The Americans - 1x02 - The Clock

Mi chiedo, guardando The Americans, se questo show sarebbe mai stato possibile senza l’11 settembre 2001. Non per tirarlo sempre in ballo – ormai, il filone d’analisi che riconduce tutta la produzione culturale americana degli ultimi 12 anni alle conseguenze dell’attentato alle Due Torri è più che abusato -, ma credo che, in questo caso, il verificarsi di quell’attacco interno tanto paventato durante la Guerra Fredda, e la sua successiva elaborazione, abbiano una parte in causa. Come ha mostrato splendidamente un film dell’anno scorso, La talpa di Tomas Alfredson, la Guerra Fredda era “un luogo della Storia abitato da Eventi sospesi, minacciati, irrealizzati. Un conflitto che non è mai stato paese per Eroi” (cit.). L’essenza di quel conflitto stava in un gigantesco pericolo costante (la guerra nucleare), si combatteva in territori lontani dalle potenze in gioco (i paesi del Terzo Mondo), pretendeva schieramenti netti, taglienti e non comunicanti.

Una premessa noiosa, che potete anche saltare

Gli attentati dell’11 settembre, dieci anni dopo la fine di quel combattimento bizzarro e pervasivo, hanno portato a ricreare quella contrapposizione assolutista (Occidente contro Islam), ma il campo da gioco si è spostato all’interno, e l’Orrore si è incarnato nell’insicurezza epidemica di non poter distinguere Buoni e Cattivi, terroristi e semplici cittadini. Inoltre, mentre le due simpaticissime amministrazioni Bush non facevano che spingere sul pedale dello scontro di civiltà, gli intellettuali e gli operatori culturali statunitensi hanno più volte sollevato il velo del sospetto, andando a indagare sulle responsabilità del governo americano, per rispondere a quella domanda, ossessiva e banale, quel “perché (gli Altri) ci odiano così tanto?”, che campeggiava sui volti attoniti dei telespettatori mentre guardavano le Torri venire giù.

E veniamo a The Americans: una serie che ritorna sui luoghi di un conflitto sepolto, che, non solo ci chiede di parteggiare per i Comunisti, ma riesce ottimamente nell’intento di farci simpatizzare con i nemici storici dell’America. Forse sarebbe bastata la distanza storica – 23 anni dalla caduta del muro di Berlino non sono certo pochi, e sappiamo bene com’è andata a finire – ma ho la sensazione che senza l’elaborazione del concetto di “nemico” e di “responsabilità interne” avvenuta dopo l’11/9, fare una serie del genere, per gli americani, sarebbe stato più difficile. La cosa più interessante, però, è come il nuovo drama Fx riesca a farci empatizzare con due spie sovietiche, a obbligarci addirittura a fare il tifo per loro, anche quando, come in questo secondo episodio, fanno cose orribili tipo avvelenare un ragazzo innocente e torturare psicologicamente una sfortunatissima mamma single.

The Clock

The Clock è un ottimo secondo episodio – sempre secondo la regola che “il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”. Innanzitutto, aggiunge molti elementi al quadro per apparecchiarci un setting ben dettagliato: scopriamo, ad esempio, il lavoro di copertura di Philip ed Elizabeth, quello di “agenti di viaggio”, che immaginiamo possa diventare molto conveniente in futuro (ed esserlo stato in passato). Vediamo che anche per Philip è necessario concedersi sessualmente a un suo contatto per portare avanti le missioni assegnate: Elizabeth non sembra soffrirne quanto lui (si lascia però scappare un “non mi avevi mica detto che era così carina!”), ma scommetto che la svampita Annelise si rivelerà presto un bel pain in the ass. E se nel pilota abbiamo avuto modo di scoprire i punti deboli di Philip – un’ammirazione sempre più insistente per lo stile di vita americano, una dedizione rivolta più a Elizabeth che alla causa di Madre Russia – qui scopriamo il tallone d’achille del personaggio interpretato da Keri Russell, ovvero l’amore per i figli e il timore di quel che potrebbe succedere loro se lei e il marito fossero scoperti e catturati.

Mission: Impossible

Inoltre. In The Clock c’è un tipico “caso della settimana”, una missione da portare a termine entro la fine dell’episodio (che in questo caso ha una durata canonica di circa 45 minuti, mentre il pilota durava poco più di un’ora), un compito impossibile che necessiterebbe di sei mesi di preparazione ma che ai nostri due agenti viene richiesto in tre giorni: piazzare una microspia nell’ufficio del Segretario di Stato statunitense, in vista di un importante meeting strategico. Il piano è uno di quelli elaborati e contorti in cui possono andare storte almeno duecento cose. Philip seduce Annelise, fingendosi una spia svedese, per convincerla a scattare delle fotografie dell’ufficio. Una volta individuato un luogo in cui piazzare il microfono – l’orologio del titolo -, Elizabeth avvelena, colpendolo con la punta di un ombrello, il figlio della donna che fa la domestica in quella casa. Dopodichè, Elizabeth e Philip si presentano a casa della donna (lui munito di parrucchino, lei di frangetta) e la informano che ha tre giorni di tempo per recuperare l’orologio, consegnarlo a Philip e poi rimetterlo al suo posto, altrimenti il ragazzo morirà. Ovviamente un paio di problemi si mettono in mezzo: il primo è il fratello di Viola (che finisce sul pavimento con una mano spezzata), il secondo è Dio, o meglio, la cieca fede cristiana della domestica (che finisce soffocata sotto un cuscino. La fede, eh, non la domestica).

Family drama

Nonostante tutto, continuiamo a fare il tifo per Philip ed Elizabeth, e lo facciamo grazie alla dimensione privata della coppia: i due, gelide, spietate ed efficientissime spie all’azione, mostrano privatamente una serie di rimorsi morali per quello che stanno facendo, sottolineano quanto sia alta la posta in gioco per la loro sopravvivenza, si interrogano sulla follia dei propri dirigenti che chiedono loro cose impossibili. Lo strumento attraverso cui The Americans ci fa entrare in empatia con la coppia di spie sovietiche è uno tra i più americani tra i generi, ovvero il family drama. La volontà di preservazione del nucleo familiare, elemento fondante dell’american way of life, riesce nell’impresa di azzerare ideologie e distinzioni d’appartenenza, esplicitando il paradosso su cui si fonda la serie: due sovietici che lavorano per smantellare dall’interno il sitema statunitense, vivendo un’esistenza che a quel sistema si conforma in tutto e per tutto.

Il family drama è anche uno degli strumenti su cui si fonda la linea orizzontale di una serie che, con questa puntata, illustra le sue buone possibilità di declinazione seriale. La missione della settimana è gestita con una grande attenzione alla tensione, confezionandosi in un piccolo “film” spionistico, ancora migliore del pilot. Allo stesso tempo, grazie all’evolversi della relazione sentimental/professionale di Elizabeth e Philip, allo svelamento del loro tenerissimo approccio con i figli (molto americano per entrambi: il rapporto padre/figlio cementificato con lo sport, la conflittualità madre/figlia amplificata dall’adolescenza), capiamo, ancora di più, quali saranno i binari emozionali della serie.

