Laughing Track

Breve storia della sitcom [3/4]

C’è un comico di colore, con un maglione vistoso, che pontifica lezioni di vita ai cinque figli, due figli acquisiti e la nipotina come se non ci fosse un domani. Come se sapesse tutto lui, con quel fare da padre benevolo, quella voce nasale e quel mix di espressioni da fumetto così facili da imitare che ancora adesso non passa giorno senza che qualche collega lo prenda in giro sulla pubblica piazza. Sta in piedi in mezzo al suo salotto, sui toni di giallo, e agita il dito verso la prole, abbraccia la moglie che annuisce severa, rivolge un sorriso complice a una delle tre camere, la più vicina, come a dire, va tutto bene. Finirà bene. Finisce sempre tutto bene.

Il Cosby Show mi ha accompagnato per tutta la vita – solo che non lo chiamavo Cosby Show, ma I Robinson, e quando ho scoperto che il nome Robinson non aveva nulla a che vedere con nessuno dei personaggi della serie mi sono sentito pugnalato alle spalle. È andato in onda per la prima volta il 20 settembre 1984 e ha dato il via a quella che mi piace definire Epoca d’oro. Se i decenni precedenti sono stati un grande banco di prova, gli anni ottanta possono essere definiti come il periodo di consolidamento della sitcom, o della comedy in generale che fino ad allora era per lo più sitcom, sul panorama internazionale. Grazie al via cavo, naturalmente, e grazie alle primissime trasmissioni satellitari, ma anche grazie a novità come quella di costruire lo show attorno a un personaggio già ampaimente affermato – Bill Cosby faceva stand up – senza fornirgli nient’altro che un canovaccio su cui basare le proprie battute e una serie di comprimari plasmati a suo uso e consumo.

Cosby apre la strada, quindi, per una nuova dimensione familiare. Dopo il perbenismo giusto un pelo macchiato delle prime produzioni, le ardite incursioni nella fantascienza e la deriva sociale degli anni settanta, tutto torna in carreggiata arricchito di esperienza e con rinnovato equilibrio. Gli espedienti sono quanto di più vicino esista alla vita reale, con le dovute precauzioni però, e le ramanzine di Cosby, rivolte al pubblico, vastissimo, tanto quanto ai suoi figli, trascineranno lo show attraverso un’egemonia decennale, comprovata dal fatto che del Larry Sanders Show – unica produzione simile, accavallata al Cosby – non rimane un granché, vuoi anche perchè resistevano le long running dei settanta.

Verso la fine del decennio, nel 1988, spunta finalmente qualcosa di molto vicino alla famiglia Huxtable – sì, i Robinson si chiamano così – anche in termini di ascolti. Lo schema è più o meno lo stesso: tre figli, questi mediamente più giovani rispetto agli Huxtable, un genitore che fa da polo magnetico per tutte le vicissitudini familiari e una villetta nei sobborghi di una metropoli – per il Cosby Show si trattava di Brooklyn, qui siamo nei pressi di Chicago. Si ribaltano classe e cultura di provenienza, se prima avevamo a che fare con una famiglia di colore proveniente dai professionisti della media borghesia – lui medico, lei avvocato – ora abbiamo una coppia di bianchi della classe operaia, costantemente alle prese con le bollette da pagare e i creditori alla porta, impegnati a gestire le grida di tre figli lamentosi con urla assai più potenti, i turni di lavoro massacranti e una casa costantemente a pezzi. Lei è Roseanne Barr – che da Cosby mutua la provenienza, l’improvvisazione, la massa e la voce stridula – lui è un favoloso John Goodman. Lo show, ovviamente, è Roseanne – ora ditemi chi ha deciso di chiamarlo Pappa e Ciccia e di doppiarlo in quel modo assurdo.

