Laughing Track

Non è che io sia un genio del cliffhanger, e penso che nessuno sia rimasto ad aspettare fremente la continuazione della mia storia della sitcom per due settimane, ma come tutte le cose che hanno un ordine e una suddivisione cronologica, l’ascesa è lenta, inesorabile e tende al perfezionamento. Quindi, peggio per chi se n’è andato, perché ora comincia a delinearsi il panorama che tutti conosciamo. Se non proprio il bello, a venire è qualcosa che gli si avvicina.

Gli anni Settanta sono gli anni della rivoluzione — permettete la scontata antonomasia — o qualcosa di simile. Si moltiplicano i diritti, si respira il rinnovamento e tutto un tratto in televisione si sbloccano alcuni tabù. Tutto ciò su cui prima era meglio soprassedere, ora è argomento di dibattito, di confronto, di affermazione. Le immagini del Vietnam fanno il giro del mondo, e le strade si affollano di pacifisti e attivisti per i diritti civili. Le sitcom non rimangono impassibili e, accanto a un generale ritorno alle origini sul piano tecnico — dopo una breve incursione della single camera si ritorna alle tre macchine fisse e la maggior parte delle produzioni vengono registrate in videotape — dal punto di vista dei contenuti il balzo avanti è apprezzabile. L’esempio più lampante dell’intromissione delle mutazioni sociali nelle sceneggiature comiche viene, profeticamente, dal Regno Unito. Si chiama Till death us do part, ed è incentrato sulle vicende di un operaio bianco e reazionario dell’East End — Warren Mitchell — che divide la sua vita tra birra, razzismo, minacce alla paziente e comprensiva moglie — solo leggermente sottomessa nell’interpretazione di Dandy Nichols — e qualche pseudo consiglio anti-socialista alla figlia — Una Stubbs — che finirà per sposare un beone — Anthony Booth — di idee opposte ma nella sostanza tale e quale a suo padre. Materiale da tragicommedia, che più di una volta passa il segno anche per gli anni della rivoluzione, facendo sospendere la serie per un paio di stagioni e infine portandola alla cancellazione, senza lasciare molto di sé in patria, ma con un’eredità pesante oltreoceano.

Nel 1970 la CBS compra i diritti e lascia che siano Norman Lear e Bud Yorkin a rimettere in sesto l’intera produzione, trasferendola nel Queens e addolcendola quanto basta per farla digerire al pubblico americano. Omosessualità, diritti civili, guerra, diritti delle donne, cancro al seno, menopausa, impotenza, aborto e stupro. Niente è troppo per le otto stagioni di All in the family che scandiscono le vicende della famiglia Bunker — Archie, interpretato da Carrol O’Connor, Edith, Jean Stapelton, Gloria, Sally Sruthers e Michael Stivic, un giovanissimo Rob Reiner — e le idee sembrano non fermarsi mai, di pari passo con le evoluzioni della vita reale. Alla chiusura della serie, neanche a farlo apposta nel 1979, lo scettro passa quasi immediatamente ad Archie Bunker’s place, che prende le redini e trascina la faccenda fino al 1983.

Ma non finisce qui. Nell’osservare a distanza, di quarant’anni e cumuli di televisione dimenticabile, il successo di All in the family, bisogna considerare gli spin-off, perché se è vero che lo show è stato al primo posto negli ascolti dal ’71 al ’76 e che la comparsata di Sammy Davies Junior è rimasta per sempre nella storia della televisione, è vero anche che i Bunker hanno dato vita — dopo Maude e prima di Good times — a una delle sitcom più seguite e amate di sempre, che ha finito per superare l’asticella posta da Lear e Yorkin di qualche misura: I Jefferson.

Lear è  il deus ex machina che comanda dalla stanza dei bottoni, sviluppando le vicende di George e Louise Jefferson – rispettivamente Sherman Hamsley e Isabel Sanford – al secolo vicini di casa, piuttosto bistrattati, dei Bunker. Anche se le tematiche sono affrontate in maniera decisamente meno tagliente rispetto alla serie genitrice, i riferimenti sociali non mancano. Basti pensare che si tratta di dipingere la quotidianità di una famiglia di neri della classe media all’indomani della fine della segregazione, e che a riguardare le puntate della prima stagione a distanza di anni, la frequenza con cui ricorre la-parola-con-la-n fa una certa impressione.