The Fbi, the Cia, the Kgb

Naturalmente, l’orizzontalità è data anche dalle storyline di controspionaggio internazionale. Parallelamente alla missione di Philip ed Elizabeth, c’è quella di Stan e dell’Fbi, che si garantiscono una talpa all’interno dell’ambasciata russa. Un gioco di specchi e di doppi tradimenti, che sul versante a stelle e strisce è molto meno violento e crudo (eppure, ancora una volta: nonostante i sovietici abbiano torturato una donna e quasi ucciso un ragazzo, mentre gli americani si intascavano del caviale, quelli a cui teniamo e per cui temiamo restano Philip ed Elizabeth). E poi c’è il quadro storico che si allarga, la volontà di Reagan di istituire uno scudo missilistico che vanificherebbe il precario equilibrio di reciproca minaccia su cui si basa lo stallo della Guerra Fredda. Di nuovo: i nostri timori risiedono nelle nubi nere che si accumulano all’orizzonte di Philip ed Elizabeth.

Ad aggiungere ulteriore fascino alla serie, come già notava Chiara nella recensione della premiere, c’è l’ovvia ambientazione anni ’80, costruita più sul clima che sulla profusione di dettagli vintage. E quest’episodio, tutto basato sul furto di un oggetto abbastanza grosso da contenere un microfono, è perfetto nell’evidenziare come anche sulla differenza di tecnologia si basi la costruzione della tensione. Emily Thorne non avrebbe avuto bisogno nè di aprirsi il vestito per fare delle foto, nè di rubare alcunchè dall’ufficio del Segretario di Stato (nè, di conseguenza, sarebbe stata costretta ad avvelenare studenti ignari e a torturare cameriere iperreligiose).

Di perplessità, in questo solidissimo episodio 2, fatico a trovarne. Abbiamo pure avuto una conversazione in russo! Sono estremamente fiduciosa che The Americans possa rivelarsi una delle migliori novità dell’anno. Male che vada, sarà comunque dannatamente interessante.

Cose che sopra non ci stavano:

- Gli incontri fintamente gentili tra Philip e Stan mi mettono addosso un’ansia che non vi dico. Nella scena in cui Philip gioca a hockey con Henry, ho pensato per tutto il tempo che avrebbe dato segno di avere fatto a botte con il fratello di Viola, accendendo di nuovo in Stan la scintilla del sospetto. La cosa interessante è che ancora non riusciamo a capire se Stan abbia effettivamente dei veri sospetti sui suoi perfettissimi vicini, oppure no, come nell’inquietantissima sequenza in cui offre il caviale a Philip.

- Il timore che i figli di Henry ed Elizabeth possano trasformarsi in una piagnucolosa palla al piede (ogni riferimento ai figli di Alicia Florrick NON è casuale) per ora è stato sedato dal rinnovato legame tra Elizabeth e Paige attraverso il buco dei lobi: un momento di iniziazione, con tanto di sangue versato, che, per qualche immotivata ragione, mi è parso più europeo che americano.

- La serie mi ricorda, nell’estetica e non solo, anche un certo cinema d’impegno civile americano degli anni ’70 (alla I tre giorni del condor, per fare un esempio), un filone che si sta rinvigorendo negli ultimi anni, dal recente Argo a Le Idi di marzo, etc. E’ interessante come anche quel cinema, come molti dei film post 11 settembre, si rivolgesse in modo “critico” all’impostazione culturale dominante, tentando di disseminare dubbi sulla bontà indiscutibile dei modelli maintream e del governo americano (ma sempre con una certa fiducia, seppure venata di cinismo, nella democrazia). Non so ancora se The Americans andrà in questa direzione – per quanto ne sappiamo, potrebbe anche finire a tarallucci e vino, con Elizabeth e Philip che si consegnano a Stan cantando The Star Spangled Banner -, ma il tentativo di mantenersi in equilibrio, indagando ragioni ed emozioni personali al posto di puntare il dito verso giusto e sbagliato universali, mi sembra, oltre che figlio di quel cinema liberal, anche un ottimo modo per non svaccare una serie dalle ottime potenzialità.

- La tematica religiosa, appena accennata in quest’episodio (ma cruciale nella contrapposizione Est/Ovest della Guerra Fredda), ritorna nei dettagli, come si può vedere dallo screencap della recensione. Elizabeth aspetta a mani giunte, come se stesse pregando, la telefonata che le consentirà di non uccidere Grayson. Un riflesso inconsapevole di 15 anni sotto copertura, o un gesto ancestrale, insopprimibile?

- The Clock, il titolo dell’episodio, si riferisce certo all’orologio che Viola deve rubare e rimettere a posto, ma anche al ticchettio che misura i minuti che restano a Greyson da vivere e a Philip ed Elizabeth per completare la missione.

Alice Cucchetti

Mi piacciono le canzoni con i finali tristi, gli androidi paranoici e i paradossi temporali. Scrivo sul settimanale Film Tv, curo le pagine della televisione per il mensile Nocturno e recensisco film e altro su Mediacritica. Non aggiorno mai il mio blog perché passo tutto il mio tempo su Tumblr.

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Commenti
56 commenti a “The Americans – 1×02 – The Clock”
  1. SoraPampuria scrive:

    Episodio migliore del precedente ma è ancora troppo presto per farmi gridare al miracolo!
    Una cosa però vorrei sottolinearla: perché anche nella recensione del pilot qualcuno ha scritto che questa serie porta lo spettatore ad entrare in empatia con le spie sovietiche? A me pare tutt’altro invece! La terribile scena in cui Phillip dice ad Elizabeth che negli USA c’è l’elettricità e cibo ottimo paragonando l’american way of life con la miseria in URSS, bhè, da una spia nemica non te l’aspetti e suona veramente stridente dato che rischi la vita continuamente per un’ideale più alto della tua misera vita da borghese! Nel secondo episodio però, magicamente, lo troviamo a mangiare caviale, a bere vodka e ad essere più spietato di prima…qualcosa non va.

  2. *kikka* scrive:

    Bella recensione!
    Non si trovano molte recensioni in giro, che oltre a parlare della trama e delle storyline, si mettono a inserire la storia in un determinato contesto storico e culturale e a fare una riflessione tutt’altro che banale.

    Complimenti davvero! :)

  3. Namaste scrive:

    Il crescente interesse di Hollywood e dei tv-network verso questo genere di storie, è però anche merito del recente successo dell’innominabile “Homeland” che ha indubbiamente aperto le danze. Capisco la necessità di voler evitare l’antipatico confronto a tutti i costi, visto che parliamo di due storie ambientate in epoche profondamente diverse, ma dopo un primo episodio che si concentrava di più sul clima storico-politico delle vicende, già a partire da questo secondo, mi pare che un paio di meccanismi da spy-story che lì risultavano vincenti, anche qui comincino a riproporsi (vedi scena della donna di pulizie ricattata che deve piazzare l’orologio nello studio del segretario alla difesa del tutto simile a quella in cui Brody… e via discorrendo), che non vuole essere necessariamente un difetto ma semmai un merito. Ribadisco quanto già detto su alcune poco convincenti scelte di casting, ma poco male visto che le cose cominciano a farsi decisamente più interessanti. Ottimo episodio anche per me.

    PS: “Beluga” sarebbe diventato, da lì a qualche anno, anche il nome di una classe di sottomarini sovietici.

