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Doppio schermo. M*A*S*H*, dal film alla serie

Ci sono quelli che la tv è meglio del cinema, e quelli che il piccolo schermo non sarà mai come una sala con dolby surround. Quelli che hanno smesso di guardare film perché guardano troppe serie e quelli che usano ancora l’aggettivo “televisivo” come segno di disprezzo. Quelli che le serie sono il futuro e il cinema è morto, e quelli che restano scettici pure davanti a Mad Men. Ma grande e piccolo schermo sono legati a doppio filo, non solo perché sempre di audiovisivo si tratta, ma perché storie, registi e attori ormai migrano dall’uno all’altro come in un unico grande flusso. In questa nuova rubrica, gli amici di Mediacritica.it ci raccontano i film che fanno da punto di contatto: quelli da cui sono state tratte delle grandi serie e quelli che invece dalle serie sono nati. Oggi parliamo di M*A*S*H* perché Altman è uno dei nostri autori preferiti.

dalla serie ai film

Il film. Durante la guerra di Corea i membri dell’unità M.A.S.H. 4077 (Mobile Army Surgical Hospital) , per lo più chirurghi e infermiere, passano il tempo giocando a poker, a golf, prendendo in giro i superiori e, soprattutto, le donne presenti nel campo, senza curarsi del conflitto né delle conseguenze delle loro azioni. Alla base del film sta il volumetto MASH: A Novel About Three Army Doctors scritto da Richard Hooker nel 1968, una sorta di compendio di malefatte e vicende incredibili accadute nel periodo della guerra proprio nei campi dove l’autore era di stanza in qualità di chirurgo. Il plot venne proposto a 15 registi prima di approdare nelle mani del giovane Robert Altman che fino a quel momento aveva diretto pochissimi lungometraggi e alcuni spot televisivi. Per la trasposizione decise di chiamare a raccolta attori alle prime armi e ottenne carta bianca sulle riprese, cosa che gli procurerà non pochi guai con i produttori. Ma la storia viaggia per binari molte volte incomprensibili e così, da un fiasco annunciato, M*A*S*H*  divenne il trampolino di lancio per molti attori e dimostrò che la nuova tendenza “low budget” poteva funzionare anche per film di guerra, notoriamente molto dispendiosi: con una spesa di 3,5 milioni di dollari ne incassò oltre 81, guadagnandosi anche il rispetto della critica che nel 1970 gli conferì 33 premi fra cui la palma d’oro come miglior film a Cannes e l’Oscar come migliore sceneggiatura non originale.

La serie. Sull’onda del successo del film nel 1972 Larry Gelbart and Gene Reynolds realizzarono la prima stagione dell’omonima serie televisiva grazie alla collaborazione fra Fox e Cbs. Si tratta di una sitcom composta da episodi della durata di circa 25 minuti i cui tratti principali coincidono con quelli presenti del film, a partire dal soggetto fino ai nomi e i nomignoli dei protagonisti (da “occhio di falco” a “bollore”, tradotto dall’originale “hot lips”). I principali attori sono Alan Alda, Loretta Swit, Jamie Farr e George Morgan, gli unici ad essere presenti in tutte le stagioni, mentre altri vengono introdotti a partire da quelle successive come Harry Morgan e Mike Farrell, con una comparsata anche di Ron Howard nell’episodio Sometimes You Hear the Bullet.  Al di là del tono scanzonato, i creatori della serie vollero che fossero eliminate le risate registrate e, dopo un braccio di ferro con i produttori, le laughin track vennero tagliate solamente nelle scene ambientate nella sala operatoria, considerate le più cruente. Con molta probabilità si voleva cercare di riproporre sul piccolo schermo lo stesso clima che aveva fatto la fortuna del film e, infatti, quando la sitcom sbarcherà anche nel Regno Unito le risate registrate saranno tolte da tutti gli episodi. Col progredire del successo in prima serata, che in poche stagioni si piazza costantemente ai vertici del ranking nazionale per numero di spettatori, il tono cambia e da una sitcom con risvolti drammatici si trasforma in un dramma raccontato con humour nero.  All’inizio della prima puntata troviamo un arrangiamento strumentale della canzone Suicide is painless, con gli elicotteri del reparto medico che sorvolano il campo. Anche il set è stato allestito nella stessa location utilizzata per il film, le montagne vicino a Malibu in California, mentre la maggior parte degli interni è stata girata in studio. Difficile il paragone con l’opera cinematografica perché, mentre la serie rompe con alcuni canoni della serialità di quegli anni attraverso il tono, Altman operò sulle regole classiche della messa in scena e della narrazione: il film si struttura già come una sequenza di episodi e, quindi, come un lungo pilot possibile per una serie televisiva.

