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Doppio schermo. Dark Shadows, dalla serie al film

Ci sono quelli che la tv è meglio del cinema, e quelli che il piccolo schermo non sarà mai come una sala con dolby surround. Quelli che hanno smesso di guardare film perché guardano troppe serie e quelli che usano ancora l’aggettivo “televisivo” come segno di disprezzo. Quelli che le serie sono il futuro e il cinema è morto, e quelli che restano scettici pure davanti a Mad Men. Ma grande e piccolo schermo sono legati a doppio filo, non solo perché sempre di audiovisivo si tratta, ma perché storie, registi e attori ormai migrano dall’uno all’altro come in un unico grande flusso. In questa nuova rubrica, gli amici di Mediacritica.it ci raccontano i film che fanno da punto di contatto: quelli da cui sono state tratte delle grandi serie e quelli che invece dalle serie sono nati. Oggi parliamo di Dark Shadows.

DALLA SERIE AL FILM

LA SERIE. Tutto nasce da un sogno: è una notte del 1965 e Dan Curtis immagina una giovane e misteriosa donna su un treno. Sarà lui poi ad adattare l’illusione ai parametri di soap opera, trasmessa dalla ABC dal 1966 fino al 1971. Servono 1225 episodi di Dark Shadows per raccontare la saga della famiglia Collins, una misteriosa e caleidoscopica discendenza, farcita di personaggi esterni al nucleo domestico altrettanto bislacchi, due su tutti la governante Victoria Winters (è lei la personificazione del sogno) e la dottoressa/scienziata Julia Hoffman. Entrata ormai nel circuito cult, la serie si distingue per la teatralità dei gesti compiuti, ognuno innalzato a spasmodico sforzo emotivo, dall’inventare una menzogna (uno su tutti l’episodio 372 e la bugia costruita intorno a un soldatino di legno) al sollevare il coperchio di una bara (episodio 1000, sempre per citarne uno; e no, non è una casualità se sono tutti momenti in cui in scena c’è Lara Parker…). Quanto si divertono poi i personaggi a saltellare tra i secoli, sbirciando nel futuro e prendendosi qualche ora di girato per svolazzare in un universo parallelo (dall’episodio 980 al 1060). Fenici, lupi mannari, fantasmi, zombie, senza scordare l’amato vampiro entrato in scena dalla seconda stagione, completano un tutto decisamente singolare per un prodotto trasmesso in fascia diurna: nonostante difetti di messa in scena, effetti speciali poco curati e monoespressività di alcuni attori, almeno questo glielo si deve riconoscere.

IL FILM. Barnabas Collins ha passato centonovantasei anni in una bara, sepolto vivo: inutile stupirsi se, appena dissotterrato, il suo primo impulso sia quello di addentare succulente giugulari di malcapitati operai per calmare la sete di un paio di secoli. Condannato a un’esistenza da vampiro per aver ingannato una strega, aveva lasciato il mondo nel XVIII secolo: ora si ritrova a condividere gli anticonformisti anni’70 con dei discendenti in rovina, l’azienda ittica fondata da suo padre sull’orlo del fallimento e la sua vecchia amante, Angelique Bouchard più viva, più vogliosa, più sexy e più pericolosa che mai (di sicuro più del suo corrispettivo televisivo!). Risollevarsi è la nuova parola d’ordine di casa Collins. Un vampiro, i fratelli Elizabeth e Robert Collins e i rispettivi figli Carolyn e David, insieme a due domestici, una psichiatra alcolizzata e una dolcissima governante dall’oscuro passato sono coloro che hanno il compito di metterla in pratica. Il film è costruito da un simpatico terzetto, l’immagine di tre vecchi compagni d’avventure con la naturale propensione ad amare incondizionatamente la figura del vampiro. A capo della spedizione Tim Burton, la rotta tracciata dalla sceneggiatura di Seth Grahame-Smith (Orgoglio e Pregiudizio e Zombie, La Leggenda del Cacciator di Vampiri: il diario segreto del presidente), la bussola che punta sull’omonima serie anni ’60 creata da Dan Curtis.

