunque credo che nell’ambito noir statunitense, ciò che ha fatto la fortuna di Chandler e Hammett siano i loro alter ego cartacei: Marlowe e Spade. Almeno così la vedo io.

    Rispondi

  296. Pogo ha scritto:

    ma visto quanto ha influito sul cinema francese noir

    ah, i film di Truffaut! ma proprio tutta l’influenza sul roman noir.
    che poi sbaglierò di grosso, ma qualcosa di lui nei romanzi non strettamente polizieschi di Simenon, l’ho sempre trovato (sono contemporanei, se non erro).
    il problema è che molta della gente che frequento io ha la passione per i film, ma tipo per l’ultimo film coreano, o l’ultimo di Von Trier e via così. Io sono l’unica che ama i “vecchi” film. Dammi un noir magari in B/N degli anni ’40 e io sono contenta. La mia è una passione solitaria XD

    Rispondi

  297. Anch’io lo conosco, Woolrich, e “L’alibi nero” è uno dei miei gialli (giallo? no, è un noir! noir? no, è un mezzo horror) preferiti, preferenza che ho trasmesso ai miei figli e, se avrò vita, trasmetterò ai miei nipoti.
    La scena in cui la ragazza sparisce fra i cespugli, nella notte, trascinata da… chi lo sa?, io l’ho VISTA!
    Come pure la ragazzina che va a comprare il latte e invoca la mamma di aprirle la porta che c’è….. ma la madre non le crede e poi…..
    La trasposizione filmica di Jacque Tourneur, quello del magnifico Freaks per intenderci, non era affatto male.
    Il titolo italiano è parecchio scemo, L’uomo leopardo, ma il film è bello teso, soprattutto nella prima parte.

    A me di Woolrich, nelle vesti di William Iris, era piaciuto molto anche Dinastia di morti, con un assassinio originalissimo per i tempi, e forse anche adesso.
    Non ricordo bene chi fosse (sono passate ere geologiche) ma c’è un poveraccio, forse ubriaco, che cade bocconi sulla spiaggia e l’assassino camminandogli attorno gli seppellisce la faccia nella sabbia.
    Poi c’è la lei di turno che alla finestra, di notte, parla con l’innamorato che sta di sotto e a un certo punto si accorge che sotto non c’è più il suo innamorato bensì l’assassino.
    Fantastico!

    Rispondi

  298. @ luta44:
    e perché, “La notte ha mille occhi”? io ricordo che passai la notte sveglia a leggerlo, perché DOVEVO sapere come andava a finire, non potevo dormire XD

    Rispondi

  299. Anche da questo un gran bel film di J. Farrow con un monumentale Edward G. Robinson.
    Tutti film rigorosamente in bianco e nero.
    Io trovo che il bianco e nero sia magnifico.
    E i film di quei tempi sono semplici ma efficacissimi senza tempi morti né troppe storie.
    Dritti alla meta!

    Rispondi

  300. Visto che molti di voi hanno amato T.D. mi permetto di consigliarvi la visione di Red Riding, una trilogia di 6 ore facilmente reperibile in lingua originale ( volendo ci sono i sub in italiano).

    Rispondi

  301. L’ha trasmesso ultimamente Rai Movie, ovviamente a notte tardissima, ma l’ho registrato e salvato su dvd.
    Vuol dire che lo vedrò quanto prima, poi ti saprò dire.

    Rispondi

  302. Pogo ha scritto:

    Mystic River

    Concordo, Lehane è bravissimo e Mystic River è un grande romanzo (e anche il film di Eastwood è splendido). Tra i contemporanei però non ho letto molto. Anche se magari c’entra poco con il noir, un libro recente fantastico è L’Avversario di Emmanuel Carrère.

    Daniela G. ha scritto:

    E mi dispiace che, nonostante le trasposizioni cinematografiche, non abbia il grande successo che merita

    Eh, hai proprio ragione. Basta vedere quanto poco è ristampato, almeno in Italia. Poi ok, cinefili/addetti ai lavori ci mancherebbe che non conoscano Woolrich, dato che è uno degli scrittori più saccheggiati della storia del cinema.

    luta44 ha scritto:

    “L’alibi nero” è uno dei miei gialli (giallo? no, è un noir! noir? no, è un mezzo horror)

    Vero, sembra più un thriller. Io però adoro W. soprattutto quando è alle prese con storie d’amore, solitudine e morte come in Appuntamenti in nero.

    luta44 ha scritto:

    La trasposizione filmica di Jacque Tourneur, quello del magnifico Freaks

    Freaks è di Tod Browning! ;)
    Tourneur invece ha girato uno dei migliori noir degli anni ’40: Out of the past.

    Rispondi

  303. @ Angst:
    Hai ragione!
    Che fotta!
    Volevo scrivere Il bacio della Pantera e ho fatto confusione.
    Anche Il bacio della Pantera, però, è bellissimo, mentre Ho camminato con uno zombie mi ha intrigato molto meno.

    Rispondi

  304. Voglio bene a tutti voi per la discussione, e i nomi, e i titoli, e i suggerimenti.

    Rispondi

  305. Dovere, Andrea, e pure piacere.
    Chiedi e ti sarà dato.

    Rispondi

  306. Per esempio, conoscevo di nome Woolrich, ma non avevo mai letto niente. Adesso mi sono segnato La notte ha mille occhi e un altro paio di titoli.

    Rispondi

  307. Se cerchi su e-bay troverai un Omnibus intitolato Appuntamenti in nero.

    Sono 4 romanzi: Sipario nero – L’alibi nero – L’angelo nero – Appuntamenti in nero
    Cominci così e poi continui.
    E non tralasciare William Iris, nom de plum di Wollrich.

