girls 2x05 one man's trash

Girls – 2×05 – One Man’s Trash

Sgombriamo subito il campo dalle questioni che a tutti premono di più (inspiegabilmente): sì, anche stavolta Lena Dunham si è spogliata. A dire il vero, si è spogliata forse più che in ogni altro episodio: è nuda quasi per mezza puntata, gioca perfino a ping pong nuda, ok? D’altronde quando Joel McHale ha giocato nudo a biliardo nessuno si è lamentato, mi pare.

Poi. No, neanche stavolta ci sono “abbastanza” Shosh, Jessa e Marnie; per la precisione non ci sono affatto, per maggiore precisione non c’è alcun personaggio oltre ad Hannah, la new entry Joshua (la guest Patrick Wilson) e 5 incazzosissimi minuti di Ray. E va bene così: Girls non è una sitcom, non è dogmatico che a fine puntata ci si ritrovi tutti sul divano o al Central Perk per la battuta finale.

Archiviati i due crucci principali espressi dagli spettatori da entrambi i lati dell’Oceano Atlantico, parliamo di fatti: se ancora ci fossero dubbi che Girls è una serie, non dico di classe superiore, ma quanto meno con qualcosa di nuovo e di concreto da offrire, One Man’s Trash ne è la prova. Puntata n. 5, dunque la metà esatta della stagione, quel momento in cui si cominciano a tirare le somme, soprattutto dopo un episodio che ha portato tre delle protagoniste sull’orlo di un grosso cambiamento: Marnie ha rifiutato Charlie dopo svariati episodi passati a volerlo indietro più o meno esplicitamente (lasciando noi cocciuti shipper a prendere il muro a testate, diciamolo); Jessa ha rotto con Thomas-John nel modo più drastico possibile; Shoshanna e Ray si sono scambiati la dichiarazione d’amore più tenera della tv recente. Indovinate chi non era sull’orlo di nessunissimo cambiamento epocale? Hannah, lei, la cui svolta più significativa è stata cucinare e successivamente additare la cena come prova della sua età adulta. Lena Dunham disattende ogni aspettativa e punta la lente solo e soltanto su Hannah, in un episodio opposto e speculare a quello che marcava la metà della prima stagione, The Return (1×06). Anche quello era Hannah-centrico, perché interamente dedicato alla sua visita dai genitori, in Michigan; anche lì buona parte del plot ruotava intorno all’incontro casuale con un partner occasionale, in quel caso un vecchio compagno di liceo. Questa volta invece si tratta di un affascinante sconosciuto che vive a due passi dal bar di Ray e galeotto fu il bidone della spazzatura: Hannah butta da settimane gli scarti del caffè nel cassonetto dell’uomo, e quando lo segue a casa per confessare, si ritrova a passare con lui 48 ore di passione. Il tizio, di nome Joshua, professione medico e separato dalla moglie, vive solo in una casa incredibilmente figa, rosica per la spensierata gioventù dei ventenni del cortile di fianco ed è abbastanza annoiato e frustrato da andare a lamentarsi per l’occupazione abusiva dei suoi bidoni della spazzatura. Hannah gli piomba in casa come un’insperata distrazione e lui si serve dal piatto a piene manciate.

Ci sono due possibili strade di fronte a questo episodio: una è credere che Hannah SIA Lena Dunham, che non ci sia alcun filtro creativo fra autrice e personaggio, e che l’egocentrismo asfissiante di Hannah sia in toto quello della sua scrittrice. Che dunque avrebbe realizzato questo episodio per mettere ancora una volta in mostra il suo corpo istoriato di bizzarri tatuaggi, per atteggiarsi a trastullo sexy di un uomo più grande e più canonicamente affascinante di lei, per far sì che un personaggio le dica quanto è bella, per tenersi la macchina da presa addosso per 30 minuti di più. Non ho niente contro di voi se leggete Girls in questo modo, ma mi sento di consigliarvi di abbandonarne la visione, che credo sia piuttosto indigeribile.

