treme 4x05

Treme – 4×05 – …To Miss New Orleans

To time and its passing

Vivere è riempire una buca.
Un giorno inciampando ci accorgiamo della buca piazzata proprio in mezzo alla strada. Perché è lì? Chi ce l’ha messa? Di chi è la colpa? Che sia lì per una ragione? Ma quale? E perché proprio una buca di quella specifica larghezza e quella specifica profondità? Magari è frutto del caso, il cemento che non ha retto alla pioggia ed è franato. Dubbi interessanti, ma la buca aspetta ancora di essere coperta. Bisogna rimboccarsi le maniche allora, mica si può lasciare così. È pericoloso, un auto potrebbe sbandare e finire contro un palo. Tanto non arriverà nessuno a rimediare al danno, figuriamoci! Un secchio e un manico di scopa però possono bastare. La storia dell’umanità si è sviluppata a partire da quel secchio e da quel manico. Se sei fortunato un giorno qualcuno passerà di lì e addobberà il secchio e il manico di scopa che hai infilato a coprire la buca, qualcuno ci scriverà un libro, qualcuno denuncerà il fatto alle autorità, qualcun altro comporrà canzoni.

Per quattro stagioni Treme ha raccontato tutto questo. L’elaborazione del lutto di una città che si fa processo condiviso a risollevare le sorti di un’umanità annichilita, la vita che si determina e si rigenera in seguito a un’esperienza collettiva di morte. È un racconto positivo di ricostruzione, cambiamento e rinascita, di conservazione e trasmissione di tradizioni che è preservazione di una storia comune, del passaggio di ciascuno su questo mondo. E poi la musica, quella vecchia e quella nuova.
Treme termina la sua second line sistemando l’ultima collana su quel manico di scopa e quel secchio, che rimarranno lì, in mezzo alla strada, monumento ai caduti che si rialzano sempre.

L’ultimo bis. Dopo la morte di Albert Lambreaux, la musica riprende, deve riprendere, non può non riprendere. And we won’t bow down. No, we won’t bow down. L’ultimo addio al Big Chief, e così quello della serie ai suoi spettatori, è un tributo musicale, un inno tribale. Un finale celebrativo che non poteva non concludersi con la vera festività “religiosa” della città: il Mardi Gras. Il giorno che precede il Mercoledì delle ceneri, un’altra Quaresima prima di una nuova risurrezione.
Ancora una volta la morte diventa occasione di rinascita, di cambiamento generato dall’accettazione della propria mortalità e della vita come bene e ricchezza da condividere. La morte è possibilità di racconto, perché permette di squarciare il velo del reale e rendere la realtà, la vita, un oggetto narrativo, di trasformare persone in personaggi, di infondere un barlume di senso in accadimenti che ne sono irrimediabilmente privi. Rituale magico, religioso, miracolo compiuto dall’uomo. E ai protagonisti viene concesso proprio questo miracolo, l’ultima forzatura drammatica (come è forzatura il montaggio musicale conclusivo, come lo è il titolo dell’episodio che va a completare quello del primo episodio Do You Know What It Means…) che regala loro la compiutezza che ogni individuo rincorre.

C’è chi ritorna al punto di partenza con rinnovata consapevolezza e pianta così il proprio secchio e il proprio manico di scopa. Janette avvia con successo il suo piccolo ristorante riappropriandosi del cognome, grazie all’unica buona azione compiuta da Hidalgo prima di abbandonare i suoi affari e fare ritorno in Texas. Delmond accetta di marciare per la sua tribù, pur rifiutandosi di ricoprire il ruolo di Big Chief. Eppure non lascerà la città per fuggire a New York dove l’abbiamo incontrato, si proporrà invece di mantenere nella propria famiglia le tradizioni di cui si è fatto custode Albert Lambreaux, cominciando col terminare i lavori alla casa del padre. LaDonna riapre il locale dopo l’incendio, così come lo aveva riaperto dopo l’uragano. Ma è una donna più forte e combattiva di quanto lo sia mai stata, in grado di tenere testa per l’ennesima volta alla morte (del fratello, della propria dignità e infine di Albert) che prova ad annientarla.