    Rispondi

  308. la mia memoria si basa sulle immagini e sui sensi. mi ricordavo di aver letto cornell woolrich, ma il ricordo era tutto troppo vago fino a quando non ho collegato il fatto che in quel momento stavo sdraiata in una piccola poltrona letto che non era il mio, in un luogo non abituale, con rumori ed odori che sarebbero diventati consueti in futuro. ci sono volute ore per arrivarci, ma ora è chiaro: pediatria. appuntamenti in nero il libro. bello, davvero. (i miei ricordi non sono realmente completi se non li localizzo, è una mia fissazione)
    ma ora ditemi se sbaglio: molti anni fa ci fu un film o una serie televisiva francese che aveva preso spunto dal racconto e narrava di una donna che nel corso degli anni si vendicava degli uomini che avevano, involontariamente, ucciso il futuro marito lanciando una bottiglia dall’aereo turistico su cui si trovavano ubriachi?

    Rispondi

  309. alessandra ha scritto:

    ma ora ditemi se sbaglio: molti anni fa ci fu un film o una serie televisiva francese che aveva preso spunto dal racconto e narrava di una donna che nel corso degli anni si vendicava degli uomini che avevano, involontariamente, ucciso il futuro marito lanciando una bottiglia dall’aereo turistico su cui si trovavano ubriachi?

    Credo sia questo (che è un film di Truffaut):

    http://it.wikipedia.org/wiki/La_sposa_in_nero#Collegamenti_esterni

    Più prosaicamente anche un’avventura di Dylan Dog era direttamente ispirata al libro di Woorlich (ma lì se non ricordo male a perseguire la vendetta era un uomo) e la lei di turno moriva proprio a causa di una bottiglia tirata da un aereo.

    Nel libro di Woorlich invece lo sposo muore investito da un’auto a cui erano a bordo ubrischi gli uomini su cui poi la sposa in nero si vendicherà.

    Rispondi

  310. E’ Appuntamento in nero, uno sceneggiato francese del 1977
    http://it.wikipedia.org/wiki/Appuntamento_in_nero_(sceneggiato_del_1977)
    E’ tratto da La Sposa era in nero di C. Woolrich da cui nel 1968 F. Truffaut ha fatto il film La Sposa in nero con J. Moreau.
    http://it.wikipedia.org/wiki/La_sposa_in_nero

    Rispondi

  311. Ovviamente volevo scrivere ubriachi… :-(

    Rispondi

  312. Daniela G. ha scritto:

    Per dire… tu e Pogo finora siete le uniche 2 persone che ho “incontrato” che lo conoscono XD

    Ci sono anch’io. Ho letto La sposa in nero a 15 anni nei gialli Mondadori che compravo diligentemente in edicola quando avevo una passione per Agatha Christie (ebbene sì nella mia adolescenza ho letto tutto Poirot e Miss Marple) e mi piacque tantissimo. Ho letto qualche anno fà anche Sipario Nero che era uscito con una collana di repubblica. Ma sono gli unici due che ho letto in effetti.
    Di noir francesi e non in b/n ne ho visti un pò. Non è il mio genere prediletto, ma è un genere a cui ho sempre girato intorno (e piace anche parecchio al mio compagno).

    Rispondi

  313. ho l’impressione di aver fatto un mix di soggetti…ricordo una donna con foulard (non so dire il colore, all’epoca avevamo un televisore in bianco e nero), la tipica piazzetta di villaggio francese contornata da alberi, l’aereo con gli ubriachi. ma so per certo che mi era piaciuto tutto! il lutto, la vendetta protratta nel tempo.

    Rispondi

  314. Dunque anch’io ho fatto un casino. Il libro che ho letto qualche anno fà era Appuntamenti in nero non Sipario nero ed è quello in cui il protagonista Johnny Marr trova morta la fidanzata, uccisa da una bottiglia lanciata da un aereo. Da lì parte la vendetta.
    La sposa in nero invece è lei che viene privata del (futuro) marito il giorno delle nozze che viene investito da un’auto piena di uomini ubriachi…

    Rispondi

  315. Firpo ha scritto:

    Johnny Marr

    e la mente vola agli Smiths…

    Rispondi

  316. alessandra ha scritto:

    Firpo ha scritto:
    Johnny Marr
    e la mente vola agli Smiths…

    Panic on the streets of London, panic on the streets of Birmingham I wonder to myself…

    Essendo il libro del 1948 (leggo su wikipedia)….un omaggio involontario :-)

    Rispondi

  317. @ Firpo:
    anche per me “appuntamenti in nero” è stato il primo libro di Woolrich, letto per caso. Era nei classici del giallo Mondadori, e quando l’ho finito ho capito che quello non era un giallo come gli altri, e che mi trovavo di fronte a uno Scrittore.
    cmq, se non l’avete letto vi consiglio “la notte ha mille occhi”, che ha una trama molto semplice, ma che per come è costruito mi ha angosciato come poche cose.