L’altra strada è credere che Hannah sia una creatura, indubbiamente fondata su tratti autobiografici, partorita dalla mente di Lena Dunham, e una creatura la cui personalità non semplice né gradevole è costantemente messa a nudo, scarnificata e spesso derisa dalla sua autrice. Un personaggio la cui complessità è sviscerata come poche volte accade sul piccolo schermo – soprattutto sul piccolo schermo di una comedy. One Man’s Trash è, a mio parere, uno degli esempi più maturi della scrittura della Dunham, anche perché privo di dialoghi sapidamente ammiccanti, di riferimenti hipster, di sarcasmo e di tutte le armi che le girls al completo sfoderano negli altri episodi. Quello che a volte sfugge nelle critiche alla serie, positive o negative che siano, è che Hannah è un personaggio drammaticamente realistico NON per il fatto (quello sì, intrinsecamente legato alla persona della Dunham) di non possedere un fisico da top model. Lo è perché, come moltissime persone della sua età che hanno vissuto sulla propria pelle più privilegi che sacrifici, è bloccata, completamente ferma nel suo processo di crescita. Se Hannah sembra ormai far venire la pellagra a una buona percentuale degli spettatori, mi permetto di malignare, è perché ci riconosciamo in lei, o magari in lei riconosciamo quell’amico/a incapace di schiodarsi dal suo esasperante egocentrismo. Ma non si tratta solo di questo: alla fine di un episodio come questo, dove Hannah è stata in scena ogni singolo minuto, ci sentiamo a disagio non solo come persone, ma anche come spettatori navigati, come fruitori (più o meno maniacali) di audiovisivo. Questo perché Hannah non fa quello che fanno i personaggi nel 99% delle sceneggiature: non ha un arco di trasformazione. Non si evolve, difficilmente impara, non intraprende nessun percorso dell’eroe. Più o meno come gran parte delle persone che conosciamo nella vita, ok, ma vederle in tv, e non relegate al ruolo di simpatica spalla comica, ma proprio come protagonista??? Questo ci  manda in crisi. Ed è questa qualità destabilizzante che fa di Girls una serie diversa – se non superiore, almeno diversa da quasi tutto quel che vediamo in giro.

In questo episodio, finalmente, Hannah sembra stupirci con una svolta, una rottura, un pianto (l’abbiamo mai vista piangere prima d’ora? Non credo, non me lo ricordo, e mette a disagio anche questo): dopo essere svenuta nella doccia di Joshua, accoccolata sul suo letto arriva ad ammettere che è sola come un cane (a conti fatti, non lo è mai stata quanto ora: ha disconosciuto Marnie come amica, sfrattato Elijah, mandato Adam in prigione, rotto con Sandy) e che vuole anche lei “quello che vogliono tutti”. Si apre una crepa nella superficie inscalfibile della cinica aspirante intellettuale: confessa tutto, ovvero che la sua vita non è che un mucchio di azioni fatte per essere raccontate in modo accattivante. Ed è sempre stato così, in effetti: non ci riferiamo solo all’ambizione di diventare scrittrice, ma all’ansia di far sapere al mondo quello che combina, di suscitare interesse. Scegliere un tweet accattivante per raccontare la propria malattia venerea; sputtanare amiche e partner in un diario segreto; non parliamo della possibilità succulenta di essere perfino PAGATA per scrivere un articolo sulle esperienze di una notte a base di cocaina. Per un momento, raro, di fronte allo sguardo piuttosto basito di Joshua, Hannah ammette che sono tutte cazzate, e che lei vuole quello che vogliono tutti: la felicità. Qualcosa per sé, forse, che non diventi il brillante tema di un pezzo o di uno status di Facebook, che non serva a dimostrare che lei è più intelligente del resto del mondo.

Io c’ho creduto. Subito dopo, le ho visto fare la classica mossa da Hannah: chiedere lo zuccherino dopo l’esibizione, pretendere di essere amata per il solo fatto di essere consapevole dei propri difetti. Dopo il monologo apparentemente a cuore aperto, pretende l’applauso, il riconoscimento della sua bravura; peccato che il povero Joshua abbia appena realizzato di avere in casa una ragazzina logorroica e decida di andarsene a dormire, smascherando immediatamente quella che pareva essere un’epifania. Delusa per non aver ricevuto l’elogio che si aspettava dopo il suo one woman show (you’re not glad, cause your’re not acting glad!), Hannah torna se stessa, egocentrica al 100%: chiama Joshua col nome che lui odia, “Josh”, dimentica perfino dove abita sua moglie, non le interessa assolutamente nulla della vita di quest’uomo. E a ben pensarci, non le è mai interessato: quella felicità che scopre di volere dopo essere svenuta in una doccia non ha niente a che fare con la sostanza di una persona che, pur gentile, fascinosa e disponibile come Joshua si è dimostrato, l’ha attirata solo per aspetti superficiali. E’ solo questione di superficie, di patina: fin da prima di conoscerlo, Hannah dice di aver scelto la sua casa per buttare la spazzatura perché era bella, coi suoi mattoni rossi; una volta dentro, ne ammira gli interni spaziosi; il maglione “che costa più del mio affitto”; la doccia ipertecnologica, letteralmente da capogiro; è tutta finzione anche il siparietto in cui costringe Joshua a fingere di supplicarla di non lasciarlo. Intorno a Hannah c’è il vuoto pneumatico, come quando la mattina si sveglia e la casa di Joshua è vuota (niente biglietti sul cuscino, per la cronaca). Più del suo monologo da prima donna, allora, colpisce al cuore il finale muto, i suoi gesti normali: rifare il letto, pulire la cucina, e prima di uscire, portare fuori la spazzatura. Nell’ultima inquadratura, la vediamo di spalle, sola, allontanarsi dalla casa, un momento che richiama il finale della prima stagione. Di nuovo al punto di partenza, non un passo più avanti della Hannah dell’episodio 1×10; a dirla tutta, nemmeno della Hannah 1×01.

