the killing 3x07-08

C’è un personaggio, tra gli altri, a fare non solo da collante tra questi due episodi, ma ad esserne a tutti gli effetti il cripto protagonista, non solo dal punto di vista basico, dello svolgimento narrativo, ma anche da quello concettuale. Entrambi gli episodi si aprono col Pastore Mike (e nel primo è lui stesso a tirare giù il sipario) e il suo monologo sul passato che perseguita innerva la schiera degli eventi che coinvolge tutti i personaggi.

Linden & Pastor Mike

Un po’ come Richmond fino all’anno scorso, è il personaggio base del thrilling, l’uomo rispettabile, rivestito anche di una carica immacolata che pure nasconde dell’altro. Pastor Mike tenta di fuggire dal passato, da un evento che l’ha incastrato tramite circostanze mal interpretate e che lo perseguitano in nome del pregiudizio. E qual è il miglior modo per svanire e tagliare i ponti se non quello di assumere una nuova identità? Una nuova identità, travasata nello stesso ministero di prima. Come a dire che uno anche quando rivoluziona la sua vita, si porta sempre appresso delle tracce del vecchio sé.

Il fascino del personaggio sta però nella sua totale umanità, anche nel suo risvolto negativo. Pastor Mike è innocente delle accuse che gli furono mosse (almeno sembra), eppure qualche da nascondere ce l’ha e spesso il suo modo di esprimersi e ciò che dice assumono una connotazione sinistra. O forse anche noi spettatori siamo suggestionati dagli indizi (anche falsi) del serial e dalle strutture del thrilling, evidenziando così senza accorgercene quelle catene di cui parla il personaggio: i marchi, insieme ai ruoli, rischiano di restare indelebili, specie se associati a categorie che presupponiamo dovrebbero avere un nitore che la natura umana non conosce affatto. È interessante – e coraggioso – che quando lo reincontriamo alla fine di Hope Kills che punta un coltello alla gola di Linden, in realtà già sappiamo – dalle delucidazioni delle indagini con cui Skinner aggiorna Linden – che non è lui l’assassino, eppure si comporta come un criminale.

Il momento migliore dei due episodi è proprio nella scena in cui Pastor Mike e Linden sono in macchina, l’uno dietro l’altra, rapitore e rapita, criminale (?) e donna di giustizia, perché è anche il momento in cui i ruoli (e le sicurezze) crollano su se stessi. Linden non agisce né si comporta come un poliziotto addestrato ma semplicemente come una persona che ha paura di morire: e non riesco a trovare parole per tessere le lodi di Mireille Enos, che racconta quasi tutto col viso (nella sequenza sul ponte la sua ansia la si può quasi toccare). Un’interpretazione ancor più encomiabile se si pensa al divario tra questa Linden terrorizzata e quella che chiude i ponti col suo giovane amante, peraltro dimostrando come la sua volontà di fuggire il passato sia continua e dipendente da quello remoto come da quello prossimo (I was pretending to be something that I wasn’t with you. And now it’s over. Let go of me, because you really don’t want me to tell you a third time how things are).

Il dialogo col pastore è un vero logoramento psicologico ed emotivo: due personaggi a confronto che guardano all’altro come in uno specchio. Quella che sembra solo una recita per assecondare il proprio rapitore, si tramuta, per Linden, man mano che scorrono i minuti, in una vera e propria confessione. Entrambi hanno dei conti irrisolti col passato, entrambi sanno che queste porte lasciate aperte torneranno sempre a chiedere il conto e che gli impediscono di voltare pagina. Nel caso di Linden, poi, il discorso vale sia per il lavoro che per la vita privata: da un lato la perdita della custodia del figlio, dall’altro l’ossessione di colmare i buchi di quelle vecchie indagini che potrebbero avere un aggancio su quelle attuali.

Ray Seward

Buchi che appartengono prima di tutto allo stesso assassino. O presunto assassino. È qui che la faccenda si complica. Nel momento in cui Seward realizza l’approssimarsi dell’esecuzione in tutta la sua concretezza, comincia a temere, ad avere dei ripensamenti. Come Linden, e come chiunque, di fronte alla morte reagisce nel modo più naturale possibile, aggrappandosi alla vita e al diniego (della condanna). Non salire sulla bilancia significa non voler avere contatto con la fisicità della morte – il peso del condannato è fondamentale per stabilire  quale altezza piazzare la forca e la corda, per garantire lo spezzarsi immediato del collo e dunque una morte rapida.

