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Copper è ambientato durante la guerra civile e, anche se di combattimenti non ne vedremo mai, il rimbombo degli spari raggiunge la New York in cui i protagonisti si muovono. Questo episodio in particolare ha il merito di far sentire il contesto storico-politico, di farlo trasudare attraverso le vicende del crime drama e quelle personali dei nostri eroi. Non che ci sia bisogno della vera e propria guerra per agitare la acque. Cos’è infatti Five Points, con i suoi scorci di degrado e povertà, se non a modo suo un campo di battaglia in cui si lotta ogni giorno? Dopo una premiere di riscaldamento (che ho trovato pasticciata) e un secondo episodio più introspettivo, “The Children of the Battlefield” allarga lo sguardo su tematiche più grandi e globali, mettendo in scena interessanti parallelismi e contrapposizioni.

Il caso degli adolescenti rapiti (o morti) sembra chiudersi qui. A rivelarsi colpevole non è il classico maniaco serial killer (cosa che sarebbe stata più banale), ma degli uomini al servizio del governo, incaricati di reclutare giovani per la guerra e disposti a usare gli espedienti più ignobili. Questa svolta “politica” permette alla puntata di esplorare una piramide di valori e priorità.

Il nostro detective Kevin Corcoran si trova al centro. E’ un uomo pragmatico, a suo agio quando si aggira nei bassifondi di Five Points e disinibito nell’uso della violenza (After the first dozen, killing came easy). Questo però non gli preclude uno spettro di alti valori, che vanno dalla cura per la propria famiglia (anche se la esprime a modo suo), alla passione con cui svolge il lavoro, fino a un naturale senso di giustizia e compassione verso le vittime innocenti. E’ dunque prevedibile che, quando finalmente acchiappa Doman (l’uomo che metteva la droga nei bicchieri dei ragazzini in modo stordirli e caricarli sulla nave), ricorra a ogni mezzo per costringerlo a cantare. Tirargli qualche pugno si dimostra del tutto inutile, allora lo sfortunato viene tenuto nella “suite” della prigione (devo proprio scrivere di cosa si tratta? Non un posto piacevole, ecco), poi preso a secchiate di acqua gelida e infine minacciato di morte. Pezzo dopo pezzo, Doman confessa le sue attività e rivela di avere un partner dallo pseudonimo John Smith. Alla fine Corky riesce a trovarlo insieme ai ragazzi arruolati con l’inganno, sulla nave ormai sul punto di salpare. Si scopre che questo John Smith non è altri che il patetico padre di due dei giovani coinvolti, quello che si vantava, mentendo, di essere stato un soldato. Come contrappasso il detective lo costringe ad arruolarsi per davvero e permette ai ragazzi di tornare a casa.

Le azioni di Corky, pur nella loro brutalità, hanno scopi altruistici con cui ci è facile simpatizzare. Non è solo adempimento di un dovere, si tratta proprio di empatia da parte di un uomo che l’inferno della guerra lo ha vissuto sulla propria pelle. La moglie stessa, pur infastidita per le poche attenzioni che il marito le concede, gli dice You have this instinct to protect people, Kevin. I love that in you, the nobility. Quando però il detective si reca dal sergente per scoprire dove si trovano i ragazzi, saliamo ai piani alti della gerarchia e ci affacciamo su una diversa prospettiva. Il vecchio militare viene informato sui metodi usati da John Smith per l’arruolamento, eppure non ne resta altrettanto scandalizzato. A suo parere ci sono necessità superiori che giustificano simili atti, priorità tali da offuscare i diritti degli individui e persino il rispetto della legge. This goddamn war  tearing out country apart is bigger than you, me or a handful of the five points slumrats. Per vincere (e quindi terminare) la guerra c’è bisogno di carne da macello, da procurare con ogni mezzo. Anche le diversità etniche, tanto sentite in altri contesti, passano in secondo piano a questi livelli. Ma ciò che davvero dà valore al dialogo è il momento in cui il sergente, allontanandosi dalla scrivania con la sedia a rotelle, mostra di avere le gambe mozzate. Non è lo stereotipo dell’uomo privilegiato che fa il cinico parlando di problemi che gli sono lontani. Ci è passato in prima persona e ci ha rimesso più di Corcoran stesso. Il nostro detective rimane giustamente sulla sua posizione, ma è da apprezzare l’equilibrio presente nella scena.