  4. Alice Cucchetti scrive:

    @ Namaste:
    probabilmente hai ragione, ma dal momento che di Homeland ho visto solo i primissimi episodi della prima stagione, mi è sembrato più corretto evitare di lanciarmi in un confronto senza conoscere bene la serie Showtime. :)

  5. Namaste scrive:

    @ Alice Cucchetti:

    Avevo intuito. Del resto a me era sfuggito il riferimento ad Emily Thorne, non avendo mai visto “Revenge”. Ognuno ha le sue lacune televisive :-)

  6. Sal G. scrive:

    Secondo episodio sottotono rispetto al primo, ma comunque col suo perché. Quoto tutta la recensione e faccio pure i complimenti! In più quotone sulle differenze tecnologiche; vedere il magnetofono m’ha emozionato!

    In merito ai meccanismi da spy-story, indubbiamente ci sono e ci saranno molti punti di contatto con Homeland (in fondo le spie si comportano all’incirca sempre allo stesso modo. Niente di diverso da James Bond contro i nazisti), ma il merito va al modo differente in cui vengono raccontate. Per me, come ho già detto nei commenti alla premiere, le sottigliezze della guerra fredda sono più interessanti rispetto ad Homeland.

  7. Il più grande merito finora di The Americans è avermi fatto innamorare dei protagonisti in sole due puntate, e capita davvero raramente. Bravi.

  8. Holly scrive:

    Bellissima recensione,complimenti!Non saprei cosa aggiungere,dato che concordo con tutto quello che hai scritto..anche io ho guardato con un pò di apprensione la partitella ad hockey di Philip con il figlio,mi aspettavo che da un momento all’altro si lasciasse scappare qualche smorfia di dolore.
    Solo una cosa non mi è molto chiara, ovvero quale tipo di rapporto c’è tra Elizabeth e Philip:è ovvio che siano sposati,ma devo ancora capire quanto di vero ci sia in quel matrimonio di copertura.
    Detto questo,andrò avanti sicuramente!

  9. Lucan scrive:

    @ Giovanni Di Giamberardino:
    Verissimo, i protagonisti a mio parere sono estremamente azzeccati, soprattutto lui.

  10. Pogo scrive:

    Sicuramente è una delle migliori novità dell’anno.
    Questo 2° episodio si è giovato del minutaggio più corretto per questo genere di racconti, sotto i 50 minuti.
    Il prodotto è buono, ma a parte il cast totalmente inadeguato, trovo anche altri difetti: a cominciare dalla banalizzazione dei comportamenti delle due spie fino al fugace raffronto genitoriale tra la cameriera e la coppia di spie russe.
    Difetti che non passano inosservati nonostante la piacevolezza dello scorrere del tempo nel guardare “The Americans”, che merita di essere guardato.
    Dal canto mio, tuttavia, mi chiedo se davvero gli autori di racconti di questo tipo abbiano visto mai nella vita un film come “I Tre Giorni del Condor” che tu citi, Alice.

    P.S. il 9/2001 non c’entra assolutamente nulla con questa serie. E neanche “Homeland”; è come sostenere che tutte le auto sono uguali perché hanno 4 ruote, un telaio e un motore… ;-)

  11. Jeanne scrive:

    Bella puntata e recensione accurata. Quello che mi chiedo, però, è se empatizziamo davvero con due spie sovietiche piuttosto che con la storia personale e umana di un uomo e una donna (e una coppia) alle prese con una situazione estrema. Che questo sia un modo per sdoganare i comunisti cattivi sovietici – dopo criminali e in particolare serial killer di ogni genere, vedi dexter – al pubblico americano non c’è dubbio, ma la politica non mi pare abbia il ruolo principale, almeno non quanto la vicenda umana.
    Per il resto concordo che the americans sia una delle migliori cose che ho visto ultimamente. Cose random che mi hanno colpita: Philip ed Elizabeth sono due nomi molto belli che per una volta non vengono continuamente storpiati in diminutivi. Philip (l’attore mi sembra il più bravo) riesce a cambiare faccia in un modo impressionante, o forse sono io che gli vedo cambiare faccia tantissimo. Elizabeth è un personaggio con potenzialità immense, quella scintilla di follia che le vediamo negli occhi quando sveglia la figlia nel mezzo della notte per bucarle le orecchie ne è la prova. Il rapporto tra moglie e marito che rimane così ambiguo e in bilico funziona a meraviglia, immagino sarà uno dei motori principali della storia. E poi l’estetica da I tre giorni del condor (sidney pollack quanto mi manchi) a mio gusto personale mi farà restare incollata alla serie fino all’ultimo, si rivelasse anche la peggio cazzata.

  12. Pogo scrive:

    Jeanne ha scritto:

    E poi l’estetica da I tre giorni del condor

    Io questa estetica non riesco a vederla.
    Mi sembra, invece, più una serie che strizza l’occhio all’ipotetica estetica di Le Carré (simile in alcuni film tratti dai suoi romanzi).

    P.S. Sydney Pollack era di altra categoria. Straordinario.

  13. klatu scrive:

    Scusate se mi intrometto, vorrei segnalare che il link a That’s new, a new show for Lindelof etc porta a un episodio di Grey’s Anatomy.

  14. Sal G. scrive:

    Pogo ha scritto:

    Io questa estetica non riesco a vederla.

    Quoto. The Americans sarà anche curato, ma Pollack è un’altra cosa.
    Io avevo interpretato i riferimenti nella recensione rivolti più ad un tipo di critica nei confronti dell’americanità perfetta, che non ad esempi di riferimento per The Americans.
    Gli americani non si renderanno mai conto di non essere la cultura dominante; sebbene l’11 settembre ha, in qualche modo, scosso le coscienze riguardo all’inviolabilità del territorio, loro si considerano ancora i detentori della democrazia e della giustizia. Solo poche sensibilità, tra cui appunto Pollack, possono vedere i difetti di questo genere di cose.

    p.s. non leggo Le Carrè, ma ho visto La talpa e concordo anche qui.

  15. jackson1966 scrive:

    Premetto che a me la premessa è piaciuta da morire (altro che noiosa, la amplierei al massimo) e che con estrema modestia e meno capacità ho detto le stesse cose nei commenti alla precedente recensione sulla situazione “territoriale” (era però per “difendere” Homeland dagli “attacchi”) ma che non sono per niente d’accordo con la recensione. Mi spiego meglio: a me la serie annoia, non provo per niente empatia per i due personaggi principali, ma per l’agente FBI e le loro vittime, gli attori non mi piacciono manco un po’ (lui per me è orribile sia a vedersi che come attore, lei è addirittura indescrivibile: una frangetta ed una treccia come mimetizzazione? LOL) e poi gioca molto il fatto che so già come andrà a finire: niente scudo spaziale e economia russa spezzata a causa del correre dietro a sta panzanata e ….. muro di Berlino giù (in maniera molto sempicistica ovvio: adesso dicono che Reagan era un genio che aveva capito che i risultati presentati sull’economia sovietica dalla Cia erano falsati dagli stessi sovietici per “fare piacere” al loro governo e non rimetterci il c…. e quindi aveva capito che se avesse “spinto” al limite la loro economia (per inseguire lo scudo spaziale) l’avrebbe spezzata e con essa la popolazione e tutto ciò che ne è conseguito. Mah ai posteri più posteri l’ardua sentenza. Mi sento ancora troppo “vicina” per decidere: io c’ero. So che mi sembrava tutto molto più semplice della politica di adesso: o di qui o di lì. Con molte meno sfumature e meno dubbi: ma ero anche più giovane e quindi nell’età delle “certezze”). Tutto ciò per dire che la serie non mi interessa e che la mollerò per altri lidi (sarò matta ma preferisco sempre The following).
    Solo una domanda: da dove ti deriva la certezza che gli americani empatizzano con le spie russe? Scusa ma mi sembra tanto strano conoscendoli un po’.
    P.S. Vi prego Homeland è di un altro universo in tutto: qualità, attori, storie.

