Non ero neppure fra gli scettici. Sì, prima di vedere il pilot della scorsa settimana, mi dicevo sicuro che The Carrie Diaries sarebbe stato un flop. Non si trattava solo dell’ingombrante eredità della serie madre, quel Sex & the City che a parere di molti – me compreso – ha rivoluzionato il panorama televisivo degli anni novanta, ma anche della squadra produttiva responsabile del progetto. Intendo: a nemmeno un mese di distanza dalla chiusura di Gossip Girl, si sentiva la necessità dell’ennesima serie giovanilista targata Josh Schwartz e Stephanie Savage? Invece mi sono dovuto ricredere. Big time. E il merito va ascritto alla creatrice e showrunner, Amy B. Harris, che firma una sceneggiatura solida e brillante, dai toni sommessi e dai colori pastello, evocativa e (quasi) mai stucchevole. E non sto parlando solo del pilot, ma anche di questa seconda puntata, Lie with me.
Certo, la scrittura dell’episodio non è esente da difetti: i segmenti ambientati a New York soffrono di un certo manicheismo schematico nella contrapposizione fra il mondo buttoned-down dello studio legale e quello luccicante e modaiolo di Larissa Loughlin, personaggio interpretato con verve da Freema Agyeman, ma per ora piuttosto sfocato; alcune scene – penso soprattutto al servizio fotografico in quel di Brooklyn (salvato solo dal momento con la zebra, piccolo colpo di genio) – strizzano troppo apertamente l’occhio alle produzioni per le quali la Cw è diventata famosa e non vanno oltre un patinato manierismo; il voice-over di Carrie, stratagemma narrativo mutuato dalla serie Hbo, scivola talvolta nella pedanteria, in particolare quando ribadisce fino allo sfinimento passaggi che non necessitavano di ulteriori spiegazioni. Il tema dell’episodio – la menzogna, anche nei confronti di sé stessi, e la sua discutibile utilità per ottenere ciò che si desidera – è un buon esempio di questa tendenza che, con calco dall’inglese, potremmo definire sovraespositiva: il verbo to lie, variamente coniugato, ricorre con frequenza ossessiva nel corso dell’episodio e i continui richiami extradiegetici di Carrie alla tematica finiscono per risultare fastidiosi, oltre che superflui.
Al di là di questi piccoli difetti, peraltro del tutto perfettibili nel prosieguo della stagione, quando gli autori avranno preso maggior confidenza con il materiale narrativo, l’episodio è solido. In particolare, convince, anche in misura maggiore rispetto al pilot, tutto ciò che ruota attorno alla famiglia e agli amici di Carrie, alla sua vita di liceale in una piccola cittadina di provincia del Connecticut. Qui, tutto è azzeccato: i costumi, i colori, le citazioni. E i personaggi; soprattutto i personaggi. A parte Donna LaDonna – il cui status di nemesi della protagonista consente, almeno per qualche episodio ancora, una certa monodimensionalità –, tutti gli altri adolescenti di The Carrie Diaries sono ritratti con una ricchezza di sfumature non comune nei teen drama degli ultimi anni, e soprattutto con una dolcezza affettuosa che li rende immediatamente ben voluti. Persino Sebastian Kydd, che in altre mani sarebbe stato pericolosamente vicino allo stereotipo. E poi c’è Mouse. E Mouse è adorabile.
Nella sua recensione ai primi tre episodi, Todd VanDerWerff ha avvicinato The Carrie Diaries ai vecchi show della compianta Wb, e a ragione. Non si tratta tanto di recrearne i tempi e i modi narrativi – cosa oggi assai difficile, fatta eccezione per qualche caso raro e prezioso come Bunheads –, quanto di catturarne l’atmosfera insieme quotidiana e sognante. E in questo The Carrie Diaries riesce piuttosto bene. La serie ha un grande potenziale, grazie soprattutto ai personaggi ben riusciti (Mouse, sì, ma anche il tormentato Walt, Sebastian e, ça va sans dir, Carrie) e agli interpreti indovinati, su tutti una AnnaSophia Robb davvero perfetta. Speriamo mantenga le promesse.


















Dannazione, anche questo secondo episodio mi ha attratto al punto di vederlo. E mi sta piacendo, per ora è una serie ben fatta. E mi fermerei qui in circostanze normali, sapendo che le serie sfornano sempre il primo trittico di episodi decente per vendersi e poi afflosciarsi su scelte banali e becere. Ma il prossimo episodio è sceneggiato da Terri Minsky, colei che creò “Lizzie McGuire” e “Less then Perfect”: come faccio a ignorarlo? Tra un paio di settimane vedi che, pur essendo partito prevenuto, finisce che sarà dispiaciuto per gli ascolti se non migliorano.