Resta da capire se la paura di Seward sia “solo” il naturale timore di un uomo di fronte alla morte annunciata o celi qualcosa in più. La fine mette l’uomo di fronte al proprio passato, alle proprie scelte, e nel caso di un condannato, le scelte che l’hanno portato sin lì. Solo che, per quel che sappiamo, è assai difficile capire quali siano i rapporti di Seward col se stesso prima del carcere. Non sappiamo bene in cosa esso consista né il suo atteggiamento risulta chiarificatore. La sua personalità, come quella del pastore, oscilla continuamente tra ansie di violenta redenzione e atteggiamenti sprezzanti, da vero criminale, insensibile a tutto, pure alla sua pena. A meno di non considerare quell’atteggiamento come la volontà di rimandare pensieri ben più terribili. Come questi due episodi sembrano confermare.

 Non è una città per ragazzine

Tutti questi discorsi sugli adulti, però, rischia di farci dimenticare il vero fulcro di questa nuova stagione di The Killing. Se nelle prime due tutto ruotava intorno all’omicidio di una ragazzina che tecnicamente però non esisteva (più), quest’anno Lyric e soprattutto Bullet sono i veri volti dell’orrore (sotterraneo, taciuto, dimenticato) di una grande città, vero e proprio girone infernale per i ragazzini dimenticati. Talmente dimenticati che preferiscono vivere per strada, nonostante ci sia un killer, piuttosto che finire nelle maglie della burocrazia. Non è un caso che quando Holder per intimorire Bullet, in Try, per la prima volta davvero minaccioso, tira fuori proprio l’arma burocratica: se non ti levi di torno di faccio rientrare nel sistema e tanti saluti. Un atteggiamento di questo tipo, da parte di chi, nell’universo del serial, appartiene alla sfera dei Buoni, la dice lunga su tutti gli altri. Come il fatto che, il pastore, tra i pochi a prendersi cura di questi ragazzini, sia poi quello che nasconde più ombre sull’argomento.

Ciò che sta emergendo in questi ultimi episodi è proprio la fragilità di Bullet, preparando il terreno per il finale di Try, che forse la tramuta nel prossimo bersaglio. Una fragilità non solo di fronte al dipartimento di polizia ma anche e soprattutto per quanto riguarda gli affetti. Bullet ama Lyric e glielo confessa in una sequenza di grande dolcezza. Ma gli eventi successivi sembrano confermarle che sincerità e dolcezza sono prossime alla vulnerabilità (sentimentale). Bullet continua ad essere la più sincera, ma anche quella più ingenua. Si trova al centro di una coppia, innamorata della sua amica, incapace di vederla davvero, di vedere il suo attaccamento a Twitch. Nel momento in cui ha abbassato le difese e le ha confessato i suoi sentimenti ha inconsciamente permesso a se stessa di sganciarsi per una volta dalla realtà e sperare e rischiare: a suo dolo, a quanto sembra, visto che subisce la sfuriata di Holder e soprattutto diventa l’obiettivo di questo misterioso personaggio che parcheggia nel finale di Try.

La solitudine di Bullet è raccontata da quell’inquadratura nella tavola calda, in campo lungo, che la lascia seduta in fondo, invocando invano l’arrivo di una cameriera. La scena sintetizza bene il destino di questi ragazzini, il loro essere reietti, inascoltati, il loro morire senza forse neanche avere giustizia. O chi si occupi di loro, neanche dopo la morte.

 

 Tirando le somme

L’indagine sul pastore Mike ricorda un po’ le secche delle prime due stagioni (la prima in particolare), quando ogni episodio sembrava focalizzarsi su un potenziale colpevole diverso ogni settimana, che veniva poi puntualmente scagionato alla fine della stessa. Se non altro, qui il mistero termina sì alla fine del settimo episodio, ma l’ottavo riesce comunque a gettare un bel po’ di fumo negli occhi. Questo perché gli autori hanno avuto l’intelligenza di costruire un (presunto) villain con un’anima piena di contraddizioni. Ma resta comunque la sensazione che in due episodi non ci siamo mossi di una virgola, da un punto di vista d’avanzamento narrativo.