Il tema sociale sembra affiorare in vari casi sulla superficie increspata della famiglia di Roseanne, basti pensare alla volontà di rappresentare una classe operaia al limite del white trash quando ancora di white trash non si poteva parlare, e fa breccia apertamente attraverso i monologhi di Bill Cosby e la scelta di numerosi attivisti per i diritti civili nella kermesse di guest star. Ma se il finale dei Robinson non lascia spazio all’interpretazione – Cosby si è prodotto in un appello alla pace in merito ai disordini di Los Angeles del 1993 – il resto delle stagioni e il generale trend cui tende la sitcom di quegli anni è orientato verso una dimensione il più possibile reale e tangibile. Il pubblico televisivo, finalmente autorizzato a delegare il proprio intrattenimento al piccolo schermo senza sensi di colpa, forse anche in risposta all’uscita da un periodo caotico come quello degli anni settanta, sembra desiderare di sentirsi coccolato, vicino ai personaggi. Ha la necessità di entrare a fare parte della famiglia perfetta che vive in televisione. Ecco allora il fiorire di serie come Full house (Gli amici di papà), Growing pains (Genitori in blue jeans), Family ties (Casa Keaton) – che tra le altre cose introduce, nel 1982, un giovanissimo Micheal J. Fox – e Who’s the boss (Casalingo Superpiù [sic.]), infarcite di sorrisi dolci e stanze dense di luce calda, per qualche motivo una vasta gamma di maglioni, maglioncini e felpe, dove ogni cosa si può risolvere efficacemente col ragionamento e dove la morale porta sempre tutto a migliorare entro la fine dei ventidue minuti canonici.

La diffusione del via cavo negli Stati Uniti, e il successo della syndacation, sistema di vendita libera dei prodotti radio-televisivi che prende piede in questi anni, cominciano a far girare la ruota a mille verso la fine del decennio. Tra il 1987 e il 1989 vengono inaugurate un gran numero di serie per le emittenti private o per i grandi network che si sono ritagliati una vetrina attraverso i nuovi canali. In realtà la maggior parte delle sitcom che fanno parte di questo giro di boa di fine periodo, hanno molta più attinenza con gli anni novanta in arrivo, vera e propria esplosione del genere e inizio del cambiamento che porta alla produzione di una ingente quantità di scorie da spreco. Sarebbe un peccato, però, non citare qui Saved by the bell, che chi si affacciava all’età della comprensione alla fine degli anni ottanta ricorda come prima, vera, maestra di vita tardo-pomeridiana, sotto il nome di Bayside School e portabandiera di un’Italia 1 che, complici i colori shocking e le grafiche ipnotiche della sigla, non era poi così male.

Giulio D'Antona

Milano, 1984. Fa il freelance puro, scrive di letteratura su BlowUp, di televisione su inutile e Il Mucchio Selvaggio, di cose varie su minima&moralia. Parla in un podcast che si chiama Tourette su trasmissione.eu e nel 2011 ha fondato la rivista Cadillac.

11 Comments

  1. Posso chiedere notizie sulla sit-com Webster?? Lo so che non c’entra ( o forse sì? Famiglie allargate ante litteram, famiglie adottive, Arnold, Vicky la bimba robot?)… Uno spunto!

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  2. Ma ci deve essere un motivo anche lontano per cui l’hanno intitolato i Robinson o era proprio a caso?fatemi sapere ;) Tra l’altro solo una persona davvero brutta poteva dare a Roseanne il titolo Pappa&Ciccia… però devo ammettere che Genitori in blue jeans e Casa Keaton sono migliori dei titoli inglesi.
    Complimenti per l’articolo e grazie per il minimo di cultura comedy.

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  3. Ecco *___*

    Le mie serie, quelle con cui sono cresciuta!
    Il mio background di cultura seriale!
    E… OMG. Bayside School.

    Grazie, di nuovo *___*

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  4. Mi piace questo approfondimento, è quasi un peccato che duri solo 4 articoli

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  5. il periodo più nero in assoluto per le comedy. I Robinson, Casa Keaton, Genitori in blue jeans… qualcosa di spaventoso. Queste famigliole erano davvero terrificanti, dopo l’apertura ai temi sociali degli anni ’70 ecco il rinchiudersi tra 4 mura a discutere solo di cagate in modo estenuante. Salvo solo la famigliola di Roseanne.
    Citazione d’obbligo per una grande comedy che non parlava di stucchevoli problemi (?) familiari: Cheers (in Italia Cin Cin).

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  6. Concordo con Daniela G. in toto.
    Odiosi quelli così perfetti, coi genitori così splendidamente comprensivi ed amichevoli, tutti con problemi così cool, tutto così American Way of Life. Il passaggio da Seinfield al Cosby Show è decisamente traumatico.
    PappaeCiccia (concordo… ma chi cacchio sceglie i nomi in Italia? Un decerebrato?) l’ho leggermente apprezzato solo perché mi stano proprio simpatici a pelle i due attori.

    In effetti manca Cheers, insomma Giulio, una svistona (ci piace proprio farti le pulci, eh). Ha influenzato molte comedy degli anni ’90; il cast si è quasi in toto trasferito in Frasier (come spin-off), ed è stato persino parodiato in HIMYM.