    Firpo ha scritto:

    Di noir francesi e non in b/n ne ho visti un pò

    io amo prevalentemente i film noir americani, ci sono dei veri capolavori all’interno di quel genere, tra i miei preferiti ci sono “la fiamma del peccato” e “vertigine”; non “Vertigo” di Hitchcock (quello è un capolavoro assoluto che trascende i generi), ma Vertigine di Preminger. Ma pure tanti altri, mi fermo qui XD

    Rispondi

  318. @ Daniela
    Ho fatto un pò di confusione nei messaggi precedenti. Il primo libro che ho letto di Woorlich è stato “la sposa in nero” a 15 anni nei gialli Mondadori e anch’io ne rimasi colpita. Non solo dalla storia che comunque mi intrigava ma anche dallo stile così asciutto. Mi ricordai di Woorlich anni dopo quando il mio compagno (su mio suggerimento) comprò in un’edizione di repubblica che faceva uscire una collana di classici noir/gialli “Appuntamenti in nero”. Per questo mi confondo un pò le trame (l’idea è speculare, in un caso c’è una donna, nell’altro un uomo che cercano vendetta per l’amato/a perso ucciso accidentalmente da ignoti).
    “La notte ha mille occhi” me lo segno perchè non l’ho mai sentito noominare (comunque le trame di Woorlich mi sembrano tutte lineari e anche per questo mi piace).

    Sui noir anch’io preferisco gli “ameriggani” ho a casa un paio di collane sempre uscite in edicola di noir sia francesi che americani. Vertigine controllo se ce l’ho perchè l’ho sentito nomiare spesso. Anche la fiamma del peccato, ma quest’ultimo sono abbastanza sicura di non averlo mai visto. Io ricordo di aver visto (a parte Hitchcock naturalmente) “la morte corre sul fiume”, “La scala a chiocciola” e “Testimone d’accusa”. Però a parte quest’ultimo, di cui avevo letto naturalmente anche il libro, me li confondo. Sono passati anni da quando li ho visti, io ho una pessima memoria e in effetti sono film di cui finisci per non parlare mai con nessuno quindi poi te li dimentichi.

    Rispondi

  319. Nel frattempo è stato deciso che TD concorrerà agli Emmy nella categoria drama series (http://www.badtv.it/2014/03/true-detective-concorrera-ai-premi-emmy-nella-categoria-drama-series/) e quindi sarà scontro fra titani :)

    Rispondi

  320. Daniela G. ha scritto:

    la fiamma del peccato

    Semplicemente il più grande noir di tutti i tempi. Una femme fatale come Barbara Stanwyck non l’ho mai più incontrata (e ce ne sono di alto livello e spessore). Soprattutto è la storia, ad avere un passo in più.

    Bene per la notizia di correre nelle “drama series”, non che me ne importi qualcosa per i premi (ho sempre poco considerato alcuni premi, tra questi l’Emmy), ma la cosa della “miniserie” non mi è mai andata giù: sembra sempre una cosa al ribasso, che non è né carne, né pesce.
    E, comunque, se gli Emmy fossero una cosa seria, il premio miglior attore non dovrebbe essere in discussione. Troppa differenza tra McConaughey e tutto il resto.

    Rispondi

  321. Pogo ha scritto:

    Una femme fatale come Barbara Stanwyck non l’ho mai più incontrata

    Mi spiace Pogo..ma le femmes fatales migliori sono Ava Gardner, Gene Tierney e Jane Greer!

    Rispondi

  322. Ava Gardner in The Killers, roba da perdere completamente la testa.

    http://www.youtube.com/watch?v=zDgovS63Bm4

    Rispondi

  323. @ Angst:
    io credo che Pogo intendesse il personaggio interpretato dalla Stanwyck, più che l’attrice (grandissima in ogni caso), e su questo concordo con lui. Che poi, sempre parlando di film tratti da romanzi di Cain, un’altra femme fatale che amo moltissimo è la Lana Turner di “Il postino suona sempre 2 volte”.

    Rispondi

  324. Pogo ha scritto:

    E, comunque, se gli Emmy fossero una cosa seria, il premio miglior attore non dovrebbe essere in discussione. Troppa differenza tra McConaughey e tutto il resto.

    Pur con qualche riserva , posso anche essere d’accordo che meriti il premio, sostenere però che vi sia un abisso con gli altri attori protagonisti rasenta pericolosamente il confine tra estimatore e fanboy.
    Più in generale trovo McConaughey seppur ottimo in alcuni ruoli, ancora da valutare in altri, meno “eccessivi” ma piu complessi.
    Kevin Spacey, suo competitor nella categoria drama, per esempio, ha gia dato prova di essere estremamente versatile e convincente in un’ampia varietà di ruoli.
    Visto però che non è un premio alla carriera, tra il Kevin Spacey della seconda serie di House of Cards e McConaughey di T.D., sceglierei forse anch’io il secondo, piu per la novità in se però che per un’effettiva migliore interpretazione, il Frank Underwood di Spacey è una grande prova di recitazione.

    Rispondi

  325. @ Daniela G.:

    Io intendevo proprio come icone del genere. Ava Gardner in The Killers penso sia la femme fatale più letale e memorabile di sempre (al secondo posto Jane Greer in Out of the past). Ma la mia è una classifica del tutto personale ovviamente.

    Rispondi

  326. Angst e Daniela
    Sì, intendevo il personaggio (ho usato il suo nome, perché nonostante io conosca a memoria Double Indemnity, avevo dimenticato il nome del suo personaggio e per la fretta non ho fatto mente locale): cioè Phyllis Dietrichson.
    Concordo comunque con DaphneMoon sulla grandezza di Ruby Catherine Stevens. Una delle attrici più grandi siano mai esistite.