Se la puntata speculare della passata stagione, The Return, si chiudeva con una telefonata di Adam, stavolta non c’è nessuno ad aspettare Hannah: la casa è vuota, la strada pure, si allontana da sola, nessuno a cui raccontarlo. L’occasione per tenersi finalmente un’esperienza per sé, per non farla diventare materia con cui nutrire il proprio ego. Si accettano scommesse: saprà cogliere l’occasione per una volta?

Si è detto che Girls lo odiano pure quelli che lo amano. Non credo che l’affermazione sia valida; piuttosto che valga per il singolo personaggio di Hannah, talmente antieroico, bloccato, aggrovigliato sulla propria persona da far sembrare uno come Amleto un eroe action. La scelta è di nuovo quella: si può fare l’equivalenza Lena=Hannah, per cui questa puntata diventa una metaconfessione, dove è la stessa Dunham a riconoscere i propri limiti e a pretendere che noi spettatori la amiamo per questo presunto sforzo. Oppure si può prendere Hannah come un puro personaggio, e si può vedere lo sforzo, non presunto ma reale, della penna che le ha dato un’anima schifosamente simile a quella di molti di noi.

Ok.

Ilaria Feole

prima che il cinema bussasse alla porta, i suoi sogni erano occupati solo da Joel Fleischman e Fox Mulder. Ora si divide tra piccolo e grande schermo, e quando avanza tempo, ne scrive.

27 Comments

  1. FINALMENTE UNA RECENSIONE CHE RENDE MERITO A QUESTA SERIE STUPENDA.

    GRAZIE.

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  2. ottimo episodio e ottima recensione, complimenti

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  3. complimenti ilaria, mi trovi totalmente d’accordo sull’analisi a questo episodio e alla serie più in generale.
    purtroppo mi sono trovata nell’assurda posizione di dover difendere questa serie e hannah dallo spettatore deluso più di una volta, e avrei sinceramente preferito parlarne con te.
    non dico che una volta saputo debba piacere per forza, ma insomma, è tutto lì e tu lo hai detto perfettamente.

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  4. GRAZIE PER QUESTA RECENSIONE! CAZZO, FINALMENTE.

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  5. La più bella e completa recensione su Girls, FINALMENTE! Le tue parole riescono a spiegare perfettamente ciò che penso sulla serie e va anche oltre. La parte più rivelatrice è quella sul perchè siamo spiazzati da Hannah, un personaggio drammaticamente realistico soprattutto perchè “come moltissime persone della sua età che hanno vissuto sulla propria pelle più privilegi che sacrifici, è bloccata, completamente ferma nel suo processo di crescita “,e questo spiazza chiunque si aspetti la classica evoluzione dei personaggi in ogni serie tv.
    Meravigliosa recensione,oserei dire perfetta. Grazie.

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  6. Complimenti per la recensione. A me ormai è passata la voglia di parlare di Girls, sopratutto per quei primi due punti. L’hai spiegato meglio di come avrei potuto fare io. Grazie!

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  7. genio in bottiglia 15 febbraio 2013 at 16:26

    Mi unisco al coro di lodi e dico che la recensione è quasi meglio della bella puntata!