DARK SHADOWS – IL FILM. Saltiamo i convenevoli e andiamo dritti al sodo: senti un po’, caro Tim, non credi sarebbe ora anche per te di ritornare tra noi? Dove hai dimenticato il tuo Spiritello Porcello capace di creare l’infinita malinconia di un ragazzo dalle Mani di Forbice o l’entusiasmo del dimenticato Ed Wood, sventurato creatore d’arte? Hai fatto saltare le cervella a sadici marziani servendoti solo della musica country di Slim Whitman, hai donato al mondo quella piccola meraviglia che risponde al nome di Big Fish, ti sei permesso persino un’innocua incursione nel musical: e ora? Il 2012 è l’anno in cui la mente del regista californiano si fa controllare dalla passione, permettendogli la composizione di Dark Shadows, personale tributo all’amata omonima serie anni ’60. Si percepisce forte la sensazione di essere immersi in un privato gioco dei rimandi, un pastiche che compone ironia, ambiente e divertimento per chi sta dietro la macchina da presa, lasciando che un messaggio implicito passi nel sottotesto: “è il mio film: l’ho pensato, l’ho realizzato, me lo godo, che gli altri facciano un po’ quello che gli pare…”. Sciocchezze a parte, probabilmente è proprio l’euforia di fondo che consente alla disattenzione di entrare in scena. Si scade in una comicità che alla lunga stanca; si fa un compendio delle maggiori linee guida tracciate dalla serie, ma si slegano tra loro i momenti dell’azione, restituendo l’amaro sapore di accozzaglia poco curata. Soprattutto si perde il rapporto tra Barnabas e la dottoressa Hoffman (nella serie l’episodio 291 chiarisce la tensione/spinta che l’uno prova verso l’altra) l’unica capace di allearsi col mostro e conquistare il suo speciale affetto, in qualsiasi forma esso si presenti. L’atmosfera pop cerca di salvare il salvabile, mischiando colori, mode e musica alla figura del vampiro, così aliena al mondo veloce fatto di automobili, minigonne, insegne luminose e asfalto, lui e il suo bastone da passeggio, la frangetta incollata alla fronte e le falangi smisurate. Morale della favola: nient’altro che una simpatica commediola totalmente inoffensiva, un calibrato esercizio di stile piacevole alla vista, la compensazione di recitazione, effetti speciali e dinamismo che il riferimento televisivo curava sporadicamente. Certo, la Pfeiffer che spara cartucce contro un’Eva Green in frantumi non si scorda; peccato che sia solo un momento, prima di permettere alle ombre di rincasare, pronte ad inghiottirci tutti un’altra volta.

EXTRA:

  • Ospiti di tutto riguardo varcano la soglia di casa Collins la sera della grandiosa festa tutta musica, alcol e sfere di specchietti: Jonathan Frid è il più atteso, l’originale Barnabas Collins protagonista di quasi seicento puntate del Dark Shadows televisivo, accompagnato da Lara Parker (Angelique Bouchard) e Kathryn Leigh Scott (il volto di Maggie Evans; nel film non c’è distinzione tra il suo personaggio e la figura di Victoria Winters). Segue a ruota David Selby (Quentin Collins);
  • Tim Burton offre a Alice Cooper la possibilità di interpretare il ruolo della sua vita: lui accetta e per il grande schermo diventa se stesso;
  • Oltre alle composizioni del fedele Danny Elfman, la colonna sonora del film contiene numerosi brani contemporanei anni ’70: Night in White Satin dei The Moody Blues guida Victoria nel suo arrivo a Collinsport, I’m Sick of You (Iggy Pop) e Season of the Witch (Donovan) ci offrono l’immagine della ribelle Carolyn, Top of the World (The Carpenters) e Superfly (Curtis Mayfield) permettono a Barnabas Collins di integrarsi al presente mentre, sulle note di You’re the First, the Last, My Everything, Barry White accompagna la violenta notte di passione che ha trascorso con Angelique. C’è spazio anche per Paranoid dei Black Sabbath, qui usata per parlare d’amore nella sua forma più leziosa e deprimente possibile;
  • La casa dei vampiri (House of Dark Shadows, 1970) e La casa delle ombre maledette (Night of Dark Shadows, 1971), sono i primi film tratti dalla serie, entrambi diretti da Dan Curtis: nel primo ci si permette più violenza, più morsi sanguinolenti finalmente, mentre Barnabas prende in moglie la sosia del suo perduto amore Josette. Uscito al culmine della popolarità della serie, è completato dal sequel che invece ruota intorno al personaggio di Quentin Collins, discendente di Barnabas, recuperando quell’universo parallelo messo in scena nell’ultima stagione televisiva;
  • È tempo di revivals. Nel 1991 la NBC propone un restyling di linea romantico-gotico-mistico: notevole successo, segregazione in orari improbabili dopo una sola stagione per colpa della Guerra del Golfo e del suo stravolgere i palinsesti settimanali. Cestinata;
  • È tempo di revivals parte II. Nel 2004 un nuovo tentativo di riaprire le porte del piccolo schermo alla famiglia Collins: un episodio pilota targato Warner Bros, cast rinnovato e l’accontentarsi di vedere questo lavoro proiettato sporadicamente solo a qualche festival. Archiviato;
  • Negli anni il fenomeno Dark Shadows ha infettato l’arte in generale: due serie di romanzi, articoli sparsi su riviste, strisce animate firmate K. Bruce, trentacinque graphic novel distribuiti dalla Golden Key Comics, fumetti basati sulla serie del 1991. A questo aggiungiamo due giochi da tavola, una collana di libri da colorare, un puzzle e un audiolibro (Return to Collinwood), se interessa ancora in commercio.