Bellobellobello, davvero nulla da aggiungere. Spero solo che non lo cancellino per via degli ascolti bassini, come già si inizia a vociferare
p.s. piccola chicca…ecco come doveva essere la “vera” Carrie Bradshaw negli anni in cui si svolge The Carrie Diaries, lol: http://tinypic.com?ref=2cet0et” rel=”nofollow
pollice alto per Carrie Diaries che si rivela un telefilm di una tenerezza inaspettata! Si lascia guardare che è un piacere, altro che guilty pleasure, speriamo continui così!
I New Order nella prima puntata, Dorrit con la maglietta dei Joy Division.
The Carrie diaries, sono già tuo!
Concordo con la recensione, come hai fatto notare di questa serie mi piace soprattutto l’atmosfera che avevo sperimentato con altre serie in passato ( in questo momento mi viene in mente soprattutto Gilmore Girls) che mi fa empatizzare facilmente con i personaggi e non me la fa vivere come qualcosa completamente fuori dalla mia normalità =) é molto intima e mi piace.
Lo ammetto ad un certo punto ho smesso di ascoltare o leggere i voice-over di Carrie non mi interessavano ed erano ripetitivi, mi sono risultati quasi pedanti; per di più ero troppo concentrata a gustarmi la vista con la cura dei dettagli e soprattutto ascoltare le musiche. Mi viene in mente l’episodio di Gossip Girl ambientato negli anni 80 e lì i vestiti erano stati eccessivi, mentre questi approvano di più il mio gusto.
Leggendo gli altri commenti noto sempre di più che ci stiamo tutti affezionando a questo telefilm per gli stessi motivi (e la cosa non può che farmi piacere): ovvero, la delicatezza e il realismo con cui viene narrata la storia di Carrie. Non ci sono né le atmosfere iper-patinate di Gossip Girl e 90210, né il solito canovaccio “soggetti-sfigati-presi-di-mira-dalle-cheerleader”, ma sono delle storie normali di ragazzi normali alle prese con situazioni che possono capitare REALMENTE a quell’età, cosa rarissima a vedersi in TV. Credo che questo lo si noti in particolare nel personaggio di Sebastian: in genere “il belloccio della scuola” è il solito quarterback cafone e ignorante che viene ammansito dalla protagonista, qua invece ci troviamo di fronte ad un personaggio più tridimensionale, che ha pregi e difetti come tanti altri ragazzi normali. La stessa cosa l’ho notata anche con Donna LaDonna, che già da adesso inizia a rivelare tutta una serie di insicurezze che mi hanno fatto ricordare parecchio il personaggio di Mini in Skins.
Quasi dispiace aver gufato tanto questo show. Le puntate mi prendono e neanche poco. I momenti seri sono quasi toccanti e lei contro ogni previsione e’ perfetta. Be non paragonandolo a satc ammetto che tuttavia lei e’ ben tratteggiata e ricorda la futura carrie. E la guardo con un certo affetto
Contro ogni previsione mi sta piacendo, è una serie che sta in piedi benissimo anche senza il traino di S&TC.
Un teen drama ben scritto, ben girato, curato nei dettagli, in cui una volta tanto le vicende adolescenziali sono realistiche e trattate con delicatezza.
Ma è anche un teen drama per chi ha smesso di essere teen da un po’.
Per due motivi secondo me:
1) Carrie è fin troppo assennata. Chiariamoci, non sento affatto la mancanza di serie dove gli adolescenti protagonisti rendono drammatico qualsiasi piccolo problema tipico dell’età, e tantomeno sento la mancanza delle idiozie e delle pose alla Gossip Girl o alla PLL.
Però a guardar bene Carrie reagisce a quello che le succede come farebbe una trentenne che ha già capito qualcosa della vita.
Esempio.
Carrie ha il dubbio che il tizio belloccio che le piace tenga il piede in due scarpe? Reagisce con un certo aplomb (quando lo becca in macchina con Donna gli dà delle risposte che avrebbe dato la Carrie sgamata di S&TC, non la sedicenne media…), gli parla con calma, non lo caga eccessivamente, si consola con le amiche. Benissimo che una teen di un telefilm finalmente si comporti così, ma diciamolo, da una sedicenne mi sarei aspettata un minimo di più di scompensi.
Il padre ottuso la mette in punizione? Eh che sarà mai, due settimane, rispondiamogli carinamente e all’occorrenza disobbediamo… Naaah, un’adolescente avrebbe puntato un po’ di più i piedi.