Rispetto alle scorse stagioni si nota comunque una maggiore attenzione alla caratterizzazione dei personaggi secondari, e la gestione e intreccio dei subplot. Danette, la mamma di Kallie ci era stata presentata in un modo che sfiorava lo stereotipo della madre insensibile e giovane che vede nella figlia, avuta giovane, solo un ostacolo (e una rivale sessuale) per la sua vita. Negli ultimi episodi stanno scrostando via quella patina lasciando emergere una donna non proprio perfetta, ma ne stiamo riscoprendo il senso materno. Forse un po’ tardi, purtroppo per lei. Il confronto col suo passato di madre, nel dialogo con Pastor Mike, è eloquente. In questo senso, il suo passato, anche se – o proprio perché – è un ricordo felice, è un’ombra per lei come per tutti gli altri personaggi.

Il giudizio generale dei due episodi si ferma a un sostanzioso OK. solo perché, come scrivevo poco su, alla fine si ha un po’ la sensazione di aver corso in circolo senza aver avuto nessuna vera nuova informazione sulle indagini e (in forma minore) sui protagonisti. Ma non saranno queste inezie a farmi vacillare nell’entusiasmo di questa terza stagione di The Killing, in cui si conitnua a vedere le spie della qualità, tra cui – per dire – c’è anche il ritorno di Holder in versione yo-style.

Antonio Varriale

Semplicemente il dark passenger di Noodles (e/o viceversa). Non gli bastava il cinema e Sergio Leone. La sua doppia natura lo portò a mietere vittime di notte tra i serial americani. Dipendente dalle dipendenze, non si lasciò sfuggire la possibilità di entrare in un altro tunnel di visioni e meno ancora quello di scriverne pure.

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Commenti
18 commenti a “The Killing – 3×07/3×08 – Hope Kills/Try”
  1. Try è stato uno dei migliori episodi della serie, e mi azzarderei a dire anche uno dei migliori episodi visti quest’anno in tv. Mireille Enos GIGANTESCA. Se i fantomatici red herrings danno l’occasione di realizzare puntate del genere allora datemene mille ancora. Fuck Yeah, applausi, quello che volete.

  2. Daniela G. scrive:

    io Try l’ho amato moltissimo. Tutta la sequenza sul ponte è meravigliosa: da Linden che non viene salvata dall’arrivo dei “buoni” ma dall’incapacità del Pastore di commettere il male, a Linden che protegge Mike col suo corpo. Anche la sequenza in auto è bellissima, e la Enos è stratosferica. E vogliamo parlare di Peter Sarsgaard? Ma quanto è bravo? Nella scena in Hope kills in cui sale sulla bilancia e trema mi ha fatto stare male, così come nella scena dell’attacco di panico dopo.
    il Pastore era un red herring, ma per me tutta la faccenda non è stata inutile, aggiunge complessità al personaggio di Linden, e mostra come “il sistema” sia fallimentare.
    serie girata da dio, e interpretata altrettanto dai protagonisti. per me OK a Hope kills e Super FUCK YEAH a Try.

  3. Suni scrive:

    A me il giovane (ex) amante di Linden m’ha dato una brutta sensazione. Chissà.

  4. genio in bottiglia scrive:

    Ok a Hope kills e Fuck Yeah a Try. Unico appunto: Va bene Holder che non risponde al cell, ma inviargli un SMS col nome del colpevole no? Capisco che non siamo ancora all’ultima puntata, però questo tipo di stratagemmi narrativi sostanzialmente sordi alle innovazioni tecnologiche mi stanno un po’ sulle scatole. Cmq Mireille Enos grandiosa!

