Laughing Track

L’italiano non fa ridere

Qualche mese fa un amico mi ha convinto a seguire l’epopea della messa online di una web-serie italiana ambientata in fumetteria. Devo dire che inizialmente ero piuttosto restio, e che nelle settimane che hanno preceduto l’uscita della prima puntata ho perso più volte di vista l’obbiettivo e mi sono completamente scordato della sua esistenza, ma il giorno del grande debutto l’universo mi ha voluto presente e in prima fila.

Ultimamente il web è fucina di migliaia di tentativi nostrani e a costo quasi zero di sollevare il pubblico televisivo e pareggiare il conto con gli zii d’America – una distanza incolmabile, dico io. Alcuni riescono meglio, altri peggio. È il triste caso della mia sit da appassionati di fumetti. Al quarto minuto (su una dozzina), stavo già frugando tra le pagine di Wikipedia alla ricerca di un rimedio naturale contro la sudorazione eccessiva.

Ma non sono qui per criticare un prodotto dichiaratamente amatoriale e che ha ovviamente il tempo e la voglia di farsi le ossa, magari sfruttando appunto l’esplosione di opportunità che regala – nel vero senso del termine – la rete agli aspiranti produttori, registi e sceneggiatori, lasciandoli godere del dolce anonimato di essere uno su un milione, nell’attesa che il sistema si stabilizzi e si facciano largo le eccellenze. Voglio rendere, anzi, un sentito ringraziamento al debutto che ha fatto traboccare il vaso della mia curiosità, che mi ha disincantato dalla mia pigrizia e costretto ad approfondire un interrogativo che da tanto, troppo tempo mi rimbalzava nella scatola cranica senza mai cogliere il momento per essere finalmente sciolto: perché diavolo le sitcom italiane – senza nessuna eccezione, laddove la percentuale è talmente esigua da non rappresentare causa di eccezione – non fanno ridere?

Ora, sono sicuro che qualcuno penserà: non è vero, mi sono scompisciato con Casa Vianello. Altra epoca e altri termini di paragone, è comprovato che il pubblico televisivo di questi tempi disprezzi profondamente e in maniera netta i prodotti a chilometro zero. Gli umorismi plasmati su qualsiasi serie americana degli ultimi vent’anni non sembrano in grado di recepire la comicità nostrana. Non si salvano le sitcom ma nemmeno i comici da palco, che si vedono portati via a poco a poco dal vento d’oltreoceano mentre di loro non resta che l’eco dell’ultimo tormentone. La televisione statunitense ha raffinato i palati, e questo è un dato di fatto, le illazioni verranno poi.

Scosso dal balenare della domanda, e un po’ dalla delusione della speranza che riponevo nel sistema web, mi sono armato di santa pazienza e ho accumulato e scorso uno per uno diversi esempi di sitcom italiane. Disokkupati, Casa dolce casa, Nonno felice, Quei due sopra il varano, Norma e Felice. Niente, qualche timido sorriso di tenerezza nel vedere appassire tante vecchie glorie, e due o tre singulti di riso sommesso. Nessuna traccia dell’algoritmo dell’impassibilità. Sono passato a qualcosa di più recente e dal titolo accattivante e sintetico. Love bugs, Life bites, Buttafuori, Piloti. Mi stavo avvicinando, il sorriso tiepido era sparito, però in qualche modo riuscivo a resistere fino in fondo agli episodi senza rigetto. Quando sono tornato all’origine del mio ragionamento, cioè alle web-series, finalmente ho capito perché la mia ricerca sembrava sbattere su un fondo cieco.

Quelli che stavo esaminando erano, nel bene e nel male, prodotti raffinati, sovvenzionati, costruiti sopra una risposta di pubblico reale e relativa. Cercavano di formare una propria dimensione, di inaugurare una propria comicità, inesistente pare, ma abbastanza presente da camuffare con abilità gli elementi eterogenei e renderli parte di un tutto fallimentare ma cosciente. Un pastrocchione servito in maniera professionale, insomma. Per trovare quello che stavo cercando, la causa prima della completa inadeguatezza delle serie italiane, dovevo scavare tra gli ingenui, dove il vaglio degli esperti non è contemplato, dove niente viene mascherato. Dovevo trovare gli emuli.

Chiunque oggi si imbarcasse nella produzione di una sitcom, e non avesse assolutamente idea di come funziona la politica di un network televisivo, ma desiderasse a tutti i costi dare prova al mondo del proprio talento comico attraverso una delle rappresentazioni più popolari in assoluto, cercherebbe sicuramente di ricalcare qualcosa di riuscito. Gli americani. Via gli sporchi tentativi di rivendere i vecchi comici da rivista, via le insulsaggini riguardo la camera fissa e il set ristretto – come il caffè, non a caso – che fanno tanto radiodramma, occorre tornare ai fasti. I mezzi ci sono, con due o tre fotocamere a buona risoluzione e qualche rudimento di montaggio si può ottenere un risultato tecnico superiore alle vecchie VHS, poi un blog, inventiva, simpatia, accesso a facebook e twitter. Basta? No, non basta.

Ci vuole qualcuno che sappia scrivere e qualcun altro che sappia recitare e bisogna che questi due elementi siano a prova di bomba, perché qui coesistono, impliciti e letali, successo e fallimento. Il linguaggio e come viene adoperato.

Dopo la terza puntata della terza web-sitcom avevo intuito la risposta al mio interrogativo: sta tutto nel suono. L’italiano è una lingua complessa, i copioni delle sit si costruiscono sulle puchlines. Punch, un pugno, un colpo inatteso. Se immaginassimo lo spettro audio di una puntata standard di una serie comica americana, di quelle classiche con ancora le risate, sarebbe un altalena continua di picchi esplosivi e discese dolci. Un parlare continuo e veloce che non abbia bisogno di troppe spiegazioni quando il protagonista sgancia la battuta. Punch. Uno scambio tennistico, da fondo campo i colpi distesi che si accorciano sempre di più seguendo la salita a rete del fuoriclasse fino alla volée chiusa e imprendibile. Punch. Risate, sempre.

Per fare questo occorre una lingua tronca, asciutta, netta. Bisogna che ogni parola abbia un significato e che sia soltanto quello. Occorre l’elasticità di poter coniare nuovi termini all’occorrenza e che quei termini siano immediatamente comprensibili. Niente giri di parole. Punch. Risate, sempre. L’italiano non possiede questa caratteristica, è una lingua che non ha capacità di sintesi o di manomissione, per questo è così magnifica da sentire e da scrivere, così adatta alle opere e così romantica. Manca di quel pragmatismo proprio dell’inglese, che la fa suonare come un linguaggio tecnico e che, di fatto, infonde efficacia alle punch. Risate, sempre.

Quando lo sceneggiatore italiano stende il dialogo, lo fa cercando di giocare sugli scambi rapidi, ma ogni situazione ha bisogno di un lungo preambolo introduttivo che guidi alla battuta, per nostra natura di carattere concettuale, che a sua volta ha bisogno di qualche secondo per essere svolta. Basti pensare ai doppiaggi: se storciamo il naso per la mancata resa o la completa storpiatura di alcune trovate dei telefilm anglofoni, è semplicemente perché l’attore in questione apriva la bocca una sola volta, laddove al battutista italiano servirebbe una frase di almeno quattro parole. Ne nascono incomprensioni e assurdità. Dall’altra parte, l’attore incaricato di restituire la battuta – deliver the line, è più chiaro in inglese – tende a ricalcare, e questo è particolarmente evidente nelle web-series data l’implicita “cagneria” di alcuni soggetti, i colleghi americani cercando di sottolineare le proprie parole con una gestualità e qualche accorgimento linguistico che non gli appartiene, ma che dovrebbe rendere tutto più comico. Da qui l’odiosissimo balbettio che, fateci caso, è presente nell’assoluta totalità delle performance italiane. Gli americani lo fanno, è vero, ma fa parte del loro linguaggio e serve a preparare, con una pausa di pochi attimi, il pubblico alla punch che lo farà esplodere. Poi verrà il silenzio, quindi tutto ricomincerà da capo. Applicare il balbettio – e so che la maggior parte degli attori italiani lo fa inconsciamente – a una battuta concettuale è una violenza bella e buona nei confronti dell’ignaro e illuso spettatore. Non funziona, non ha mai funzionato e non funzionerà mai.

C’è tutta la buona volontà, insomma, ma non abbiamo i mezzi, e non siamo destinati ad averli, per riproporre una comicità che non ci appartiene. Esistono i dialetti, e certamente in certi casi hanno funzionato, ma lo vogliamo davvero? L’italiano è fatto per il monologo drammatico, per il ragionamento arguto, per l’arringa strappacuore. Non c’è spazio nel suo vocabolario per le punch – non c’è spazio nemmeno per la parola punch, che ho dovuto utilizzare per rendere un concetto altrimenti inesistente – e non c’è spazio nel suo palinsesto per una serie ben fatta. Non dico di non continuare a provarci, ma magari non perdiamoci la testa. Punch. Risate, sempre.

Giulio D'Antona

Milano, 1984. Fa il freelance puro, scrive di letteratura su BlowUp, di televisione su inutile e Il Mucchio Selvaggio, di cose varie su minima&moralia. Parla in un podcast che si chiama Tourette su trasmissione.eu e nel 2011 ha fondato la rivista Cadillac.

96 Comments

  1. Io in realtà ho riso fino alle lacrime guardandomi su YouTube stralci di Love me Licia – uno dei prodotti più infami mai visti, famoso per il “dramma delle fettine panate” – ma certamente gli unici punch che c’erano erano quelli all’intelligenza umana.

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  2. Francesco Gerardi 7 febbraio 2013 at 11:07

    Articolo stupendo, bravissimo.

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  3. Applausi. Non é impossibile far ridere con l’italiano, ma il livello di difficoltà é decisamente elevato…

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  4. Marco Frassoni 7 febbraio 2013 at 11:25

    Come direbbe Stanis (possibile non citare Boris?) l’italiano è una lingua troppo italiana!

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  5. Così, en passant: la migliore web-serie italiana che abbia mai visto è “Lost in Google”, forse perché gli sceneggiatori erano gli stessi utenti che, tramite i loro commenti, davano gli spunti per i nuovi episodi, che poi gli autori si limitavano a seguire. Ti dirò, anche registicamente, non era male, e qualche risata la strappava pure.

    Per il resto, chete lo dico a fare, concordo sulla situazione disastrosa della comedy italiana: forsi troppi decenni di cinepanettoni hanno creato nelle nuove leve (Brizzi e Soliti Idioti su tutti, che infatti hanno floppato l’ultimo film, segno che magari il pubblico si sta svegliando…) la malsana idea che, per far ridere, si debba per forza ricorrere ad un anacronistico umorismo da caserma. Arridatece i ragazzi della Terza C!

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  6. Giulio D'Antona 7 febbraio 2013 at 11:32

    @ Marco Frassoni:
    Stavolta me l’aspettavo. Fa parte delle eccezioni così rare da non rappresentare un’eccezione.

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  7. Far ridere in italia è possibile, anche in TV. Basterebbe essere abbastanza intelligenti per cercare di evitare la “scopiazzatura” delle sit-com italiane. Boris è l’esempio di come si possa far ridere in Italia senza dover copiare dalle sit-com americane. La nuda e cruda verità è che il livello di materi aprima si è clamorosamente abbassato (attori, registi, sceneggiatori, nessuno escluso) e che buona parte del pubblico ride ancora per le “cinepanettonate” varie che ci vengono propinate. Facendoci ridere, il buon René Ferretti diceva una sola e semplice verità: A CAZZO DI CANE!

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  8. Conciso e preciso, bellissima analisi. Know your limits, ed in alcuni casi oltre che culturali sono pure tecnici.

    Lo san bene molti adattatori, presumo. Una volta in vita mia mi è capitato di dover tradurre ed adattare una parte di uno script (teatrale peraltro) per un amico, e le brutte parole sono volate dalla mia testa senza complimenti. Anche per la poca esperienza nell’ambito, sono sicuro, però quando mi trovo a tradurre altri tipi di testi non ho questi problemi.

    E purtroppo la cosa non è limitata alla comedy, anche i drama han bisogno molte volte di *lines* brevi ma dirette ed efficaci, soprattutto in chiusura di scena. E l’italiano, come giustissimamente osservi, non può fornirle.

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  9. Mh, mi sfugge il punto di questo articolo.
    Non ho capito se vuoi dire che l’italiano è una lingua inadatta alla comicità (in quel caso: guardati qualcosa di Proietti), se non va bene per il tipo di comicità “all’americana” e in quel caso sono d’accordo, ma mica fanno ridere solo le punch, anzi spesso rendono la visione assolutamente monotona e prevedibile (tipo in TBBT che si capisce con 20 secondi di anticipo che stanno per fare una battuta e si capisce anche il tipo di battuta che faranno) infatti non sono molto d’accordo con il tuo slogan “Punch. Risate, sempre”. Non ho capito se volevi dire che i NUOVI prodotti italiani non fanno ridere (ehm, Boris?) o che le web-series non fanno ridere, ma quello è secondo me dovuto a semplice incapacità di scrittura e di recitazione, visto che si tratta di cani raccomandati nel caso dei prodotti “professionali” e di semplici appassionati che hanno un po’ di tempo libero nel secondo caso. Per me il problema non è la lingua, ma chi la usa.
    Mi è sembrato un articolo un po’ confusionario, onestamente, e lo dice uno che ha divorato tutti i tuoi articoli precedenti.
    Ah e comunque l’eccezione è tale proprio perchè è una ogni millemila, quindi non ha senso non considerare le poche cose che fanno ridere perchè troppo poche per essere considerate eccezioni. Cioè non ha proprio senso il concetto.

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  10. Dimentichi Boris. Bellissimo. Meraviglioso. Effettivamente non proprio nella lingua del Manzoni.
    E poi Finché c’è Ditta c’è speranza, molti sketch seriali di Mai dire Gol, e sicuramente qualcos’altro che dimentico ma che ci ha fatto tanto ridere.
    Tanti dialetti, vere sceneggiature, ottima recitazione.
    Comprendo e condivido il tuo punto di vista, effettivamente l’italiano è faticoso, perciò ti chiedo: non saranno proprio (a sorpresa) il vituperato dialetto e (prevedibilmente) le persone che sanno fare il proprio lavoro a salvarci?