    Sulle icone e attrici, mi dispiace Angst, ma con tutto il rispetto per le magnifiche attrici da te nominate (a guardare oggi quei nomi, sembra che ci fosse una fabbrica dove le producevano, visto che oggi attrici di quel calibro ne conti sì e no una decina), non concordo.
    [se vogliamo dirla tutta, Ava Gardner non aveva nemmeno il physique du role (spero si scriva così, il francese non so nemmeno dove sta di casa), ma siccome era un’attrice immensa, diretta dai registi giusti, poteva fare qualunque cosa. Ed essere perfetta].
    Io penso che due siano le attrici che sono le icone non raggiungibili del genere: Louise Brooks e Marlene Dietrich.
    Il personaggio icona, invece, lo individuo in Gilda. Penso che quel movimento di testa e capelli sia la sequenza cinematografica più facilmente riconducibile alla femme fatale.
    E poi c’era lei, la Divina Greta (a scanso di equivoci, non è la mia preferita). Ma lei poteva fare tutto. ;-)

    Odino
    Io lascerei perdere i discorsi sull’essere estimatori e fanboy, soprattutto quando, come sembra nel tuo caso, avresti da dire e argomentare.
    Mai stato fan di McCounaghey (e continuo a non esserlo). E prima di Dallas Buyers Club non avrei scommesso nemmeno 1€ (anzi, nemmeno 1cent.) su di lui.
    Semplicemente in TD è stato un fenomeno (anche se non ai livelli di DBC). Se è uno stato di grazia (e di passaggio) o un talento nascosto che abbiamo snobbato per anni, non è dato sapere fino alle prossime sue prove attoriali.
    Ma a me, che sono pignolo, piace valutare l’oggetto di valutazione. E un premio dovrebbe funzionare così. E se deve funzionare così, tra Matthew McCounaghey e gli altri, per questa stagione televisiva, c’è l’abisso. Spacey o non Spacey.
    Proprio per quello che tu stesso hai scritto: che non è un premio alla carriera.

    P.S. essere fan è per me il “ma doveva vincere Di Caprio” [l’Oscar]. Al che, alla tua domanda: “ma hai visto DBC con McCounaghey?”, la loro risposta è “no”. Ecco, quello è essere fan.

    Rispondi

  327. @ Pogo:

    Quelle sono le femme fatale per eccellenza, sono d’accordo, e Gilda è l’icona più nota con il suo abito da sera nero e i guanti. La stessa Stanwyck in Double Indemnity è uno dei simboli più celebri del genere. Però io intendevo dire semplicemente che tra le varie icone preferisco le altre attrici nominate in precedenza. Comunque sì, doveva esserci per forza una fabbrica a quei tempi ;)

    Pogo ha scritto:

    Ava Gardner non aveva nemmeno il physique du role

    No, aspetta, in che senso non aveva nemmeno le physique du role? Ava Gardner era una femme fatale perfetta, il tuo stesso discorso io lo farei piuttosto per Bette Davis.

    Rispondi

  328. Pogo ha scritto:

    Io lascerei perdere i discorsi sull’essere estimatori e fanboy, soprattutto quando, come sembra nel tuo caso, avresti da dire e argomentare.

    Mi sa che hai travisato il significato del mio paragone con Spacey, peraltro casuale, avrei potuto nominare Jon Hamm, altrettanto convincente nel suo ruolo, idem Bryan Cranston.
    Il sostenere che l’interpretazione di McCounaghey sia n volte migliore di quella dei suoi competitor, addirittura che non vi sia spazio di discussioni in merito, ritengo sia eccessivo perchè sottintende demeriti significativi altrui.

    Rispondi

  329. @ Odino:
    Secondo me no, non c’è alcun demerito. Credo che Pogo intenda semplicemente che c’è uno scarto tra McConaughey e gli altri. Se dovessi usare un termine culinario, è la differenza tra un due stelle Michelin e una stella. Mangi benissimo anche in una stella, ma se mangi bene in un due stelle noti subito la differenza. e secondo me la differenza con Hamm (che tra l’altro ha patito la peggior stagione di MM) e Cranston, pur bravissimo, si nota. Per me McConaughey è stato una vera sorpresa, visto che non l’ho mai amato, colpa di filmetti risibili, e, a dirla tutta, mi è sempre stato antipatico.
    Spacey non lo giudico in House of Cards perchè non seguo la serie.
    Invece , per quanto riguarda Ava Gardner, c’è un po’ troppa opulenza nel suo aspetto fisico per farne l’ideale Dark Lady.

    Rispondi

  330. Stefano Serafini 30 marzo 2014 at 11:23

    Complimenti per le due recensioni, puntuali, esaustive ed intriganti. Starei però molto attento a certi legami/rimandi con il “genere” poliziesco (dalla cit. della Grimaldi all’idea della circolarità o del “convenzionale”); le cose non sono così semplici né così scontate.
    In ogni caso ottimo lavoro.