  16. Jeanne scrive:

    Pogo ha scritto:

    P.S. Sydney Pollack era di altra categoria. Straordinario.

    Ma su questo non ci piove, ok. Personalmente più che i termini per un paragone io ci vedo un’ispirazione, un’influenza sulle atmosfere, i colori rarefatti, le luci smorzate – ma anche sulle sagome di personaggi incastrati nei meandri del labirinto dello spionaggio.Lo dico da osservatrice ingenua (sperando che almeno qui si capisca cosa intendo dire), col rischio che possa trattarsi solo di una contingenza. La questione dell’impegno civile per ora mi lascia un po’ perplessa, come ho già detto mi pare che si spinga più sul pedale delle vicende umane che non sulla politica, ma boh, vediamo, siamo solo al secondo episodio.

  17. Alice Cucchetti scrive:

    @ jackson1966:
    figurati, capisco perfettamente le perplessità. molti critici hanno rilevato la stessa cosa, ovvero “dove sta la tensione se sappiamo già come va a finire?”. io, personalmente, ho trovato che questo episodio, meglio ancora del pilot, abbia costruito ottimamente la tensione, e non mi ha annoiato per un istante, ma la noia/non noia, si sa, è una questione soggettiva.
    quando parlo di empatia, mi riferisco a come è costruito il racconto. certo, i telespettatori americani (soprattutto quelli che hanno vissuto quegli anni) possono benissimo rifiutare il soggetto, dire “col cazzo che mi identifico con quegli stronzi dei sovietici”. ma il racconto nella serie è costruito in modo da farci empatizzare con loro, da farci temere per la loro sorte e quantomeno comprendere i loro timori, che sono universali (perdere i figli, per esempio). io trovo interessante che, proprio gli americani, e proprio sapendo cos’ha significato, anche a livello culturale, la guerra fredda, si mettano a fare una serie “dalla parte” delle spie russe. per questo, non intendo dire che questa serie parla dell’11 settembre, ma che, forse, senza tutta l’elaborazione sul concetto di nemico “interno” seguita all’11 settembre sarebbe stato più difficile farla, e farla così.

  18. shyrae scrive:

    ottima recensione, con la quale sono completamente d’accordo.
    già dalla metà del pilot mi ero innamorata di philip, ma con questo secondo episodio, devo dire che sono riusciti a rendere più umano il personaggio di elizabeth.
    anche per me fuck yeah!
    P.S no ho mai visto homeland, ma visto che da quanto ho capito trattano in modo completamente diverso tematiche molto diverse, che ne dite di evitare inutili, e anche forse poco eleganti,confronti tra le due serie?
    onestamente non vedo il motivo di metterle a confronto.

  19. jackson1966 scrive:

    @ Alice Cucchetti:
    E qui secondo me casca l’asino: secondo me non è dalla parte dei sovietici: loro ricattano, ingannano, avvelenano i figli altrui e poi, che bravi genitori, si preoccupano dei loro; l’agente dell’FBI (con cui secondo me gli americani si identificano) fa il suo lavoro in maniera più pulita e, quindi, più umana. Per questo chiedevo da dove avevi ricavato l’idea che gli americani empatizzassero con i sovietici, non tu o noi italiani, gli americani.

  20. Pogo scrive:

    Sal G. ha scritto:

    Io avevo interpretato i riferimenti nella recensione rivolti più ad un tipo di critica nei confronti dell’americanità perfetta, che non ad esempi di riferimento per The Americans.

    Sì, ma in entrambi i casi (anche se avessi capito io male la bella recensione di Alice), non mi sembra che l’estetica richiami quei riferimenti. Al massimo il contenuto (e non sono d’accordo lo stesso).

    Jeanne ha scritto:

    Personalmente più che i termini per un paragone io ci vedo un’ispirazione, un’influenza sulle atmosfere, i colori rarefatti, le luci smorzate – ma anche sulle sagome di personaggi incastrati nei meandri del labirinto dello spionaggio.

    Così ho interpretato il pensiero di Alice, ma io non ce la vedo quell’ispirazione. Anzi, mi sembra il contrario, con una messa in scena che sa di Ottanta, come se fosse stato girato negli Ottanta… ;-)
    Come già detto, mi sembra sfrutti gli stilemi della contrapposizione di Le Carré: lo spionaggio per lo spionaggio (cosa che non faceva il film di Pollack, dove emergevano altre tematiche).

    Alice Cucchetti ha scritto:

    per questo, non intendo dire che questa serie parla dell’11 settembre, ma che, forse, senza tutta l’elaborazione sul concetto di nemico “interno” seguita all’11 settembre sarebbe stato più difficile farla, e farla così.

    Non capisco questa cosa dell’11.9.2001…
    Non sarebbe stata più difficile da fare.
    Tutto ciò che è in “The Americans” è frutto della deriva maccartista sulla paura del socialismo/comunismo. Gli statunitensi, il concetto di nemico interno, l’hanno sempre avuto.
    C’è un romanzo molto bello, che ti tiene incollato alle pagine, scritto da Ken Follet (Code To Zero, credo Codice a Zero in Italia), ambientato nel 1958, dove c’è una grande cospirazione per sabotare gli Stati Uniti frutto di spie dormienti sovietiche.
    Semplicemente, gli autori possono raccontare con ampio spettro una delle pagine degli USA senza avere la contingenza di spaventare il pubblico.
    Questa serie è come se fosse stata girata negli anni Ottanta, senza però avere le limitazioni di quegli anni (se avessero raccontato in questo modo, gli statunitensi avrebbe provato timore pure per il vicino di casa).

    jackson1966 ha scritto:

    adesso dicono che Reagan era un genio

    Eh?! Ma da dove ti escono queste idee?
    Se non fosse stato per Kohl, Gorbacev e il Solidarnosc di Lech Walesa, il muro starebbe ancora lì.
    Aspettavamo a Reagan… se… a lui proprio. L’unica cosa che ha distrutto quel pessimo attore è stata (insieme alla Tatcher) la teoria Keynesiana dell’economia, inseguendo Mundell da una parte e la scuola di Chicago dall’altra (il monetarismo). E complimenti a loro. Si è visto dove ci ha portato.