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  11. non credo che il problema sia nella lingua. L’italiano fa ridere eccome se usato per dire cose divertenti. non ti cito ovviamente i capolavori del cinema comico o commedia, ma ti basti pernsare che le traduzioni dei punch delle serie americane sono comunque efficacissime. E’ un problema di ritmo e contesto.
    Il fatto è che si diventa pateticamente provinciali se si cerca di scimmiottare o imitare il contesto delle sitcom americane, italianizzando il loro humour. Non è possibile. Un attore italiano non può interpretare uno dei geek di “Big Bang Theory” semplicemente perchè non sarebbe credibile.
    Credo che grandi potenzialità possano venire dalle indie del web se ci si concentra di fare un prodotto comico italiano e non di importazione. Noi, col nostro “Travel Companions”, abbiamo cercato di portare nel format seriale una comicità basata sulla parola (come il mumblecore americano) ma in un contesto del tutto italiano e avendo come riferimenti la nostra cultura e ovviamente il nostro passato cinematografico. Credo sia la strada giusta e spero che altri più talentuosi la seguano.
    Ciao e complimenti per il blog.

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  12. Nella grande tradizione della commedia all’italiana l’umorismo c’era ed era sopraffino. L’Italia deve saper far ridere come ha sempre fatto, all’italiana, scopiazzare malamente prodotti generati da una cultura che non ci appartiene non funziona per definizione.

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  13. La situation comedy (lo dice il termine stesso) è commedia di situazione. Le sitcom italiane si basano invece sulla comicità da barzelletta, sulle stranezze, sull’istrionismo degli attori. Questo è il principale motivo per cui non fanno ridere. Un altro aspetto riguarda le storie che si raccontano. La grande comicità nasce dal dolore. In Italia siamo incapaci di raccontare il dolore. Pensiamo che far ridere significhi fare le facce buffe e i giochi di parole. E questo è l’errore primordiale. La grande comicità è, invero, drammatica. Tu ridi ma dentro c’è un’emozione forte che ti arricchisce.

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  14. Aaron Ariotti ha scritto:

    La grande comicità è, invero, drammatica. Tu ridi ma dentro c’è un’emozione forte che ti arricchisce.

    Quoto. Vedi Enlightened, Shameless, Louie, etc… in cui al più si ride amaro.

    Una delle più grandi barzellette che ci raccontano i comedians italiani è che far ridere sia il mestiere più difficile del mondo. Ni. Anche essere in grado di emozionare o commuovere lo spettatore è un’impresa non da poco. E quando riesci a fare entrambe le cose con la stessa scena, chapeau, sei un grande.

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  15. Aaron Ariotti ha scritto:

    La situation comedy (lo dice il termine stesso) è commedia di situazione. Le sitcom italiane si basano invece sulla comicità da barzelletta, sulle stranezze, sull’istrionismo degli attori. Questo è il principale motivo per cui non fanno ridere. Un altro aspetto riguarda le storie che si raccontano. La grande comicità nasce dal dolore. In Italia siamo incapaci di raccontare il dolore. Pensiamo che far ridere significhi fare le facce buffe e i giochi di parole. E questo è l’errore primordiale. La grande comicità è, invero, drammatica. Tu ridi ma dentro c’è un’emozione forte che ti arricchisce.

    Aaron, se c’è al mondo una commedia che è in grado di far ridere in un contesto doloroso, quella è l’italiana. Gli americani ci sono arrivatoi dopo e male. Sono loro i battutari (bravi) e non noi. Proprio per questo quando un italiano fa il battutaro (con le risate finte che ti dicono “ridi adesso”) diventa patetico.

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  16. KinemaZOne ha scritto:

    Aaron, se c’è al mondo una commedia che è in grado di far ridere in un contesto doloroso, quella è l’italiana. .

    Vero, ma bisogna andare ai tempi del dopoguerra e un po’ oltre: Monicelli, Scola, Fellini. Ma nel contesto contemporaneo quali sono gli autori in grado di fare questo?… Vincenzo Salemme? Meglio attenersi al presente.

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  17. Scusami Giulio,ma concordo con pemf.bolloso:non ho capito dove sta il punto in questo articolo.
    Leggendo la prima parte pensavo volessi fare un discorso sull’incapacità delle sitcom italiane di far ridere,e a questo proposito mi sento di dire che il problema non sta nella lingua italiana,ma nel tipo di comicità che secondo chi scrive dovrebbe far ridere gli italiani.
    Tu citi Casa Vianello e Nonno Felice: forse è vero,rivederle adesso non mi farebbe scoppiare a ridere,ma le ricordo con affetto e ricordo come mi abbiano fatto passare delle ore divertendomi. Al contrario,non sopporto i Soliti Idioti,Zelig e i cinepanettoni vari: non ho capito perchè nè da quando si è deciso che volgarità=comicità italiana.
    Poi però ti sposti sul discorso adattamento/traduzione di sitcom americane, e qui non so dove volessi arrivare:è chiaro che un prodotto si apprezza meglio in lingua originale,proprio perchè le battute sono state pensate in quella lingua e molto spesso si basano su onomatopee o neologismi.Non credo che il problema sia nell’italiano come lingua non comica,piuttosto sta nel fatto che essendo noi costretti ad importare tutte le comedy ci troviamo a doverle tradurre,e la traduzione non è cosa facile,come tutti sanno.
    Infine non puoi non citare Boris:d’accordo è un’eccezione,ma dimostra come anche in Italia (e in italiano) si possa far ridere con un tipo di comicità che sia proprio della nostra cultura.

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  18. Sono assolutamente d’accordo che il problema sia linguistico (la maggior parte delle persone pensa più che altro ad un problema di competenza / professionalità, che pure ha un suo ruolo). Comunque, se vi interessa, ho scritto una specie di “risposta” sul mio blog http://www.feelmaking.it/2013/02/il-problema-e-litaliano/

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  19. KinemaZOne ha scritto:

    Aaron, se c’è al mondo una commedia che è in grado di far ridere in un contesto doloroso, quella è l’italiana. .
    Vero, ma bisogna andare ai tempi del dopoguerra e un po’ oltre: Monicelli, Scola, Fellini. Ma nel contesto contemporaneo quali sono gli autori in grado di fare questo?… Vincenzo Salemme? Meglio attenersi al presente.

    Salemme? E perchè mai?
    Posso citarti Mattia Torre (456, Boris) per rimanere nel campo televisivo ma nel cinema ne abbiamo moltissimo. La commedia italiana non è morta. I film di Virzì ne sono una naturale e degna evoluzione, secondo me.Tutto va contestualizzato al periodo storico, ovviamente.
    Guarda le serie web indipendenti degli autori di “Kubrick- Una storia porno” (si chiamano labuoncostume e li trovi su YT). Poi, ovviamente, se cerchi cloni di prodotti americani come BBT o “How meet your mother” non li trovi così come non ne troverai film italiani di Kung-Fu.

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  20. Aaron Ariotti 7 febbraio 2013 at 12:32

    @ KinemaZOne: io parlavo di sitcom.

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  21. @ Aaron Ariotti:
    Aaron Ariotti ha scritto:

    @ KinemaZOne: io parlavo di sitcom.

    Mattia Torre è autore di sitcom come Buttafuori, ma ci sono stati anche altri buoi esempi. Disokkupati non era male e i più grandi ricorderanno Zanzibar con Riondino e Bisio. Camera Caffè (format francese, mi pare) è scritto abbastanza bene.

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  22. Ottimo articolo, è una cosa che ho sempre pensato anche io… anche se non ho mai dato tutta la colpa alla lingua quanto all’incapacità (specie nei prodotti televisivi) di sceneggiatori ed attori. Problema che poi si riversa anche nel cinema dove si cerca di portare (con alcune eccezioni) la comicità televisiva.

    Comunque la migliore sitcom italiana è questa. Piccolo prodotto televisivo, girato con due lire e trasmesso oramai quasi 20 anni fa da una rete locale barese
    http://www.youtube.com/watch?v=RCVK26o1QKM

    i protagonisti allora completamente sconosciuti al pubblico (tranne ai baresi che avevano già avuto modo di apprezzarli) sono dei giovanissimi Emilio Solfrizzi e Antonio Stornaiolo. La sitcom si chiama Filomena Coza Depurada e faceva la il verso alle telenovele sud americane. Dopo di questa che iniziò la sfilza ne vennero tante altre ed oramai è un vero e proprio filone a Bari con decine di attori che ne creano sempre di nuove…e la cosa bella è che molto spesso sono recitate meglio dei prodotti di fascia alta delle reti nazionali. Sarà forse perchè molti di questi attori nascono in teatro, non lo so. O forse è come dici tu che sarà il dialetto a salvarci. Comunque guardate Filomena e ditemi cosa ne pensate. Se poi volete spaziare cercate anche Il Polpo sempre con Stornaiolo e Solfrizzi ai quali si aggiunge Gianni Ciardo (che forse molti di voi conoscono per aver fatto qualche comparsata a Zelig)

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  23. KinemaZOne ha scritto:

    Guarda le serie web indipendenti degli autori di “Kubrick- Una storia porno” (si chiamano labuoncostume e li trovi su YT)..

    Conosco grazie, essendo incidentalmente gli stessi autori del “Lost in Google” da me citato prima, che però non possiamo ancora prendere come esempio di grande originalità. Da apprezzare comunque il loro tentativo di uscire dai soliti schemi e di osare, quello che non accade, per esempio, nei film di Virzì, che non definirei certo un autore “graffiante”.

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  24. Aaron Ariotti ha scritto:

    La situation comedy (lo dice il termine stesso) è commedia di situazione. Le sitcom italiane si basano invece sulla comicità da barzelletta, sulle stranezze, sull’istrionismo degli attori. Questo è il principale motivo per cui non fanno ridere.

    Concordo. Condivido il discorso in generale sulla lingua e i problemi di traduzione delle sitcom americane e di quelle italiane che provano a basarsi sulla stessa comicità, ma di sicuro il problema è anche la scelta delle cose che dovrebbero farci ridere.
    Io di tv italiana non ne guardo molta quindi ho esempi limitati però per esempio guardando Love Bugs non riuscivo davvero a capire perchè volevano che ridessi, metà delle situazioni non facevano ridere e l’altra metà erano cose talmente banali e abusate che non facevano ridere lo stesso. In più gli attori avevano l’irritante abitudine di ridere prima o mentre dicevano le battute divertenti, cosa che trovo insopportabile, deve ridere lo spettatore, mica l’attore! Poi su robe tipo I soliti idioti no comment, mi mettono i brividi.

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  25. Voglio citare solo due cose:
    web serie-> Lost in google
    comedy-> Boris

    Per il resto articolo molto interessante

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  26. Andrea Virili 7 febbraio 2013 at 13:19

    Prendersela con la lingua mi sembra un’assurditá. Per avere qualitá della scrittura ci dev’essere una selezione ed elaborazione delle idee quindi tante teste impegnate per tante ore lavoro. Hai visto quante persone partecipano alla scrneggiatura di una puntata dei Simpson? Da noi siamo tutti geni, le serie si scrivono in due-tre persone massimo in poche settimane. Poi ci lamentiamo se si riciclano le barzellette…

    Rispondi

  27. Fabrizio Rinaldi ha scritto:

    Comunque, se vi interessa, ho scritto una specie di “risposta” sul mio blog http://www.feelmaking.it/2013/02/il-problema-e-litaliano/

    Interessa, interessa!

    Gran bel blog.

    Rispondi

  28. Le sit-com italiane non fanno ridere perché non sanno scriverle. Punto.
    Non è nel nostro DNA, non abbiamo mai voluto imparare né le tecniche, né le strutture.
    “Boris”, non è una sit-com; è una serie comica, per dire…

    Definire il problema nella lingua italiana è senza senso.
    L’italiano è una lingua ricca di sfumature, di percezioni sensoriali, che evita il gioco linguistico (possibile, ma abbastanza inutile nella nostra lingua) per passare al gioco di significato e contenuto.
    L’italiano è talmente universale, che può servire per far ridere o piangere oppure entrambe le cose contemporaneamente.

    Il problema non è l’italiano. Sono gli italiani.

    Riguardatevi “Totò, Peppino e la Malafemmina”, quando i fratelli Capone (Totò e Peppino) sono seduti a tavola con Mezzacapa che spiega loro come si vive a Milano.
    Il gioco di significato con la nebbia è sublime. Non so quante volte l’ho visto, ma so che ogni volta cado dalla sedia.
    Il fatto è che quelli erano attori; gli sceneggiatori erano sceneggiatori; i registi erano registi.

    Rispondi

  29. Andrea Virili 7 febbraio 2013 at 14:35

    @ Pogo: gli
    sceneggiatori dei film di totò erano almeno una decina, litigavano attorno a un tavolo ognuno aggiungendo le sue idee, più gli amici, più totò stesso, più chi si trovava a passare da lá… tante teste, tante idee.

    Rispondi

  30. @ Pogo:
    Sono assolutamente d’accordo con te. Non è una questione di lingua ma di tempi e tecniche. Il David Letterman è simpatico ma a parte le battute, funziona come un orologio svizzero, tutti hanno i loro tempi e si inseriscono al momento giusto.
    Io considero Maccio Capatonda e il suo gruppo di comici assolutamente geniali e le loro gag non sono particolarmente lunghe. Ma è un gruppo di lavoro che ha gli stessi tempi. Basta vedere il trailer della Febbra.
    Per non parlare di Camera Cafè. Assolutamente geniale, ridicola e godibile.
    Se volessimo imitare una sit-com americana saremmo tranquillamente in grado, ovvio che come dici tu gli attori devono fare gli attori e devono essere gli attori giusti non i più simpatici, gli autori devono fare gli autori e registi idem.

    Rispondi

  31. Namaste ha scritto:

    KinemaZOne ha scritto:

    Guarda le serie web indipendenti degli autori di “Kubrick- Una storia porno” (si chiamano labuoncostume e li trovi su YT)..
    Conosco grazie, essendo incidentalmente gli stessi autori del “Lost in Google” da me citato prima, che però non possiamo ancora prendere come esempio di grande originalità.

    Ciao, sono uno degli autori di Kubrick. Intervengo solo per fare una correzione:
    Kubrick è scritto dalla Buoncostume.
    Lost in Google è scritto dai The Jackal.
    Siamo due gruppi separati, legati da stima e simpatia reciproca ma niente di più, considerato che ci saremo scambiati dieci parole in tutto nelle nostre vite.