C’è chi invece compie una trasformazione radicale per mantenere in piedi il proprio manico di scopa e il proprio secchio. Quando abbiamo conosciuto Antoine Baptiste non riusciva nemmeno a pagarsi il taxi, trascurava i figli e spendeva la maggior parte del tempo lontano dalla sua famiglia. Ora è un insegnante che si impegna per garantire un futuro ai propri alunni, un padre in grado di occuparsi dei propri figli e accoglierli finalmente in casa. Dal canto suo Sonny ha saputo mettere in discussione la propria persona e mutare il corso della propria esistenza, anche se questo ha significato abbandonare una carriera da musicista. Eppure lo salutiamo mentre si esibisce in strada, un nostalgico regalo di addio. Annie invece prosegue il suo percorso di crescita e dice arrivederci a New Orleans, tappa fondamentale per la sua carriera artistica e personale: da compagna sottomessa di un alcolista a cantante affermata con un progetto musicale preciso che dimostra di saper proteggere.

Per tutti quelli che cambiano, ritornano al punto di partenza o se ne vanno, Toni rimane la costante, l’ancora del battello che naviga sul fiume Mississipi. Il manico di scopa e il secchio Toni li ha già sistemati da tempo combattendo la guerra santa dei diritti. Perché se la morte è il nemico da affrontare, gli agenti della morte, ovvero coloro che sfruttano la morte o che dalla morte traggono vantaggio, sono incarnazioni che si possono e vanno sconfitte. Come ha sempre tentato di fare Terry, costretto a forzare la legge per portare giustizia, sacrificando persino il proprio lavoro e sua la relazione con Toni. Ma saluterà New Orleans sapendo di aver fatto la cosa giusta, e potrà finalmente ricongiungersi ai figli lontani.

Infine Davies riflette sul tempo, sull’identità e sul cambiamento. È il personaggio in maggior conflitto con il proprio ruolo, sia personale che sociale e culturale: un bianco in una città di neri, un ricco che si fa portavoce e difensore della cultura dei bassifondi, un ragazzino di quarant’anni. Eppure si può cambiare e restare fedeli a se stessi, d’altronde è il significato preciso del termine “maturare”. Si può essere il signor McAlary e scrivere una canzone intitolata “Godzilla vs Martin Luther King”, si può lasciare un segno. Come quella buca che Davies aveva coperto con un vecchio manico di scopa e un secchio bucato, ora addobbata a festa.

Fuck Yeah

Dopo The Wire, David Simon (coadiuvato da Eric Overmyer) ci ha regalato un altro memorabile capolavoro, purtroppo passato inosservato. Gli spettatori dalla tv cercano altro, la HBO non è più la tv “che non è la tv”, perché la televisione stessa sta mutando. Ma le cose belle sono fatte per restare ed essere scoperte, tra qualche giorno o tra qualche anno. Prima o poi altri si uniranno a noi, noi che oggi sappiamo nel profondo cosa significhi…

… to miss New Orleans

Scritto da David Simon & Eric Overmyer. Diretto da Agnieszka Holland.

Giovanni Di Giamberardino

Giovanni Di Giamberardino nasce qualche tempo fa da qualche parte. Da tempo complotta per la conquista del mondo e la distruzione dell’umanità. Come se non l'avesse mai fatto nessuno pure lui ha scritto un romanzo, che comunque nessuno ha letto.

15 Comments

  1. ed è già malinconia.
    Una serie bellissima, sicuramente lontana dai canoni della tv di massa, e anche un po’ da quella di nicchia – la mia ragazza l’ha abbandonata perché “non succede niente”, e per la miseria, lei guarda meno minchiate di me – , che ci ha fatto lasciare un pezzo di cuore a New Orleans.
    Proprio in questo periodo ho finito di leggere “1 Dead In Attic”, raccolta di articoli del giornalista del Times-Picayune Chris Rose, che consiglio a chiunque abbia voglia di approfondire. Non i dettagli truculenti, né la battaglia legale, ma i sentimenti e la forza d’animo che hanno permesso agli abitanti di NO di tirare avanti dopo la tragedia. Naturalmente con la WWOZ in sottofondo, che ha lo streaming sul sito :D

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  2. Finale perfetto per una serie che verrà riscoperta con il tempo, ne sono sicuro.
    Il montaggio finale è un po’ forzato, oltre che allungato, ma spezza ugualmente il cuore.
    I personaggi che mi mancheranno di più? Davis e Janette, senz’altro. E anche la povera Annie, ormai vittima dell’auto-tune.

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  3. Già. E’ finito. Sigh.
    Ora devo solo convincere qualcuno a rivederlo con me.

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  4. Rispetto a The Wire sono andato più a rilento (cazzo, The Wire l’ho rivista però anche trecento volte) ma dio, questa serie è meravigliosa. Conferisce tutto un altro sapore alla frase “Riconcilia con la vita”. Grazie, David Simon.