    Per quanto riguarda la tensione, Jackson, mi sembra chiaro che gli autori, non sprovveduti, non la mettano sul piano di chi vincerà la guerra fredda. Ma su dove saranno i due coniugi alla fine della serie tv…

  21. Jackson1966 scrive:

    @ Pogo:
    Parlavo della concezione Usa di Reagan non della mia (che qui non c’entra)
    Grazie della spiegazione ma proprio su quello baso il mio no alla serie in poche parole: non me ne frega niente di loro anzi mi stanno anche sulle palle
    Quindi con me gli autori hanno toppato alla grande con me manco ho la scusa dell’odio nei loro confronti per vederla visto che sapendo chi “vincerà” di loro non me ne frega niente

  22. Jackson1966 scrive:

    Jackson1966 ha scritto:

    @ Pogo:
    Parlavo della concezione Usa di Reagan non della mia (che qui non c’entra)
    Grazie della spiegazione ma proprio su quello baso il mio no alla serie in poche parole: non me ne frega niente di loro anzi mi stanno anche sulle palle
    Quindi con me gli autori hanno toppato alla grande con me manco ho la scusa dell’odio nei loro confronti per vederla visto che sapendo chi “vincerà” di loro non me ne frega niente

    Mi sembrava che Reagan fosse uno dei presidenti Usa più amati tra l’altro (sempre dagli americani)

  23. Francesco Gerardi scrive:

    Pogo ha scritto:

    Eh?! Ma da dove ti escono queste idee?
    Se non fosse stato per Kohl, Gorbacev e il Solidarnosc di Lech Walesa, il muro starebbe ancora lì.
    Aspettavamo a Reagan… se… a lui proprio. L’unica cosa che ha distrutto quel pessimo attore è stata (insieme alla Tatcher) la teoria Keynesiana dell’economia, inseguendo Mundell da una parte e la scuola di Chicago dall’altra (il monetarismo). E complimenti a loro. Si è visto dove ci ha portato.

    E mettiamoci pure Karol Wojtyla e il Vaticano, dico io.

    Comunque, a dire che Reagan è un genio sono quelli che il genio ce lo vedono nell’anticomunismo sovietico. Siccome il comunismo sovietico è morto, chiunque si fosse professato contro ha avuto ragione, e di conseguenza è un genio. Certo, questa parola accostata a Reagan fa particolare impressione. Soprattutto considerando che l’onda delle sue decisioni scellerate in campo economico (e finanziario soprattutto) sta facendo danni adesso.

  24. Kiki May scrive:

    Vista anche questa. Una serie interessante e ben recitata. In particolare mi hanno colpita le caratterizzazioni dei personaggi principali e soprattutto di lei, interpretata dall’ex Felicity (Oh, io lo guardavo! Che nostalgia rivederla) Trovo che sia proprio il personaggio più interessante – assieme al marito, ovviamente- perché è caratterizzata come una donna introversa e rigida, che ha subito molti torti nella vita e l’attrice riesce a trasmettere bene questo senso di stanchezza e di chiusura. Non credo che questa donna debba ispirare dolcezza o seduzione di alcun tipo, quanto piuttosto deve rappresentare il peso immane della vita – di chi ha vissuto una vita dura. Molto interessante. Effettivamente, però, non so se seguirò la serie adesso, magari la collocherò in estate.

  25. Kiki May scrive:

    Pogo ha scritto:

    Non capisco questa cosa dell’11.9.2001…
    Non sarebbe stata più difficile da fare.
    Tutto ciò che è in “The Americans” è frutto della deriva maccartista sulla paura del socialismo/comunismo. Gli statunitensi, il concetto di nemico interno, l’hanno sempre avuto.
    C’è un romanzo molto bello, che ti tiene incollato alle pagine, scritto da Ken Follet (Code To Zero, credo Codice a Zero in Italia), ambientato nel 1958, dove c’è una grande cospirazione per sabotare gli Stati Uniti frutto di spie dormienti sovietiche.
    Semplicemente, gli autori possono raccontare con ampio spettro una delle pagine degli USA senza avere la contingenza di spaventare il pubblico.
    Questa serie è come se fosse stata girata negli anni Ottanta, senza però avere le limitazioni di quegli anni (se avessero raccontato in questo modo, gli statunitensi avrebbe provato timore pure per il vicino di casa).

    Concordo. Il tema del nemico interno sovietico è stato esplorato altre volte in letteratura.
    A questo proposito ricordo uno spezzone del film A Single Man, con Colin Firth, che parlava proprio della paura – la paura dell’estraneo che diventa paura del diverso. E poi non dimentichiamo l’episodio di Angel ambientato nel bel mezzo degli anni Cinquanta, coi personaggi che si guardavano a vicenda, in modo paranoico, perché avevano il terrore di scoprire che “il diverso” era tra loro.

  26. Alice Cucchetti scrive:

    a me sembra evidente che la serie sia costruita, a livello di racconto, per fare empatizzare il pubblico con elizabeth e philip: la tensione è costruita su questo (li scopriranno? riusciranno a portare a termine la missione in tempo? e ora che gli americani hanno una talpa all’interno dell’ambasciata russa? e ora che i russi chiederanno loro di fare cose ancora più impossibili?), l’emotività è costruita su questo (e se dovessero perdere i figli? se dovessero smettere di fidarsi l’una dell’altro? se dovessero tradire la Russia e consegnarsi agli americani?).
    Poi, io non sto nella testa degli spettatori e non so cosa succeda nel loro cervello, ma a me sembra lampante che la serie sia costruita, almeno adesso, per farci stare dalla loro parte. non ideologicamente, certo (anzi, dell’ideologia comunista ancora si è parlato poco), ma emotivamente.
    ora, si può dire “è solo un’altra storia avvincente da raccontare al pubblico, così come possiamo parlargli di un mafioso in crisi psicanalitica, o di un professore di chimica che si mette a sintetizzare metanfetamine”. ed è vero. io continuo a trovare significativo che degli americani facciano una serie dalla parte dei russi, proprio per quello che il “pericolo sovietico” ha rappresentato per loro, per tantissimi anni.

  27. jackson1966 scrive:

    @ Alice Cucchetti:
    Vi giuro mi sembra di guardare un’altra serie: io non vedo tutto sto stare dalla parte dei sovietici da parte degli sceneggiatori, anzi a me li hanno resi odiosi al contrario dell’agente dell’FBI. Darò un’occhiata alle recensioni USA per pura curiosità di vedere tutta stò tifo per i sovietici.

  28. Alice Cucchetti scrive:

    @ jackson1966:
    capita di non essere d’accordo! :D

  29. Sal G. scrive:

    Pogo ha scritto:

    Sì, ma in entrambi i casi (anche se avessi capito io male la bella recensione di Alice), non mi sembra che l’estetica richiami quei riferimenti. Al massimo il contenuto (e non sono d’accordo lo stesso).

    Concordo, ovviamente. Come non possiamo paragonare Pollack ad Affleck o Clooney (sebbene Argo e Le Idi di Marzo siano bei film) neanche per l’estetica; credo fosse solo un paragone senza troppe pretese.

    McCarthy rinfocolò la paura rossa, e gli americani ci continuarono a credere anche dopo lo screditamento ufficiale; insomma, sembra di sentire le storie degli alieni. Reagan, poi, è stato un idiota in fatti di politi estera ed in termini di politica interna. Ha continuato a dare fondamento al maccartismo alimentando la paura, cosa ancora più grave, ed ha assunto una posizione connivente nei confronti dello spionaggio.
    La diplomazia, grazie a lui, s’è andata a fare quattro passi altrove in quel periodo.

    Dobbiamo ringraziare la gente dell’Est, alla fin fine, che è ad ogni modo stata più intelligente di cotanta verve americana; sono già stati menzionati: Kohl, Gorbacev, Lech Walesa e Karol Wojtyla.

    Gli americani non so (anche perché generalmente sono acritici nel parlare dei loro difetti) ma io, al di là della scrittura della serie, simpatizzerei comunque per il Direttorio S.

