black mirror 201

Black Mirror – 2×01 – Be Right Back

Mentre anche il cinema comincia ad interessarsi agli angoscianti scenari tecnologici creati da Charlie Brooker, torna su 4Channel Black Mirror, con una seconda serie apertamente impegnata nella conquista del titolo di prodotto seriale più creepy di sempre.
La formula ormai è rodata: in ogni episodio si forzano appena le attuali possibilità tecnologiche, mostrandone le possibili (probabili?) ricadute sull’essere umano, sulla sua sfera emotiva e sulla sua socialità. La missione? Evitare ogni tipo di sconto, rassicurazione, nota speranzosa: il riflesso di ogni possibile scenario futuro è sempre nero, nerissimo.
Se avete già visto la splendida prima stagione, non potrete non aver avuto un brivido sottile dopo aver letto il titolo. “Be Right Back”, notoriamente un’affermazione tra le più potenti nel chiamarsi ogni sfiga seriale, anche in serie lontanissime dall’universo raggelante di Black Mirror.

L’ho tirata per le lunghe per evitare ogni tipo di spoiler. Parte del fascino più superficiale di ogni episodio di Black Mirror è proprio scoprire a poco a poco dove Charlie Brooker voglia andare a parare. Il consiglio spassionato è di vedere l’episodio prima di continuare la lettura, per evitare di compromettere il suo primo, forte impatto emotivo. Siete avvertiti. 

Be Right Back segna una sorta di livello successivo per Black Mirror e sono certa dividerà nettamente il suo pubblico nei giudizi. Rispetto al potentissimo pilota “The National Anthem”, procede quasi sottotono, giocando con sistemi ben più raffinati e mimetici, a discapito di parte del senso d’angoscia iniziale.
La direzione è quasi obbligata, anzi, è evidente l’intento di coinvolgere empaticamente lo spettatore nel dramma di Martha (Hayley Atwell). Fin da subito sul suo compagno grava un senso di predestinazione, ancor prima di mettersi alla guida senza riporre il cellulare. Se però inizialmente ci si aspetterebbe una facile ramanzina sull’ossessione di “essere collegati alla rete sociale”, in realtà il balzello tecnologico è più ricercato e profondamente più creepy, come ci viene più volte fatto notare.

Essenzialmente, è inquietante per due motivi. Brooker si preoccupa di presentarci Martha come una di noi, una con un sano rapporto con la tecnologia, che usa nella giusta misura e per scopi essenzialmente lavorativi. Non manca anche di scandalizzarsi e rifiutare inizialmente l’utilizzo del software in questione. Non manca nemmeno di scusanti: vedova di fresco, con un figlio in arrivo e nessun apparente supporto psicologico a portata di mano. Il fatto che una donna tanto equilibrata, tanto normale finisca in questa spirale di dipendenza è un messaggio chiarissimo.

Il secondo elemento, decisamente meno scontato, riguarda l’elemento fantascientifico in sé. L’episodio è essenzialmente diviso di netto in due tronconi. Quanto possiamo parlare di fanta-scienza per la prima parte, in un mondo in cui già i siti hanno policy specifiche riguardanti la morte di un utente? Quanto è plausibile un software che elabori quello che abbiamo lasciato “in the cloud”, nella memoria collettiva e sempiterna della Rete, fino a riprodurre una chat o una conversazione telefonica con una versione plausibile di noi stessi? Abbastanza plausibile, in un episodio che, dalla scenografia agli effetti speciali, fa veramente di tutto per armonizzare gli elementi tecnologici futuri (la postazione di lavoro di Martha, il suo laptop full-touch) in un ambiente domestico che più neutro, rassicurante e bucolico di così non si può.