    In generale quando si parla di Kubrick tre persone su quattro pensano, sbagliando, che sia stato scritto dai Jackal, e in genere a noi Buoncostume non interessa. Però mi è parso che in un contesto in cui si cerca di ragionare sulla sit-com italiana un po’ più di precisione non potesse guastare.

    Detto questo, sono d’accordo con l’articolo, l’italiano è una lingua infame e se si potessero chiudere tutte le scene in inglese sarebbe molto ma molto più facile.

    Rispondi

  32. Bel pezzo, complimenti all’autore.

    ho solo una osservazione, forse ingenua, da fare. Siamo davvero sicuri che le sit-com italiane “non funzionino”? mi spiego meglio. Noi, utenti di questo blog, ma più in generale utenti smaliziati del web che scaricano le puntate dei tf a poche ore dalla messa in onda americana e le guardano con i sottotitoli, indubbiamente quando ci troviamo davanti a una sit-com nostrana non possiamo che rabbrividire. Regia spesso sciatta, trama insulsa, battute che, nel migliore dei casi, lasciano indifferenti. E però non possiamo negare che non siamo noi, il target di queste sit-com. Il target piuttosto coincide con quello televisivo italiano, quindi tendenzialmente persone non più giovanissime, molte delle quali non apprezzerebbero neanche un prodotto tv come alcuni di quelli citati (penso a TBBT, ad esempio). Probabilmente c’è una sovrapposizione anche cospicua tra questo pubblico e quello che sotto Natale affolla le sale cinematografiche nostrane per godere dell’ultimo cinepanettone. Ecco, io credo, anche per quello che vedo coi miei occhi, che a questo pubblico il tipo di sit-com all’italiana propinate da mediaset, ad esempio, vada più che bene, e in questo senso funzionano, nel senso che la rete che le produce/manda in onda raggiunge il suo scopo, mentre sit-com americane più “blasonate” sul web vengono regolarmente snobbate dallo stesso pubblico.

    Esulano dal discorso le webseries, che invece si rivolgono esattamente alla nicchia ma che spesso finiscono per essere comunque sommerse dalle grosse lacune tecniche di chi le realizza, che sormontano anche la buona volontà degli autori.

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  33. Far ridere in inglese è sì più facile (è più sintetico), ma affermare che l’italiano non permetta comicità mi sembra una follia.

    Andando dritto al paradosso: vuoi dirmi che i Simpson non ti facevano ridere? O Ace Ventura? O Ghostbusters? O Una poltrona per due? O Frankenstein Junior? O Il grande Lebowsky? O tutto Woody Allen? Ovvero tutto ciò che è stato prodotto prima dell’avvento dei dvd e dei sottotitoli, che ci arrivava doppiato e che così abbiamo amato, non ti faceva ridere?

    Rimanendo invece sull’italiano da italiani, senza paradosso, si può invece citare l’infinita lista dei nostri grandi autori comici: Monicelli, Benigni, Verdone, Troisi, Villaggio, Aldo Giovanni e Giacomo, ecc.

    Il problema è che, a parte rarissimi casi, l’Italia non produce più prodotti buoni. Nient’altro.

    Rispondi

  34. Di botto devo dire che quoto tutto l’articolo. Sebbene alcune cose italiane le trovo gradevoli (ne ho fatto qualche cenno, come suggerimento per un argomento simile a questo, in un commento a questa rubrica un po’ di tempo fa) non posso fare a meno di essere d’accordo. Innegabile non solo la differenza di linguaggio, ma l’impostazione concettuale dell’italiano che non si adatta allo humor secco, nero, cinico tipicamente americano. Il problema non è che l’italiano non fa ridere ma che far finta di non essere italiani non fa ridere.
    Dice bene Pogo:

    Il problema non è l’italiano. Sono gli italiani.

    Gli italiani, a tutto questo, non siamo abituati. Quando poi arrivano prodotti come Una Grande Famiglia (che io ho comunque trovato molto brutto) che finisce con un cliffhanger, giù proteste tali da farci persino trafiletti su giornali come Repubblica o il Corriere. Ma siamo seri? Se lo fa un americano si e se lo fa un italiano no?

    La nostra maldestra cultura esterofila ci porta a scimmiottare gli altri ed i prodotti sarebbero ottimi se visti con una giusta dose di distanza, altrimenti diventano ridicoli. L’italiano deve produrre italiano. Come già citava qualcuno, la Grande Commedia Italiana è grande proprio perché era italiana nel sangue. Totò fa ridere perché la sua verve comica è tipica di un’amarezza napoletana/italiana della vita che ci induce a trovare il comico anche in una tragedia. E via dicendo, sennò il discorso si farebbe lunghissimo.

    In merito al non citato Boris (che quasi tutti i commenti citano ma neanche io l’avrei citato in quest’articolo, mai e poi mai) la sua unicità sta nel fatto di essere un buon prodotto italiano, con tematiche e linguaggi italiani, che non finge di essere americano e non è neanche troppo italiano. Come dice Pogo, poi, non si tratta assolutamente di una si-com ma di una serie comica; differenza fondamentale. La sit-com nel concetto italiano di comicità non esiste poiché è sempre necessario, per la lingua e la concettualità italiana, esternare milioni di vocaboli per farci ridere.

    Per passare poi alle webseries, che trovo gradevoli (sono comunque un fan di Lost in Google, mi sono appassionato a Kubrick – una storia porno, e ne trovo interessanti molte altre), restano pur sempre un prodotto minore. Belle, ma pur sempre limitate. Diamogli i mezzi, le possibilità, e vediamo come se la cavano con una produzione seria; in quel caso mi sentirò in diritto di dire o che sono bravi o che fanno pena.

    p.s. comunque io guardo le serie principalmente doppiate in italiano (motivo per cui commento raramente le recensioni) proprio perché trovo il lavoro dei doppiatori piuttosto buono per tutte le varie tipologie di motivazioni elencate nell’articolo. L’adattamento non è facile e mi irrito solamente quando non vengono rispettate alcune coloriture che dovrebbero invece essere considerate fondamentali. Resta il fatto, però, che il 90% delle volte sono ineccepibili.

    Rispondi

  35. Simone ha scritto:

    In generale quando si parla di Kubrick tre persone su quattro pensano, sbagliando, che sia stato scritto dai Jackal, e in genere a noi Buoncostume non interessa. Però mi è parso che in un contesto in cui si cerca di ragionare sulla sit-com italiana un po’ più di precisione non potesse guastare.

    Solo perché, immagino, il canale di diffusione è stato quello di The Jackal.
    Comunque complimenti, aspetto ancora le altre puntate e spero proprio che Magnolia si decida a produrle. Come webserie è sprecata.

    Rispondi

  36. Simone ha scritto:

    Ciao, sono uno degli autori di Kubrick. Intervengo solo per fare una correzione:
    Kubrick è scritto dalla Buoncostume.
    Lost in Google è scritto dai The Jackal.

    Errore mio. Quando ho visto “Kubrick”, è stato per via di una recensione (non ricordo di quale sito) che mi rimandava al canale youtube dei Jackal. Da qui l’origine del fraintendimento in cui, evidentemente, cadono in tanti. Hai fatto bene a puntualizzare.

    Sulla web-serie, se interessa il semplice parere da spettatore, l’idea in sè ha anche degli spunti interessanti, però vanificati da una scrittura che, dopo il primo episodio, appare assai frettolosa. Questo naturalmente non significa, come dicevo, che non si apprezzi il tentativo di sdoganare un genere/argomento che, sebbene trattato sotto forma di satira, difficilmentre troverebbe spazio sulla nostra TV generalista. Ma capisco anche che senza qualcuno che abbia la voglia di finanziare un progetto, quelle che in un primo momento possono essere le tue intenzioni originali come autore, vanno un po’ a farsi benedire. Spero almeno che la serie abbia avuto maggior fortuna fuori dall’Italia e che nel frattempo qualcuno si sia fatto avanti per permettervi di terminare il progetto, perchè c’è davvero bisogno di gente come voi.

    Rispondi

  37. Sal G. ha scritto:

    p.s. comunque io guardo le serie principalmente doppiate in italiano (motivo per cui commento raramente le recensioni) proprio perché trovo il lavoro dei doppiatori piuttosto buono per tutte le varie tipologie di motivazioni elencate nell’articolo. L’adattamento non è facile e mi irrito solamente quando non vengono rispettate alcune coloriture che dovrebbero invece essere considerate fondamentali. Resta il fatto, però, che il 90% delle volte sono ineccepibili.

    Quotone. Siamo troppo abituati a fare gli snobboni (mi ci metto io per primo) con le serie doppiate che lo sappiamo, soprattutto le comedy, non rendono come in originale, ma non è vero che sia tutto da buttare. “Friends” in originale, per chi è stato abituato a seguirlo con le voci italiane, non fa ridere allo stesso modo. La voce di Dadid Shwimmer, per dire, lo fa sembrare un coglione. Ho provato a seguire un paio di stagioni nel mio solito rewatch annuale ma poi sono dovuto tornare alla versione doppiata, la preferisco. Vogliamo poi mettere a confronto Kevin Spacey doppiato da Kevin Spacey e Kevin Spacey doppiato da Roberto Pedicini? Ma molto meglio il secondo! Viva le serie in originale ma fatte salve alcune eccezioni.

    Rispondi

  38. @ Namaste:
    Sì, ci cascano tutti, però questa mi sembrava la sede giusta per stare a puntualizzare :)

    Per contribuire alla conversazione, va detto che la lingua televisiva un po’ va “coltivata”. Nelle serie americane (fatte bene) i personaggi parlano una lingua estremamente up-to-date. Artificiale, ma vitale. La comicità (e quasi tutta la fiction) italiana, complici una serie di regole editoriali, è fatta con una lingua fuori dal tempo, debolissima, spesso vuota. Dovendo usare uno strumento così smussato io credo che anche molti americani non saprebbero che pesci prendere.

    Dico “coltivata” perchè è un lavoro lento. Non so dirti come potrebbe essere l’italiano in questione in un sistema sano. E’ un procedimento fatto di patti con lo spettatore, convenzioni, abitudini, trovate, ribaltamenti in cui la lingua della tv influenza quella vera, e tutte le cose che sappiamo vero. Forse quell’italiano televisivo (che non esiste) sarebbe più efficace di quello che si usa adesso.

    Rispondi

  39. Namaste ha scritto:

    Siamo troppo abituati a fare gli snobboni (mi ci metto io per primo) con le serie doppiate

    Ok, sto per andare estremamente OT, lo dico prima così chi non è interessato può skippare.
    Detto questo: sto discorso che si è andato a creare nelle ultime settimane dell’essere “snob” ha veramente rotto. Le serie (non so gli altri, parlo per me) le guardo in originale perchè è OGGETTIVAMENTE MEGLIO. Non esistono i gusti, non esiste la “comodità”, è MEGLIO. Perchè in Italia possiamo avere i migliori doppiatori del mondo (vero, ma non del tutto, guardati Ralph Spaccatutto in originale e poi commentiamo insieme il lavoro di Alan Tudyk per fare il primo esempio che mi viene in mente) e possiamo anche avere un adattamento molto migliore di quello che hanno altri paesi, ma “migliore degli altri” non vuol dire buono. Perchè, sinceramente, di sentire Abed doppiato da Garbolino (Gohan da grande, per intenderci) e che dice “Figofigata” non ho nessuna voglia, come non mi va di vedere comedy che in America vanno in prima serata che diventano VOLGARISSIME nella versione italiana (sempre Community, ma anche TBBT, ma anche HIMYM e via dicendo). L’originale è superiore, punto e basta. Se ti piace qualcosa nella versione doppiata è perchè sei sempre stato abituato in quel modo (il tuo esempio di Friends, per me è così con I Simpson) e sei liberissimo di pensarla così, ci mancherebbe altro, però è assurdo tacciare la gente di snobismo perchè – pensa tu che intellettualoidi presuntuosi – vogliono usufruire di qualcosa nella miglior maniera possibile.
    Chiudo dicendo che ovviamente non ce l’ho nè con Namaste, nè con Sal G., è che ultimamente la parola “snob” la sto leggendo troppo spesso e sto cominciando a infastidirmi.

    Rispondi

  40. @ pemf.bolloso:
    So che il riferimento non era diretto, ma mi occorre una precisazione. Non ho mai detto che guardarle in originale è da snob e sono del tuo stesso parere sul fatto che siano meglio in originale. Io le guardo spesso doppiate perché mi piace vedere il lavoro dei doppiatori ma nulla toglie che guardo in seconda visione anche la versione nativa e le confronto. Se poi, a mio parere, il doppiaggio è carente o non mi soddisfa (vedi il caso di Downton Abbey) smetto definitivamente di guardare la versione doppiata. Non c’entra l’affezione ad alcune serie ma solo l’interesse nei confronti dell’arte del doppiaggio.
    Poi, non partecipo alle discussioni sullo “snob/plebe” perché non me ne frega una pera cotta.

    Rispondi

  41. @ pemf.bolloso:

    Ho detto snob?

    Volevo dire cool!

    Rispondi

  42. Andrea Virili ha scritto:

    gli
    sceneggiatori dei film di totò erano almeno una decina

    Per il film da me citato, ad esempio, ne erano 4.
    Anche oggi si ritrovano in 4 o 5 per scrivere un film, non c’entra nulla.
    Age&Scarpelli lavoravano sempre da soli: ti parlo dei migliori sceneggiatori italiani di commedia.
    Si tratta di chi lavorava sodo e di chi non lavora sodo (o non è capace). Certe spiegazioni sono più semplici di quanto crediamo.

    Simone ha scritto:

    Detto questo, sono d’accordo con l’articolo, l’italiano è una lingua infame

    Trovo provinciale se lo pensano i non addetti ai lavori.
    Trovo sconvolgente che lo pensi un addetto ai lavori (e comunque il termine “aggiornato” in italiano esiste da qualche decennio…).

    P.S. con “Kubrick – Una storia porno” mi sono divertito moderatamente: dei tre episodi ho preferito il primo. Ti faccio il classico in bocca al lupo per il proseguo della tua carriera.

    Rispondi

  43. pemf.bolloso ha scritto:

    Namaste ha scritto:
    Le serie (non so gli altri, parlo per me) le guardo in originale perchè è OGGETTIVAMENTE MEGLIO. Non esistono i gusti, non esiste la “comodità”, è MEGLIO.