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  8. Bellissima recensione complimenti!!
    Puntata che mi è piaciuta tantissimo,sicuramente quella della stagione 2 che ho apprezzato di più (fin’ora).
    Sei riuscita molto bene ad esplicitare il perchè lo abbia trovato un ottimo episodio,quindi non saprei cosa aggiungere!
    Ah sì,adoro Ray <3

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  9. Ti ringrazio anch’io per questa recensione. Ho trovato la puntata bellissima nella sua cruda verità: fa male perché, come hai espresso molto bene, rappresenta molti di noi. Non siamo eroi che crescono e riescono ad emanciparsi dal ruolo di eterni ragazzini, siamo drammaticamente bloccati in esso. E’ la realtà dei giovani d’oggi: non abbiamo né ideologie a cui aggrapparci, né la mancanza delle cose basilari che può dare uno scossone anche alla persona più annoiata ed egocentrica, né la speranza di una realizzazione personale, lavorativa, umana che spinge normalmente le persone ad impegnarsi per ottenere quello che vogliono.
    Quello che resta sono innumerevoli bisogni artificiali, legati all’apparenza.
    Se non ci sforziamo di conservare l’amore, la profondità nei rapporti umani, l’amicizia e gli altri valori fondamentali e di tenerli nelle nostre vite con i denti e con le unghie, ci ritroviamo nella medesima situazione di Hanna ma anche in quella di Marnie che – delusa da tutto – rinuncia alla carriera e a un’amore sincero per uno strambo artistoide che la tratta alla stregua di un’installazione artistica o persino come Jessa che sposa un uomo ricco solo per poi dargli – sostanzialmente – dello sfigato e piantarlo su due piedi perché si sente a disagio a parlare di eroina con i suoi genitori. Insomma, l’unica cosa vera al momento sembra quella tra Ray e Shos, entrambi irrimediabilmente delusi dalla vita, trovano l’uno nell’altra la speranza e l’amore a cui gli altri sembrano non dare più una possibilità.

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  10. Completamente d’accordo… Complimenti. Credo che la causa più comune negli errori di valutazione che la gente commette quando guarda Girl sta proprio nel fatto che siamo abituati a vedere in tv se non qualcosa di “piacevole” se non altro qualcosa di “attivo”, “dinamico” che nel suo continuo movimento non ci faccia effettivamente rendere conto della gravità della situazione. Ecco, Girls ha tanti difetti ma se non altro non è né consolante né falsamente ottimista. Per mio gusto, certe volte è anche fin troppo “brutale”. Per esempio, fin’ora a me questa stagione non era piaciuto affatto proprio perché infondo, come era stato peraltro già evidenziato proprio qui su Serialmente) sembrava che la Dunham avesse iniziato a scrivere per rispondere alle critiche mossale la scorsa stagione, prendendo quindi decisioni a mio parere molto poco sagge e non in linea per la serie, che non è fatta per matrimoni improvvisi nei finali e romanticismo spicciolo. Sta proprio in questo la grandezza di Girls, nel fatto che nonostante i personaggi odiosi, la scrittura a volte “logorante” e la mancanza di un “punto” o di un “obbiettivo” preciso, siamo ancora qui a vederlo, anche solo per criticarlo. Forse davvero perché ci vediamo qualcosa di nostro, o perché vogliamo autoconvincerci di non essere così. In ogni caso, l’unica critica che mi sento di muovere a questa puntata, ma un po’ a tutta seconda stagione, a dire il vero, è la perdita di alcuni elementi che rendevano il tutto ancora più “reale”: non un accenno al lavoro che manca. Lavoro, utilizzato finora solo come mera causa di una storyline piuttosto delirante sullo sballo per uscire da quella benedetta comfort zone. Orrido. In verità questi dovrebbero davvero uscire dalla loro comfort zone, ma non per fare ancora più cazzate, ma per rendersi conto di quello che sono: bambini egocentrici che pensano solo a se stessi. Ma poi, infondo, non sarebbe più Girls.