I Jefferson è una delle serie più longeve in assoluto, con 253 episodi all’attivo spalmati su dieci anni di palinsesti, e tra le più citate dopo. Sempre con grande affetto, tanto che i personaggi di George e Louise appariranno di nuovo qui e là nelle serie future — The fresh prince, 1996 e Tyler Perry’s house of payne, 2011, nel caso ve lo steste chiedendo.

È sempre la CBS, che in questo decennio la fa da padrona godendosela finché dura, a mettere in onda il Mary Tyler Moore show. Questa volta sotto la lente di ingrandimento ci sono i diritti della donna, specchiati nelle eccentricità della vistosa e attiva protagonista, e mentre la ABC si mangia le mani per la cancellazione dello sketch comedy Turn-on e se le sfrega con sorriso compiaciuto nell’osservare nascere il fenomeno The odd couple (La strana coppia, con Tony Randall e Jack Klugman), Larry Gelbart adatta un film tratto da un romanzo sulla guerra di Corea, ancora bruciante per aver fatto da sala d’aspetto al Vietnam, e si inventa M*A*S*H. L’ambientazione è quella di un ospedale da campo e le puntate ruotano attorno alle vicende di alcuni medici e infermieri, richiamati e svogliati, alle prese con una guerra che si intravede attraverso i feriti e le tende operatorie, senza le risate registrate durante le sequenze che vedono i chirurghi all’opera (i produttori avevano chiesto che venissero eliminate del tutto, ma la CBS si era fermamente opposta). La fortuna di M*A*S*H la fa il tema, così tristemente presente, ma anche la collocazione in palinstesto, appena dopo il già citato All in the family. Così dal 1972 al 1983 gli ascolti crescono esponenzialmente fino a un finale da 125 milioni di spettatori e dal titolo evocativo e bellissimo di Goodbye, farewell and amen che si porta via un cast eccezionale — Alan Alda, Loretta Swift e Jamie Farr, per dire — e dei personaggi a cui è impossibile non affezionarsi. Sulle note di Suicide is painless, tema della sigla che fa da saluto — marziale naturalmente — al 4077° plotone medico.

La seconda metà dei Settanta è il regno di Garry Marshall, che firma per ABC numerose hit dal gusto spiccatamente nostalgico. Happy Days, che non ha bisogno di alcuna premessa, apre nel 1974 e scivola tranquilla nel ricordo dell’ingenuità degli anni Cinquanta, dimenticando ogni tipo di tematica scottante e lasciando perdere le conquiste acquisite. Della serie di Milwakee rimane qualche pezzo praticamente dappertutto, dai juke box di Arnold’s che solo Arthur Fonzarelli — il ribelle dal giubbotto di pelle scolpito nel granito da Henry Winkler — è in grado di far partire con un pugno, alla limpidezza un po’ fessa di Richie Cunningham — Ron Howard — che fa da voce narrante per tutti i nove anni di produzione, venendo imitata e citata a destra e a manca. Da una costola di Happy Days spunta, già nel ’75, Laverne & Shirley che va ben presto a ingrassare le fila degli spin-off non così brutti da non meritare una citazione, ma nemmeno del tutto vincenti.

L’ultimo memorabile singulto del decennio, Marshall lo dà mettendo sul piatto quello che qualche anno dopo diventerà un genio comico assoluto. La serie è Mork & Mindy, comincia nel ’78 ma non dura più di tanto, galleggiando nel merito di aver coniato Robin Williams nei panni dello stralunato alieno Mork, sempre a un passo dall’innamoramento per la sua sorella di adozione Mindy — Pam Dawber — in un inizialmente gustoso passo indietro verso la tendenza fantascientifica degli anni Sessanta. La forza della serie, ca vas sans dire, sta tutta nella straordinaria abilità di improvvisazione del protagonista, allora praticamente sconosciuto, e declina nel momento in cui lo spazio di inventiva si assottiglia. Quattro stagioni intense e un placido soffocamento, accanto a un paio di altri remake inglesi dall’aria ammiccante e qualche presa in giro alle soap che fa da chiusura al decennio che inaugura il trend delle parabole, tanto comune oggi, ma allora davvero rivoluzionario.