All’estremo opposto troviamo Francis Maguire, uscito di prigione e unitosi all’organizzazione criminale dei falsari. Si è integrato in fretta (forse fin troppo. Un po’ drastica questa evoluzione) e ora sembra un personaggio trapiantato direttamente da Boardwalk Empire. Si trova al gradino più basso della piramide: respinto dalla società, ora ha il solo basilare ed egoistico obiettivo di sopravvivere come meglio può. Ma anche in questo caso, come ai piani più alti, la legge viene calpestata e a farne le spese sono gli innocenti. Il boss O’Rourke gli chiede di uccidere un poliziotto per provare di non essere più uno di loro. Per un attimo ho creduto che Francis avesse scelto come bersaglio Corky stesso, e invece viene colpito (con un pugnale, perché test obbliga a sporcarsi le mani e vedere la vittima da vicino) Phinbar Brynes, il giovane che nella scorsa puntata ha avuto quella buffa scena con l’attore (non me lo ricordo bene nella prima stagione, ma quella scena da sola è bastata a farmi affezionare a lui). Peccato perderlo, ma in compenso si preannuncia un succoso scontro tra lui e Corcoran. Come ci ha insegnato la lunga tradizione di crime drama, non c’è miglior modo per provocare la polizia che ammazzare uno di loro, e infatti la caccia prende il via già alla fine della puntata.

Le altre due storyline sono meno interessanti, ma non per questo da buttare. Il coinvolgimento di Elisabeth nel piano dei sudisti di bruciare New York rimane nascosto fino al matrimonio con Robert, ma viene fuori durante la notte di nozze nel modo più classico e prevedibile: l’effetto dell’oppio unito ai sensi di colpa la spinge a confessare. Elisabeth è una donna viziata dell’alta società, ma anche lei come Francis è stata spinta da interessi egoistici. Non che sia cattiva, è che vivere chiusa nel suo mondo dorato la rende in parte cieca ai danni che provoca. E’ un aspetto già reso evidente nel suo rapporto con Annie la scorsa stagione e ritorna anche qui. Quando dice di aver creduto che l’incendio avrebbe riguardato solo aree disabitate, le sue parole sono sincere. Tutte cose che comunque non bastano a placare l’ira di Robert, animato da una forte passione politica (Do you realize that I exiled my father for his involvement?). Non so se il dialogo con Corky sarà sufficiente a spingerlo a perdonare, ma mi auguro che la cosa non avvenga con troppa facilità, visto il modo in cui hanno tirato per le lunghe la faccenda del segreto.

Nel frattempo Sara non riesce a scacciare i ricordi dell’uccisione dei suoi fratelli. Alla fine decide di affrontare la situazione abbattendo, insieme ad altri neri che intervengono per aiutarla, l’odiato lampione a cui sono stati impiccati. Sarà la semplicità della vicenda, il fatto che Sara non sia tra i personaggi più intriganti, la banalità degli eventi e delle battute che le sono state messe in bocca, ma questa parte non mi ha coinvolto come avrebbe dovuto. Tuttavia essa tocca un altro aspetto che determina le priorità umane: l‘appartenenza a un popolo, specie se emarginato. E’ un tema che risuona molto anche nella storyline di Corcoran, il quale sente continuamente il peso delle sue origini irlandesi. Infatti racconta alla moglie di essersi arruolato per rappresentare la propria gente (la propria figlia in primis) e aiutarla a integrarsi in America. Quando rinuncia a venire al matrimonio di Robert per cercare John Smith, il consiglio che gli dà Donovan si basa sugli stessi principi: quando si proviene da una comunità malvista, diventa a maggior ragione importante curare la propria reputazione, da un lato svolgendo il proprio lavoro in modo encomiabile, dall’altro evitando di sfigurare agli occhi dei ceti più elevati.