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  11. Quest’episodio mi e’ piaciuto tantissimo, forse, come qualcuno ha scritto prima e’ il migliore episodio della seconda stagione. Poi questa settimana ho adorato anche un altro episodio di un’altra serie Enlightened che eera sempre concentrato su un personaggio, Mike centrico. Ogni tanto ci vuole questo soffermarsi su un personaggio e sulla sua solitudine attraverso l’incontro con l’altro, anche se e’ destinato a essere un incontro fugace e momentaneo. Josh(ua) e Hannah sono entrambi soli e infelici e per 48 ore si sono regalati l’illusione che qualcosa di speciale tra di loro stesse nascendo. In realta’ Hannah sembra aver compreso il suo bisogno di sentirsi Happy come tutti solo che e’ un percorso che e’ appena iniziato e la sequenza finale di lei che si incammina in strada lo rappresenta benissimo.
    E’ vero che il salto di qualita’, la crescita di Hannah e delle ragazze e’ bloccata come se un incantesimo le stesse trattenendo. Ma credo in qualche modo la Duhnam le fara’ andare avanti e il loop in cui sono incastrate cessera’ di ripertersi all’infinito, solo che ancora non e’ il momento. Quante volte, per avanzare un passo avanti ne facciamo due indietro?
    forse e’ solo un modo di gestire la scrittura diversamente prendoci in contropiede quando siamo convinti che quello sia il momento di crescere e poi arriva una battuta, una scena che ci irrita proprio perche’ non ha avuto la svolta che sembravamo intuire, per es.l’affermazione che indire una cena e cucinare il pad thai e’ sinonimo di essere adulti!!! ;)
    io cmq Girls lo continuo a vedere perche’ sono curiosa di vedere dove va a parare. Ribadisco, episodio affascinante e musiche azzeccate nei momenti piu’ importanti.
    All adventurous women do.

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  12. complimenti per come hai scritto la recensione: chiara, calda, dritta alla sostanza. e condivisibile.

    questa seconda serie, più della prima, mi ricorda un’analisi che lessi alle superiori, una valanga di anni fa, de “il deserto dei tartari” di dino buzzati. anzi mi ricorda in particolare una parola: parossismo.
    di tutte le puntate mi viene da pensare: “dai, dai, hai tirato l’arco, e allora scocca la freccia!”, facci vedere cosa ci vuoi dire. e invece no, non succede mai o quasi.
    forse questa puntata la freccia l’ha scoccata, forse non ha volato tanto lontano e neanche tanto dritta, ma qualcosa c’è più delle altre puntate.

    siccome l’ho appena vista, non l’ho ancora lasciata a sedimentare, queste sono le prime impressioni.

    forse anche queste 48 ore sono parte delle esperienze che fa per gli altri.
    non nascondo che alla fine, dopo la colazione, avevo l’impressione che stesse per sporcare i vestiti di joshua con le mani sporche da marmellata, visto come è goffa.

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  13. non è che hannah è lena ma è lena che vorrebbe essere hannah. si scrive la sua vita perchè può deciderla lei. quando si dice “mi sono fatta un film”

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  14. Francesco Gerardi 15 febbraio 2013 at 17:33

    Tanto per cominciare, complimenti Ilaria.

    La puntata m’è piaciuta assai, finalmente ci si stacca dai battibecchi tra amici e fidanzati, finalmente un po’ di sesso che non sia per forza imbarazzante, finalmente Hannah torna a dire qualcosa che non sia del tutto insignificante (pur rimanendo, il suo, un monologo al limite del delirante). La puntata è snella, agile, e anche discretamente curata dal punto di vista dell’immagine e della regia. Certo, poi, questo non toglie che per me Hannah resta un personaggio che Homer Simpson in confronto era L’Intuito. La odio talmente tanto che non so come ha fatto Josh(ua) a resistere per tutti quei lunghissimi minuti. Eroe. Quel monologo lì è di una autoreferenzialità, ottusità e arroganza fuori dalla grazia di Dio. Se Dunham voleva costruire un personaggio così, be’, complimenti, roba da premio.

    Comunque, madonna quanto è bello Patrick Wilson.

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  15. Recensione magnifica, wow.

    Per quanto riguarda l’episodio, non posso fare altro che dire: bellissimo. Per una serie di motivi:
    1) le interpretazioni. Nelle ultime settimane mi aveva molto infastidito la pessima recitazione della Dunham, davvero poco realistica. Certo, il suo monologo finale l’ho trovato un po’ sopra le righe, ma per il resto mi è dispiaciuta molto meno del solito. Patrick Wilson equilibratissimo invece. L’ho adorato. Inoltre, la sua bellezza così delicata, con quel viso da bambola di porcellana, è perfetta per il luogo in cui il tutto si svolge, quella casa semplice e silenziosa.
    2) la realizzazione. Una regia perfetta secondo me, che ha reso l’atmosfera in maniera attenta e azzeccata. Durante la scena finale, ammetto di aver avuto i brividi. Ottima colonna sonora, anche.
    3) l’impostazione. Un bottle episode, un one-shot. Per vederlo, non abbiamo bisogno di conoscenze pregresse, e non aggiunge nulla alla storia futura. E’ un momento a sè stante, indipendente.