    Rispondi

  331. Leggere di buchi di sceneggiatura è noioso alla lunga.La figlia di woody che subisce o meno violenze ! mah, in un mondo in cui la televisione è maestra di vita e il passaparola tra bambini è forte, come sempre è stato, viene difficile pensare al protagonista come re giallo. L episodio in cui la figlia adolescente fionda con due ragazzini dovrebbe giustificare qualche trauma infantile ? non scherziamo, i costumi sessuali usa sono ben più scafati rispetto agli italiani. Ben altra reazione si ha nella realmente abusata protagonista del video che urla ed è dissociata nell istituto. la scena dei disegni a mio avviso è costruita per mostrare la vulnerabilita di woody nell osservare quanto la sua sicurezza domestica sia labile (rapporto con la moglie, sicurezza e capacita di proteggere le figlie). Ognuno ha un suo limbo personalissimo, un eterno ritorno dell uguale in terra. Woody è spinto dalla sua nexessita di conferme al tradimento e vive nell orrore delle sue menzogne e perdera per sempre la donna amata e.la sua famiglia. Mattew avvolto dal pessimismo cosmico non elabora mai il lutto per la figlia. Il “villain” sconta la sua pena perché abusato da piccolo e al tempo stempo carnefice ma proprio per questo vittima del suo ricordo. Non so quanti anni abbiate ma il tema portante della serie è, per me, l incapacita di superare se stessi a causa del nostro imprinting e pertanto la serie è di potenza inaudita. senza contare la tecnica gli attori i piani fotografia etc etc. Inutile poi parlare di personaggi marginali, le donne sono marginali nella vita di ogni seduttore (woody) e lo sono anche in quelle dei sociopatici (mattew)…si conosce più di casanova o delle sue amanti ? il focus è su loro due non sono ventimila puntate che analizzano il cast coralmente. Quindi le prot femminili sono marginali così come lo sono per i due. Perfetto direi. Inoltre poi sento dire lieto fine blahhh, come se per qualche mistero ormai sia sempre precluso il lieto fine a favore della morte e di una visione cupa dell esistenza. Invece mattew supera se stesso e di questo che parla la serie è woody dopo aver espiato le sue colpe ha nuovamente la famiglia e l occasione di spezzare il suo eterno ritorno (tradimenti, relazioni inappaganti con le figlie). Siamo dalle parti del superamento di 2001 odissea nello spazio. Ci sarebbe da scrivere tanto, sono sul cellulare e non rileggero il commento perdonate refusi

    Rispondi

  332. @ Gaboviola:
    non si elaborano mai i lutti per i figli.

    Rispondi

  333. @Gaboviola ( ultimo della serie, ma in nutrita compagnia )

    Magari aggiungere al proprio commento ” E’ mia opinione, e quanto tale opinabile”, eviterebbe in chi legge la fatica di stare a domandarsi se il professorino di turno ritiene il prossimo un idiota a prescindere oppure ha una talmente alta concezione di se e del proprio sapere da ritenersi in grado di impartire lezioni.
    Riscoprire il valore dell’umiltà porta enormi benefici a se stessi, ma sopratutto agli altri.

    Rispondi

  334. Ciao, sì odio i professoressini e no, non voleva essere un commento spocchioso. È difficile con un commento distiguersi dalle altre personalità virtuali e non me la sentivo di inserire ogni volta il “secondo me”. Tra l altro scrivo col cellulare che rischia di crasshare e non volevo perdermi in prologhi ed epiloghi come “tutto quello che dico è espresso dal mio punto di vista non voglio etcetc”. Cosa pensi di questa interpretazione? in realtà il villain per quanto mostro si mostra simile a quello di m di fritz lang vittima e carnefice, così comewoody e mattew (rovinano la felicità della moglie e dei figli della compagna passeggera). certo in misura diversa ma questo rende i”buoni'” e i “cattivi” come vittime. Per l altro commento intendevo il superamento della condizione di negatività cosmica non un atteggiamento di faciloneria verso un lutto che avrà, giocoforza, sempre un peso importante

    Rispondi

  335. scusate… giusto per dire che la nostra Chiara Lino non è l’unica ad aver ravvisato degli echi danteschi in questo finale:
    http://www.complex.com/pop-culture/2014/03/between-heaven-and-hell-true-detective-dante-and-redemption

    Rispondi

  336. Daniela G. ha scritto:

    scusate… giusto per dire che la nostra Chiara Lino non è l’unica ad aver ravvisato degli echi danteschi in questo finale:
    http://www.complex.com/pop-culture/2014/03/between-heaven-and-hell-true-detective-dante-and-redemption

    Stavo per citarlo anch’io, anche se non è del tutto corretto come articolo (Da quando la lussuria è uno dei peccati più gravi nell’Inferno dantesco? Anzi, l’Inferno comincia coi Lussuriosi proprio perché scendendo i peccati diventano sempre più gravi)

    Rispondi

  337. klatu ha scritto:

    Credo che Pogo intenda semplicemente che c’è uno scarto tra McConaughey e gli altri.

    Esatto. Che poi non vuol dire lo sia per sempre o lo sia stato. Lo è stato in questa specifica situazione.

    klatu ha scritto:

    Invece , per quanto riguarda Ava Gardner, c’è un po’ troppa opulenza nel suo aspetto fisico per farne l’ideale Dark Lady.

    Condivido anche questo.

    Rispondi

  338. ragazzi, perchè dite opulenta di Ava Gardner? era piuttosto sottile, mi sembra. e non fatevi ingannare dal decolleté…i trucchi c’erano anche allora (tra la terza e la quarta e non di più).

    Rispondi

  339. secondo me la Gardner aveva una bellezza troppo perentoria e indiscutibile, per essere una perfetta dark lady. La dark lady ha un fascino più sottile, più ambiguo, ha una bellezza meno “immediata” ma sex appeal da vendere. Per questo ad esempio la Stanwyck in “la fiamma del peccato” per me era perfetta.

    Rispondi

  340. Ava Gardner era formosa, così come lo era anche Rita Hayworth, non vedo dove sia il problema. Non era certo una super maggiorata tipo Christina Hendricks. Comunque tutte le attrici nominate nei vari post secondo me incarnano alla perfezione l’archetipo della femme fatale/dark lady pur avendo diverse caratteristiche e forme seduttive. Non ci sono canoni estetici rigidi da seguire. Ava Gardner in The Killers ha una sensualità onirica, voluttuosa e felina; è l’apoteosi del fascino femminile con il suo sguardo magnetico e vizioso. Riguardate la scena in cui è seduta al pianoforte nel primo incontro con lo svedese (cioè Burt Lancaster). Se non era perfetta lei nel ruolo di donna fatale allora scusate ma sono mezzo cecato :D

    McConaughey è fantastico in True Detective, secondo me dovrebbe vincere nonostante i vari Cranston e Spacey. Per me non è neanche una vera sorpresa, anche qualche anno fa in Killer Joe era stato bravissimo.