Se l’episodio si fermasse qui, a una riflessione di quanto condividiamo del nostro essere sulla Rete e quanto la nostra stessa identità sia manipolabile attraverso informazioni che abbiamo volontariamente fornito, si tratterebbe di un buon racconto e nulla più. La seconda forzatura tecnologica (decisamente più futuristica e classicamente fantascientifica) è la vera chiave di lettura dell’episodio, con al centro una caratteristica propria dell’umanità dalla sua comparsa: l’elaborazione del lutto e la capacità di chi rimane di “andare avanti”. Qui arriva il salto di qualità, il momento di puro brivido angosciante; il clone/essere antropomorfo è un’evidente forzatura, una testimonianza tangibile di quanto la tecnologia renda possibile rimanere connessi quasi fisicamente a chi non c’è più, rendendo ancora più difficile la svolta, la catarsi. Inizialmente il desiderio di Martha è umanissimo, tuttavia l’arrivo dell’Ash artificiale evidenzia dolorosamente come i suoi stessi ricordi dell’amato siano autentici solo di fronte alla sua versione autentica, l’unica in grado di arginare il sottile desiderio di “migliorare” l’originale.
Stretta tra la possibilità di essere veramente in grado d’influire sull’attitudine del fidanzato (come inefficacemente tentava di fare ad inizio episodio) e dal desiderio straziante di riaverlo con tutti i suoi limiti, Martha è persino incapace di disfarsi del suo ingombrante memento mori, che non oppone alcun tipo di resistenza.

La sua scelta finale è la medesima della madre di Ash, un taglio netto con ogni forma tecnologica di ricordo del congiunto, sigillando tutto convenientemente nella soffitta. Brooker però non fa sconti: all’affinarsi della tecnologia, diventa impossibile un distacco così netto come con una forma di memoria tecnologica “arcaica” come delle semplici fotografie. Martha rimarrà per sempre ai piedi della scala e ogni suo passo sulla stessa non la porterà avanti, bensì indietro, nelle spire del ricordo dell’Ash artificiale.

Considerazione conclusiva: l’episodio diventa ancora più potentemente creepy se lo inseriamo in una riflessione storica e sociologica attualissima, quella che vede la società occidentale come sempre più decisa a marginalizzare l’importanza della morte nella vita umana, riducendo il tempo e i riti a essa dedicati.  Così se prima la morte era compagna abituale dell’uomo fin dalla tenera età e riti religiosi antichissimi servivano a distaccare in tempi ben scanditi i vivi dai morti, oggi la volontà di lasciarsi tutto velocemente alle spalle rende di fatto ancora più difficile un vero superamento del lutto.

“Be Right Back” forse scontenterà chi in Black Mirror cerca principalmente il facile brivido, ma certamente fornirà molti spunti per chi preferisce il “brivido a posteriori”, quello che generano le considerazioni a freddo e i temi suggeriti dall’episodio. Episodio che funziona alla perfezione anche grazie all’eccelsa performance di Domhnall Gleeson che, in punta di piedi, riesce a ricostruire un divario abissale tra le tre versioni del personaggio: naturale, telefonica e artificiale.

 

Elisa G.

follow me, not the white rabbit [il blog]

22 Comments

  1. Non so se sia il più creepy (ma si, dai, lo è…), sicuramente mai banale e, nel mio caso, anche una delle poche serie in grado di trasformare la mezz’ora successiva alla visione in un’estenuante discussione con la compagna sui temi della puntata, roba che neanche con “Lost”. Un attesissimo ritorno. Cazzo sì anche per me. E se possibile, non spoilerate il tema della prossima!

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  2. AthanasiusPernath 17 febbraio 2013 at 12:51

    non avevo idea che in Black Mirror si cercasse il brivido (sono serio, non ne avevo idea :D)

    contento comunque che la qualità sia ancora altissima..ma no, non mi è piaciuto tanto quanto la fantastica premiere dell’anno scorso. e molto meglio Gleeson della Atwell. comunque niente da eccepire, tutto strafico e aspetto le prossime.

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  3. cazzarola che serie!
    e che episodio!
    semplice, pulito, essenziale, inquietante
    che meraviglioso attore!
    D’accordissimo con la recensione
    mi ha ricordato inevitabilmente FRINGE per la chiave di lettura
    ma d’altra parte, se si fa fantascienza (e/o horror), prima o poi, il tema della morte
    nelle sue declinazioni, non si può eludere.

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  4. Io ho finito gli aggettivi da tempo, è tra le cose più coinvolgenti che abbia mai visto. Senza parole.

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  5. Le azioni della Kleenex hanno subito un rialzo del 50% dopo la messa in onda della premiere di Black Mirror.
    Le lacrime.

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  6. Il lutto non nero ma bianco, inquietante come una distesa di neve senza fine.