  5. vespertime scrive:

    Io gli avrei dato un Fuck Yeah perchè questa serie, data per morta, è riuscita a reinventarsi in un modo pazzesco con una caratterizzazione dei personaggi incredibile che molte altre serie non hanno. Alla fine di ogni episodio non vedo l’ora di vedere il successivo. A parer mio è forse vero che i passi effettivi siano stati narrativamente pochi ma questi due episodi ci hanno aiutato a capire meglio la psicologia di molti personaggi come la madre o come la stessa Linden, mostratasi molto più fragile e, perchè no, rimette in gioco anche Bullett ormai data per scontata vicino alla polizia, osservatrice, infiltrata e, fino a questo momento, sempre al sicuro, arrivando a temere anche per lei. Senza contare un certo snellimento dei sospettati, l’eliminazione da essi di Padre Mike non è cosa da poco tenendo conto che sarebbe stata una scelta facile di sceneggiatura. Io stesso ho pensato “se è lui è fin troppo banale e fare tre puntate di caccia all’uomo ora mi annoierebbe” e invece il caso è ancora aperto e la serie ha ancora (poco) tempo per gettare in pasto allo spettatore tutto quello che può. Un sentito grazie a chi ha resuscitato questa serie televisiva che io per primo non avrei continuato.

  6. Paola scrive:

    Vorrei attirare l’attenzione sul rapporto Holder- Lindon: per me è in atto un vero e proprio innamoramento, soprattutto da parte di Holder. E’ come un crescendo ,fino alla quasi confessione di lui davanti alla cena cinese: “Ho pensato di averti perso” e ancora “E’ stato da panico, eh.” Per buttarla poi sul comico come per sdrammatizzare l’incedere della dichiarazione sentimentale: “Proprio quando cominciavo ad abituarmi.”

  7. Holmes scrive:

    Per me entrambe le puntate da OK, perchè a dire il vero le indagini sono in fase stagnante da 3 puntate, considerato che Pastor Mike puzzava di non-colpevole a distanza di miglia. La coesione Holder-Linden è il punto forte di questa serie, ma ci vuole un minimo di suspense. Per il toto-killer, credo che ci si debba buttare su qualche poliziotto, e personalmente sono indeciso tra l’amico di Holder e i due secondini di Seward. (Peter Sarsgaard si è rivelato un ottimo acquisto, mi unisco ai complimenti di sopra)

  8. D.A.N.I. scrive:

    Non capisco le critiche sulle false piste (o red herrings come le chiamate voi)..non avete mai letto un libro giallo? senza queste il telefilm si potrebbe tranquillamente risolvere in un episodio!

  9. Cassandra scrive:

    Try meraviglioso.
    Avete già detto voi su pastor Mike, la confessione di Linden e Peter Sarsgaard, ma io ho amato Holder questo episodio (più del solito, intendo).
    (Quasi) fuori di sé dall’angoscia, dalla preoccupazione, dalla rabbia, dal sollievo, Bugs ha mostrato sia il suo lato più oscuro e minaccioso che quello più tenero e affettuoso.
    Credo che comunque il suo comportamento con Bullet sia dovuto soprattutto al fatto che per colpa sua Linden aveva rischiato proprio grosso, più che per una delusione personale.
    Nella scena a casa di Linden ho temuto scivolassero nel romanticismo, ma per fortuna no e spero non ci arrivino mai; è così bello, rilassante che per UNA volta in uno show una coppia di partner non trasudi UST da tutti i pori. E poi per me Holder e Linden funzionano, sono perfetti così.

  10. Mnemosyne scrive:

    Giovanni Di Giamberardino ha scritto:

    Try è stato uno dei migliori episodi della serie, e mi azzarderei a dire anche uno dei migliori episodi visti quest’anno in tv. Mireille Enos GIGANTESCA. Se i fantomatici red herrings danno l’occasione di realizzare puntate del genere allora datemene mille ancora. Fuck Yeah, applausi, quello che volete.

    D.A.N.I. ha scritto:

    Non capisco le critiche sulle false piste (o red herrings come le chiamate voi)..non avete mai letto un libro giallo? senza queste il telefilm si potrebbe tranquillamente risolvere in un episodio!

    Concordo in pieno.

    Try è a mio parere il miglior episodio della stagione, e credo che lo sia proprio perchè riesce a recuperare gli elementi che sia nel bene che nel male avevano caratterizzato le passate stagioni, ovvero la centralità del rapporto tra Holder e Linden, di cui avevo un po’ sentito la mancanza nelle ultime puntate, e l’espediente del red herring, che a me non ha mai creato particolari problemi, ma che sicuramente qui risulta gestito in maniera migliore che nella prima stagione.