  30. shanpu scrive:

    L’ombrello avvelenato è una “citazione” del famoso (?) ombrello bulgaro: http://it.wikipedia.org/wiki/Ombrello_bulgaro

  31. Pogo scrive:

    Jackson1966 ha scritto:

    Mi sembrava che Reagan fosse uno dei presidenti Usa più amati tra l’altro (sempre dagli americani)

    Forse dai repubblicani… e ovviamente da John Casey. :-D

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Soprattutto considerando che l’onda delle sue decisioni scellerate in campo economico (e finanziario soprattutto) sta facendo danni adesso.

    Sal G. ha scritto:

    La diplomazia, grazie a lui, s’è andata a fare quattro passi altrove in quel periodo.

    Concordo. Con entrambi.
    Spero sempre in un’ondata neo-keynesiana…

  32. Francesco Gerardi scrive:

    Pogo ha scritto:

    Spero sempre in un’ondata neo-keynesiana…

    La vedo difficile, soprattutto in Europa. Il debito pubblico demenziale di alcuni (molti) Paesi membri, più i trattati che ne prevedono contenimento e riduzione entro tempi brevi (per non parlare del pareggio di bilancio da inserire in Costituzione, per non parlare della crisi che col cazzo che sta finendo) rendono praticamente impossibile qualunque investimento dello Stato che non dia i frutti entro la chiusura dell’anno fiscale/economico. Ed è impossibile, davvero impossibile.

    Gli USA, da questo punto di vista, un po’ di libertà di movimento ce l’hanno (ma nemmeno tanta eh)

  33. Sal G. scrive:

    Pogo ha scritto:

    Spero sempre in un’ondata neo-keynesiana…

    Eh, anch’io la vedo impossibile proprio e quoto Francesco Gerardi. In Europa sicuramente no, in America molto probabilmente no.
    La Cina, poi, è troppo preoccupata ad equilibrare la sua domanda/offerta per occuparsi di noi, come invece tutti contrariamente pensano; un po’ di speranza, poca, la riservano economie giovani come il Brasile.
    Sono più propenso per attendere che i mercati si aggiustino da soli, ma l’importante è non avere ancora un altro Bush (anche di decima generazione, che non si sa mai! Hanno comunque fomentato il maccartismo revisionandolo come paura del diverso e fatto scelte economiche ancora più discutibili di quelle di Reagan).

  34. jackson1966 scrive:

    @ Pogo:
    @ Francesco Gerardi:
    @ Sal G.:
    Ed ecco un altro motivo per cui non guarderò The Americans: come Homeland viene usato contro una certa parte degli Usa (sempre tenuto conto della qualità indiscutibilmente più alta del secondo e quindi “del valere la pena farmi un fegato così” in nome di questa qualità leggendo i commenti. Qui mi arrendo tanto mi fa anche schifo.)
    P.S. Chissà cosa voterete eh? Sorpresa !!!! LOL

  35. Pogo scrive:

    Francesco Gerardi ha scritto:

    La vedo difficile, soprattutto in Europa.

    Ragazzi, è solo questione di volontà. Politica o quello che vi pare, ma pur sempre questione di volontà.
    Noi stiamo in un regime di rigidità e paura del debito pubblico perché il filtro degli ultimi 20-30 anni è stato quello del monetarismo e dei fessi che gli sono andati dietro.
    Tra l’altro le teorie neokeynesiane tengono conto del debito pubblico, perché vogliono agire anche sulla politica monetaria… ma immagino sappiate bene di cosa parlo, quindi evito un mostruoso OT qui, quanto inutile.

    P.S. Jackson, quale parte? Quella Repubblicana forse? Quella che ha avuto gli ultimi tre presidenti che rispondono al nome di Reagan, Bush sr. e Bush jr.? Quella che ha dato alla politica un elemento come Sarah Palin? (a pensare che sono i “discendenti” di Lincoln mi viene da piangere).
    E poi, che c’entra per chi voteremo? Che discriminante sarebbe? Che poi, scusa, detto francamente, per chi vuoi votare? Per il barzellettiere sparaballe che ci ha portato nel baratro? Boh. Certe accuse te le puoi risparmiare.

  36. Sal G. scrive:

    jackson1966 ha scritto:

    Ed ecco un altro motivo per cui non guarderò The Americans

    Io non guardo Homeland perché lo trovo noioso e tu non guardi The Americans per tutti i tuoi motivi. Siamo in una società presuntamente libera, perciò possiamo fare quello che ci pare almeno in queste piccole cose :)

    P.S. Chissà cosa voterete eh? Sorpresa !!!! LOL

    Eppure, sebbene la cosa sia fuori luogo, potrei stupirti. Non voto in base ad una fede politica ma in relazione al fatto che non mi reputo idiota, cosa che non corrisponde al votare per lo sparaballe.

  37. Jeanne scrive:

    jackson1966 ha scritto:

    P.S. Chissà cosa voterete eh? Sorpresa !!!! LOL

    La vera “sorpresa” è chi voterai tu. Per il resto il fatto che tu non empatizzi con i personaggi di The Americans non prova per niente che gli autori abbiano fatto un pessimo lavoro. A volte bisogna lavorare di testa, non solo di pancia.

    Sal G. ha scritto:

    Sono più propenso per attendere che i mercati si aggiustino da soli,

    Scusate l’ennesimo OT ma su questo ti vorrei rispondere Sal: i mercati non si aggiustano da soli. E’ ormai comprovato che la teoria della mano invisibile, con buona pace di Smith che è stato un grande pensatore, non sta in piedi.

  38. Francesco Gerardi scrive:

    @ jackson1966:
    Guarda che qui nessuno sta usando niente contro nessuno. Non mi formo la mia opinione sugli USA guardando la tv, che sia Homeland o The Americans. Perché per quanto bella, sempre di tv si tratta, è fictio narrativa e, pur piacendomi, me ne frega davvero poco e ha molta poca influenza sul resto della mia vita. Non è che c’era bisogno di The Americans perché io pensassi che Reagan è uno dei più grandi coglioni che abbia mai camminato sulla verde terra di Dio. E poi, ma è mai possibile che in questo benedetto Paese non si possa fare una discussione senza andare a finire sul chi vota chi? Ma poi vorrei capire che cosa si può intuire da quello che abbiamo scritto, ché sono cose che chiunque potrebbe dire. Mah, forse dovevamo dire viva Reagan, viva la deregulation. Quando e se arriverà la puntata in cui l’ideologia comunista sovietica sarà più in primo piano che facciamo? Comunque, colpa nostra che siamo andati OT.

  39. Francesco Gerardi scrive:

    @ Jeanne:
    Ma magari i mercati si aggiustano pure da soli; solo che lo fanno in tempi e modi che non sono tollerabili per la società. D’altronde, se esiste la POLITICA economica una ragione c’è. Alla fine, si tratta di correggere quelle storture che il mercato non può fare a meno di avere.

  40. Sal G. scrive:

    @ Jeanne:

    Solo per specificare (non avevo risposto a Pogo perché, sebbene concordo con quanto dice lui, non volevo continuare l’OT), sono d’accordo con quanto dici. La mia era solo una visione ironica della realtà economica in cui gli interventi disattesi ed irrazionali dello Stato hanno portato solo gli effetti indesiderati; ergo, tra le due ipotesi mi sembra più probabile che i mercati finiscano per aggiustarsi da soli che avere l’ennesimo Bush che faccia le scelte azzeccate.

    Lo Stato, come dice Francesco, ha la funzione di correggere e regolamentare le derive insite nel mercato economico, i cui tempi sono invece inevitabilmente lunghi.