Pur non contenendo un gran numero di scene in sé memorabili, “The Children of the Battlefield” ha dalla sua una notevole architettura tematica. Ci mette un po’ a carburare, ma visto per intero si merita una promozione piena e convinta. Tra i suoi punti di forza c’è la capacità di motivare le scelte dei personaggi, impresa meno facile di quello che può sembrare. Persino una figura viscida e insignificante come Doman fa discorsi credibili quando cerca di giustificare le proprie azioni. E se qualcuno, come Ellen, stenta ancora a uscire dagli schemi, è comunque un bel risultato quello che l’episodio riesce a raggiungere senza nemmeno beneficiare di Annie ed Eva (i personaggi migliori insieme a Corcoran, qui quasi assenti).

 

Ok.

Anastasia

Conosciuta anche come AryaSnow.

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Commenti
5 commenti a “Copper – 2×03 – The Children of the Battlefield”
  1. Lisa C. scrive:

    Concordo abbastanza con la recensione, tranne in un punto: a me la scena di Sara che abbatte il lampione assieme al resto della comunità nera di Five Points ha convinto moltissimo. L’ho trovata, appunto, una scena molto semplice, ma non banale, e molto efficace. Sono sicura che dipenda da una diversa sensibilità nel percepire questo tipo di scene, non migliore né peggiore, semplicemente diversa, ma la furia di Sara mentre si accaniva contro quel palo con l’ascia, il lento accorrere di Matthew e di tutti gli altri, l’uomo che sale fin sul palo per scuoterlo e strapparlo dalla strada ed il prolungato silenzio di Sara quando il lampione viene finalmente abbattuto mi hanno colpito molto.
    In generale, l’inizio di questa seconda stagione mi sta convincendo. L’unica cosa che davvero non capisco è la scelta di chiudere la storyline dei ragazzi rapiti/scomparsi già al terzo episodio. Sono d’accordo con te: probabilmente il serial killer sarebbe stato banale, scontato. Ce lo aspettavamo tutti, infatti. E sebbene trovi encomiabile il tentativo di “stupire” il pubblico prendendo una strada inattesa, mi sembrava che questa storyline potesse essere un buon collante per tutta la stagione. Non vorrei che questo invece significhi che tutto il resto della stagione verrà gestito in questo stesso modo, con micro-storyline orizzontali che durano tre/quattro episodi e micro-micro-storyline verticali che durano lo spazio di un episodio. Temo un’eccessiva frammentazione della narrazione che finirebbe per non rendere la stagione sufficientemente coesa, il che sarebbe un dramma per uno show che già, partendo procedurale, non può fare della coesione un punto di forza strutturale.
    E comunque voglio più Annie. Più Annie per tutti! Se c’è qualcosa che veramente mi sento di rimproverare a questa seconda stagione di Copper è l’utilizzo sfacciatamente ristretto che sta facendo di uno dei personaggi e dei membri del cast migliore di questa serie. Sottoutilizzare Annie (e Kiara Glasco) è un crimine contro l’umanità. Suppongo che, vista la scena in casa Morehouse, le affibbieranno una storyline di cleptomania randomica dalla quale suppongo la faranno uscire quando Corky e sua moglie finiranno per adottarla per colmare il vuoto della perdita della loro bambina. Spero non affrontino il tutto in maniera troppo scontata. Comunque c’è molta più chimica in mezzo sguardo scambiato fra la Glasco e Weston-Jones che non fra quest’ultimo e l’incolore Alex Paxton-Beesley che interpreta sua moglie.