Mia sorella è un dito in c* e per di più mi denuncia al genitore? Eh ma capiamola, anche lei ha perso la mamma, coinvolgiamola nel gruppo delle mie amiche…
Sono tutte reazioni giuste, ma forse fin troppo giuste per una ragazza di 16 anni che potrebbe anche sbroccare un minimo.
Sia chiaro però che preferisco questi comportamenti al puro nonsense e ai toni esagerati di altri show, per carità. Meglio questo che gli stereotipi sugli adolescenti incontrollabili.
2) Il gusto retro della serie che tanto piace a noi trentenni. Perché sì, ok gli anni 80, ma gli anni 80 erano anche questa cosa:
http://www.demeterclarc.com/wp-content/uploads/images/2010/05/SQUARE-PEGS.jpg
cioè Sarah Jessica Parker in una serie teen, quando aveva la stessa età di Carrie in TCD, e nella stessa epoca.
In TCD vediamo degli anni 80 assai filtrati, sono gli anni 80 rivisitati che *adesso* H&M porta nei negozi, per piacere agli hipster di oggi. E mi pare che i costumi dello show siano proprio H&M… Insomma, i personaggi indossano quello che va di moda adesso, una moda anni 80 rivisitata e filtrata dai gusti attuali.
La maglietta dei Joy Division di Dorrit è proprio la dimostrazione di quello che ho detto: la riscoperta dei Joy Division è una cosa di questi ultimi anni che si è trasformata in moda, in un distintivo hipster. Le magliette dei Joy Division le vedete adesso ai concerti indie e in tutto quel sottobosco lì, dove, diciamocelo, rappresentano per molti più una posa che altro.
Qualcuno più esperto di me mi corregga pure, ma io trovo molto ma molto poco probabile che una quattordicenne americana nel 1984 potesse portare la maglietta di un gruppo che allora era più che di nicchia, era semisconosciuto, soprattutto negli USA (dove mi pare che i JD non abbiano nemmeno mai fatto un tour). Perché ricordiamoci che oggi io posso ascoltare e sapere vita morte e miracoli di un qualsiasi gruppo indie del Wisconsin con mezzo EP all’attivo, e posso pure comprarmi la loro alternativissima maglietta online, ma nel 1984 le tendenze musicali viaggiavano assai più lentamente, soprattutto da una sponda all’altra dell’oceano. Quindi Dorrit dovrebbe essere un’adolescente con gusti musicali assai di nicchia e con amici in GB che le mandano dischi e merchandising (che non so se all’epoca nemmeno esistesse per i Joy Division…). Non mi pare molto plausibile, decisamente una strizzata d’occhio all’hipster del 2013.
(Ma se qualcuno più esperto mi dice che a inizio anni 80 c’è stata una Joy Division mania negli USA ritiro tutto)
Comunque sono solo riflessioni e non critiche alla serie che io a 30 anni trovo molto godibile.
Mi chiedo se a una quindicenne possa piacere.
Non dimentichiamoci che quando ero adolescente io c’erano Freaks&Geeks che Dawson’s Creek e sappiamo benissimo di quale delle due serie gli adolescenti decretarono la vittoria.
Miriam ha scritto:
Allora, la maglietta è probabilmente tipica della nostra epoca, considerando che è diventata un feticcio-hipster intorno al 2009, l’anno in cui venne celebrato il trentennale dell’album Unknown Pleasures (il disegno che si vede sulla maglia è lo stesso della cover dell’album), anche se ciò non esclude che magliette simili fossero in voga già all’epoca.