    Più che un episodio, mi è sembrato un cortometraggio, messo lì, nel mezzo, per niente utile all’economia della serie. Forse è per questo che mi è piaciuto così tanto: la sua contemporanea distanza e vicinanza alle solite dinamiche di Girls, telefilm in cui ogni volta succede di tutto perchè alla fine non succeda mai niente.
    E se ormai la cosa aveva cominciato a stancarmi, per questa volta va bene così.

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  16. dailana ha scritto:

    FINALMENTE UNA RECENSIONE CHE RENDE MERITO A QUESTA SERIE STUPENDA.

    GRAZIE.

    Mi associo!

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  17. Ammetto che inizialmente la struttura della puntata mi aveva lasciata basita, pensando: wow, un’altra scusa per farsi un belloccio che nella realtà dei fatti ci farebbe svenire ancora prima di sfiorarlo?
    a tratti mi sono anche chiesta se mi stessi annoiando o meno, ma quando il colpo di scena ha cancellato la patinata storia del colpo di fulmine e mi sono potuta, nuovamente, identificare nella schizzata che piange di gioia ho capito che mi aveva totalmente presa.
    ho adorato quel finale amaro, lontano dallo sporco della prima serie, e quindi fondato su una parziale crescita: lenta, lentissima, come quella di tutti noi.
    e lo svenimento, forse passato inosservato ai più, era forse un modo per dire quanto poco siamo avvezzi al bello della vita e ai guai in cui ci ritroviamo senza avere spesso chi si accorge della nostra assenza.
    La Dunham vuole essere la voce della sua generazione, ne sono convinta e la sua caricatura lo è incredibilmente, nelle piccole cose, nei piccoli sentimenti: tutti sporchi e rovinati.

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  18. Grazie Ilaria. Bellissima recensione, che finalmente coglie il senso e l’originalitá della serie. Mi chiedo quante donne avrebbero il coraggio di scrivere e interpretare un personaggio cosí scomodo e disturbante come Hannah. E farlo, per di piú, molto molto svestita. È davvero una serie in profonda controtendenza con tutta la robaccia patinata e stereotipata che c’é in giro.

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  19. Non è passato neanche un minuto dalla visione dell’episodio che mi sono sentita costretta a venire a leggere cosa ne avevate scritto… ne avevo un concreto bisogno…
    Questa puntata mi ha infastidito più delle altre… Avrei tanto sperato in un vostro conforto in tal senso e invece, mi sento ancora peggio… Ilaria hai colto quelle sfumature occultate come in un delitto quasi perfetto.
    Period drama, sci-fi, se vogliamo anche i teen drama ci creano un processo d’identificazione in ciò che vorremmo essere, e non in quello che siamo! Quando abbiamo rispondenze professionali e/o anagrafiche con un personaggio di una sit com, lo amiamo perché vorremo che la nostra vita fosse regolata da quelle leggi comico-grottesche di una comedy…
    Avere a che fare con un personaggio che rasenta la somiglianza ad una vita che, se non è la nostra, potrebbe benissimo esserlo crea una sorta di inquietudine… e nel momento in cui ci accorgiamo che abbiamo vissuto “episodi” simili a quelli raccontati, non facciamo in tempo a gioire del fatto “Anche la mia vita potrebbe essere un film!” che subito ci accorgiamo di quanto quel film sarebbe noioso e patetico tanto quanto stiamo per giudicare noioso e patetico l’episodio di Girls che scorre davanti ai nostri occhi…
    Una sensazione davvero diversa, un modo di narrare che crea un’empatia così vicina allo spettatore da imbarazzarlo al punto da sentirsi come spiato, cosa fare allora? Chiudersi dentro al riccio dello snobismo classico dello spettatore seriale e storcere il naso dicendo: “Questa serie è un flop!”… Io c’ho provato ma se mi allontano da me stessa e guardo me e Girls dall’esterno mi accorgo di quanto c’hai ragione cara Ilaria! Lena o Hannah che sia, è davvero un modo diverso di scrivere e di raccontare, certi immagini sanno farti così male che è come se lo specchio da cui si riflette la tua immagine ogni volta ti si frantumasse addosso!