  2. KuroKo scrive:

    Scusate, ma solo io nella scena del lampione ho visto un omaggio antitetico alla foto/gruppo scultoreo Issando la bandiera ad Iwo Jima?

    Ad essere sincero, questa seconda serie mi sembra più incerta nella regia e claudicante nelle trame rispetto alla prima – che ho visto in “maratona” nel corso della passata settimana – ma non avendo potuto/voluto seguirla “serialmente” a suo tempo, forse sfugge a me che soffrisse dei medesimi difetti strutturali, diluiti dalla visione “in blocco”?

    Vorrei discordare in un punto con la recensione:

    “[McGuire] si è integrato in fretta (forse fin troppo. Un po’ drastica questa evoluzione)”

    Evoluzione drastica? Stiamo parlando di un pluriomicida il cui senso del dovere gli imponeva di fare l’imitazione di Louis Armstrong con la moglie del suo migliore amico mentre lui era in guerra, rimanendo coinvolto anche nell’omicidio preterintenzionale della di lui figlia e – se anche non bastasse – al T.S.O. della fedifraga per insabbiare il tutto? Sicuramente un esempio di fulgido valore morale, una figura di grande rilievo nella riverita schiatta dei sociopatici.

    Solo io sogno il crossover con Ripper Street, la – bella, dai, diciamocelo – serie gemella della BBC d’Albione?

    Basette, basette ovunque.

    Lisa, io non mi preoccuperei di una insipida storyline di cleptomania, la scena in cui Annia ruba la collana mi sembra più il primo (?) step di un piano per screditare e liberarsi della moglie del suo amato Corky (o un prodromo all’ “anello del conte” di “Boris”, movvediamo).

  3. KuroKo scrive:

    P.S. Sono andato a leggere sommariamente le vecchie entry su Copper qui in Serialmente, vedo che l’atteggiamento di McGuire era stato già stigmatizzato nella recensione precedente, chiedo venia per la ridondanza.

    In calce vorrei anche aggiungere che sono uno stordito totale e solo leggendo della 1×01 mi sono reso conto di non avere idea di chi fosse l’attrice dietro Eva (striscioni sugli spalti, rumore di trombette e vuvuzuelas, fuochi d’artificio). Meravigliosa Franka, l’avevo amata visceralmente per anni grazie a Lola corre, mi tiene in piedi una serie sulle poderose e sfregiate spallle di Eva, ora.

  4. BetterLife scrive:

    A me la scena di Sara è piaciuta e l’ho trovata molto significativa, ma in generale mi piace molto la caratterizzazione del suo personaggio, sono riusciti a farle portare avanti il lutto per i fratelli e la paura di vivere in città per più di una stagione senza renderla lamentosa e fastidiosa come spesso succede con i personaggi che hanno traumi per periodi prolungati.
    questo episodio mi è piaciuto e anch’io ho apprezzato che si sia chiusa la storia del serial killer (che non era un serial killer) perchè non è il punto centrale della serie, preferisco i casi diversi ogni puntata e che la trama orizzontale poggi su altro. Tra l’altro adesso iniziano a prendere forma evidente quelle che saranno le storyline a lungo sviluppo della stagione, cosa che mi mancava un po’ i due episodi precedenti, cioè li passavo pensando “ok ma quindi questa stagione su cosa si basera?”

  5. Dampyr scrive:

    Sarò breve..
    a me piace tutto di questa serie.
    L’ambientazione, i personaggi (e chi li interpreta).. le storie (e come vengono trattate).
    Poi vengo qui..
    e “vedo” un generale disinteresse (almeno dal numero di commenti).
    Ora.. non che io sia scemo, non completamente almeno, però vedere lavori ben fatti come questo rimanere ai margini (in generale.. non solo su Serialmente) mentre fumettoni ridicoli hanno un successo incredibile, mi provoca un certo fastidio.
    Si.. lo so..
    non è una serie da grandi(ssimi) numeri, eppure il fastidio rimane.

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