    Rispondi

  341. Daniela G. ha scritto:

    secondo me la Gardner aveva una bellezza troppo perentoria e indiscutibile, per essere una perfetta dark lady. La dark lady ha un fascino più sottile, più ambiguo, ha una bellezza meno “immediata” ma sex appeal da vendere. Per questo ad esempio la Stanwyck in “la fiamma del peccato” per me era perfetta.

    Mi leggi nel pensiero

    alessandra ha scritto:

    ragazzi, perchè dite opulenta di Ava Gardner? era piuttosto sottile, mi sembra. e non fatevi ingannare dal decolleté…i trucchi c’erano anche allora (tra la terza e la quarta e non di più).

    Può darsi che tu abbia ragione, forse me la ricordo in films più recenti, anche se “sottile” non è l’aggettivo che userei nel suo caso, non fosse altro per la forma del volto.

    Rispondi

  342. @ klatu:
    @ Daniela G.:

    Vi sbagliate, non è detto che una dark lady debba avere un fascino ambiguo o una bellezza meno immediata. Può anche avere un volto angelico, che nasconde la sua vera natura malvagia, ed essere perfetta. Daniela ma hai detto che una delle tue preferite è Lana Turner in Il postino suona sempre due volte, scusa ma dove sarebbe il fascino ambiguo? Anzi, al contrario della Stanwyck, è una bellezza rassicurante, che non sembra nascondere nessuna minaccia.

    Rispondi

  343. Angst ha scritto:

    @ klatu:
    @ Daniela G.:
    Vi sbagliate, non è detto che una dark lady debba avere un fascino ambiguo o una bellezza meno immediata. Può anche avere un volto angelico, che nasconde la sua vera natura malvagia, ed essere perfetta. Daniela ma hai detto che una delle tue preferite è Lana Turner in Il postino suona sempre due volte, scusa ma dove sarebbe il fascino ambiguo? Anzi, al contrario della Stanwyck, è una bellezza rassicurante, che non sembra nascondere nessuna minaccia.

    Eh no, la Turner , non è rassicurante. E’ torbida. Ma è chiaro che abbiamo percezioni diverse. :)

    Rispondi

  344. klatu ha scritto:

    Eh no, la Turner , non è rassicurante. E’ torbida. Ma è chiaro che abbiamo percezioni diverse. :)

    No, in realtà mi sono spiegato malissimo io. Ero di fretta e rileggendomi noto che ho scritto anche delle fesserie riuscendo a contraddirmi nel giro di cinque righe.

    La Turner ha un fascino ambiguo appunto perchè in apparenza sembra essere molto più rassicurante e incantevole rispetto alla Stanwyck, ma lascia trasparire ovviamente un qualcosa di torbido. Altrimenti più che una dark lady sarebbe stata la classica brava ragazza da sposare. Fosse stata più filiforme poteva essere una perfetta attrice hitchcockiana. La Stanwyck invece è meno enigmatica da questo punto di vista, ha una sensualità molto più perversa tanto da renderla irresistibile.

    Rispondi

  345. Ragazzi, ho amato cosi’ tanto questo show da non resistere e dover remixare la gia’ fantastica intro song degli Handsome Family. Nel break ho scratchato le voci di Woody Harrelson & Matthew Mcconaughey , cosi’, per valore aggiunto. Hope you enjoy! :) https://www.youtube.com/watch?v=A1q4Ke4Cq9w
    (Free Download nella descrizione ;) )

    Rispondi

  346. Quanto amo questa serie!
    Ormai l’ho rivista tre volte… ^-^

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  347. Resto un convinto sostenitore della superiorità di Breaking Bad, posso quindi esprimere le mie opinioni in merito senza essere insultato…metto le mani avanti…
    Sempre per mettere le mani avanti dico che la serie mi è piaciuta tantissimo e vista in due giorni perchè non riuscivo a staccarmi ma:
    – 8 puntate qualitativamente superiori…non è difficile quanto farnne 62..
    – true detective con personaggi e situazioni alquanto stereotipate:
    * il poliziotto superiore d’intelletto ma stramboide e disprezzato dai colleghi;
    * il poliziotto di provincia che beve, fuma e va a donnacce (almeno non picchia la moglie);
    * una congrega di pedofili omicidi con collegamenti ad alti livelli;
    * indagine portata avanti contro e di nascosto dalla polizia ufficiale;
    – è piu’ facile costruire una storia basandosi su una struttura consolidata e cioe’ un’indagine di polizia su un efferato omicidio, vuoi mettere crearti uno sfondo come BB dove devi inventari tutto di sana pianta?
    – 2 attori principali e tutto il resto in secondo piano, in BB abbiamo almeno 7/8 attori principali e caratterizzazione marcata di ogni e qualsiasi personaggio che entra nella storia;
    – mancata, almeno da parte mia, immedesimazione con i personaggi forse dovuta dal fatto che erano altro dalle persone comuni, non riuscivo ad immaginarmi nei loro panni (come invece con Walt o Jessie o Hank…), in quanro i 2 personaggi erano i tipici eroi da film, li guardi e sai che non ptrai essere come loro…

    Tutto cio’ per dire che True Detective mi è piaciuto molto ma non riesce a scalzare BB dal mio olimpo delle serie preferite.