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  20. Complimenti per la bellissima recensione, un’analisi davvero completa e che mi ha fatto riflettere.
    A me però questo episodio proprio non è piaciuto, ho seriamente fatto fatica ad arrivare alla fine. Il motivo credo che sia che era tutto centrato su Hanna e ormai di sapere le sue vicende me ne frega meno di zero. Sarà che come è stato già sottolineato, si capisce che Hanna è il personaggio che non cambia proprio mai, che non ha un’evoluzione, e quindi mi chiedo quale sia il senso di continuare a interessarsi di un personaggio che già sai cosa farà e come agirà.
    La scorsa stagione, pur essendo un personaggio già ampiamente irritante e antipatico, mi suscitava maggiori curiosità. Adesso penso che tutti abbiamo visto ormai tutto di Hanna e che se continuano a non darle un’evoluzione difficilmente tornerà ad essere di mio interesse tutto ciò che la riguarda. La Dunham per me con Hanna vuole proprio trasmettere questa sensazione di immobilismo delle persone egocentriche e infantili, però questo messaggio sottolineato in maniera così netta per me sta diventando troppo pesante.

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  21. Come sempre, quando leggo le tue recensioni, mi rendo conto che non avevo proprio capito una mazza e torno a guardarmi l’episodio.. grazie!

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  22. Può essere che le prosssime puntate mi smentiscano, ma io ci ho visto proprio l’esatto contrario dell’immobilismo..momenti come quelli li vivi perché stai cambiando, ma soprattutto momenti come quelli ti cambiano.
    Durante e dopo.
    Il rumore di una tempesta,che quando passa lascia spazio a una calma in cui nulla è piu come prima

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  23. gentile recensora, come ebbe a dire homer a bart, “trovo le tue opinioni molto interessanti e desidero abbonarmi alla tua newsletter” e aggiungo “a vita!”. finalmente una recensione non da anatomo patologo, ma partecipata e analitica il giusto, per un episodio meraviglioso che mi ha lasciato con quello stesso magone che mi lascia ogni volta (e sono milioni di volte) il finale di “Io & annie” . in effetti più che a sex & the city Lena me la sono sempre accostata molto di più a Woody Allen: inscindibilità tra vita e arte, esasperazione delle nevrosi della propria epoca interpretate in prima persona e senza autoindulgenza, sublimazione totale nella città che non dorme mai, il caricare il proprio personaggio di una alta carica di eroticità opposta ad un basso tasso estetico (al contrario delle 4 di S&TC!) e potrei andare avanti per ore ma mi fermo per pietà. noto che l’episodio è stato scritto esclusivamente da Lena senza Apatow, il che spero si ripeta, in maniera da risparmiarci quegli ammicamenti\trabocchetti da anti-Friends fastidiosi esattamente come se fossero simil-Friendsche ogni tanto questa comunque grandiosa serie ci propina. Que viva Ilaria!!!

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  24. Recensione brillante, come non condividere… complimenti!

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  25. Non sono d’accordo con la recensione in un punto: quando si dice che lo spettatore odia Hannah perchè ci si rivede.
    Ecco secondo me questo era valido nella prima stagione e ora non lo è più. Quando si costruisce un personaggio si deve cercare di dargli equilibrio: così come danno fastidio i personaggi troppo buoni e perfetti tanto da essere macchiette (i vari Will Schuester, Clark Kent di Smallville ecc ecc) danno fastidio anche i personaggi inverosimilmente stupidi, odiosi e insensati come Hannah nella seconda stagione di Girls.
    Prima la “odiavo” perchè mi ricordava delle parti di me (e di altri) che non sopporto e che vorrei superare, la vedevo quasi come una persona vera o comunque come una rappresentazione della “persona vera” del mondo occidentale. Ora la odio, senza virgolette, perchè è diventata un concentrato di difetti e turbe psichiche e non rappresenta più niente se non un personaggio finto con cui è impossibile empatizzare e che si comporta in maniera palesemente illogica ed egoista.