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  5. Una delle migliori serie tv degli ultimi tempi.
    Ogni cosa bella prima poi finisce. :(

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  6. Ho provato a cercare Treme in rete, ma non ho trovato nessun sito che la trasmetta integralmente con i sottotitoli in italiano (e neanche nella versione originale). Sapreste darmi qualche indicazione? Sembra che sia una fiction notevole e avrei piacere di vederla.

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  7. massimo alberti 20 gennaio 2014 at 22:28

    Ho appena finito di vedere il finale e sono completamente in bambola.
    Speravo che quel montaggio finale finisse rapidamente perchè è stato dolorosissimo, su quegli sguardi tra Sonny e Annie poi… ma speravo anche che non finisse più.
    Tremè non mi ha soltanto appassionato, è stato qualcosa di più, e più di un nodo alla gola è quello che mi lascia.
    E’ stato un piacere seguirla con voi, è stato un onore e un piacere scriverne.

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  8. Una delle cose più belle che abbia mai visto, nel mio personalissimo viaggio tra le serie tv, seconda solo a Six Feet Under e, azzardo a dire, superiore anche a The Wire perché pur mantenendo l’impegno politico, abbraccia un’intera cultura, dando valore alla comunità e alla profondità spirituale dell’arte e della musica. (Come scrive Jean Christian su IndieWire).
    Non credo che nessuna serie tv mi abbia mai così spinto a visitare un posto, ad approfondirne la cultura… di una cosa ora sono certo, prima o poi arrivo New Orleans.

    Anche per me è stato un piacere seguirla insieme, come ormai è abitudine per altre serie.
    Mi auguro solo che venga sempre data la possibilità a David Simon di produrre le sue idee.

    Writer58 ha scritto:

    Ho provato a cercare Treme in rete, ma non ho trovato nessun sito che la trasmetta integralmente con i sottotitoli in italiano (e neanche nella versione originale). Sapreste darmi qualche indicazione? Sembra che sia una fiction notevole e avrei piacere di vederla.

    I sottotioli delle prime 3 stagioni li trovi su addic7ed, quelli di quest’ultima su Itasa.

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  9. massimo alberti 21 gennaio 2014 at 10:07

    gAb ha scritto:

    Non credo che nessuna serie tv mi abbia mai così spinto a visitare un posto, ad approfondirne la cultura… di una cosa ora sono certo, prima o poi arrivo New Orleans.

    Ecco…!

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  10. Io so solo che ieri ho finito la più bella cosa che abbia mai visto in Tv e mi mancherà da morire.

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  11. dopo giorni e giorni dalla visione (un po’ in ritardo) del finale ancora non so mettere insieme due parole per commentare. Treme poteva andare avanti all’infinito senza stancarci mai, e interrompersi in ogni momento, lasciandoci a immaginare come andranno le vite di tutti. e in parte è così, ce ne andiamo da Treme tristi per chi se n’è andato, felici per chi è rimasto. sono contanta che ci abbiano concesso la lunga sequenza finale per salutare tutti, nuovamente uniti dalla presenza a New Orleans. le ultime immagini poi condensano tutta la potenza e la poesia di Treme. per citare Massimo, è stato un piacere e un onore.

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  12. massimo alberti 26 gennaio 2014 at 14:16

    Commento dei commenti… mi veniva in mente, leggendo l’ultimo commento di @ Chiara :, che tanto si può capire di cosa è Tremè leggendo i commenti, i commiati nostri e su altri siti, e confrontandoli con le reazioni ad altre serie concluse. Sono parole quasi sussurrate, mai gridate… parole raccolte e quasi intime che esprimono un affetto e una vicinanza che è difficile trovare per altre serie.
    Se ci ripensiamo, Tremè ci ha raccontato le storie di: una cuoca, un dj che si fa le canne col culo un po’ parato ma che trova mille modi per sbarcare il lunario, un insegnate musicista un po’ sfigato e donnaiolo, un ragazzo di strada che fatica a venirne fuori, un’avvocata per i diritti civili lontana dalle figure patinate a cui questo character ci avevaa abituati, un carpentiere impegnato visceralmente a mantenere vive le tradizioni da cui proviene, ecc ecc ecc… In fondo Tremè siamo noi, i nostri amici e i nostri vicini di casa. Forse per questo è stato così facile entrare in sintonia con loro e, più che immedesimarci, voler loro bene. E adesso sentire questo strano magone…come quando finisce una favola, solo che qui era tutto vero.