  41. Jackson1966 scrive:

    @ Francesco Gerardi:
    Direi che se economicamente lo stato conta come sostenete il voto diventa vitale ed è di stretta attualità
    @ Jeanne:
    Ti stupirei alla grande credi
    Per curiosità quale politico non è un cacciaballe? Voi avete fiducia in “qualcosa o qualcuno” in cui io l’ho persa tempo fa un po vi invidio per le vostre “certezze”
    L’unica che mi è rimasta viene sempre messa qui in discussione e quindi dato che adoro cambiare idea se mi accorgo che l’altra. “Parte”ha delle buone ragioni che non conoscevo o non avevo considerato comincio a mettere anche quella in discussione
    Invece dalle serie tv mi arrivano spunti a volte per ampliare i miei orizzonti a dire la verità uso ogni esperienza per questo
    OT a me Reagan ai miei tempi (io c’ero) e non con il senno di poi mi sembrava l’uomo giusto al momento giusto Credo seriamente (per voi sarà follia lo so) che una bella spintina al muro e un aiuto (certo involontario) agli uomini da voi citati sopra glielo abbia dato Sull’economia non mi pronuncio perché non ci capisco niente se non che fare la spesa sia sempre più costoso Per voi quindi è colpa di Reagan?

  42. Francesco Gerardi scrive:

    Jackson1966 ha scritto:

    @ Francesco Gerardi:

    Direi che se economicamente lo stato conta come sostenete il voto diventa vitale ed è di stretta attualità

    Sì, ma non capisco come tu abbia intuito per cosa e/o chi voteremo noi da quelle parole che abbiamo scritto. Che lo Stato conti non lo sosteniamo noi; è così.

    Jackson1966 ha scritto:

    Per curiosità quale politico non è un cacciaballe? Voi avete fiducia in “qualcosa o qualcuno” in cui io l’ho persa tempo fa un po vi invidio per le vostre “certezze”

    Nessuno ha parlato di fiducia e certezze. Io ho un po’ della prima e un po’ delle seconde, ma non ne ho parlato. Tu hai il brutto vizio di prendere le parole altrui e trarne quello che ti pare, e poi di spostare la discussione su quello che tu dici gli altri hanno detto, o volevano dire, o pensavano. Attieniti a quello che c’è scritto, una volta tanto.

    Jackson1966 ha scritto:

    OT a me Reagan ai miei tempi (io c’ero) e non con il senno di poi mi sembrava l’uomo giusto al momento giusto Credo seriamente (per voi sarà follia lo so) che una bella spintina al muro e un aiuto (certo involontario) agli uomini da voi citati sopra glielo abbia dato Sull’economia non mi pronuncio perché non ci capisco niente se non che fare la spesa sia sempre più costoso Per voi quindi è colpa di Reagan?

    Quello che uno crede ha poco a che vedere con quello che è successo. Reagan ha avuto un ruolo nella caduta dell’URSS e del Patto di Varsavia? Certo. Ne ha avuto uno determinante? NO. Fosse stato per lui, a quest’ora il mondo sarebbe un deserto post-atomico.

    Se la tua idea dell’economia è “quanto mi costa fare la spesa” allora stiamo freschi (è anche questo, anche, ma assolutamente non solo). E’ davvero meglio se non ti pronunci. Non è che sempre tutto si può ridurre al semplice, Jackson. Esistono cose complicate che restano complicate, altrimenti si banalizza, si sbaglia e si mente, esistono cose che bisogna rifletterci, che bisogna documentarsi. Porca miseria, sei un medico, dovresti saperlo bene. E’ come se io dicessi “ah la gente continua ad ammalarsi? Sarà perché i medici non capiscono un cazzo”. E’ una banalizzazione idiota o no? Se ti sforzassi di vedere un attimo oltre il tuo naso capiresti che sì, il momento che viviamo è frutto della politica economica demente di cui Reagan non è stato ideologo, ma fiero propugnatore. E quindi anche i prezzi attuali dei beni e servizi non sono calati dall’alto, ma figli anche di una crisi che è figlia anche di quella politica. Guarda il documentario ‘Inside Job’, se non mi credi. Non ti dico di leggere qualche libro che sennò mi dai dell’aulico (scherzo eh!).

  43. Pogo scrive:

    [mi concedo di rispondere solo a questo, perdonatemi l'OT]
    Jackson1966 ha scritto:

    Per voi quindi è colpa di Reagan?

    Sì.
    Perché, cara Jackson, le scelte di oggi non hanno effetto domani. Ma dopodomani.
    Ergo, oggi, sono le scelte dell’altro ieri a condizionarci.
    Quelle di ieri, condizioneranno il domani (ad esempio, il debito pubblico italiano non può abbassarsi né il prossimo anno, né nel 2015, perché si pagheranno gli interessi vicini al 7% dei titoli emessi “ieri”).
    L’altro ieri sono gli Ottanta con Reagan e Thatcher che hanno combinato disastri immani.
    Comunismo e Liberismo hanno fallito entrambi perché non basano la propria idea di mondo mettendo l’uomo al centro di tutto. Per questo sono Keynesiano (l’acqua c’è e il cavallo non beve etc.)…

    Jackson1966 ha scritto:

    Per curiosità quale politico non è un cacciaballe?

    No eh… tutto ma non il qualunquismo, ti prego Jackson… e la miseria!
    Ma possibile che in questo Paese tutto è opinione, tutto è falsificabile e tutti sono uguali?
    E dai, su, fai un piccolo sforzo e lo vedi chi non racconta balle. Ce ne sono, ce ne sono…

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Comunque, colpa nostra che siamo andati OT.

    Hai ragione, siamo andati OT, ma se permetti spendo due parole in proposito, soprattutto con te che sei uno dei redattori di Serialmente.
    Se questo OT fosse apparso in una recensione di TWD, di Spartacus o di Gossip Girl, è evidente che saremmo totalmente fuori luogo e anche maleducati a proseguire oltre.
    Tuttavia, è apparso in “The Americans” proprio grazie alle tematiche adulte che questa serie porta con sé, visto che dopo due episodi possiamo avere una propria visione sulla qualità (io non impazzisco per la qualità artistica), ma è evidente non si tratti di un James Bond scanzonato; è un racconto bello forte.
    D’altronde nello stessa serie la figura di Reagan (da cui tutto è partito) è in primo piano. Almeno nel racconto e nel sentimento.
    Se nasce questo OT, è anche un bene, perché vuol dire che la serie ci restituisce qualcosa su cui riflettere (io ho trovato banalizzante la questione genitoriale e la voglia di occidentalizzarsi di Phil, per dire…), perché nel momento in cui dovesse raccontare di due 007 sovietici e le loro avventure questo OT non esisterebbe – almeno da parte mia – perché non ci sarebbe nessun commento, dato che non guarderei più la serie.

    Un prodotto culturale non è una scatola a tenuta stagna, al contrario – se di qualità – è aperto quanto più possibile al mondo circostante.

  44. Sal G. scrive:

    Pogo ha scritto:

    Un prodotto culturale non è una scatola a tenuta stagna, al contrario – se di qualità – è aperto quanto più possibile al mondo circostante.

    Quoto.
    Gli OT, quando rimangono comunque sul filo logico della serie a cui sono riferiti i commenti, dimostrano la non sterilità delle discussioni che si vengono a creare. Se posso confrontare o magari correggere le mie opinioni non mi dispiace affatto.