M*A*S*H*. Il regista, Robert Altman, comincia a girare nell’aprile del 1969, quando ormai il fronte americano si è definitivamente allontanato dalla Corea immergendosi fin sopra la testa nella follia del Vietnam e, in effetti, nel film è quasi impossibile trovare riferimenti alla campagna terminata nel 1953. Al contrario, la presenza dello spettro del Vietnam è forte e lo stesso Altman fece di tutto affinché il pubblico, per lo più giovane, che affollava le sale di sera e le strade di giorno munito di manifesti di protesta, vi trovasse corrispondenze con la storia contemporanea dell’America. Altman, che da qui in poi verrà riconosciuto come autore all’interno del movimento della New Hollywood, volle creare un prodotto dissacrante a partire dalla scelta degli attori, di cui la maggior parte esordienti o alla seconda prova sul grande schermo come Elliot Gould e Donald Sutherland, fino all’organizzazione del set, un vero e proprio casino legalizzato nel quale gli attori erano liberi di improvvisare, di inserire nuove battute e di stravolgere la sceneggiatura. Lo stile è forse l’elemento più caratteristico della poetica di Altman: un’alternanza di realismo crudo (le molte scene nella sala operatoria dove il sangue scorre a fiumi) e ironico cinismo (i mille scherzi giocati dal capitano Benjamin “occhio di falco”), che fece infuriare i vertici della Fox, impegnata nello stesso periodo nella produzione di altri due film di guerra più convenzionali, Tora tora tora! e Patton, generale d’acciaio, ma piacque tantissimo al pubblico. Oggi resta un capolavoro, divertente, sboccato, disorganizzato, eccessivo: l’unico film di guerra che termina con una partita di football.

Extra

  • Sono molti i record o i primati detenuti da questa serie, come quello di essere la prima sitcom ad aver utilizzato il termine “son of a bitch”. Ma la storia forse più incredibile riguarda la messa in onda dell’ultima puntata Goodbye, Farewell and Amen, la sedicesima della stagione 11, che il 28 febbraio del 1983 diventò l’episodio più visto nella storia della televisione americana con 125 milioni di spettatori, 60.2% di rating e 77% di share, come attestato dal New York Times: quella sera il New York City Sanitation/Public Works Department affermò che l’impianto delle fognature per poco non si ruppe a causa dell’enorme numero di persone che aspettarono la fine dell’episodio per andare in bagno. Quando realtà e leggenda si mescolano.
  • Della canzone Suicide is painless, scritta Johnny Mandel, esistono due cover: la prima ad opera dei Manic Street Preachers a favore della “Spastics society” nel 1992 e la seconda ad opera di Marilyn Manson, inserita nella colonna sonora di Blair witch project 2.
  • Arrivato al montaggio, Altman aveva fra le mani del materiale molto disomogeneo che non piaceva ai produttori. Per creare un filo rosso che attraversasse la storia si inventò gli annunci stralunati fatti dagli altoparlanti, che in realtà erano tratti da veri bollettini di guerra.
  • Nella prima stagione il compagno di stanza di “occhio di falco” è un afroamericano, chiamato Spearchucker Jones e interpretato dall’attore Timothy Brown. Il personaggio però scompare prima dell’ultima puntata perché, storicamente, non c’era nessuna testimonianza di soldati neri durante la guerra di Corea, anche se secondo il dottore Harold Secor, operante nell’unità Mash, ce n’era almeno uno.
  • L’11 giugno del 1997 l’unità mobile chirurgica operante nel sud di Seul dal 1950 è stata ufficialmente chiusa. Alla cerimonia hanno partecipato due attori della serie tv: David Ogden Stiers, che interpretava il maggiore Charles Winchester III, e Larry Linville, che in tv era il maggiore Frank Burns.

5 Comments

  1. Che bello leggere questo Doppio schermo su M.A.S.H.!
    Ho sempre amato molto il film ma ammetto di avere visto solo una manciata di episodi della serie.
    Sarà molto difficile scovare un “pilot involontario” migliore del M.A.S.H. di Altman e questo, come dice la recensione, proprio grazie alla struttura a episodi del film e ai geniali annunci dell’altoparlante (che dire dell’intermezzo musicale offerto da RadioTokio? – LOL!)

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  2. bellissimo il film, bellissima la serie che veniva mandata in onda parecchi anni fa da un benemerito canale locale. Alcuni episodi facevano ridere tanto, altri facevano piangere tanto. Un miracoloso equilibrio tra dramma e humour difficilmente eguagliabile.

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  3. Sapevo di questa serie-cult per il bellissimo pezzo di Infinite Jest in cui viene raccontata la storia di un uomo che cade in una progressiva e inesorabile dipendenza dallo show fino al punto da perdere completamente la testa. Sicuramente un pezzo di pop-culture americano.

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  4. Ma vi rendete conto, il 60% di share……

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  5. [...] e fattone, Paul Reubens conciato come un groupie di Marilyn Manson e Donald Sutherland (pensare che due settimane fa, su questa stessa rubrica, ricordavamo quant’era figo in M*A*S*H*) con la faccia di chi sta [...]

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