    Rispondi

  348. Francesco Gerardi ha scritto:

    Tra l’altro, mi fa sempre sbellicare dalle risate il fatto che, quando una serie che piace si mostra debole sul piano puramente narrativo, si dice sempre che “il plot era un mezzo per dire altro”. Ma che significa? Il fatto che tu abbia intenzioni metaforiche (o allegoriche o simboliche o non so che cazzo) ti autorizza a scrivere la trama in maniera sciatta? Gesù, qua stiamo parlando di professionisti pagati e premiati e apprezzati, non è mica fan fiction. Le serie più belle che ho visto avevano tutte significati che andavano oltre il letteralismo del testo (e della trama), però, comunque, era roba scritta con un rispetto dello spettatore e una cura del plot che TD non ha dimostrato di avere. Cristo santo, tra TD e La Grande Bellezza sembra che alla gente non gliene freghi più un cazzo delle sceneggiature, è tutto un modo per dire altro, so’ tutti appassionati di “cinema puro”, è tutta un’allegoria che manco i carri al Carnevale di Viareggio.

    Grazie per aver scritto ciò che penso. Se non ci fosse già il tuo commento, l’avrei scritto uguale.

    Rispondi

  349. Ho finito ora di vederlo…non ho neanche letto la recensione perchè semplicemente….troppo troppo lunga…
    True Detective ha un finale particolare…è finito così, con leggerezza. E per me va bene così, perché questa serie è stata una grande serie, piena di immagini, riflessioni, pensieri e riferimenti ad una società governata da qualcuno che ha molto potere…è una specie di dipinto dei giorni nostri…e questo finale secondo me è leggero e PERFETTO. Perfetto perché il cerchio non si è definitivamente chiuso, ci saranno altri Yellow King e ce ne saranno ancora…e il regista è maestro proprio nell’ultima puntata (secondo la mia opinione) terminando la stagione con una scena che nasconde: “Ci siamo rotti il c**o fino ad oggi e alla fine non abbiamo concluso niente, il cerchio non è chiuso”. Ed è così la società degli esseri umani, per quanti sforzi uno possa fare per cercare il bene delle persone, alla fine c’è sempre qualcun’altro più forte di te che ti fotte dall’alto. Semplice e vera. Bravi tutti.

    Rispondi

  350. Le vostre recensioni sono molto belle. Penso che True Detective sia un piccolo capolavoro di genere ma forse più che essere collegabile a Dante ( collegamento che forse la rende un pò retorica, cosa che non è ) è un esempio di meta-cinema. Mi spiego. I dialoghi stessi ( e i continui rimandi simbolici ) ci portano forse in una dimensione prettamente filosofica: Rust spesso parla per voce di un Nietzche o di uno Schopenhauer trasportati ai giorni nostri; spesso, inoltre, possiamo anche vedere molte citazioni di altri film e serie ( cosa che la rende in continuo dialogo con altre opere ) ad esempio: l’omicidio iniziale è quasi identico a quello della pilota di Hannibal e si sentono inoltre vari rimandi a Seven e, come è già stato ricordato, a Cuore di tenebra ( – l’entrare nella giungla come topos dell’entrare nel luogo-fogna-palude dove tutto il male si concentra…- ). Il mio piccolo pensiero è: cosa è un vero detective? Uno che scava ( o deve farlo ) nell’animo umano, per conoscerne l’essenza. True detective non entra “nel giallo” ( il cerchio non si chiude ) ma entra nell’ anima, in un percorso in discesa di esperienza e liberazione ( impossibile ) del male umano.

    Rispondi

  351. Serie che mi é piaciuta abbastanza quasi sino alla fine, quando mi ha dato l’impressione di dover chiudere per forza. Tanti episodi, tanti indizi che sembrava potessero portare a qualcosa sono stati messi lí, sparsi tra i vari episodi, per finire con un classico cattivo, brutto e non troppo intelligente e tante, troppe, risposte non date.
    Lasciamo perdere alcuni dialoghi, veramente fini a se stessi, se non quelli dell’autocompiacimento.
    E’ la seconda serie che “seguo” leggendo i commenti qui su Serialmente. Mi ha colpito che la pretenziositá dei dialoghi si sia riflettuta in molte delle recensioni. Questa su tutte. Credo di avere un buon vocabolario, ma ho trovato diverse parole a me completamente sconosciute. O in altri casi un lessico troppo alto o complicato, come se si volesse fare sfoggio della propria cultura.
    Il risultato, la sensazione che ho avuto é che sia la serie che le recensioni abbiano voluto puntare troppo in alto finendo in stallo…

    Rispondi

  352. Aggiungo al mio precedente commento. Il mio parere sulla recensione era riferito alla prima delle due. Dopo aver vacillato al “indefessamente puntigliosi e vittorianamente attendibili” ho mollato definitivamente quando ho letto qualcosa sull’oscuritá materica.