    Io Bayside School l’avrei spostato direttamente negli anni ’90, ma cronologicamente non si può fare. Poi, infatti, qualche strascichetto della tremenda moda ’80 lo tiene…

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  7. ecco, queste sono le sitcom che mi è capitato di vedere negli anni ’90, e che hanno creato il mio fastidio per il genere….non ho mai seguito nessuna approfonditamente e forse per alcune non avevo l’età quando le ho guardate, ma vedendone puntate sparse quando capitava non me n’è mai piaciuta nessuna, e ho quindi deciso che non erano il mio genere e per anni me ne sono disinteressata (complice anche la programmazione successiva dei canali italiani che sceglievano sempre di mandare le sitcom peggiori a ora di cena), in pratica fino a Scrubs con cui ho capito che potevano anche essere qualcosa di diverso.

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  8. Ragazzi, devo fare ammenda profonda.

    Ho malauguratamente dimenticato di citare Cheers, che giuro era nei miei appunti e anzi rappresenta (come suggerisce Daniela) la giusta alternativa alla deriva familiare, intruducendo tra l’altro Ted Danson, senza il quale non avremmo alcuni tra gli sguardi più infuocati della televisione internazionale. Cheers darà poi vita a Frasier, l’unico spin-off degno della comedy degli ultimi trent’anni (salviamo i Jefferson per cortesia all’età). Per dimostrare la mia buona fede – sempre battendomi il petto come se non ci fosse un domani – vi linko un pezzo che scrissi qualche tempo fa su Ted Danson appunto, in cui parlavo di Cheers dandogli tutta l’importanza che merita. http://www.rivistainutile.it/?p=2576

    Scusate la mia imperdonabile fallibilità.

    In risposta a Violetta, invece. Ho fatto della traduzione del Cosby un cruccio personale, perchè mi hanno rovinato l’unica serie girata e ambientata a Brooklyn, ma non sono mai venuto a capo del perchè scegliere proprio il nome Robinson. Evidentemente la scelta di cambiare Huxtable è dovuta alla proverbiale mancanza di fiducia verso un pubblico italiano che più di tanto oltre Ezio Greggio non andava, ma perchè proprio Robinson non lo so. Comincio a temere che si sia trattato di casualità pilotata.

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  9. @ Giulio:
    figurati, è stata un’occasione per leggere il tuo bellissimo articolo su Ted Danson! Per Frasier poi ho una venerazione, non per nulla il mio nick precedente era DaphneMoon XD

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  10. Ottimo articolo, come gli altri del resto!

    Una segnalazione: c’è qualche problema con il link all’articolo precedente (quello sugli speciali natalizi), che rimanda al Flashback su BH90210.. non avevo ancora avuto modo di leggerlo e ora non riesco a “raggiungerlo”.

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  11. Stavo per chiedermi che fine avesse fatto Cheers, quando ho visto che nei commenti era già stata fatta notare l’inspiegabile assenza.

    L’autore fa poi ammenda:

    Ragazzi, devo fare ammenda profonda.
    Ho malauguratamente dimenticato di citare Cheers, che giuro era nei miei appunti e anzi rappresenta (come suggerisce Daniela) la giusta alternativa alla deriva familiare, intruducendo tra l’altro Ted Danson, senza il quale non avremmo alcuni tra gli sguardi più infuocati della televisione internazionale. Cheers darà poi vita a Frasier, l’unico spin-off degno della comedy degli ultimi trent’anni (salviamo i Jefferson per cortesia all’età).

    e linka un suo articolo che fa giustizia a Ted Danson e Cheers:

    Per dimostrare la mia buona fede – sempre battendomi il petto come se non ci fosse un domani – vi linko un pezzo che scrissi qualche tempo fa su Ted Danson appunto, in cui parlavo di Cheers dandogli tutta l’importanza che merita. http://www.rivistainutile.it/?p=2576
    Scusate la mia imperdonabile fallibilità.

    …in cui afferma con sicurezza che:

    Sam è uno scimmione misogino dal cuore d’oro, il prototipo dello sportivo americano, Diane è la sua perfetta nemesi. Inutile dire che finiranno con lo sposarsi e vivere felici e contenti.

    Oltre a questa perla, fa un breve elenco del cast (delle prime due serie o giù di lì: c’è coach, c’è Diane, d’altra parte deve sposarsi e vivere felice con Sam, no?), poi butta dentro Frasier, ma si dimentica totalmente di Kirstie Alley o Woody Harrelson, che pure arrivano abbastanza presto.

    Insomma, abbastanza indizi per far capire che Giulio D’Antona quel che sa di Cheers l’ha letto da qualche parte, o sfogliando distrattamente qualche wiki.

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