    Venendo alla puntata. Appena Hannah si è presentata davanti casa del Dr. Patrick Wilson ho capito dove volessero andare a parare e per un attimo ho pensato di spegnere perchè, diciamocelo, mai al mondo un dottore con l’aspetto di Patrick Wilson darebbe retta (figuriamoci starci a “stretto contatto” per 48 ore) a una come Hannah, non Lena Dunham, proprio Hannah. Poi sarà che Patrick Wilson riuscirebbe ad avere chimica anche con una busta di mandarini, sarà che per la prima volta da non so quanto tempo ci hanno mostrato Hannah in una versione umanamente accettabile, ma la breve storia tra i due ha funzionato molto bene ed ha mostrato uno dei migliori picchi di scrittura di questa stagione. Poi la parte che mi è piaciuta di meno: lo sfogo di Hannah. Ok, ci siamo ritrovati un po’ tutti a dover fronteggiare la consapevolezza di essere, in fondo, “simili a tutti gli altri”, ma quello di Hannah è un delirio bello e buono, senza capo nè coda, il che mi sta bene ad esempio nel discorso stupido e superficiale che aveva avuto con Donald Glover a inizio stagione, ma in questa situazione che dovrebbe rappresentare un punto di svolta, anche se parziale e “costruito” come ben evidenziato nella recensione, non mi piace più. Ora, mi sembra chiaro che se il monologo è stato scritto in quel modo è perchè Lena Dunham voleva, ancora una volta, ridicolizzare il personaggio dando quasi l’impressione che lei “odi” Hannah, e la cosa per me è inconcepibile.
    Una cosa è scrivere un personaggio che il pubblico trovi odioso, una cosa è odiare il tuo personaggio. Questa è la differenza tra Girls ed Enlightened. Mike White e Laura Dern scrivono personaggi fragili e a volte francamente odiosi, ma dimostrano sempre di provare pietà per loro, inducendo gli spettatori ad empatizzare anche con Amy Jellico al massimo del suo egoismo.

    Diciamo che l’episodio è da Ok pure per me, però se i personaggi non cominceranno a dimostrare un qualche segno di evoluzione positiva finirò con l’abbandonare la serie perchè sinceramente posso empatizzare con qualcuno che lotta per uscire dalla “post-adolescenza”, non con chi ci sguazza beato.
    Tranne nel caso di Zerocalcare perchè lui fa ridere e ha la sciarpa del St. Pauli

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  26. Complimenti. Hai colto l’essenza di questa serie e della sua protagonista, che appunto è solo un personaggio e come tale va sempre considerato. Molto brava.

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  27. pemf.bolloso ha scritto:

    Non sono d’accordo con la recensione in un punto: quando si dice che lo spettatore odia Hannah perchè ci si rivede.
    Ecco secondo me questo era valido nella prima stagione e ora non lo è più. Quando si costruisce un personaggio si deve cercare di dargli equilibrio: così come danno fastidio i personaggi troppo buoni e perfetti tanto da essere macchiette (i vari Will Schuester, Clark Kent di Smallville ecc ecc) danno fastidio anche i personaggi inverosimilmente stupidi, odiosi e insensati come Hannah nella seconda stagione di Girls.

    Obiezione perfettamente condivisibile. Salvo che, ma è una mia opinione personalissima, persone così “stupide” (diciamo che Hannah è pure in gamba, ma si comporta effettivamente in modo stupido, spesso), odiose (certo) e insensate (a tratti), non sono affatto inverosimili.
    Butto lì solo una riflessione, che mi viene dalla tua distinzione fra l’immedesimazione che provavi nella prima stagione e il fastidio nella seconda; è vero che Hannah è peggiorata e il motivo, secondo me, non è l’odio che Lena Dunham può o meno provare per la sua creatura, bensì la solitudine totale in cui ha immerso Hannah (con spirito narrativamente un po’ sadico, questo te lo concedo), già evidente in questo episodio e pure in quello successivo (vedi la telefonata a Marnie del 2×06, un tentativo abortito di condividere qualcosa con qualcuno). Hannah da sola è un disastro, perché come ogni persona dall’ego troppo nutrito ha bisogno di essere circondata da chi le vuole bene. Riflettendoci un attimo mi sono resa conto che i momenti in cui Hannah ci è stata più “simpatica” durante la prima stagione erano sempre momenti in cui le sue relazioni sentimentali o di amicizia funzionavano. Ora che non c’è nessuno al suo fianco a tirare fuori quel buono che può esserci in lei, be’ il più delle volte è una vera stronza.
    Forse qui si scade un po’ troppo nella psicanalisi. Però mi pare chiaro che la Dunham abbia concepito questa seconda stagione come più amara e dura (praticamente tutti i personaggi sono in fase di crisi acuta, di stallo o addirittura di regressione), lasciandoci decisamente meno momenti adorabili come Hannah&Marnie che ballano in camera da letto. Stiamo a vedere se in fondo alla stagione ci attende uno spiraglio di luce o altre mazzate…

    Colgo l’occasione per ringraziare tutti per i complimenti alla recensione: troppo buoni.

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