    Sapendo anche io di essere OT,volevo dirti che sono d’accordissimo con te. Anche io sono cresciuta guardando Friends doppiato in italiano,quando ancora non capivo una parola di inglese:l’ho adorata come serie ed ha un posto speciale nel mio cuore.
    Detto questo,quando ne ho avuta la possibilità ho provato a riguardarmela in lingua originale e bè,non c’è paragone:per me (e lo specifico) è mille volte meglio!!!
    Poi sarà pure vero che,abituata all’inglese,se storco il naso quando sento Barney con quella vocetta ridicola che ha nella versione italiana di HIMYM lo faccio perchè così ormai sono solita guardare le serie tv..ma addirittura dire che i doppiatori sono meglio dell’originale non mi trova d’accordo.
    Ma per tornare al discorso comicità,secondo me non si può dire che l’italiano ne sia incapace..casomai sarà “incapace” di rendere qualcosa che non nasce in quella lingua.

    Rispondi

  44. Guarda, mi dispiace dirlo ma hai detto una marea di cazzate. Divento nervosa quando mi si tocca la comicità italiana. E soprattutto quando lo si fà con questo filoamericanismo di fondo per cui ‘Siccome ho visto sitcom americane come il pane a colazione, i prodotti italiani non fanno ridere’. Forse dovresti aprire un pò i tuoi orizzonti mentali e guardarti intorno prima di scrivere un articolo del genere. Perchè la tua non solo è una visione soggettiva (come quella di tutti, d’altronde), ma anche tremendamente miope.
    Prima di tutto, il concetto di comicità non è legato necessariamente a quello di sitcom, infatti la sitcom è un prodotto tipicamente americano e non so fino a che punto replicabile. La comicità italiana è diversa da quella americana per tutta una serie di motivi culturali. E’ un’ironia basata sugli equivoci, sui personaggi bislacchi, con un retrogusto un pò amaro.
    Capisco che tu sia partito con l’idea di dire ‘ok: non potranno mai esistere sitcom italiane ben riuscite’, e su questo potrei anche darti ragione, anche perchè personalmente non ne ho mai viste. Ma da qui a dire che l’italiano non fa ridere e non è una lingua adatta alla comicità, onestamente, ma WTF???
    Il fatto che la TV è piena di scrittori e attori totalmente INCAPACI non significa che non esistano e non siano mai esistiti.
    Ti consiglio di rivederti: Alberto Sordi, Paolo Villaggio, Aldo Giovanni &Giacomo e anche L’ispettore Coliandro. Poi voglio sapere se la comicità botta e risposta non esiste.

    A volte ci vorrebbe un pò di orgoglio nazionale invece di fare gli US-friendly a tutti i costi.

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  45. Articolo da standing ovation, complimenti Giulio.
    Sulla questione comedy italiana l’esempio da segfuire sarebbe quello di Boris, ossia una comicità più intimamente legata alle nostre radici (e alla commedia grottesca all’italiana), che fa leva sugli accenti (il romanesco di René), ma soprattutto funziona nell’attaccare proprio ciò che è indigesto della serialità (se così si può chiamare) italiana tradizionale.

    Rispondi

  46. ho letto con attenzione sia l’articolo che i commenti e mi chiedo una cosa: stabilito che la comicità italiana esiste eccome, la questione è dunque la sit-com, che è un format ben preciso, dove il tempo breve è la casatteristica.

    ma siamo sicuri che non trovarne di buone in italiano (ammesso sia davvero così, io fruisco poco del comedy in genere e quindi non posso dare un giudizio sensato) sia un male?

    perchè replicare un genere non nostro? in fondo è come andare al cinema: a seconda della nazionalità del film, tutti sappiamo che troveremo certe tipicità. insomma, mi pare un po’ un falso problema.

    poi qui in diversi hanno citato Friends, che penso sia stato visto per la prima volta da tutti in italiano. non vi ha fatto ridere forse? poi è ovvio che se si confronta il prodotto doppiato con l’originale, differenze ce ne saranno, ciò non toglie che facesse ridere lo stesso.

    poi vabbè, a me la risata di sottofondo urta profondamente e quindi non sono l’osservatrice più imparziale. può darsi.

    ma insomma nemmeno io credo sia un problema linguistico.

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  47. dory ha scritto:

    ho letto con attenzione sia l’articolo che i commenti e mi chiedo una cosa: stabilito che la comicità italiana esiste eccome, la questione è dunque la sit-com, che è un format ben preciso, dove il tempo breve è la casatteristica.

    Ecco volevo quasi dirlo io, si parla di sitcom contemporanea, non di comicità italiana in generale, quindi elencare film comici italiani o i grandi nomi della commedia italiana non dimostra nulla, perchè non è di quello che si sta parlando, sono generi che si basano su un tipo diverso di comicità.

    dory ha scritto:

    poi qui in diversi hanno citato Friends, che penso sia stato visto per la prima volta da tutti in italiano. non vi ha fatto ridere forse? poi è ovvio che se si confronta il prodotto doppiato con l’originale, differenze ce ne saranno, ciò non toglie che facesse ridere lo stesso.

    A parte che vedere una cosa prima in italiano e poi in inglese è diverso che vederla prima in inglese e poi in italano, cmq anche a me Friends doppiato non dispiace e sicuramente faceva ridere; non ho una grande esperienza di confronti tra serie doppiate con le versioni originali perchè di solito scelgo una lingua e vado avanti con quella, però a parte appunto friends che lo guardo volentieri in entrambi i modi ho avuto esperienze negative di doppiaggio. Non che siano doppiate male ma fanno perdere la particolarità ai personaggi. Ho iniziato HIMYM in italiano e Barney era una cosa inascoltabile, lo odiavo, la stessa cosa con Sheldon di TBBT, che invece poi nella versione originale sono i personaggi migliori. Non è che doppiate non facessero ridere, però insomma è innegabile che perdano parecchio.

    Rispondi

  48. Holly ha scritto:

    ma addirittura dire che i doppiatori sono meglio dell’originale non mi trova d’accordo.

    Alcuni cara, si parlava di eccezioni, solo alcuni. Che è diverso dallo stabilire se sono in generale meglio o sono peggio, ma solo voler dare il giusto merito ad una categoria di professionisti che, pur con tutte le contraddizioni e i difetti che il doppiaggio comporta, vanta una tradizione ed una competenza che altri Paesi possono solo sognare. Ed infatti altrove tale tradizione non esiste o è in via di estinzione. Per i film e serie stranieri si usano i sottotitoli della propria lingua e buonanotte. Che non avvenga anche in Italia è un male? Sicuramente. E’ un male necessario? Purtroppo sì, visto che siamo un paese per vecchi con il più basso indice di conoscenza della lingua inglese, per tacere in questo momento degli altri primati negativi e poco invidiabili.

    Che poi uno, nella pace e tranquillità del suo salotto, possa preferire Spacey doppiato da Pedicini o Al Pacino doppiato da Giannini o De Niro da Proietti quando non da Ferruccio Amendola (bontà all’anima sua) rispetto agli originali perchè non ci ha voglia o semplicemente perchè per quello bastano i telefilm che ormai guardo solo sottotitolati ma più per abitudine, non vedo come possa essere argomento di diatriba o capace di scatenere interventi piccati e fuori luogo come quelli di Pemf.Bolloso al quale, francamente, si fa fatica a rispondere seriamente. E che infine Pogo bastoni Simone sull’utilizzo del termine “up-to-date” in una discussione sulla lingua che influenza necessariamente il nostro linguaggio, o che GiuliaM dica a chi scrive l’articolo che spara cazzate solo perchè ha esposto una sua personalissima tesi senza voler per questo convincere nessuno, dà ancora una volta l’idea del perchè una forma di palese snobismo verso le altrui opinioni, piuttosto che verso le altrui abitudini, non fosse affatto un termine così inappropriato. Prima del linguaggio forse dovremmo ripassare l’educazione (e sì, mi ci metto io per primo)…

    Rispondi

  49. dory ha scritto:

    ho letto con attenzione sia l’articolo che i commenti e mi chiedo una cosa: stabilito che la comicità italiana esiste eccome, la questione è dunque la sit-com, che è un format ben preciso, dove il tempo breve è la casatteristica.

    Appunto. Qui si considera che una sit-com italiana non può esistere e non perché l’italiano non fa ridere ma perché il format non è adattabile all’italiano; poi, rimane sempre la sciocca voglia tutta italiana di smettere di produrre prodotti nostrani e scopiazzare roba straniera.
    Qualcuno s’è mai chiesto perché Montalbano piace moltissimo all’estero? Semplicemente perché è un buon prodotto italiano e non una volgare imitazione.

    BetterLife ha scritto:

    A parte che vedere una cosa prima in italiano e poi in inglese è diverso che vederla prima in inglese e poi in italano

    Decisamente si. Quando capita di iniziare una serie direttamente in lingua originale finisce che non vedo mai la versione doppiata; viceversa, invece, riesco ad avere uno sguardo più oggettivo per giudicare il modo in cui è stata adattata.

    Namaste ha scritto:

    voler dare il giusto merito ad una categoria di professionisti che, pur con tutte le contraddizioni e i difetti che il doppiaggio comporta, vanta una tradizione ed una competenza che altri Paesi possono solo sognare

    Quoto.

    Rispondi

  50. Anch’io intendo l’articolo nell’ambito ristretto della sit-com e l’analisi della lingua italiana come veicolo più o meno adatto a questo format. Mi sembra poi che sia stato spiegato molto chiaramente perché le “punch-lines” non riescono a funzionare nello stesso modo in italiano, ma tendono a suggerire un calco linguistico più o meno riuscito da altre lingue (si veda le traduzioni delle serie tv straniere). Il problema è interessante, perché indaga sulle possibilità creative legate alla lingua e alla cultura ad essa legata. Mi sembra utile fare un confronto con i nostri cugini d’oltralpe, i francesi. Anche loro sembrano incapaci di sviluppare comedy convincenti in questo formato, anche loro padroni di una bella lingua complessa e musicale e di un senso dell’umorismo peculiare, eppure falliscono nelle serie tv. Eppure cominciano a farsi strada serie web e serie brevi, che sfruttano molto l’argot français, lo slang, per dare una nuova vivacità alla lingua e renderla più immediata e capace di catalizzare l’intento della comedy “all’americana” e i risultati sono interessanti. Di sicuro è il momento per sperimentare con l’italiano e svecchiarlo, e, personalmente, sono convinta che i dialetti, così come i prestiti linguistici e i calchi, faranno tutti parte del nuovo modo di parlare e sentire, e di far ridere.

    Rispondi

  51. Namaste ha scritto:

    E che infine Pogo bastoni Simone sull’utilizzo del termine “up-to-date” in una discussione sulla lingua che influenza necessariamente il nostro linguaggio

    Caro Namaste, vado talmente di fretta che non posso argomentare ora.
    Posso solo dire che Simone, essendo arrivato a scrivere per la Magnolia, ha le spalle larghe di sicuro, perciò la mia BATTUTA (e non bastonatura, abbi pazienza) gli può fare al massimo del tenero solletico…

    Per il resto, al mio prossimo intervento, che ora ho i minuti contati.

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  52. Dire che in italiano è impossibile far ridere somiglia, più che a un’opinione, a una vera e propria mistificazione. Un esempio tra mille: io ho seguito per anni i Simpson nella versione doppiata in italiano, e li ho seguiti per anni proprio perché mi facevano spanciare. Segno del fatto che, tutto sommato, l’elemento linguistico non aveva tutto questo peso.

    Ci sono molti motivi per cui in Italia non si sono mai prodotte sitcom all’altezza di quelle americane. Ne cito un po’ in ordine sparso.

    1) Scrivere un testo per una sitcom è una cosa difficilissima. Richiede una cura ossessiva dei dettagli e soprattutto tanto, tanto tempo. Negli Stati Uniti le sceneggiature per questo tipo di prodotti vengono commissionate anche con un anno d’anticipo, e ci lavorano sopra squadre che possono comprendere sei o sette persone. In Italia i pochi tentativi di sitcom sono stati scritti in fretta e furia e messi insieme alla buona.

    2) La sitcom, per funzionare, richiede attori che si attengano alla sceneggiatura alla lettera. Se sul copione c’è scritto “A” l’attore deve dire “A”, non “Aa” e neanche Ah”. Gli interpreti delle sitcom italiane, viceversa, hanno la brutta tendenza a mettere il loro ego davanti al risultato finale: improvvisano, vanno a braccio, vogliono dimostrare quanto sono bravi.

    3) Il bello delle sitcom americane è che ogni episodio è come un piccolo film. Ci sono le gag, ma sono finalizzate alla narrazione di una storia. In Italia, invece, siamo ancora fermi a un’idea di sitcom stile avanspettacolo, intesa come serie di scenette più o meno indipendenti tra loro. Non a caso la cosa migliore che siamo riusciti a sfornare in questo campo è “Camera Café”, che tecnicamente non è una sitcom ma una sketchcom, cioé un insieme di brevissimi sketch con personaggi ricorrenti.

    4) Le sitcom non ci piacciono. Sì, nell’ambito degli appassionati di serie tivù la sitcom è un genere che va forte, ma stiamo comunque parlando di una nicchia. Quante sono le sitcom che hanno sfondato presso il grande pubblico italiano? Scommetto che non riusciamo a contarne dieci. E’ chiaro che non c’è interesse a investire troppo in un prodotto che non incontra il favore degli spettatori.

    Poi è anche vero che l’inglese è una lingua più sintetica della nostra, quindi più adatta a scrivere battute secche. Ma in questo caso è veramente l’ultimo dei problemi.

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  53. Aggiungo una piccola precisazione, credo non espressa ancora da nessuno, Boris (sempre sia lodato) fa ridere perchè fondamentalmente prende per i fondelli qualsiasi prodotto comico/drammatico italiano, per quello funziona, è scritto benissimo, recitato da dio e tutto quello che volete… Però io una sit com e/o una serie comica italiana che faccia ridere senza questo escamotage non l’ho ancora vista. Prendiamo le primissime stagioni di HIMYM o TBBT quando ancora erano decenti (lascio fuori Community e mostri sacri perchè è tristemente ovvio che in italia non ci siamo ancora arrivati, nè secondo me ci arriveremo mai) parlavano di un gruppo di tot amici nelle loro quotidianità (i ventenni nerd, i 30enni al bar) e facevano ridere. Boris fa ridere perchè è un autoperculo, una citazione su una citazione di tutta la merda che passa sugli schermi nostrani, c’è qualche esempio italiano da portare che parli di robe normali, del quotidiano insomma, che funzioni? E parlo di produzioni originali eh.

