monday Mornings 101 cast

Monday Mornings – 1×01 – Pilot

Può una colonna portante della serialità ’80-’90 come David E. Kelley (Ally McBeal, L.A. Law, Chicago Hope, The Practice, Boston Legal) picconare nel già sfruttatissimo filone del medical drama fino a trovare una vena ancora non sfruttata? Nonostante la sua stella sia divenuta via via meno luminosa, Kelley ha fatto tanto per la serialità procedurale da meritare quantomeno la chance offertagli dall’affannata TNT, alla ricerca di una serie medica presentabile.

E.R., House M.D., Grey’s Anatomy: chi può sfuggire al paragone? Non si sfugge al marchio a fuoco impresso all’immaginario collettivo televisivo. Clooney che salva bambini, il lupus, dottori e bollori: anche per conoscenza indiretta, difficile essere completamente estranei a questi scenari.  Procederemo quindi sul territorio rassicurante del paragone, dato che è principalmente da questi antecedenti che Monday Mornings va a pescare.

Non siamo nell’emergency room (E.R.), o meglio, la attraversiamo di sfuggita con la classica corridoiata del moribondo in barella che viene lanciato dall’ambulanza alla sala operatoria in un fitto scambio di dati medici preliminari. La destinazione finale è l’operation room (O.R.). Qui qualcosa di nuovo c’è e la produzione se ne fa un vanto. Il genere medical ha tentato di mostrarci ogni frangente ospedaliero, ma spesso il minutaggio della sala operatoria viene sacrificato alla storia umana del paziente/del medico o per evitare dettagli raccapriccianti.
Come fa notare il dottor Sanjay Gupta (autore del libro a cui è ispirata la serie), nella sala operatoria di Monday Mornings ci si potrebbe operare veramente. Evidentissimo lo sforzo di mostrare il vero intervento senza scadere nel morboso, ma finalmente mostrandoci il coagulo, il tumore, senza sfumatura sull’incisione del cranio per parlare dei problemi di cuore del chirurgo. Notevole anche il focus sul paziente,  inquadrato nel livore dell’anestesia o della morte. Emblematico il caso del bimbo col tumore: si indugia, suggerendo che il cuore tornerà a battere come per miracolo…no, qui è chirurgia vera, la gente muore, i bei bambini pure.

Non saremo ancora dottori, ma serial-dottori sì. Non ci bastano più i tumori o gli incidenti con decine di feriti menomati. Noi vogliamo di più, vogliamo il maledetto lupus. Ecco quindi l’influsso fortissimo di House, di cui si coglie un riflesso in tutti i personaggi e nelle loro diagnosi. Tenendo bene a mente che qui si va in onda dopo i manzi di Dallas, questo show vanta un cast  dalle notevoli doti recitative, prestate a personaggi che faticano un po’ ad uscire dal peggior stereotipo etnico-medical. Nell’ordine: navigato dottore di colore dalla grande saggezza (Ving Rhames), splendida dottoressa bianca in attesa di amori complicati (Jennifer Finnigan), la stronza etnica esigente (Sarayu Rao), il secchione asiatico senza cuore (Keong Sim) e il viscidone (Bill Irwin).
Il tutto correlato dalle relazioni amorose nel post-ospedale, mai totalizzanti come in Grey’s Anatomy (ancora nessuna scena di sesso). Segnalo: fidanzato con diamante mollato perché ritiene la chirurga sposata al lavoro (sic) e giovane dottoressa che lacrima in silenzio davanti al frigo perché il suo lui è risentito dal ritardo (sic). Ormai anche le nonne sconsigliano sposare chirurghi che, si sa, danno sempre buca. Possibile che ci siano ancora partner ignari di ciò, dopo decenni di medical drama?