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  13. Purtroppo a molta gente non piacciono questo tipo di serie tv coi ritmi bassi; spesso si preferisce l’azione alla qualità, ahimè conosco molte persone che ragionano così. Comunque sia gran bella recensione per una gran bella serie, è bello come in ogni stagione la gente non aspetti altro che il mardi gras, ogni volta mi facevano venir voglia di andare a NO per festeggiarlo secondo la tradizione! Inoltre sono d’accordo con l’autore della recensione riguardo al fatto che magari un giorno qualcuno si unirà a noi poveri cristi, sono convinto sia una di quelle serie che inizialmente passa un po’ in sordina, poi dopo tipo 5 anni la gente scopre che è esistita

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  14. mauro tomelli 4 marzo 2014 at 22:06

    Ho appena visto la fine di questo capolavoro e ho fatto fatica a trattenere il magone per la gioia che questa serie cosi bella e commovente mi ha trasmesso…Treme mi ha comunicato gioia di vivere, mi ha commosso e fatto ridere oltre che scoprire la cultura e la bellezza che nascode questa città..indimenticabile…una fiaba senza limiti, una cosa troppo grande per riassumerla “solo” a serie televisiva, forse un pò “difficile” per i canoni del piccolo schermo e probabilmente per questo difficilmente la vedremo in tv (ammesso che poi qualcuno di voi che segue questo sito veda la tv ;)). Io vi rigrazio voi di Serialmente perchè con i vostri commenti siete stati, e siete con tutte le altre serie che seguo, il punto di riferimento per capire appieno questa bellissima esperienza. E’ sto un vero piacere da parte mio caro @giovanni.

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  15. massimo alberti 13 marzo 2014 at 19:41

    notizia dell’ANSA di oggi:

    —————————-
    ANSA 13/03/2014 19:34:00

    ANSA/ Usa: guerra decibel a New Orleans, musicisti in rivolta
    Citta’ vuole ‘abbassare’ volume nella storica Bourbon Street

    (di Gina Di Meo)
    (ANSA) – NEW YORK, 13 MAR – A New Orleans e’ guerra di
    decibel. Sta Infatti scatenando una rivolta l’intenzione dell’
    amministrazione cittadina di abbassare il volume della musica
    nella storica Bourbon Street, nel cuore del quartiere francese.
    A ribellarsi sono soprattutto i musicisti, che non riescono a
    mandare giu’ un eventuale provvedimento che metterebbe sullo
    stesso livello il volume della musica suonata in strada o nei
    locali la notte, e il regolare suono della voce emesso durante
    una conversazione.
    Disposti a tutto pur di fermare ogni provvedimento
    restrittivo, i chiassosi musicisti hanno minacciato anche di
    andarsene altrove, togliendo quindi al quartiere la sua linfa
    vitale. Bourbon Street, non a caso, e’ conosciuta soprattutto
    per i bar e gli strip club. Calma durante il giorno, la notte si
    ravviva con ogni tipo di festa. Il picco viene raggiunto durante
    le celebrazioni di ‘Mardi Gras’, per il Carnevale, e a quel
    punto la strada esplode non solo di turisti, ma anche di
    residenti i quali, spesso sotto l’influsso di qualche dose in
    piu’ di alcol, schiamazzano senza interruzione. Impossibile non
    fare rumore insomma, e la soglia dei decibel, lamentano alcuni,
    spesso raggiunge quella prodotta da un aereo in fase di decollo.
    “”Il motivo per cui le persone vanno ad ascoltare musica dal
    vivo – ha commentato Gypsy Elise che con la sua band The Royal
    Blues si esibisce in pratica tutti i giorni – e’ perche’ vuole
    sentirla ‘dentro’. Se le restrizioni diventeranno effettive,
    credo che diventero’ una nomade e so di altri gruppi che stanno
    pensando di andarsene altrove””.
    In realta’ la questione della soglia del rumore nel quartiere
    francese non e’ nuova e tiene banco da anni, tuttavia le
    autorita’ non sono mai riuscite a far rispettare, ne’ a far
    durare, i divieti e le regolamentazioni che hanno cercato di
    imporre. Gli ‘aficionados’ della musica sostengono che i
    provvedimenti contro il rumore sono solo una minaccia contro la
    cultura musicale della citta’, perche’, tra le altre cose,
    impedirebbe alle jazz band di suonare per strada.
    Nel disperato tentativo di proteggere la salute pubblica,
    come ultima spiaggia, la citta’ ha assunto un esperto di
    acustica, David Woolworth, a cui spettera’ l’arduo compito di
    ‘aggiustare’ il volume di Bourbon Street, in una citta’ famosa
    appunto per i suoi musicisti di strada, folle chiassose e
    perenni parate. “”Si prospetta come – ha commentato Woolworth -
    la piu’ grande delle sfide. Si tratta di una strada dove si fa
    festa 24 ore al giorno e la gente lo da’ per scontato””. (ANSA).

    YLD-DP

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