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  54. Namaste ha scritto:

    Che poi uno, nella pace e tranquillità del suo salotto, possa preferire Spacey doppiato da Pedicini o Al Pacino doppiato da Giannini o De Niro da Proietti quando non da Ferruccio Amendola (bontà all’anima sua) rispetto agli originali perchè non ci ha voglia o semplicemente perchè per quello bastano i telefilm che ormai guardo solo sottotitolati ma più per abitudine, non vedo come possa essere argomento di diatriba o capace di scatenere interventi piccati e fuori luogo come quelli di Pemf.Bolloso al quale, francamente, si fa fatica a rispondere seriamente

    Vabbè, mi ripeto.
    1) Avevo già specificato che il tono acceso non era dovuto a un qualche mio problema con te, ma che semplicemente ormai si sta abusando della parola “snob” per definire praticamente chiunque preferisca le serie impegnate o a quelle più frivole e ora, apparentemente, anche chi preferisce l’originale al doppiato, che poi è il punto su cui si basa tutto questo sito.
    2) Sei liberissimo di guardare film/serie/cartoni/videoclip e quel che più ti aggrada nella maniera che ritieni più opportuna, ma allo stesso modo ognuno di noi ha il diritto di guardare le serie in originale senza sentirsi dare dello snob o dell’alternativo a tutti i costi.
    3) Anche qui mi ripeto: i doppiatori italiani sono (più o meno) i migliori al mondo, ma non per questo vuol dire che il doppiaggio sia buono.

    Rispondi

  55. Post scriptum: l’unico esempio di sitcom davvero divertente in lingua non inglese che abbia mai visto era in spagnolo, cioé quanto di più simile ci sia all’italiano. No, decisamente il problema non è la lingua.

    Rispondi

  56. Un paio di aggiunte.

    Come i telefilm sono i fratelli minori del cinema, così la sitcom nasce da una costola del teatro. Le sitcom americane possono attingere idee, testi e autori alla produzione teatrale statunitense, che è di livello stellare. In quanto frequentatore assiduo di sale teatrali, posso garantirvi che i testi del teatro contemporaneo italiano (ma più in generale europeo) sono per la quasi totalità spazzatura. Soprattutto per quanto riguarda il teatro brillante, cioé quello che dovrebbe fungere da retroterra per le sitcom.

    Infine. Ora che mi viene in mente, c’è stato almeno un esempio di sitcom italiana azzeccata, anche se purtroppo non ebbe praticamente alcun successo:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Vicini_di_casa_%28serie_televisiva%29

    Rispondi

  57. @ Namaste:
    Non volevo offendere nessuno nè dare risposte piccate,semplicemente mi premeva sottolineare come guardare un prodotto in lingua originale non necessariamente tolga qualcosa alla comprensione di chi guarda,ma spesso aggiunge. Certamente non è mia intenzione criticare i doppiatori italiani,che anzi devo solo ringraziare perchè mi hanno permesso di vedere film e serie tv quando ero più piccola;ognuno è libero di guardare ciò che vuole come vuole,per carità.
    Poi permettimi di dire una cosa che prima ho dimenticato:tu dici che preferisci vedere Friends in italiano,perchè per esempio la voce di David Schwimmer in originale non ti piace e ti fa ridere molto di più doppiato: ecco in questo caso non sono assolutamente d’accordo e non vorrei sentirmi dare della “snobbona” solo perchè guardo qualcosa nel modo in cui è “nata” e come si suppone vada vista :)

    E comunque mi rendo conto di come tutto ciò si allontani dal discorso dell’articolo.

    Rispondi

  58. @ pemf.bolloso:

    Rapidamente, perchè gli OT non fanno mai bene alla discussione, per quanto ormai risulti arenata. Ho capito che non ti riferivi direttamente a me – l’hai pure specificato – ma magari valeva anche nel mio caso per quella che hai potuto percepire come un’accusa ma che invece non intendeva chiamare nessuno in causa. Se io dico, generalizzando, che noi, come pubblico di spettatori (al quale evidentemente appartengo), siamo diventati snob, la definizione può non piacerci nè appartenerci, ma è un dato di fatto.

    Se pensiamo a quello che guardavamo 10 anni fa ( quando una puntata di CSI ci sembrava la cosa più figa del mondo), e a quello che invece abbiamo la possibilità di guardare adesso (non solo le serie tv, ma penso anche ai reality, talk show o film documentari in lingua USA, quelli che qui in Italia non arrivano o arrivano tardi ma che grazie ad un click possiamo comunque vedere), è chiaro che la conseguenza è che il nostro gusto e le nostre preferenze si siano col tempo un tantinello raffinate, siamo diventati spettatori più esigenti e meno avvezzi a perdere tempo, perchè se in TV danno “L’isola” o “I Cesaroni”, per dire, anche se tu non ne hai mai visto un singolo fotogramma, per non sbagliare lo eviti e preferisci concentrarti su altro perchè 9 su 10 farà cagare e perchè se è una commedia italiana allora non farà ridere o comunque non abbastanza. Questo è almeno quello che penso io, ciò che fa di me uno snob, o forse solo uno spettatore poco disposto a perdere tempo, visto che il tempo è sempre poco e allora meglio andare a colpo sicuro. Per quelli che tuttavia non si riconoscono in questa categoria, e che non sono snob ma soltanto cool, le scuse sono d’obbligo.

    @ Pogo:

    il fatto che un addetto ai lavori si affacci da queste parti non significa che si debba necessariamente apostrofarlo con battute o puntini allusivi. Avrà anche le spalle larghe ma un approccio di questo tipo sicuramente non aiuta nè stimola l’interlocutore all’eventuale confronto.

    Rispondi

  59. Darlene Alibigie 7 febbraio 2013 at 23:42

    Scusate, io non mi intendo molto di sitcom, non ho neanche un particolare interesse per quest’argomento, ma mi sembra che qui qualcosa non torni. Intendo proprio a livello di pura e semplice logica.

    Il discorso dell’articolo avrebbe senso se vivessimo in un mondo nel quale Spagna, Francia, Germania e Sri Lanka scodellano a ciclo continuo sitcom divertentissime e applaudite in tutto il globo mentre l’Italia, poverina, se ne sta a guardare in un angolo.

    Ripeto, non me ne intendo, ma mi pare che non sia proprio così. A quanto mi risulta pressoché tutte le sitcom arrivano dagli Stati Uniti d’America. Nel resto del pianeta Terra di sitcom non se ne fanno. Oppure se ne fanno, ma è probabile che non vengano granché bene, perché non escono dai confini nazionali.

    Ora, poste queste premesse, può darsi che le sitcom americane siano particolarmente belle perché sono scritte e recitate in inglese. Ma è da escludere che le sitcom italiane siano particolarmente brutte perché sono scritte e recitate in italiano. Non più di quanto le (eventuali) sitcom tedesche (spagnole, francesi, cingalesi) siano brutte perché sono scritte e recitate in tedesco (spagnolo, francese, cingalese).

    In estrema sintesi: forse è vero che in questo campo l’inglese ha una marcia in più delle altre lingue. Ma presupporre che l’italiano abbia una marcia in meno delle altre lingue è demenziale. Al massimo è nella media.

    Rispondi

  60. Namaste ha scritto:

    il fatto che un addetto ai lavori si affacci da queste parti non significa che si debba necessariamente apostrofarlo con battute o puntini allusivi. Avrà anche le spalle larghe ma un approccio di questo tipo sicuramente non aiuta nè stimola l’interlocutore all’eventuale confronto.

    Di addetti ai lavori che si affacciano qui ne conto, a occhio e croce, più di uno… così, a istinto eh…

    Concordo totalmente con i punti di Dottor D e con l’intervento di Darlene.

    Per tornare al discorso principale:
    – l’articolo non è condivisibile, perché mischia la nostra incapacità di sfornare sit-com, con presunte limitazioni della lingua italiana. Il che è una colossale sciocchezza, in tutta onestà.
    – la sit-com è un prodotto che non appartiene alla nostra cultura, né di fruizione, né di produzione. Non siamo in grado ora, chissà se lo saremo un giorno.
    – se si scopiazzano nei modi le sit-com dei maestri anglosassoni (perlopiù statunitensi) si fallirà sempre miseramente.
    – l’italiano è una lingua particolarissima, ma soprattutto ricchissima, che permette di tutto*. L’importante è saperla usare e usufruire delle sue qualità artistiche.
    – la limitazione dell’italiano è che non è esportabile. O lo padroneggi (al massimo comprendi), o non capirai mai il senso delle cose e quindi ridere, se si tratta di comicità: per tornare all’esempio di Totò e la nebbia, o lo capisci, o nessuna traduzione, nessun sottotitolo ti restituirà l’immediatezza dell’assurdo logico che si crea.
    – l’italiano non funziona per nulla, ad esempio, nel caso del rock (che ha bisogno di parole tronche e significati immediati).
    – l’italiano è perfetto per la lirica.

    Le ultime due cose non c’entrano con il visivo (fino a un certo punto), ma era per dire che una lingua avrà sempre dei pro e contro sull’uso che se ne vuole fare nel mondo globale. Il tedesco nemmeno è indicato per il rock/folk etc…, vista la durezza, ma è sicuramente la lingua filosofica per eccellenza.
    Per quanto riguarda la visione in originale, non è questione di essere snob o “cool”. Si tratta, più semplicemente, di guardare il senso di ciò che è pensato alla fonte, di percepire l’attore, il tono, l’emozione. E di non perdersi il significato originale (tipo il gioco di parole non traducibile di Polish e polish di uno degli ultimi episodi di TBBT). Io, per esempio, non sopporto il francese, né comprendo una sillaba… eppure se guardo un film francese lo faccio in originale con i sottotitoli…

    *leggenda o verità, Kubrick era molto più contento della versione italiana di Full Metal Jacket, grazie al fatto che per merito dell’italiano il sergente istruttore aveva a disposizione una varietà enorme di offese, ingiurie, esclamazioni; allo stesso modo aveva livelli diversi di “colorazione” del tono e del significato. Elementi che l’inglese si sogna, nella sua ripetitività di imprecazioni e parolacce, con due soli livelli (o stai sul gergale, o vai sul pesante).
    Che fosse vero o meno di Kubrick, quel che è certo è che Hartman in originale sembra una mammoletta in confronto a quello “falso” della versione doppiata.

    Rispondi

  61. E mi permetto un breve OT di risposta alla questione doppiaggio. Sarò brevissimo (per quanto possibile).
    Quando avevo appena messo piede nel mondo cine-televisivo, da poco laureato, mi ritrovai a chiedere perché ci trovavamo in una sala di doppiaggio con l’attore che doppiava se stesso. Fu lì, che capii perché i suoni delle narrazioni moderne italiane sono sempre in primo piano (e le narrazioni visive, di conseguenza, sembrano sempre false). Pensate che da noi spesso un attore italiano è doppiato da un altro attore italiano perché gli preferiscono la voce, il tono o la dizione.
    Il doppiaggio è qualcosa che falsifica la presa diretta e quindi la narrazione; è una cultura del suono che non mi piace. Posso accettare l’uso del doppiaggio solo in due occasioni: a) quando la scena è venuta bene tranne che nell’audio, quindi è una questione pratica e di risparmio; b) quando ne faccio un uso artistico (che eviterei comunque).
    Il fatto che siamo la migliore scuola del mondo è un po’ una leggenda, diciamocela tutta. Certo, aiuta(va) far doppiare DeNiro da Amendola, ma quando non si spendono soldi a sufficienza si fanno dei disastri come nel caso di “Chuck” o “Downton Abbey”, che doppiate fanno veramente schifo.
    Inoltre, chi ha visto lo stesso film in tedesco o spagnolo? Come fa ad affermare che abbiamo doppiato meglio noi? Non può. A meno di non comprendere l’altra lingua del raffronto e aver visto anche in originale.
    Infine, il doppiaggio prima che una questione di “voce” è una questione di adattamento: se non sono bravi all’origine gli adattatori, creano solo confusione o perdono per strada pezzi importanti di significato. Guardare alcuni film di qualche tempo fa è un vero e proprio strazio.

    Concludo con un esempio: sicuramente la voce originale di Tom Hanks non è bella, soprattutto rispetto a quella italiana di Prando (voce bellissima, doppiatore bravissimo) in “Salvate il Soldato Ryan” o Pannofino in “Forrest Gump”, ma è vera. Soffre, grida, si muove sulla spiaggia e ansima davvero.
    Prando è in piedi davanti ad un leggio e allo schermo…

    Chiudo l’OT e non lo riprendo più…

    Rispondi

  62. Il tema dell’articolo è sicuramente interessante, la tesi anche condivisibile (fin quando si parla di linguaggio, deficit di musicalità rispetto all’inglese e difficoltà nel mimare il botta e risposta tipicamente esilarante di film e sit-com italiane).

    Per evitare di dilungarmi in noiose digressioni sull’ovvio, mi limito a non condividere assolutamente la superficialità delle ultime righe dell’articolo.
    Siccome non posso credere che l’autore dell’articolo non abbia mai visto qualcosa di Totò, di Troisi, di Alberto Sordi, o di Benigni, lo invito a sedersi sul divano per una seconda visione di qualche film dei suddetti e riflettere su quanto da lui affermato.
    Al termine della carrellata, consiglio visione di “Amici miei” per 10 volte consecutive. O magari 15.

    Se preferisce una comicità più diretta e meno arrugginita dal sapore dell’antico (che personalmente adoro, ma potrebbe non piacere) effettivamente la scelta è meno ampia, ma credo che Aldo giovanni e giacomo, Antonio Albanese, Proietti e Corrado Guzzanti possano ragionevolissimamente essere in grado quantomeno di far riflettere, ancora una volta, su quanto scritto.
    Al termine di tutto lo invito a guardarsi tutto d’un fiato Boris, film compreso.

    Se poi mi dice che non ha riso mai, gli regalo un biglietto aereo per Chicago :)

    Rispondi

  63. Pogo ha scritto:
    Di addetti ai lavori che si affacciano qui ne conto, a occhio e croce, più di uno…

    Conti bene.

    Pogo ha scritto:
    – la limitazione dell’italiano è che non è esportabile.