Il meglio e il peggio li ho tenuti per il gran finale. Il peggio è Jamie Bamber, semplicemente troppo bello per essere un chirurgo, con il carico da novanta del trauma infantile, in aggiunta all’empatia estrema verso il paziente.  Dimenticavo:  è uno dei 5 neurochirurghi migliori del mondo. Non solo esteticamente. Aiuto.
Il meglio è uno strepitoso Alfred Molina, che lotta per far uscire lo show dal solco del casting prestabilito. Capo supremo della stanza 311, dove il lunedì mattina si tengono le morbidity and mortality conference, cuore pulsante dello show (vedi opening). C’è quindi l’introduzione sistematica del processo del lunedì (il legal drama nel medical drama), dove Molina assurge a giudice dei chirurghi, vagliandone le scelte in quella che appare come una minuziosa ricostruzione dell’operazione fino alla probabile condanna pubblica del malcapitato. Se funziona è perché Molina equilibra al millimetro la sua parte persecutoria con quella umana e professionale, senza mai risultare cattivo.

Tuttavia non ho ancora detto che vi piacerà, perché c’è un’ostacolo. La trama non è folgorante, ma potrebbe convincervi a guardare il secondo episodio. Il problema è l’estetica, la regia e la rappresentazione visiva, così decise nelle loro scelte che costringono a prendere una posizione netta. La mia è:

perché la regia da momento nomination del Grande Fratello nella stanza 311 cozza a morte coi rallenti stucchevoli (il giornale che cade facendo un rumore assordante, lo sprizzo di sangue premonitore) e con la perfezione irritante di acconciature, trucco e pulizia dell’immagine, specie su gente con le braccia infilate fino ai gomiti nel torace di un bimbo. Insomma, l’uomo contro cui puntare il dito sembrerebbe essere Bill D’Elia.

Diamogliene atto: senza lasciare il solco del già consolidato, nel risicato tempo di un pilota Monday Mornings cerca già una sua impostazione decisa, personale. Il problema è che ciò non avviene in maniera così netta e convincente da potervi assicurare che vi conquisterà senza riserve, anzi. L’unico modo per sapere è provare.

 

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Elisa G.

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12 Comments

  1. Non l’ho visto, né ho intenzione di farlo, ma volevo leggerne la recensione. Ora, penso che non sarò neanche tentato.

    Evidentissimo lo sforzo di mostrare il vero intervento senza scadere nel morboso, ma finalmente mostrandoci il coagulo, il tumore, senza sfumatura sull’incisione del cranio per parlare dei problemi di cuore del chirurgo.

    Dove mettiamo Nip/Tuck? Non è propriamente un medical drama, ma mostrava queste cose con questa descrizione.

    A proposito di Nip/Tuck, dalla recensione mi sembra proprio che tu abbia sbagliato e abbia visto il pilot della serie a cui Sean McNamara fa da consulente :). Praticamente stesso plot e stessa tipologia di personaggi.
    Solo che qui il bello è Jamie Bamber (che è bello sciapo) e lì era Bradley Cooper (che è bello figo).

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  2. @ Sal G.:
    A proposito di Nip/Tuck, dalla recensione mi sembra proprio che tu abbia sbagliato e abbia visto il pilot della serie a cui Sean McNamara fa da consulente . Praticamente stesso plot e stessa tipologia di personaggi.

    Il tono è molto diverso, qui manca del tutto quell’ironia sardonica e a volte amara di cui si nutriva tutto Nip/Tuck . Qui il tono è proprio da medical drama anni ’90 con sfumature (per me indigeste, ma dipende da persona a persona) da momento di tensione da reality.

    Sono tante le serie che si pongono come “realistiche”. Monday Mornings è una delle prime con quel tono a farlo, ma assolutamente non la prima in assoluto.

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  3. colpo bassissimo mettere un giapponese che parla nel modo più stereotipato possibile, voglio uno spinoff ora.
    dr. giappo: “già. avuto. spinoff. anni. fa. in. giappone.”
    stewii: “bello, com’è andata?”
    dr. giappo: “morto.”

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  4. Ho scaricato il pilot ma non ero convinta se guardarlo perchè non ne posso più di medical drama, ultimamente sono insofferente al genere :) però essendo David E. Kelley ero in dubbio se dargli una possibilità! La recensione non mi ha incuriosita più di tanto, non mi sembra una cosa imperdibile, quindi mi sa che lascerò perdere….