Giulio D'Antona

Milano, 1984. Fa il freelance puro, scrive di letteratura su BlowUp, di televisione su inutile e Il Mucchio Selvaggio, di cose varie su minima&moralia. Parla in un podcast che si chiama Tourette su trasmissione.eu e nel 2011 ha fondato la rivista Cadillac.

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Commenti
11 commenti a “Breve storia della sitcom [2/4]”
  1. Jo3y scrive:

    Che belli questi articoli: sono scritti benissimo e denotano una conoscenza e studio approfondito del genere davvero notevoli, e poi sono pieni di info interessanti. Grazie per questo lavoro Giulio :)

    Io commenterò quando arriveremo agli anni ’90; non sono mai stato un fan del genere, ma lo studio mi ha costretto a vederne di sit-com tra gli anni ’90 e i primi del nuovo secolo, quindi aspetto paziente.

  2. DaphneMoon scrive:

    io devo ringraziare i misconosciuti canali privati che quando ero bambina mandavano in onda cose come All in the family (Arcibaldo), Mary Tyler Moore show, MASH, The Jefferson etc. (qualcuno mi sa che li manda in onda ancora adesso)
    parata di record: non solo il finale di MASH resta il programma più visto nella storia della TV americana, ma Archibald di All in the family risulta il TV’s greatest character of all time in non so che classifica. E soprattutto un episodio del Mary Tyler Moore show è risultato essere al n.1 nella TV Guide’s 100 Greatest Episodes of All-Time.
    Parlando di record: a proposito di sit com made in UK vorrei ricordare il meraviglioso Fawlty Towers, al n.1 della classifica the best British television series of all time redatta dal British television institute, nientemeno. Ma si tratta di una serie scritta e interpretata da un signore che si chiama John Cleese, in fin dei conti.
    anyway, quando ero piccola amavo Happy Days, ma rivedendolo da grande mi è insopportabile per la sua stucchevolezza. Continuo invece ad amare The Jeffersons, così come il politicamente scorretto Sanford and son. MASH invece resta un capolavoro a sé, una pietra miliare del dramedy.

  3. Holly scrive:

    Complimenti per questo articolo,davvero molto interessante..lo aspettavo con ansia!!
    Personalmente non conosco molto le serie nominate,a parte Happy Days e Mork e Mindy,ma mi piace moltissimo leggere sulla storia della televisione!
    Continua così :)

  4. BetterLife scrive:

    Io non me ne intendo per niente, di tutte le serie nominate ho visto solo a sprazzi Happy Days che cmq non mi ha mai entusiasmata particolarmente, comunque questa rubrica continua a piacermi, è molto interessante e almeno adesso avrò un’idea di cosa si parla quando sento parlare delle vecchie sitcom! e so di che epoca sono XD

  5. Corinna scrive:

    Alzi la mano chi non ha mai imitato la camminata di George Jefferson o non si è ribaltato sulle rispostacce della (si fa per dire, è riduttivo) domestica Florence.. puahahahahahah!!!!
    Come ho già avuto modo di dire, articoli godibilissimi, attendo il prossimo!

  6. Selkis scrive:

    Solo un piccolo appunto… M*A*S*H è l’adattamento del film di Altman, che a sua volta è ispirato al romanzo di Hooker :)

  7. Andhaka scrive:

    I Jefferson li ho rivisti da poco sul Canale Fox Retro di Sky (che fa tutte vecchie serie: Tre cuori in affitto, Quincy, i Jefferson e tante altre).

    E a proposito… com’è che non viene citato Tre cuori in affitto? Quella era una serie che mi ammazzava ogni volta che la vedevo. :)

  8. rdr scrive:

    Complimenti per l’articolo, sono un’amante dei telefilm e quindi ho apprezzato molto. io adoravo Mary Tyler Moore, e anche i Jefferson. una curiosità, la vicina dei jefferson Helen, colpevole di aver sposato un bianco, era la mamma di Lenny Kravitz?

  9. Alice scrive:

    Oddio!! Ho amato Mork e Mindy alla follia!!!
    Bell articolo! interessante, che insegna senza annoiare!!! applausi :)

  10. Sal G. scrive:

    Mi aspettavo di più da questo articolo ed invece sono rimasto deluso! Non che dipenda assolutamente da come e da chi è stato scritto, ma per come io mi ponevo nei confronti della comedy dei ’70; non so il perché ma mi ero convinto di posizionare alcune comedy ’80 nei ’70. Aspetterò il prossimo pezzo con trepidazione.