  11. Mi rendo conto che è inutile impantanarsi nei voti e nei bollini, ma ci sono e li mettiamo quindi tant’è. Volevo solo sottolineare che ho dato l’OK proprio per fiscalità: nel senso che non avendo portato la trama molto avanti, e per ben due episodi, smarrendosi dietro un indizio evidentemente falso in partenza, ecco questo mi ha portato a non dare il massimo. Ma di cuore questi due episodi (e il secondo in particolare) sono un superFY

  12. dailana scrive:

    Io attendo il momento in cui Linden e Holder si dichiareranno.
    Al contrario di direi quasi tutti qui secondo me sarebbero una gran coppia, li shippo di brutto.
    E chi se ne fotte se sa di cliché, stanno costruendo due personaggi con un rapporto di cui l’amore sarebbe solo che la ciliegina sulla torta.

  13. Paola scrive:

    C’è un’altra Paola? Allora, io sono Paola n 2, la psico.N0n so come altro caratterizzarmi, cara Paola n1, oltre che come la fanatica di the good wife..allora, io sono d’accordo con la recensione. Questa volta gli episodi non mi hanno esaltato, soprattutto il secondo, perchè stanno diventando un filo troppo lenti e ci avvicinano a una certa noia. Bella la sequenza padre-Linda, ok, ma tirata un filo troppo per le lunghe. E poi davvero si rischia il limite dell’anno scorso: ossia puntare i sospetti su uno solo che risulta non essere il colpevole alla fine della puntata. Con l’aggravante che stavolta è già vista la cosa. Ripeto poi che si rischia di perdere lo spessore dei personaggi a favore di un eccesso di descrizione narrativa. Negli anni precedenti, le dinamiche psicologiche della protagonista erano molto più intense e interessanti, mentre finora è come se stesse sempre per spiccare un salto che non avviene mai.
    Dopo di che, la fiction è sempre di buon livello, interessante e misteriosa, soprattutto nel personaggio di Bullet, forte fragile e disperata, per cui tifiamo tutti.Ma fuck yeah no, non l’avrei dato neppure io.

  14. daphne scrive:

    Io quoto ogni parola di vespertime, perchè concordo sul fatto che The Killing sia rinata con nuovo vigore e con un caso che aggancia un passato apparentemente morto e sepolto, ma con una freschezza che esalta tutti i pregi della serie, lasciando perdere tutto quello che l’aveva appesantita nelle stagioni precedenti.

    Sta parlando una che ha amato la storia di Rosie Larsen, ma qui tutto è dosato alla perfezione, senza contare la bellezza dei nuovi personaggi, che rappresentano sicuramente il valore aggiunto di questa season 3.

    Cari autori di The Killing, chapeau.

  15. fra_marchese scrive:

    @ Suni: idem, ci dobbiamo aspettare qualcosa?

  16. Suni scrive:

    @ fra_marchese:

    Eh chissà! Premetto che io non ci prendo MAI, però boh ‘sto ragazzo qualcosa potrebbe nascondere.
    Certo che pure la storia dei due agenti penitenziari insospettisce, cioè chissenefrega dei loro problemi a casa, uno col bambino che mette i dentini e lo tiene sveglio e uno con la moglie insoddisfatta che ci prova col primo malcapitato che va a casa loro a bere una birra. E in virtù di questo chissenefrega a me vien da pensare che se invece queste vicende familiari ci vengono mostrate forse forse potrebbero essere importanti.

  17. fafner scrive:

    Leggo quelle che mi paiono superfetazioni, nella recensione e nei commenti. ‘Try’ è stata la puntata low budget della stagione, con tutte le limitazioni del caso. Ma il vero problema, accanto alla dilatazione della trama, che è usuale, è la banalità della situazione, del dialogo e degli espedienti narrativi: non se ne può più di poliziotti che ripetono e ripetono ai rapitori talk to me, keep talking to me, e ti va di ascoltare le mie crisi famigliari mentre arrivano i nostri?

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