    Rispondi

  353. Cosciente di arrivare quando la cenere è già fredda, mi permetto di lanciare anche il mio personale messaggio nella bottiglia sull’argomento.
    Con tutto il sentito rispetto per Chiara, di cui comunque ho apprezzato il tentativo, non mi trovo d’accordo con la sua interpretazione dantesca, mentre mi sono trovato in sintonia con quella di Andrea, la quale però rischia di essere troppo “barocca”: appesantita, cioè, da un eccesso di riflessioni e citazioni. Mi permetto, allora, di fornirvi una rilettura (quindi in qualche modo una ripetizione) più essenziale di quanto detto da Andrea, che ridotta al minimo (secondo me) ci guadagna in fascino e lascia respirare meglio alcuni ulteriori concetti.
    La chiave di lettura di tutta l’opera è chiaramente il Cerchio, visto come elemento negativo perché blocca le “anime” umane nell’eterna ripetizione dei propri errori, smarrite in un’oscurità dilagante (il male). Ne è un chiaro esempio il personaggio Marty Hart, che rappresenta l’Uomo ed è il testimone della storia, il nostro “avatar” dentro la narrazione. L’Eroe e il Mostro, rispettivamente Rust Cohle e Errol Childress, sono tali non tanto per gli atti che compiono, bensì perché sono entrambi consapevoli di questa ciclicità viziosa e condividono una profonda volontà, quasi una necessità, di uscirne (“sarò molto impegnato oggi, la mia ascensione mi libererà dall’eterno ripetersi” dice Childress all’inizio dell’ottava puntata). La vera Malvagità non risiede, infatti, nel Mostro ma resta acquattata dietro le quinte per tutto il tempo, si tratta del Moloch (il dio infernale con le corna da cervo a cui venivano offerti in sacrificio degli infanti) che, nella sua interpretazione più moderna, designa un’organizzazione manipolatoria che richiede un grande sacrificio. Organizzazione che nella nostra storia è rappresentata la famiglia Tuttle (con tutte le sue ramificazioni), ma che altri potrebbero chiamare “sistema” o “illuminati” o “grande vecchio”, e il cui scopo è il mantenimento di questo squallido “status quo”, la circolarità in cui nulla cambia, il “loop” di Matrix, la “trappola” di cui parla Cohle nell’interrogatorio (5° episodio). Gli effetti dell’operato del Moloch non sono gli omicidi (che sono quasi tutti riconducibili a Errol), ma sono nella corruzione della “Psicosfera” di cui parla Cohle (leggasi come “tessuto sociale” o “cultura”) e che si possono riscontrare in Audrey (la figlia maggiore di Marty), che è la nostra cartina al tornasole, l’elemento super-sensibile (in quanto futuro artista) che sembra visualizzare e riprodurre immagini che non dovrebbe conoscere (come i disegni o la scenetta con le Barbie che assomiglia al video snuff) e che ne paga il prezzo in termini di sanità mentale (la madre ci dirà, poi, che assume delle pillole).
    In questo scenario, Childress perde il suo ruolo di super-cattivo (per questo molti ne sono rimasti delusi) e si rivela come una sorta di immagine speculare distorta di Cohle, un’aberrazione del Moloch. Il vero scopo del Mostro è di mostrare al mondo (il gioco di parole è voluto), non solo se stesso (da classico Serial Killer), ma l’intero Moloch. Si rivela, quindi, sia carnefice che vittima, una povera anima avvizzita alla quale non è concesso nemmeno di scegliere la morte (perché non si libererebbe dalla circolarità, tornando a soffrire), e che si convince che la sua unica via d’uscita sia l’annichilimento attraverso un’uccisione reciproca con la sua nemesi (come fanno la materia e l’anti-materia quando collidono). Ed ecco, quindi, che lo attira nella sua tana (“E’ da settimane che ho lasciato il mio segno, vorrei che riuscissero a vederlo”, probabilmente riferendosi all’omicidio sul lago Charles) e poi lo invita formalmente al loro doppio sacrificio (“vieni a morire con me, piccolo prete”).
    Nei 20 minuti finali (il combattimento e l’epilogo) anche la Spirale assume un senso: è la risoluzione del cerchio, una via d’uscita dalla “trappola” che Cohle intravede subito prima dello scontro (il vortice spaziale) e comprende meglio quando è in coma. E’ in quel momento che Cohle incarna definitivamente l’Eroe, non perché si immola (che per lui sarebbe una liberazione) ma perché torna tra noi a riferirci che c’è una speranza. Come il Cristo prima di lui, si costringe a reincarnarsi (dopo aver finalmente trovato la pace) per portarci la “lieta novella”: attraverso il sacrificio di eroi come lui, passo dopo passo, orbita dopo orbita, la circolarità può essere piegata in una spirale che ci porterà (molto lentamente) fuori dal “territorio dell’oscurità”, come lo definisce (in lingua originale) il Marty-Apostolo che osserva le stelle con il suo “Maestro”.

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  354. Scusate se mi intrometto solo ora. Ho finito di vedere la serie solo ieri sera e la delusione per il finale è stata tale che ho sentito il bisogno di cercare commenti sul web… Anch’io credo che le due recensioni del sito pecchino un po’ di sovrainterpretazione (con tutto il rispetto, ovviamente…). Certo, la serie è talmente densa e carica di significati in ogni anfratto che lo stimolo alla sovrainterpretazione è giustificabile. Purtroppo in questo caso io non me la sento di volare così alto. Si tratta – purtroppo – semplicemte di una clamorosa caduta di scrittura. Dopo avere intessuto un capolavoro assoluto per sette episodi, ed un personaggio come Cohle, che rimarrà nella storia, lo distruggono letteralmente con quei dieci minuti di finale assurdo in cui un niciano convinto, protagonista di alcuni momenti da urlo contro il becero conformismo americano e contemporaneo, si trasforma in uno speranzoso buonista, dopo avere addirittura contattato le anime di figlia e padre mentre era in coma… Meglio fosse morto nella cisterna! Senza parlare della montagna di ricerche e indizi che partorisce il topolino dello spostato che vive in palude (e si perde ogni collegamento con gli omicidi commessi prima dell’inizio della serie). Tutte cose da serial killer movie hollywodiano viste e riviste. E aggiungiamoci anche la famigliola felice che si ricompone per visitare Marty in ospedale… Io proprio non me lo spiego. Peccato. Un capolavoro assoluto buttato nel cesso.

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  355. Lui sta venendo a prenderti.

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