  45. Francesco Gerardi scrive:

    @ Pogo:
    Ti dirò, io credo che la dimensione genitoriale sia indispensabile e inevitabile (a livello narrativo e psicologico), e ho trovato Philip molto molto “vero”. Mi spiego in due parole: abituarsi è facile, lasciare ciò a cui si è abituati difficile. Soprattutto quando dall’altra parte non ci sta il Paese dei Balocchi.

    Per quanto riguarda l’OT: sono pure d’accordo con te. La discussione è sempre un piacere e, con questa serie, le divagazioni su temi storici e politici saranno difficili da evitare. Ma è il bello di queste cose, come dici tu. Il punto è che se vogliamo parlare di Reagan in quanto figura storica, bene, facciamolo, tutto sommato in questo episodio ci sta pure. Quando però vedo che la discussione inizia pericolosamente a puntare sul chi voti/chi non voti, sul sono tutti cacciaballe e, soprattutto, quando inizio a preoccuparmi che da un momento all’altro verrà fuori il nome Silvio Berlusconi, allora, cerco di evitarlo. Perché almeno questo vorrei farlo rimanere un posto dove possiamo discutere senza andarcene a finire a ‘ste stronzate, che già ne devo sentire parecchie tutto il giorno, tutti i giorni. E quindi chiamo l’OT e spero che la discussione si fermi prima di degenerare. Tutto qui, spero di essermi spiegato ^.^

  46. Pogo scrive:

    Francesco Gerardi ha scritto:

    Ti dirò, io credo che la dimensione genitoriale sia indispensabile e inevitabile (a livello narrativo e psicologico), e ho trovato Philip molto molto “vero”. Mi spiego in due parole: abituarsi è facile, lasciare ciò a cui si è abituati difficile. Soprattutto quando dall’altra parte non ci sta il Paese dei Balocchi.

    Mi sono spiegato male per cercare la sintesi, colpa mia.
    Banale non è la dimensione, ma la questione, che in questo secondo episodio si è limitata a mettere a confronto la maternità della cameriera single, con la scoperta del pericolo per i figli da parte dei due protagonisti (soprattutto lei). Penso che potevano giocarsela meglio, magari contrapporre l’ipocrisia di chi si fa scudo degli ordini o del male necessario, ma non sarebbe disposto a subirlo sui propri figli.
    Philip, invece, trovo banale nel passaggio 1°-2° episodio, non la tematica, anzi, ma come è affrontata: come se fosse un dettaglio decorativo. In realtà (e non dubito che lo tireranno fuori) quello è un conflitto interiore immenso, di una potenzialità devastante, che potrebbe essere l’unica tematica della serie e reggerla senza problema.
    Essere uno straniero in terra straniera (come dicono gli statunitensi) è una cosa durissima, ma l’effetto che è procurato dallo spirito di adattamento, può essere ancora più micidiale: essere straniero a casa propria. Una cosa alienante.
    Aver accantonato in quel modo l’idea di Philip di defezione alla causa sovietica, non mi sembra un punto forte della serie tv.

    P.S. concordo sull’OT.

  47. Kiki May scrive:

    @ Francesco Gerardi:

    Ti sei spiegato perfettamente! :D E comunque io personalmente ho letto con piacere le vostre divagazioni di politica economica. Molto interessanti.

  48. jackson1966 scrive:

    @ Francesco Gerardi:
    E no quello con me proprio no!!!!
    @ Pogo:
    Che qualunquismo io proprio non ne vedo uno che sia uno (ed ho anche smesso di cercare)

  49. Pogo scrive:

    jackson1966 ha scritto:

    Che qualunquismo io proprio non ne vedo uno che sia uno

    1) allora non cerchi (non hai cercato) bene.
    2) non ascolti davvero ciò che dicono
    3) non ti informi bene
    4) non conosci la storia e il passato di chi accusi (tutti indistintamente)
    5) fidati, quello che scrivi è qualunquista e fai del qualunquismo

    P.S. solo in Italia esiste il qualunquismo in modo diffuso e in tutti gli strati sociali della popolazione, anche dove uno si aspetterebbe un minimo di cultura.

  50. Jackson1966 scrive:

    @ Pogo:
    Politica e cultura abbinati? È definitivo sei un meraviglioso idealista ti invidio io che vivo nella sanità riformata negli anni da TUTTI l’idealismo l’ho perso secoli PS comunque continui a non capire un tubazzo di TWD e KING LOL

  51. Elodia scrive:

    jackson1966 ha scritto:

    @ Pogo:
    @ Francesco Gerardi:
    @ Sal G.:
    Ed ecco un altro motivo per cui non guarderò The Americans: come Homeland viene usato contro una certa parte degli Usa (sempre tenuto conto della qualità indiscutibilmente più alta del secondo e quindi “del valere la pena farmi un fegato così” in nome di questa qualità leggendo i commenti. Qui mi arrendo tanto mi fa anche schifo.)
    P.S. Chissà cosa voterete eh? Sorpresa !!!! LOL

    Jackson, ti sei scordata di ripetere che sei medico. E che medico! Così disinformata su tutto che per te repubblicani e democratici sono uguali e hanno fatto le stesse cose e hanno le stesse colpe. Inizio a capire l’amore per gli zombie: avete in comune uno scarsissimo utilizzo del cervello. E menomale che ciò per cui votano LORO non è una sorpresa, basti tu a ribadire la certezza che chi vota certe persone ha l’encefalogramma piatto. “Sono tutti uguali”= l’opinione di chi non dovrebbe votare perché è un diritto che non si merita, santiddio.

  52. Francesco Gerardi scrive:

    @ Elodia:
    Moderiamo i toni e i termini. Va bene discutere, anche in maniera accesa, ma non c’è bisogno di dare dello zombie senza cervello a nessuno.

  53. Pogo scrive:

    Jackson1966 ha scritto:

    Politica e cultura abbinati?

    Jackson, sei anche simpatica (o perlomeno il tuo “avatar”), ma dovresti smetterla di interpretare in modo del tutto casuale gli scritti altrui.
    A parte che cultura e politica possono essere abbinati, il mio PS era veramente molto semplice… lo riporto qui:

    Solo in Italia esiste il qualunquismo in modo diffuso e in tutti gli strati sociali della popolazione, anche dove uno si aspetterebbe un minimo di cultura.

    Mi sembra che io sia stato chiaro: mi meraviglio che in Italia, anche lì dove uno si aspetta cultura, come nel tuo caso, visto che sei un medico, ci sia del qualunquismo. Sono stato più chiaro ora?

    Guarda che il qualunquismo è un approccio di vita, purtroppo. In politica fa danni (sogno un’Italia dove vadano a votare solo il 25% degli aventi diritto) perché il voto pesa, ma negli altri settori determina comunque giudizi, gusti e altro. Come tu che liquidi serie di un certo livello con la scusa che scegli di pancia… Come qui con The Americans.

  54. Sal G. scrive:

    Ragazzi, l’OT sta degenerando da interessante e contestualizzato a deviato ed inutilmente offensivo (mi riferisco ad Elodia).
    Da parte mia continuerei a trovare questo ambiente piacevole finquando sia in grado di mantenersi distante dalle derive sociopolitiche contemporanee, principalmente italiane. Come ha già detto Francesco.

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