Margherita Merlo

Crede nel genio malinconico di Wim Wenders, nell'infallibilità del destino e in Babbo Natale. Mentre aspetta fiduciosa la resurrezione di Billy Wilder, senza troppo sforzo cerca di diventare grande. Scrive di cinema per Mediacritica.it e Nocturno.it .

11 Comments

  1. Adesso capisco perchè il film non m’è piaciuto: non si può comprimere così tanta roba nello spazio di un’ora e mezza

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  2. Il film non mi è piaciuto affatto,l’ho trovato il lavoro piu insulso di tim burton dopo mars attack.
    La serie non l’ho vista ma leggendo l’articolo mi è venuta voglia di guardarla,a fermarmi sono solo il numero infinito di episodi.

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  3. Seth Graeme Smith (o come azz si chiama) è un incompetente, spero davvero che Tim Burton sciolga questo sodalizio il prima possibile, le SUE gag nel film erano riconoscibilissime ed erano di una volgarità fuori contesto inaudita (la Carter che fa un pompino a Depp, l’assurdo sesso estremo tra Angelique e Barnabas, quella stronzata di Barnabas che vede l’insegna del McDonald’s e urla “Il MALE!” – ma davvero dovevo ridere per sta roba secondo lui?) E per capire meglio quello che dico, guardatevi se ne avete il coraggio, Il cacciatore di vampiri (sempre scritto dal buon SMith e tratto da un suo libro), una stronzata terrificante.

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  4. Della serie ho visto solo qualche confusa puntata quando ero piccolo ed avevo ancora paura dei mostri (l’unica che non mi terrorizzava era la famiglia Addams, di cui aspetto l’articolo con ansia) ed ho visto il film solo per Tim Burton e Johnny Depp.
    La sensazione che fosse tutto compresso l’ho avuta e fortissima, e le reminescenze della serie m’hanno indotto a pensare che fosse troppo poco il tempo per riproporre con decenza la lunghissima serie.
    Insomma, un po’ la stessa fine che ha fatto Bewitched col remake. ‘na schifezza.

    Sono troppo fan di Tim Burton per parlarne troppo male però.

    @ Jo3y:
    Quotone; che stronzata paurosa.

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  5. Informandomi sulla soap all’uscita del film, e sulla Wiki inglese troverete tantissime informazioni su di essa, sembra che ci abbia messo un po’ prima di virare al sovrannaturale. Inoltre sembrava come se fosse un film diretto da Ed Wood perché c’erano sbagli evidenti che in situazioni normali richiedrebbero il blocco delle riprese e il dover rigirare la scena. Attori che si impappinano e si bloccano perché non si ricordavano le battute, altri che cincischiano nel mettere un impermeabile sull’attaccapanni e questo poi cade perché messo male e così via, tutto tranquillamente girato come nulla fosse :D.
    Su youtube ci sono estratti di alcune puntate per chi è curioso.

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  6. A me nel film hanno fatto ridere solo le battute sulle bruttezza della “Signora Cooper”.
    Sono però quasi dieci anni che Tim Burton mi lascia fredda (dal rifacimento de La Fabbrica di Cioccolato), eccetto l’ultimo Frankenweenie (Bau).
    La serie ho scoperto che esisteva solo all’uscita del film.

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  7. A me nel film hanno fatto ridere solo le battute sulle bruttezza della “Signora Cooper”.
    Sono però almeno dieci anni però che Tim Burton mi lascia fredda (dal rifacimento de La Fabbrica di Cioccolato) eccetto l’ultimo Frankenweenie (Bau).
    La serie ho scoperto che esisteva solo all’uscita del film.

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  8. @ frale:

    Considera che molte puntate andavano live, in diretta. Quindi ci sta qualche papera degli attori.

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  9. sara881 ha scritto:

    @ frale:

    Considera che molte puntate andavano live, in diretta. Quindi ci sta qualche papera degli attori.

    Si ma per lo più era girato. Era proprio una scelta andare con la tecnica ”buona la prima” un po’ perché dava un aspetto particolare allo show e in parte per accelerare i tempi e ammortizzare i costi.
    http://www.darkshadowsonline.com/dso-dark-three.html

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  10. Ho trovato il film un insieme mal riuscito di generi si passa dalla commedia al semi horror e si finisce con l’action da twilight con bimbette licantropi.

    E in più sto amore impossibile per la reincarnazione di Josette non si vede per niente…

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