Per quanto riguarda la diffusione di quel tipo di musica, il discorso è ben diverso: oggi gruppi come i JD, ma anche Siouxsie and The Banshees (di cui Dorrit ha un poster in camera) e i Bauhaus sono considerati di nicchia, in primis da parte degli stessi hipster…però tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 non lo erano così tanto, anzi, godevano di un successo notevole un po’ in tutti i paesi anglofili. Tutto questo può sembrare strano, data l’assenza di mezzi di comunicazione efficaci come quelli di cui disponiamo oggi, ma bisogna anche ricordare che all’epoca questa la diffusione di generi musicali così innovativi e così “lontani” (geograficamente parlando), almeno negli USA era possibile per tre motivi: 1) L’INGLESE: oggi può sembrare scontato, ma all’epoca l’inglese non era così diffuso come lo è oggi, e il fatto che negli USA si parlasse la stessa lingua parlata nell’UK, il paese che all’epoca insieme alla Germania (come del resto accade ancora oggi), rappresentava la fucina di tutte le nuove idee della controcultura giovanile, rappresentava un vantaggio notevole. 2) L’assenza di una suddivisione netta di generi musicali: siamo in un periodo in cui la scena musicale è in pieno fermento, c’è quasi una riforma in atto. Su un versante c’è tutta una serie di band britanniche (già nominate fin troppo precedentemente) che iniziano a prendere le distanze sia dal rock classico che dal punk. Su un altro subculture fino ad allora ignorate dalla massa (come quella rap) iniziano a ritagliarsi sempre di più il loro spazio. Su un altro ancora, una ragazza arrivata a NY dal Michigan, nota come Louise Veronica Ciccone, finirà con il segnare la storia della musica pop. E’ tutto un mutare continuo, un fermento che ha come massimo comune denominatore il proletariato e la piccola borghesia delle grandi città industriali dell’epoca, da cui provengono molti dei giovani artisti che segnano quest’epoca, tutti con un’aspirazione comune: “trovare la propria voce” in quel mondo così in subbuglio, compito che, come dice la stessa Carrie alla fine del pilot, “non sarebbe stato facile”. 3) Last but not least, aggiungici che nei paesi anglofili i programmi radio, tv e le riviste specializzate hanno sempre giocato un ruolo fondamentale nella diffusione di nuovi artisti e generi musicali, decretandone a volte l’ascesa oppure il declino.
Quindi è perfettamente plausibile che una ragazzina di quegli anni potesse ascoltare con piacere quel tipo di musica considerata così elitaria dagli hipster di mezzo mondo trent’anni più tardi. Non a caso Sofia Coppola nel film Marie Antoinette incluse tantissime musiche da parte degli stessi New Order, Siouxsie and The Banshees, i Gang of Four, tutte band che a detta della stessa regista erano in voga tra i ragazzini della sua età e che hanno finito per segnare la sua adolescenza. Adesso per curiosità ho controllato anche meglio, e ho scoperto che la Coppola è del ’71, quindi nell’84, anno in cui è ambientato il telefilm, avrebbe dovuto avere appena un anno in meno rispetto a Dorrit.
Miriam ha scritto:
Su questo sono completamente d’accordo: H&M ha una notevole presenza negli outfits di TCD. E come tu dici (giustamente) la moda anni ’80 viene “filtrata”: vengono fanno passare solo gli elementi cool del periodo, guardandosi bene di riproporre le vere trashate dell’epoca.
Secondo me, ciò si giustifica per la “pesante” eredità lasciata non solo di SATC (dove la moda era uno dei fulcri – ricordiamo che, ai tempi, il fatturato di Manolo Blahnik era visibilmente incrementato grazie a tutta la pubblicità ricevuta in SATC) ma anche di Gossip Girl (una serie fashion-obsessed).
The CW è una rete con attenzione al glamour, quindi in ogni caso la componente fashion deve essere di un certo livello. Non sto dicendo che questo sia giusto (anzi, sarebbe più giusto tirare fuori dal cilindro gli orribili maglioni e le salopettes sbiadite) ma di certo è una scelta coerente
Ho adorato la scena della telefonata tra Carrie e Sebastian, ricordava tantissimo le telefonate tra Carrie e Mr Big! Anch’io come voi partivo con il pregiudizio invece devo dire che la serie è godibile e AnnaSophia Robb è davvero credibile nei panni di Carrie Bradshaw! Il suo modo di storgere il naso, di giocherellare coi capelli mentre sta al telefono ricorda tanto Sarah Jessica Parker! Brava e tenerissima!!
Piace anche me questo nuovo prodotto dato per spacciato (sia chiaro anche dalla sottoscritta) ancor prima di essere messo in onda. Da non fan di SATC (credo di avre aver visto sì e no 3 episodi in tutto e di averlo trovato non interessante, ma mi sono sorbita i film al cinema) questo prequel lo trovo quanto meno accattivante. Se poi contiamo che gli anni 80 sono i miei anni e che qui sono riprodotti abbastanza fedelmente, e che la colonan sonora è fuck yeah (per me) non posso che unirmi al coro degli ok.
Ps all’epoca dei fatti narrati da TCD avevo 18 anni e poosso confermare che almeno dalle mie parti i Siouxsie and The Banshees erano molto conosciuti. I Joy Division no. Li ho scoperti in ntempi molto, ma molto più recenti.
Quoto il recap. Questo secondo episodio conferma il buono del pilot e Andrea spiega bene perché (tra l’altro Carrie adolescente è ritratta in maniera assai credibile rendendola così una protagonista insolitamente simpatica). Un teen drama decente sulla CW, finalmente.