    Charlie Brooker, per sempre.

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  7. Ok, mi avete convinto.

    Recupererò questa serie al più presto!

    Dopo avermi fatto scoprire e amare Breaking Bad, i vostri consigli sono diventati fondamentali :)!

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  8. Capolavoro, non vedo l’ora che escano le altre.

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  9. massimo alberti 19 febbraio 2013 at 11:24

    finalmente ho trovato il tempo di vederlo, perchè Black Mirror necessita di un tempo che va oltre la durata della puntata.
    Insostenibile. Ho dovuto premere stop almeno un paio di volte. Il vomito della Martha incinta è il mio mentre vedo la puntata. Charlie Brooker si conferma un genio totale. ripenso a quanto scrisse Aldo Grasso sulla prima stagione, e penso che si spiega perchè la tv britannica ha Brooker, e noi abbiamo Aldo Grasso.
    Speldida recensione che condivido in ogni parola, davvero nulla da aggiungere.

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  10. Non è proprio simile a Black Mirror, ma sulla scia british e acido ci sarebbe la novità 2013 di Channel4
    Utopia
    http://en.wikipedia.org/wiki/Utopia_(TV_series)

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  11. Bella recensione!

    Non avevo colto la questione della soffita (sono scemo io ovviamente, perchè il richiamo è forte e chiaro).

    Black Mirror è troppo avanti rispetto a tutto!

    Però il mio episodio preferito fino ad ora (tra prima e seconda serie) rimane “Fifteen Million Merits”. Potevano fare una serie di 50 stagioni solo su quella storia per quanto sia densa di significato.

    Questa prima puntata della seconda stagione invece non mi ha convinto fino in fondo ma non so spiegare bene perchè. Ha un’idea di fondo stupenda ma non mi ha mai dato il colpo di grazia a livello di emozione.

    Complimenti per il sito. Fate un lavoro grandioso, e penso lo facciate pure “aggratis”. E invece le riviste/siti specializzati parlano di cazzate. Quindi vi voglio bene.

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  12. Premesso che AMO, ADORO E VENERO la serie, e questa puntata MI È PIACIUTA TANTISSIMO… c’è un “ma”.
    È un’impressione mia o la seconda serie rispetto alla prima ha meno mordente? Ho visto solo il primo episodio, e ok è figo ma è una specie di elaborazione di A.I. di Spielberg. Niente di nuovo. Nella prima serie, oltre alle storie c’era la sensazione del “oh mio dio, ma GIÀ sta succedendo!”. Qui molto meno, è una storia più personale, meno “sociale”, e per me la forza della serie sta proprio nell’effetto “specchio”.

    Insomma, noi possiamo immaginre cosa faremmo nella stessa situazione, ma è una discussione totalmente teorica. Nelle puntate precedenti invece ***spolier alert per chi si fosse perso la prima serie*** la pressione mediatica resa incontrollabile dai SN c’è già. La possibilità di intereferire nella vita intima delle persone che amiamo – per esempio leggendo le mail private o gli sms – c’è già (ho personalmente amiche i cui ragazzi in momenti di crisi e non solo hanno chiesto/preteso di vedere i messaggi privati su Fb). ***end spoiler***

    Questa puntata è toccante, ma le altre erano feroci!

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  13. sicuramente un’altra cosa rispetto al primissimo episodio un anno fa, perchè sempre più fantascientifico. un impatto diverso, meno violento se vogliamo, ma non per questo meno incisivo.

    il tema del lutto è incredibilmente attuale. un tempo ci si vestiva di nero per un anno e non si accettavano inviti. era una regola sociale, ma appunto costringeva all’elaborazione.

    oggi la morte la rimuoviamo, non sappiamo affrontarla o raccontarla e quest’episodio è a mio avviso straziante nel dipingere nel suo modo irrealistico cosa potremmo fare pur di non farci i conti. chapeau.

    nota a margine: chiedo alla ministra Fornero una deroga: pensioniamo Aldo Grasso. :)

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  14. Però questo tabú sulla morte non è un fenomeno tanto recente, credo che si possa far risalire già agli anni 60. E sicuramente non è collegato alle nuove tecnologie. Ecco, questa puntata mi sembra che vada un po’ off topic.