    Passando alle cose serie, di All in the family ed Arcibaldo ho qualche ristrettissimo ricordo, mentre i Jefferson li ho odiati tantissimo. Erano così perfetti, così amabili, così TUTTO che la vita normale cominciava a farmi schifo. Sono dovuto crescere e vedere il Cosby Show per ricominciare ad apprezzare le dinamiche dei Jefferson!

    DaphneMoon ha scritto:

    io devo ringraziare i misconosciuti canali privati che quando ero bambina mandavano in onda cose come All in the family (Arcibaldo), Mary Tyler Moore show, MASH, The Jefferson etc. (qualcuno mi sa che li manda in onda ancora adesso)

    Quoto, è anche per questo che ho dei ricordi delle sitcom (e di He-Man). Purtroppo ora i canali privati trasmettono roba sudamericana (cose tipo Celeste e compagnia bella) e si è persa la speranza di rivedere queste comedy.

    M*A*S*H* non l’ho mai visto e posso dire che già in quel periodo mal sopportavo i medical series.
    Happy Days è stato mitico (*hey*) e credo proprio che anche qui devo quotare però DaphneMoon: quando ho rivisto alcune puntate un po’ di tempo fa sono riuscito solo a chiedermi come faceva a piacermi. Beata gioventù.
    Mork&Mindy mi ha fatto innamorare di Robin Williams; guardo alcuni film solo perché c’è lui. E’ bravissimo! Lo adoro persino nella recente pubblicità natalizia di Sky! L’unico merito della sitcom altrimenti noiosissima per me.

    p.s. posso fare una proposta indecentissima all’autore? Perché non inserire nella rubrica un numero speciale sulla comedy italiana? Sembra assurdo ma qualcosa c’è ed anche qualitativamente buono (I Promessi Sposi del trio, Vicini di Casa con Gnocchi e Teocoli, Il Polpo con Solfrizzi, Pazza Famiglia con Montesano e Panelli, il sempre citato Boris, Tutti Pazzi per Amore anche se poi è diventato un disastro). Non rischio il linciaggio per questo affronto, vero? Potrebbe essere interessante confrontarne le diversità con il prodotto americano ed inglese…

  11. frale scrive:

    Alla fine degli anni 70 ci sono anche le sit-com chiamamole ”adolescenziali”, dove i protagonisti che fanno andare avanti le vicende sono per lo più ragazzi alla soglia dell’adolescenza che, sull’onda del periodo e delle sit-com che come M.A.S.H. si possono definire adulte, affrontano pure loro temi seri o drammatici, i cosidetti temi della settimana che piu in là negli anni ci ritroveremo anche in teen drama come il primo Beverly Hills 90210 (Settimo Cielo poi sarà patologico in questo aspetto).

    Uno è Diff’rent Strokes, conosciuto da noi come Arnold (vi dice qualcosa?) e l’altro è il suo spin-off L’Albero delle Mele (The Facts of Life) che sembra che sia la prima sit-com a parlare esplicitamente di sesso tra gli adolescenti e della perdita della verginità. Ci sarà anche la morte di un genitore di una delle protagoniste con già Arnold che come sappiamo vedeva due orfani neri vivere in maniera disagiata nel quartiere di Harlem ed essere adottati da un riccone bianco. L’Albero delle Mele è anche uno dei primi show a vedere recitare un’ attrice vittima di un handicap.
    In effetti anche il successone Happy Days in partenza era una sit-com adolescenziale ma probabilmente era nata già vecchia rispetto ad alcuni show suoi contemporanei (questo non significa che nel corso degli anni non si sia evoluta).
    Vedremo anche una strana creatura nel ’77 come La Famiglia Bradford che, all’apparenza sembra una sit com per il buonumore che trasmette, però dura 40 minuti e non una ventina e, anche per la morte dell’attrice che interpretava la madre di famiglia che porta quindi alla morte del suo personaggio, affronta anche questa serie qualche tema drammatico nel corso della sua messa messain onda: si dice che sia il primo ”dramedy” della televisione americana.

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