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  5. visti tre episodi. il pilot fa pochissimo testo. la serie è molto più centrata sui “monday mornings” di quanto non lo sia questo primo episodio. io trovo che sia un approccio finalmente un po’ originale ad un medical, che il cast sia perfetto e che i personaggi e le situazioni siano molto credibili. credo anche che non lo guarderà nessuno. peccato [fra le cose interessanti, osservare le scelte fatte dagli autori per i protagonisti/coprotagonisti. se fosse stato un prodotto per un network alcuni dei pazienti del pilot sarebbero ancora vivi]

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  6. Il Pilot a me non e’ dispiaciuto ma ammetto che forse non ci ho capito piu’ nulla appena ho visto Apollo Adama vestito da dottore visto che sto recuperando Battlestar Galactica.
    Detto cio’ credo che le morbidity and mortality conference offrano un punto di vista interessante rispetto al solito.
    I personaggi anche se appena accenati mi sono piaciuti. Insomma il pilot mi ha incuriosito tanto basta per farmi desiderare di vedere dove andranno a parare. L’unica che mi ha convinto poco per ora e’ stata proprio la dottoressa bionda, ma credo che il problema e’ che per ora ci e’ stata presentata solo come migliore amica/ possibile futuro love interest del Dr Wilson.

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  7. @ [c]*:

    Ecco già mi hai fatto cambiare idea e penso che il pilot lo vedrò prima di scartarla.
    Sono davvero facilmente influenzabile.

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  8. La serie non mi intrigava molto e la recensione ha confemato i miei timori; ho deciso che guarderò il pilot solo per Jamie Bamber :)

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  9. No dai no…no no… ancora ste medical series….abbasta !

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  10. Scusate, non ho visto l’episodio nè so niente della serie, potrebbe essere un capolavoro ma vedendo quel cavolo di screencap ho pensato: “Ma che è lo spoof di Scrubs di Madtv o fan sul serio?”.

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  11. [c]* ha scritto:

    visti tre episodi. il pilot fa pochissimo testo. la serie è molto più centrata sui “monday mornings” di quanto non lo sia questo primo episodio.

    PURA CURIOSITA’: come hai fatto il 7 feb ad aver già visto 3 episodi di un tf iniziato 3 gg prima? il terzo va in onda il 18. grazie ciao.

    Aggiungo che il pilot mi è piaciuto io amo David Kelley.

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  12. pemf.bolloso 6 marzo 2013 at 17:23

    Visti i primi 5 episodi tra ieri e oggi, devo dire che questa serie mi garba parecchio. La cosa migliore in assoluto è il cast, Ving Rhames e Molina sono superlativi, ma anche gli altri se la cavano molto bene, tranne la tizia che interpreta la dottoressa inesperta che è un po’ al di sotto degli altri.
    Buoni anche i personaggi, soprattutto Hooten, ma anche Gato (anche se lì ogni tanto calcano la mano, tipo nella diagnosi impossibile di Trichinellosi) e il Dr. Park che sì è molto sterotipato, ma riesce a comunicare qualcosa (oltre ad essere estremamente comico).
    Estremamente realistico (e odioso) l’avvocato sanguisuga che convince tutti a fare causa, si sa che ormai gli ospedali si beccano una causa ogni 3 pazienti, e non sempre sono meritate.
    Interessante la scelta (molto all’italiana) di affidare la regia sempre alla stessa persona e, tutto sommato, si è rivelata una scelta azzeccata. Dopo il pilot, infatti, la regia si fa molto meno invadente, con ralenty più misurati e in genere messi al momento giusto. Unico difetto: le musiche, di gusto infimo ed estremamente invadenti.
    Dal punto di vista medico è estremamente preciso, ma si vede che è scritto con la collaborazione di un chirurgo: i chirughi tutti bravissimi e precisissimi, l’unico clinico che si vede è invece stupido, impreciso, lento a intervenire ed “invidia” i chirurghi perchè possono fare i M&M. Ecco capisco la rivalità tra le due categorie, ma mi sembra chiaro che è una rappresentazione un sacco stupida (e abbastanza da frustrati direi) dei clinici.

    Probabilmente non vedrà mai una seconda stagione ed è un vero peccato, perchè è una proposta un sacco interessante e, pur non brillando particolarmente per originalità, è una serie molto particolare che meriterebbe più attenzione.

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