    Comunque temevo che questa tendenza fosse di tutta la serie ma ho visto la seconda. E la parola “feroce” non rende.

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  15. bè, da noi in Italia negli anni 60 c’era ancora l’abito a lutto. i ragazzini andavano ai funerali dei nonni e non si usavano parole come “non c’è più”, ma “è morto”. ma il punto dell’episodio non è che la tecnologia ha inciso su questo, casomai quanto estremo possa essere il ricorso alla tecnologia, anche appunto per compensare una perdita così grave.

    un po’ come stare ore su FB con amicizie solo virtuali, perchè nella realtà si hanno pochi amici. ecco, credo che il focus sia sul ruolo di compensazione da parte della tecnologia riguardo alla propria sfera emotiva, personale.

    il finale di episodio infatti ci mostra una persona che pur avendo riconosciuto razionalmente che quel mezzo è sbagliato e non funziona davvero, non riesce a farne definitivamente a meno

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  16. Se bisogna valutare l’episodio in seno agli standard settati dalla serie questo non è un episodio da fuck yeah però.

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  17. [...] le perturbanti derive romantiche dell’ottima premiere, ci ritroviamo in un tempo sospeso nell’inquietudine dove le uniche emozioni a noi disponibili [...]

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  18. Secondo me è un episodio incredibile, che mostra come Black Mirror non sia spietatezza moralizzatrice come pensava aldo grasso (LOL) ma abbia una sensibilità superiore al resto.
    Una cosa che mi ha colpito è che l’Ash artificiale viene settato con conoscenze sessuali prese dalla pornografia e mi è sembrato un attacco alla raffigurazione del sesso secondo gli adolescenti che prendono il porno come esempio. O almeno, io ho avuto una masturbazione mentale riguardo ciò.

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  19. credo che Aldo Grasso non abbia apprezzato molto Black Mirror perchè, in effetti, la reazione di paura e sospetto rispetto all’avvento delle nuove tecnologie e dei nuovi media corrisponde a luogo comune un po’ provinciale o peggio reazionario. C’è già passato il teatro prima del cinema prima della tv prima dei cellulari prima di internet prima dei social media…
    Però così non si centra il punto: la serie va letta in chiave iperbolica e parossistica. Ogni puntata porta alle estreme conseguenze l’effetto di un qualsiasi schermo nero, fregandosene del moralismo e del realismo e puntando dritta alla pura distopia. Capolavoro.
    Be Right Back e The Entire History of You sono i miei preferiti per ora :)

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  20. ovviamente, tutti voi che lo avete visto, lo avete fatto con sottotitoli.
    non esiste già in italiano, giusto?

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  21. Bellissima e soffusa ambientazione, così come la musica. Ma non far vedere almeno per un attimo le tette di lei è un delitto.

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  22. Ho visto la prima stagione non appena uscì, ma non sapevo nulla della seconda fino ad oggi.
    Bell’episodio! Continuo a pensare che la serie sia una delle analisi più brillanti sull’etica della tecnologia. Questa volta il confine tra serie e realtà si fa più sottile, o almeno così pare nella parte iniziale della puntata. (lo dico rispetto alle ambientazioni più esasperatamente tecnologiche delle due ultime puntate della prima)
    Bravissimo Brooker nell’attenzione ai dettagli, ai parallelismi all’interno della vicenda che creano spunti su cui pensare. Quindi Martha che mette in soffitta il software-Ash come aveva fatto la suocera alla morte del marito. Entrambe non riescono ad andare avanti, legate come sono a quella soffitta, e in questo vediamo un certo filo conduttore, come se tra software e foto non vi fossero poi così grandi differenze, entrambi modi di ricordare differenti, legami con il passato che le vincolano a vita. Ad essere inquietante è il desiderio della donna di trovare in quella forma artificiale il suo vero fidanzato. Trasformata dal dolore, si illude che egli -o meglio esso- sia più che la summa di una serie di post e tweet, ma ovviamente deve fare i conti con la realtà. Bellissimo il momento in cui il software-Ash commenta la stessa foto che all’inizio il vero Ash condivide con il suo android, dicendo “è buffa” e confermando definitivamente i sospetti della donna.
    Comunque non ai livelli di “15 million merits” e “The entire history of you”.

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