    Su questo sono d’accordo fino a un certo punto.

    E’ vero che i giochi di parole in italiano sono intraducibili. Ma perché i giochi di parole sono intraducibili, non perché sono in italiano.

    E’ vero anche che la maggior parte dei film italiani non esce dai confini del nostro Paese. Ma il problema non è la lingua: è che il nostro cinema tende ad essere piuttosto ombelicale, ad affrontare argomenti che toccano solo noi. Cosa capirebbe un americano, ma anche solo un danese, delle meccaniche di un film come “Benvenuti al Sud”?

    (Mi secca difendere gli odiati cugini, ma in questo senso il cinema francese, bello o brutto che sia, ha un respiro molto più internazionale).

    Pogo ha scritto:
    – l’italiano non funziona per nulla, ad esempio, nel caso del rock (che ha bisogno di parole tronche e significati immediati).

    Non solo nel caso del rock. Qualunque canzone, di qualunque genere, suona meglio con un testo in inglese piuttosto che con uno in italiano.

    E’ un paradosso, perché nel parlato l’italiano è senza alcun dubbio una lingua più armonica e musicale. Ma l’inglese, grazie alla succitata brevità, si presta meglio a entrare nelle gabbie della metrica.

    Va anche detto, e questo è un parere mio, che nella musica leggera il testo ha un ruolo secondario. Non dimentichiamoci che in origine “Yesterday” dei Beatles diceva “Scrambled eggs / Oh my baby how I love your legs”, non esattamente Shakespeare. Eppure le note erano le stesse.

    Pogo ha scritto:
    leggenda o verità, Kubrick era molto più contento della versione italiana di Full Metal Jacket

    Questa non la sapevo, però so che Kubrick curò personalmente il doppiaggio di “Shining”. Fu lui a scegliere Giancarlo Giannini per doppiare Nicholson e, dopo aver visto il risultato, gli telefonò per dirgli che era meglio dell’originale.

    Parlando più in generale, non è così scontato che la versione sottotitolata di un film o di un telefilm sia sempre e comunque meglio di quella doppiata. C’è una serie di ottimi motivi per preferire la seconda alla prima, specie per noi italiani (se fossimo in Francia o in Spagna, dove il doppiaggio è fatto con i piedi, il discorso sarebbe diverso).

    Rispondi

  64. Ancora un paio di cosette, poi la smetto di tediarvi.

    Torniamo alla tesi iniziale, quella per cui l’italiano non farebbe ridere. Pensate a Daniele Luttazzi: ha costruito una carriera ventennale su un repertorio di battute di comici americani tradotte in italiano, peraltro recitate abbastanza male. Eppure ci faceva ridere (almeno, io ridevo). Segno del fatto che se un meccanismo comico funziona, funziona a prescindere dalla lingua.

    Ultimissimissimissima riflessione. Il fatto che l’inglese sia più sintetico dell’italiano è vero, ma anche falso. Come si suol dire, non conta solo quanto ce l’hai grosso, conta soprattutto come lo usi. Secondo me gli italiani hanno una naturale tendenza alla prolissità: sono convinti che scrivere bene significhi esprimere concetti semplici nel modo più complicato possibile. E spesso usano la scusa della lingua per coprire questo loro limite culturale.

    Rispondi

  65. Dottor D. ha scritto:

    Questa non la sapevo, però so che Kubrick curò personalmente il doppiaggio di “Shining”. Fu lui a scegliere Giancarlo Giannini per doppiare Nicholson e, dopo aver visto il risultato, gli telefonò per dirgli che era meglio dell’originale.

    Diciamo che i film di Kubrick sono un po’ l’eccezione, pure per 2001: Odissea nello spazio Kubrick lodò Bellini per come aveva reso Hal 9000.

    Rispondi

  66. Primo: Non è vero che in america tutto quello che si sforna fa ridere. Trovatemi uno che ride a “la vita secondo Jim.
    Secondo: tolto il cinema, prodotti televisivi italiani che fanno ridere: Capatonda, Boris, Camera Cafè. prodotti che non fanno ridere: il mammo, don luca c’è etc…

    I problemi dove sono? basterebbe guardare la puntata della 3a serie di boris in cui sono perculate le serie italiane: 1) si cercano cabarettisti che si mettno a fare gli attori, per cui non sannorecitare e si limitano a fare barzellette 2) i soldi, si cerca di riassumere tutto in 2 o 3 scenografie, infatti le uniche sit che funzionano sono boris e camera cafè dove l’assenza di troppe scenografie è o funzionale o aggirata mostrando un set…..ossia una non scenografia, ma solo un crudo teatro di posa. Poi ci sono altre sit 8tipo TBBT che odio, che usano questo stratagemma, ma ciò significa riportare la sitcom ai jefferson, serie che adoro, cioè indietro di 40 anni). 4) il linguaggio. Non è questione di tempi ma di cultura. In america si è sviluppato il nonsense alla ebraica e la commedia brillante (alias la commedia dell punzecchiature, in cui con frasi secche, quasi british i protagonisti si insulticchiano ogni puntata. Guardate i battbecchi tra jefferson e la cameriera, sempre uguali, sempre differenti, divertentissimi).; da noi si punta su smorfie e su giochi di parole stile topolino 5)l’eros. Eh si. Si parla mai di sesso nelle sit italiane?(eccetto camera cafè, boris e ricordo via zanardi 33). mai. pare niente, ma sta cosa fa tornare tutto ai tempi dei telefon bianchi in cui i vari personaggi hanno 0 sessualità. 6) Il riconoscmento. Percè si guardano i cinepanettoni? pechè per quanto facciano cà, snoo un concentrato citazionsta i ciò che piu è andato in voga l’anno precedente (amici citato in natale sul nilo, la legge giudiziaria berlusconiana in antale in india, etc etc); boris prmette di ricnoscere stereotpi della tv italiana; maccio riprende stereotip della tv ee del cinema americano (i medical drama, i trailer iperpompati); camera cafè rappresenta stereopaticamente un ufficio 6) la follia. Le trovate piu folli, piu sopra le righe le hanno proprio le poche sit di successo (ex soliti idioti, boris, camera cafè etc) 7)il tormentone. fateci caso ai bazinga che girano su facebook. In italia tolto il che barbca che noia della mondaini non abbiamo nulla che possa essere paragonato a un tormentone americano (tipo il doh di homer). A parte ,ovviamente, il “togo” di Silvano, il “cagna “di renè e il “dai cazzo”. lì in effetti c’entra il discorso sul punch. Frasi brevi e ad effetto. tuttvia,come sto spiegando, il punch non basta. 8) la modernità e i gggggiovani. Che idea hanno dei giovani? quella dipinta in Don luca c’è? La gerontocrazie in itallia causa il fatto che ci sia un gap tra chi scrive e chi fruisce immensa. Brizzi ha avuto successo proprio perchè riusciva in parte a comunicare col pubblico giovane che ora sta perdendo di vista. I soliti idioti idem (purtroppo) 9)la modernità 2; gli sceneggiatori notano che i tmepi cambiano?come in america hanno capito che si doveva passare dalle sitcom sulle famiglie alle sit sui 30 enni single, e infine alle sit sui nerd? Forse appunto via zanardi fu un cambiamento 10) i soldi ,di nuovo. Confrontate una puntata di medici miei con le prime puntate di scrubs. Pare niente ma gli esterni, gli effetti speciali, i trucchi, gli attori he hanno disponibilità in tot giorni, i pazienti, le finte radiografie etc, costano. 11)il vizio per l’improvvisazione. qui la puntata di boris in cui si chiedeva al povero marellone di far ridere senza un testo è emblematica. si obbliga i comici a improvvisare, senza capire che i tempi di franco e ciccio e totò son finiti. 12)la politica e il sociale. Guardate un medico in famiglia o don matteo…mai parlare di problemi altamente sociali….al max di corna….con le sit è uguale 13) la famiglia…….sempre la famiglia….in tutte le sit italiane c’è una famiglia, a parte don luca e via zanardi. basta. 14)la riscrittura non c’è. Cougar town è cambita ocmpletamente in corso d’opera osservando il feedback sul publico. In italia si gira tutto in una volta e stop 15) non si crea la sit evento, da prima serata. a parte i ragazzi della 3a c, sitcom rivoluzionaria (nei suoi limiti) per trovate surreali, ambientazione, e linguaggio. la sit è concepita per occupare le ore 13 del sabato pomeriggio e qualche buco durante buona domenca.

    Credo di aver detto tutto, casomai edito in futuro.

    Rispondi

  67. La tesi della lingua italiana che limita la comicità e le risate rispetto a quella inglese mi sembra semplicistica.

    Secondo me ci sono tante diversità rispetto alle produzioni americane (e anche britanniche) e principalmente:
    – scrittura soprattutto (“americans” do it better!)
    – mezzi (loro hanno più soldi e qui si spiega anche il proliferare da noi di sitcom a telecamera fissa… con format comprati dall’estero)
    – politiche di rete (meglio inventarsi una sitcom che giri intorno ad un personaggio famoso della propria “scuderia” (la Marcuzzi, Scotti…), magari comprando pure il format dall’estero, piuttosto che scrivere qualcosa di orginale con attori bravi ma sconosciuti).

    Trovo che le webserie abbiano grosse potenzialità per sperimentare, ma andrebbero affinate come scrittura.

    E comunque guardatevi Boris: fa riflettere sulla tv italiana. E fa ridere!

    Edit: sono state precedute da alcune considerazioni interessanti, praticamente abbiamo scritto insieme.
    Volevo dire che Via Zanardi più che sperimentare cercò di copiare spudoratamente Friends.

    E infine riguardo a Totò:
    ho letto che molte volte c’era un canovaccio e toccava a Totò improvvisare, quando vedo troppi nomi in una sceneggiatura penso a tanti contributi e non a qualcosa di organico pensato fin dall’inizio

    Rispondi

  68. Dottor D. ha scritto:

    E’ vero che i giochi di parole in italiano sono intraducibili. Ma perché i giochi di parole sono intraducibili, non perché sono in italiano.

    Non mi riferisco ai giochi di parole quando parlo di esportazione dell’italiano. Mi riferisco alla necessità di conoscere in modo approfondito la lingua di Dante per poter accedere al contenuto.
    L’inglese ti permette di accedere al contenuto/senso, pur non comprendendo tutte le parole.

    Sul resto sono d’accordo che siamo ombelicali etc…

    Dottor D. ha scritto:

    Non solo nel caso del rock. Qualunque canzone, di qualunque genere, suona meglio con un testo in inglese piuttosto che con uno in italiano.

    Dissento fortemente. Se si usa l’italiano per la ballata, per la filastrocca, per la chanson, per la poesia, o comunque per quella che definiamo canzone d’autore, è perfetto. Non mi dilungo troppo, ma basti pensare a De André, oppure a De Gregori.

    Eviterei poi la confusione tra la musica leggera (il c.d. pop) e la musica folk (che sfocia anche nel rock); sono due cose ben distinte.
    D’altronde, voglio bene ai Beatles, ma i brani che possiamo definire “impegnati” si contano sulle dita delle mani; perché è Pop.
    Il rock è altro: tipo un signore che canta “For the loser now – Will be later to win – For the times they are a-changin'”…

    Concordo su molto di quello che hai scritto, tranne il fatto che per me l’originale è sempre irrinunciabile.

    Rispondi

  69. Pogo ha scritto:

    Di addetti ai lavori che si affacciano qui ne conto, a occhio e croce, più di uno… così, a istinto eh…

    Più o meno gli stessi conto io: addetti ai lavori, scribacchini, wannabe writers o semplici teorici del cinema appena usciti dal DAMS, il punto non è questo. Se sei uno stronzo lo sei sempre stato e lo sarai comunque, a prescindere da quale possa essere la tua qualifica o il tuo grado di popolarità, quindi è ovvio che se vieni qui su Serialmente a far pesare il tuo nome, la tua laurea o quello che hai fatto, sarai comunque trattato a pesci in faccia come una qualunque persona normale, com’è giusto che sia. Un po’ diverso il discorso quando l’addetto ai lavori entra in punta di piedi in una discussione pubblica, magari solo per fare un’opportuna rettifica su un argomento che può vederlo coinvolto direttamente, e qualcun altro lo prende per il culo su qualcosa che niente ha a che fare col suo lavoro perchè tanto è solo una battuta, è abituato a ben altro, che vuoi che sia… Per te è normale, forse la prassi, per me no, o almeno non dovrebbe essere così. Tutto qui. Di recente mi è capitato di guardare su You Tube l’ospitata di Muccino da Fabio Fazio in cui lo stesso Muccino si sente in dovere di precisare che no, non era affatto ubriaco, ma che ha sempre parlato così, essendo affetto da balbuzie sin da ragazzo. Del film di Muccino, bello o brutto non importa, della ragione per cui era lì, nei commenti ovviamente non si parla, si giudica l’uomo, il suo modo di parlare, di vestire, quasi mai il suo lavoro. Quelli, giustamente, scappano. Ecco, poi non meravigliamoci, se qui su Serialmente o su altri siti di critica televisiva, non esiste quel tipo di confronto civile tra lettori/spettatori e addetti ai lavori a cui assistiamo da altre parti. Chi segue Sepinwall sa a quali esempi mi riferisco.

    A Holly e agli altri sull’annosa questione del doppiaggio, la questione non esiste. Qui non si è mai messo in discussione se sia meglio o peggio, è ovvio che sia peggio, e l’ho pure detto, ma viva le serie in originale e trovo assurdo che sia proprio io a dirlo visto che ormai guardo solo quelle. Allo stesso tempo però, quotando un passaggio di Sal G. su cui mi son trovato d’accordo ci sta anche che, OGNI TANTO, se uno, in una serata un po’ particolare, ci ha voglia di far riposare gli occhi, possa decidere di guardarsi la prima di Downton Abbey in originale, poi la seconda in italiano (perchè nel frattempo la si era abbandonata), poi di nuovo in inglese, senza percepire sostanziali cambiamenti o venire colto da una sincope. Ho citato “Friends” esclusivamente come esempio di doppiaggio (secondo me) fatto bene, e in cui probabilmente la nostalgia la vince anche sulla logica, quella di chi trova assurdo che Matt Le Blanc dica “How you do in’?” invece di “Come la va?”, ma che magari per un altro non è ‘sta gran questione di vita o di morte ma solo di gusto. Poi è ovvio che all’8 Febbraio 2013, potendo scegliere tra una versione originale e una doppiata sarei un pazzo a scegliere la seconda, o a ritardare la visione di setimane o mesi solo perchè restìo a stravolgere le mie abitudini, ma per tutto che viene prima di questa data e che non ho mai avuto il tempo di recuperare, penso per esempio ad OZ, mi sa che vedrò le prime 4 in italiano e le ultime due in inglese, senza che la fruizione del prodotto ne risenta più di tanto, o almeno non a tal punto da gridare al sacrilegio!

    Tornando infine all’argomento della discussione, che mi pare sia stato abbondantemente travisato (capita purtroppo spesso che si legga un titolo e che lo si prenda alla lettera), credo che il D’Antona stesse semplicemente cercando d’inviduare delle possibili cause per le quali l’italiano, non necessariamente la lingua, ma piuttosto l’autore italiano che oggi si trova di fronte al delicato compito di far ridere, non ci riesce come dovrebbe, o almeno non come altri suoi colleghi. Immagino si riferisse esclusivamente al prodotto seriale, quello pensato e scritto per andare in onda all’8 Febbraio 2013, poi come capita spesso, si citano i cabarettisti e la Gialappa’s e la commedia all’italiana e Age e Scarpelli, e tutta una serie di persone che col prodotto seriale di oggi non c’entrano niente. Sono cambiati i tempi, è cambiata la comicità, sono cambiati i tempi comici, eppure continuiamo a rimpiangere gente come Flaiano che, se messi all’interno dell’attuale sistema produttivo e dell’odierno clima culturale, state tranquilli, farebbero fatica ad emergere pure loro, persino in televisione.

    E visto che non si campa di tradizione ma che dobbiamo necessariamente confrontarci con un triste quotidiano in cui i film e telefilm italiani contano meno di zero (se non sbaglio sono 15 anni che non becchiamo un Oscar), una delle possibili cause, come quella illustrata dal D’Antona, non mi appare come la peggiore castroneria di questo mondo. Forse non è solo una questione di linguaggio, ma piuttosto di target che influenza e detta il linguaggio. Il fatto è che mentre l”italiano scrive essenzialmente per l’italiano medio, quello inglese o americano può invece permettersi di scrivere le sue battute per fa ridere lo spettatore medio, sapendo che il suo prodotto andrà visto in buona parte del resto del mondo. Loro giocano a ping-pong, noi invece pensiamo ancora ai lanci lunghi. Non dico di cambiare sport, ma che il calcio non sia quel tipo di argomento che interessa e appassiona tutto il mondo, forse è ora di rendersene conto.

    Rispondi

  70. Maury ha scritto:

    Primo: Non è vero che in america tutto quello che si sforna fa ridere. Trovatemi uno che ride a “la vita secondo Jim.

    Ma stai scherzando? “La vita secondo Jim”? Beh, uno sono io.

    Rispondi

  71. @ Namaste:
    Namaste ha scritto:

    E visto che non si campa di tradizione ma che dobbiamo necessariamente confrontarci con un triste quotidiano in cui i film e telefilm italiani contano meno di zero (se non sbaglio sono 15 anni che non becchiamo un Oscar)…

    Per te il metro di valutazione di una cinematografia è il numero di Oscar vinti? Cos’è, una certificazione di qualità? Ma cosa dici? Che cosa stai dicendo?

    Rispondi

  72. Andrea Virili 8 febbraio 2013 at 12:18

    Il caso di come sia trattato “I soliti idioti”, dalla critica professionale così come da molti in questa discussione, è emblematico. Faccio una brevissima premessa: nel 2004 vivevo a Londra, e ci fu il boom di “Little Britain”, un programma di sketch di satira politica e sociale che rappresentava personaggi esagerati in contesti assurdi. Battute e situazioni esageratamente volgari, continue prese in giro dei gay, dei disabili, degli obesi per niente politically correct; un programma di enorme successo per tre serie, plurireplicato in prima serata dalla Bbc, che si ricollegava alla tradizione inglese di satira sociale e politica affondata nel nonsense di cui i Monty Phyton sono la punta di diamante e i principali ispiratori. Finite le tre serie i due autori-attori protagonisti, Matt Lucas e David Walliams hanno iniziato un lungo e fortunatissimo tour teatrale in tutta la nazione, sempre osannati da critica e pubblico. Molti di voi lo conosceranno e lo avranno apprezzato, su youtube o scaricandolo, doppiato o in lingua originale.
    La serie passa doppiata su Mtv, viene probabilmente notata da Biggio e Mandelli che decidono di copiarne la formula, il linguaggio, la struttura anche registica. Logicamente vengono creati dei personaggi e delle situazioni completamente nuovi, ma l’identità del format secondo me è impressionante.
    Che succede in Italia? I soliti idioti hanno un grandissimo successo di pubblico, tanto che dopo tre serie anche Biggio e Mandelli hanno le palle e il coraggio di portarli a teatro in giro per tutta la penisola, qualcosa di più unico che raro nella storia della televisione italiana e che per un attimo ci avvicina ai nostri modelli anglosassoni di sempre. Eppure, su tutti i giornali come qui sui commenti a questo blog, il grandissimo successo de I soliti idioti viene deprecato, non vengono riconosciute la qualità della scrittura e delle trovate (inferiori al modello inglese ma eccezionali per la realtà italiana). Punchline e tormentoni non mancano, si ricorre al dialetto ma non troppo, a loro modo nelle prime due stagioni hanno sperimentato molto. Al successo di pubblico e di incassi (hanno fatto dalla serie due film due in un periodo in cui di film se ne fanno pochissimi) tutti sono stati pronti a scagliarsi contro i due “soliti idioti” affermando senza troppa fantasia che idioti lo sono davvero, che il pubblico italiano è ammalato ecc… solo io ci ho visto una grande capacità di scrittura, di analisi sociale, di divertimento, di citazione e rielaborazione della lezione dei grandi (Monty Phyton in primis?) “Dai cazzo!” è grandissima scrittura, perché lo dice quel personaggio in quel contesto con quei tempi… e infatti alla gente è arrivato, anche a quelli che vanno allo stadio e la tv non la guardano proprio. My 2 cents. Bella discussione comunque, grazie a tutti (anche se adesso mi scorticherete)

    Rispondi

  73. Andrea Virili ha scritto:

    … e infatti alla gente è arrivato, anche a quelli che vanno allo stadio e la tv non la guardano proprio. …

    E come è arrivato allo stadio?

    Rispondi

  74. Andrea Virili 8 febbraio 2013 at 12:50

    KinemaZOne ha scritto:

    Andrea Virili ha scritto:

    … e infatti alla gente è arrivato, anche a quelli che vanno allo stadio e la tv non la guardano proprio. …
    E come è arrivato allo stadio?

    così
    http://www.youtube.com/watch?v=NJVrMVj1LY4
    E’ logico che era un’iperbole, volevo dire che c’è un tipo di audience popolare che normalmente è impermeabile alle smunte proposte televisive e che si è riconosciuta nel linguaggio e nello stile de I soliti idioti… questo farà schifo a qualcuno ma secondo me è importantissimo

    Rispondi

  75. Andrea Virili ha scritto:

    KinemaZOne ha scritto:
    Andrea Virili ha scritto:
    … e infatti alla gente è arrivato, anche a quelli che vanno allo stadio e la tv non la guardano proprio. …
    E come è arrivato allo stadio?

    così
    http://www.youtube.com/watch?v=NJVrMVj1LY4
    E’ logico che era un’iperbole, volevo dire che c’è un tipo di audience popolare che normalmente è impermeabile alle smunte proposte televisive e che si è riconosciuta nel linguaggio e nello stile de I soliti idioti… questo farà schifo a qualcuno ma secondo me è importantissimo

    Direi che questo è il tipo di pubblico che è stato preso come target finora dalla televisione commerciale italiana. E’ per questo che la qualità è così bassa.

    Rispondi

  76. KinemaZOne ha scritto:

    Per te il metro di valutazione di una cinematografia è il numero di Oscar vinti? Cos’è, una certificazione di qualità? Ma cosa dici? Che cosa stai dicendo?

    Nel caso degli Oscar ai film in lingua straniera ovviamente sì. Danno comunque il polso della situazione. I film francesi degli ultimi tempi, quasi sempre candidati se non vincenti, ti sono sembrate delle cagatine di mosca?… O preferivi “Gomorra”? Poi chiaramente se l’Oscar non conta un cazzo, allora vale tutto.

    Rispondi

  77. Namaste ha scritto:

    KinemaZOne ha scritto:
    Per te il metro di valutazione di una cinematografia è il numero di Oscar vinti? Cos’è, una certificazione di qualità? Ma cosa dici? Che cosa stai dicendo?
    Nel caso degli Oscar ai film in lingua straniera ovviamente sì. Danno comunque il polso della situazione. I film francesi degli ultimi tempi, quasi sempre candidati se non vincenti, ti sono sembrate delle cagatine di mosca?… O preferivi “Gomorra”? Poi chiaramente se l’Oscar non conta un cazzo, allora vale tutto.

    Credo che tu mi conosca, perchè ritengo “Gomorra” superiore a quasi tutti i film francesi degli ultimi 10 anni. Non riesco a capire i tuopi parametri di valutazione (al di là del gusto che è ovviamente personale).

    Rispondi

  78. Namaste ha scritto:

    Più o meno gli stessi conto io: addetti ai lavori, scribacchini, wannabe writers o semplici teorici del cinema appena usciti dal DAMS, il punto non è questo. [...]

    Namaste, ho capito che ti piace spesso metterla sul piano della rissa verbale. Va bene, sei un personaggio un po’ così. Qualche volta sei pure divertente. Non raccolgo, tuttavia, il tuo guanto di sfida.
    Vorrei solo precisare, visto il numero dei commenti alto e pertanto qualcuno potrebbe saltare le parti di cui sono accusato, che non ho dileggiato o preso in giro nessuno, né in particolar modo l’autore di “Kubrick” (per chi vuole, ci sono i commenti precedenti).

    Per quanto riguarda anche l’autore dell’articolo, mi sembra chiaro che imputi all’italiano (e non solo all’italiano nelle sit-com) parte dei problemi legati alle risate nella nostra lingua madre.
    Poi può pure essere che io non sappia più leggere.

    P.S. trovo molto offensivo l’uso della parola scribacchino. Non verso di me, sia chiaro, io lo sono (e non sono un teorico), quanto l’intento che c’è dietro.

    Rispondi

  79. Ma infatti, senza far perdere troppo tempo, i tuoi commenti precedenti sono questi:

    Pogo ha scritto:

    Trovo provinciale (riferito al considerare l’italiano una lingua infame) se lo pensano i non addetti ai lavori.
    Trovo sconvolgente che lo pensi un addetto ai lavori (e comunque il termine “aggiornato” in italiano esiste da qualche decennio…).

    E sottolineo ancora una volta i puntini allusivi… che fosse una battuta e non una bastonata, un rimbrotto, una semplice constatazione, chiamalo col nome che preferisci, ma la diretta conseguenza di quel tuo candido contributo è che l’addetto ai lavori, che in un primo momento sembrava interessato a voler contribuire ad una discussione stimolata dall’articolo e fino a quel momento altrimenti interessante, non ti risponde. Vedi un po’ tu. Ma da parte mia nessun guanto di sfida e nessun tentativo di rissa verbale. Non sono un personaggio. Sono solo una persona che, come te, come altri, è ben felice d’intervenire nelle discussioni, quando si fanno potenzialmente interessanti, ma che lo diventa un po’ meno quando gli OT finiscono inevitabilmente per mandarle in vacca. Potevi semplicemente evitare. Punto.

    Rispondi

  80. Darlene Alibigie ha scritto:

    Ora, poste queste premesse, può darsi che le sitcom americane siano particolarmente belle perché sono scritte e recitate in inglese. Ma è da escludere che le sitcom italiane siano particolarmente brutte perché sono scritte e recitate in italiano. Non più di quanto le (eventuali) sitcom tedesche (spagnole, francesi, cingalesi) siano brutte perché sono scritte e recitate in tedesco (spagnolo, francese, cingalese).

    Più che d’accordo, c’è proprio un errore logico di fondo nel ragionamento dell’articolo.

    In generale comunque sarebbe meglio evitare i riduzionismi (l’italiano è una lingua “complessa”, l’inglese è “semplice e immediato” et similia). Anche io non sono per niente esperta di sit-com e proprio per questo mi interesserebbe molto di più approfondire la questione delle strutture e dei meccanismi che regolano il genere per capire cosa c’è che non va nei prodotti italiani – su cosa puntare per migliorare.
    Un piccolo contributo estemporaneo forse può venire pensando alla differenza tra lingua e linguaggio. A occhio e croce il linguaggio della comicità (verbale ma anche fisica) non credo sia identificabile con una lingua specifica – mi sembra più simile a un linguaggio universale come quello delle immagini (modulabile poi secondo diverse sensibilità).

    @ Namaste:
    Per la mia esperienza, si smette di rispondere e commentare a qualcuno solo quando sono evidenti gli attacchi personali, non rivolti a quanto si è scritto nell’articolo/commento. Io qui di cose del genere non ne ho viste. Simone avrà i suoi motivi per non rispondere, non capisco su che base razionale dai un giudizio su questo attribuendo la responsabilità a Pogo. Mi sembra un po’ un’illazione.

    Rispondi

  81. Namaste ha scritto:

    ma la diretta conseguenza di quel tuo candido contributo è che l’addetto ai lavori, che in un primo momento sembrava interessato a voler contribuire ad una discussione stimolata dall’articolo e fino a quel momento altrimenti interessante, non ti risponde. Vedi un po’ tu

    Senti Namaste, parliamoci chiaro. Prima di tutto, non può essere un problema mio se altri non rispondono (e che siamo, dei bambini?).
    Secondo, chi gioca in modo scorretto, qui, sei tu, che usi una terza persona per una tua crociata personale verso di me. Cosa che mi sembra ingiusta anche verso chi è “assente” in questo momento per fatti che saranno i suoi.
    Terzo, il tuo è un processo alle intenzioni e una deduzione del tutto arbitraria, attribuendo colpe a me di conseguenze che non esistono.
    Qui, se qualcuno poteva evitare qualcosa, eri tu con la prima accusa. E io che potevo tappare la mia tastiera e passare oltre.
    E chiudo qui.

    Rispondi

  82. Scusate se mi intrometto, Simone non risponde perchè non riceve le notifiche. Era intervenuto soltanto per precisare che Kibrick non è dei Jackal e basta. Vi assicuro che non è offeso per qualcosa e (personalmente) non capisco di cosa dovrebbe esserlo. Credo che abbia il senso dell’ironia più sviluppato di molti altri.
    Ciao.
    Ah, datemi un parere su http://www.travelcompanions.it

    Rispondi

  83. Comunque un ottimo esempio di battuta-e-risposta comico in italia è la mitica Gialappa’s. Come non citarla?

    Rispondi

  84. GiuliaM ha scritto:

    Comunque un ottimo esempio di battuta-e-risposta comico in italia è la mitica Gialappa’s. Come non citarla?

    non credo abbiano mai scritto per delle sit-com, almeno non in trio. Ricordo un loro film (“Tutti gli uomini del deficiente”) che pero’ non lascio’ il segno nonostante un grande cast (Bisio, Crozza, Paolantoni, Gerini, Alberti, Foà, Litinzetto e musiche degli EELST)

    Rispondi

  85. Il fatto è che se una cosa è scritta bene, gli attori non sono “cani maledetti”, il cast è affiatato e le idee originali, state pur certi che il prodotto che ne verrà fuori avrà ottime possibilità (se non certezze) di essere buono, se non ottimo, in qualunque lingua, sia in italiano che in inglese.

    Boris e Camera Café esempi lampanti di grande comicità all’italiana dei nostri tempi

    Rispondi

  86. Avrei voluto leggere tutti i commenti, ma a metà ho ceduto.
    Secondo me, discussione assurda che si basa su un articolo, onestamente, non condivisibile.
    Nessuno dei presenti ha iniziato a guardare nulla, nella sua vita, in inglese. Forse le generazioni future, forse in altri stati, ma qui da noi no.
    Qui ci han sempre doppiato tutto.
    Se l’italiano non facesse ridere, nè di per se stesso nè quando traspone l’inglese, in italia prodotti comici non ne esisterebbero da decenni. Nè originali, nè importati e tradotti.
    Possiamo discutere ore delle sfumature, del quale lingua sia meglio a quale scopo, ma se l’assunto iniziale è che l’italiano non si sposa con la comicità, di qualsiasi tipo e provenienza, di dice una mezza cagata. ;)

    Rispondi

  87. KinemaZOne ha scritto:

    GiuliaM ha scritto:
    Comunque un ottimo esempio di battuta-e-risposta comico in italia è la mitica Gialappa’s. Come non citarla?

    non credo abbiano mai scritto per delle sit-com, almeno non in trio. Ricordo un loro film (“Tutti gli uomini del deficiente”) che pero’ non lascio’ il segno nonostante un grande cast (Bisio, Crozza, Paolantoni, Gerini, Alberti, Foà, Litinzetto e musiche degli EELST)

    Infatti ho detto ‘battuta e risposta comico’ non ‘sit-com’

    Rispondi

  88. Non so se la lingua italiana renda impossibile la creazione di una sitcom come si deve… Dovrei pensarci bene e studiarmi qualche sitcom originale italiana… Ma non ci riesco! Le trovo così brutte, ma brutte, ma così brutte che non riesco a guardarne neppure la pubblicità! Do la sufficienza scarsa solo a Boris, Piloti e Camera Cafè. Perchè non sono fatte male e sì, a modo loro qualche sorriso lo strappano, ma non sono assolutamente all’altezza di quelle americane. I personaggi non evolvono mai, sono macchiette fedeli a se stesse bloccate nella loro antipatia. Infatti sembra che l’unica sitcom italiana in grado di fare ridere sia quella in cui i protagonisti sono cattivi, egoisti, crudeli… Scusate, ma così non ci siamo… Gli americani fanno ridere anche con la famiglia, con gli amici, con i buoni e i cattivi sentimenti… Noi riusciamo a far ridacchiare solo con la cattiveria, ma che roba è? Negli Stati Uniti ridono per le battute sagaci, noi perchè la gente scivola su una buccia di banana… No, così non ci siamo… Davvero… Ci sarà un problema di linguaggio, ma anche a livello mentale e di scrittura qualche carenza l’abbiamo, pure troppe!

    Rispondi

  89. Catedavantialpc 10 febbraio 2013 at 14:47

    Ma i The Pills?

    Rispondi

  90. Be’ ragazzi, non che pure le sit-com americane siano tutte oro colato eh… anzi. Ma anzi.

    Non che le abbia viste naturalmente, e in genere anche la peggio cosa americana di solito un po’ di dignità la mantiene, ma ne ho viste alcune, anche osannate dal pubblico e premiate dalla critica, che a me proprio… non hanno fatto caldo né freddo, o che sì, sono carucce da guardicchiare quando non c’è di meglio o stai aspettando che finisca la pubblicità su un altro canale, ma che certo non sono migliori di tanti prodottini nostrani.

    Vedendo certi prodotti americani recenti, e confrontandoli con alcuni “mostri sacri” (aspettavo che qualcuno citasse The Nanny o addirittura Malcolm In The Middle), un po’ di stanchezza si nota. Anche da loro il filone “famiglia, buoni sentimenti, personcine perbene” etc. non è paragonabile a quello opposto e sfocia presto nel melenso.

    Ok, Boris non è proprio una sit-com, però Camera Café rientra nella definizione (tuttavia la definizione di “sketchcom” non è male). Dopo un inizio un po’ zoppicante, con episodi bruttarelli ancora troppo ricalcati sul modello francese di provenienza, hanno iniziato a fare sul serio, scrivendo moltissimi episodi originali che in poco tempo hanno superato quelli francesi (“episodi”, non più solo sketch) e sfornando almeno quattro stagioni fenomenali (vi giuro che mi veniva da piangere a vedere un prodotto così ben fatto).

    Rispondi

  91. manq ha scritto:

    Avrei voluto leggere tutti i commenti, ma a metà ho ceduto.
    Secondo me, discussione assurda che si basa su un articolo, onestamente, non condivisibile.
    Nessuno dei presenti ha iniziato a guardare nulla, nella sua vita, in inglese. Forse le generazioni future, forse in altri stati, ma qui da noi no.
    Qui ci han sempre doppiato tutto.
    Se l’italiano non facesse ridere, nè di per se stesso nè quando traspone l’inglese, in italia prodotti comici non ne esisterebbero da decenni. Nè originali, nè importati e tradotti.
    Possiamo discutere ore delle sfumature, del quale lingua sia meglio a quale scopo, ma se l’assunto iniziale è che l’italiano non si sposa con la comicità, di qualsiasi tipo e provenienza, di dice una mezza cagata.

    Concordo a pieno con tutto. Stando alla tesi, non ci sarebbero grosse differenze tra serie italiane e serie doppiate (stiamo mettendo sullo stesso livello Casa Vianello e Friends, Quei due sopra il varano e La vita secondo Jim, Piloti con Malcolm in the middle).

    Rispondi

  92. [...] perché finalmente qualcuno ha messo in luce questa fondamentale questione linguistica, ovvero Giuio D’Antona su Serialmente. Il suo sguardo non è tanto indirizzato alla recitazione quanto piuttosto alla narrazione, ma [...]

    Rispondi

  93. Una bella sitcom italiana era Belli Dentro, che credo replichino su Canale 5 adesso.

    Rispondi

  94. Non sono d’accordo. Camera Caffè ha funzionato, e bene, e anche Love bugs, li ho amati, inoltre io le commedy le guardo SOLO tradotte e comunque rido, anche se inevitabilmente alcune battute vanno perse (spesso le colgo solo perché capisco come suonava in inglese).
    Indubbiamente non siamo da pouch, l’inglese è una lingua schietta e rapida, una parola e ti scaglia contro un’intera frase, spesso poi le parole sanno assomigliarsi e rimarsi in modo fin inquietante, l’italiano per natura non è così. Semplicemente bisogna costruire una comicità diversa, più allusiva, anche più gestuale, tutto è possibile.
    Eppure buona parte della produzione fa pena, perché? Perché è italiana e la tv italiana è spesso fatta da cani con cani per cani, non c’è manco l’impegno di farla seriamente, inolte è italiana rai/mediaset quindi è anche anacronistica, un po’ come la politica che le sovrasta, ripropongono modelli vecchi sghangherati che non fanno ridere da decenni nessuno che sia nato dopo gli anni Sessanta, ma del resto il pubblico italiano non è poi così raffinato, anzi.
    Inoltre, e qui forse sono un po’ cattivello, tu, voi di serialmente, siete troppo americanofili, siete forse addirittura diventati stranieri in patria, telefilmicamente =p

    Indubbiamente la produzione fa pena, ma secondo me lo è perché nasce gia vecchia, di comici in italia ce ne sono e sanno anche fare un buon lavoro quando vogliono, penso anche a Zelig e a Belli Dentro, ma non siamo da comicità scanzonata delirante, siamo da ironia, da sarcasmo, da wtf talora, ma non troppo. Dobbiamo trovare il nostro sistema, ma siamo ancora troppo attaccati a Fantozzi e Totò per capire che il mondo è andato avanti.
    PS: pretendere una programmazione seria da una tv che ha come programma di punta UN MEDICO IN FAMIGLIA ENNESIMA SERIE è semplicemente ridicolo. xD

    Rispondi

  95. Se devo essere sincera, a una prima lettura l’articolo mi era parso a tratti condivisibile e anche abbastanza “leggero”.

    Tornandoci sopra, però, alcune cose mi suonano troppo lapidarie, quasi denigratorie nei confronti di quella che è una lingua magnifica come la nostra. Ricca, è vero, “verbosa”, più stilisticamente complessa magari di altre, però magnifica. Che sa fare (anche) ridere… eccome. Penso più alla letteratura che al piccolo schermo, ma ci siamo capiti.

    Magari, e non sempre, l’italiano fa ridere in una sitcom (specie se realizzata in Italia), genere che appunto, come specificato nell’articolo, è prettamente AMERICANO. Quindi di importazione… ma da qui a demonizzare l’italiano (senza polemica, ma a tratti ho avuto questa impressione) ce ne passa.

    Non so se la cosa è stata già menzionata, ma non dimentichiamo che c’è una differenza abissale nel paragonare un prodotto italiano dalla nascita con un prodotto che invece è stato TRADOTTO e ADATTATO in italiano (magari pure male).

    Chiaro che in una TRADUZIONE o ADATTAMENTO qualcosa si perda, ma non è detto. Per esempio “Scrubs” l’ho visto in italiano (ai tempi lo passavano a orari puntualissimi su Mtv e con un doppiaggio eccelso) e rido ancora adesso per cose come il “blablaologo”… che semmai nella nostra lingua fanno ancora più ridere!

    Poi, io adoro l’inglese, letteralmente, ma rileggendo l’articolo – forse ho frainteso io – pare quasi sia una lingua fatta SOLO di “punch lines”, di battutine fulminanti, che magari in sostanza vogliono dire poco o nulla ma fanno ridere perché più “immediate”:

    ” [...] Occorre una lingua tronca, asciutta, netta. Bisogna che ogni parola abbia un significato e che sia soltanto quello. Occorre l’elasticità di poter coniare nuovi termini all’occorrenza e che quei termini siano immediatamente comprensibili. Niente giri di parole. Punch. Risate, sempre. L’italiano non possiede questa caratteristica, è una lingua che non ha capacità di sintesi o di manomissione, per questo è così magnifica da sentire e da scrivere, così adatta alle opere e così romantica. Manca di quel pragmatismo proprio dell’inglese [...]”

    Vero, l’inglese si presta molto a certi scambi di battute veloci e a non pochi neologismi anche buffi (per esempio la formazione di parole composte a dir poco strambe che però in genere suonano tanto ma tanto carucce ^^), ma non è che per l’italiano non possa essere così. Magari ci saranno più sillable (neanche tutto questo esubero comunque), magari servirà qualche parolina in più, ma si può fare (davvero, Camera Cafè ne è un esempio lampante), le punch lines esistono anche da noi (se le sai fare, appunto).

    Inoltre la lingua anglosassone non è sempre così sintetica, anzi.

    Dipende moltissimo dal contesto (in una sitcom devi far ridere molto nel giro di sì e no 20 minuti), dallo stile dell’autore, dal pubblico a cui è destinato il prodotto… al momento mi vengono in mente solo libri, avrete sicuramente presenti opere di questo o quell’autore che nulla avevano da invidiare – neanche dopo essere passate dal filtro della traduzione – alla ricchezza stilistica e alla “prolissità” del nostro italiano.

    Credo che lo sbaglio di tante sitcom italiane malriuscite sia stato appunto quello di cercare di adeguarsi a un prodotto costruito su una lingua completamente diversa (non necessariamente “migliore”), cosa sbagliata in partenza perché alla fine il tutto risulta forzato e poco credibile.

    Le cose migliori che ho visto in Italia (poche, ma ci sono) erano proprio quelle che come base di partenza prendevano l’italiano, senza stare a scimmiottare situazioni o schemi non nostri.

    Così come immagino che i migliori prodotti americani in fatto di sitcom abbiano esaltato al massimo la parte più sintetica e immediata della loro lingua. Poi tutto sta all’abilità e bravura degli autori… perché non è che se parli solo per frasi fatte o monosillabi – insomma, sinteticamente – fai ridere in modo automatico, ci vuole profondità e intelligenza (e su questo penso che siamo tutti d’accordo… i cinepanettoni sono un tragico esempio).

    “L’italiano è fatto per il monologo drammatico, per il ragionamento arguto, per l’arringa strappacuore. Non c’è spazio nel suo vocabolario per le punch – non c’è spazio nemmeno per la parola punch”

    Be’, dai, non è del tutto vero. In Boris trovo ci fossero parecchie punch lines.

    Rispondi

  96. Certo che essere ridotti a incensare una serie come Boris come punta di diamante della tv italiana dà un’idea del livello infimo a cui siamo giunti.
    Un prodotto sciatto e mediocre, non strappa un sorriso che sia uno, tutto l’impianto (supposto) comico si basa sul protagonista-straight man calato in una gabbia di matti che lo insultano e lo umiliano. Fine, stop. Visti due minuti, visto tutto.
    Sarebbe di questo che dobbiamo andare orgogliosi? Allora io dico, piuttosto teniamoci i prodotti patinati d’oltreoceano come How I Met Your Mother e The Big Bang Theory, che quelli almeno fanno ridere!

    Rispondi

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