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Ci sono quelli che la tv è meglio del cinema, e quelli che il piccolo schermo non sarà mai come una sala con dolby surround. Quelli che hanno smesso di guardare film perché guardano troppe serie e quelli che usano ancora l’aggettivo “televisivo” come segno di disprezzo. Quelli che le serie sono il futuro e il cinema è morto, e quelli che restano scettici pure davanti a Mad Men. Ma grande e piccolo schermo sono legati a doppio filo, non solo perché sempre di audiovisivo si tratta, ma perché storie, registi e attori ormai migrano dall’uno all’altro come in un unico grande flusso. In questa nuova rubrica, gli amici di Mediacritica.it ci raccontano i film che fanno da punto di contatto: quelli da cui sono state tratte delle grandi serie e quelli che invece dalle serie sono nati. Oggi parliamo di Fame (noto in Italia come Saranno famosi), perché “è qui che si comincia a pagare. Col sudore.”

DAL FILM ALLA SERIE

IL FILM. Fin dove ci si può spingere per raggiungere un posto nel firmamento dello spettacolo e dell’arte, il proprio nome riconosciuto, citato, ricordato in eterno? Sempre più su, sempre più in altro, fino a raggiungere quelle dannate lontanissime stelle, questa la risposta degli studenti della High School of Performing Arts. È il 1980, New York la metropoli, sul palcoscenico Doris, Ralph, Coco, Leroy, Bruno e Montgomery. Nello stesso anno, se Kubrick sceglie le paranoie di un Jack Nicholson affetto dal “blocco dello scrittore” e Scorsese allena sul ring il suo Robert De Niro, la macchina da presa di Alan Parker punta tutto su attori, ballerini, musicisti, i loro sogni e tanta voglia di diventare qualcuno, con un piccolo aiuto da parte di Christopher Gore e della sceneggiatura in capitoli concatenati che ripercorrono le audizioni e i quattro anni di formazione.

LA SERIE. Già dall’episodio pilota, la prima cosa che salta agli occhi è la pulizia sistematica applicata ad ogni singolo elemento della storia, dal linguaggio, ai personaggi, le tematiche, la resa visiva. C’è luce, serenità, gioia di vivere e mostrare al mondo il proprio talento, cosa che traspare potente anche nei protagonisti della pellicola, attenuata però dal velo di malinconia e difficoltà che opprime la loro vita e scelte. Il vantaggio della serie, senza dubbio, sta nell’avere tempo, tempo necessario e funzionale per descrivere i protagonisti, per costruire intorno a ciascuno una storia corposa, delle sfumature che il film per forza di cose deve lasciare da parte. Quindi spazio a più personaggi chiave, spazio alle storie personali di professori altrettanto degni di attenzione, fino a lasciare un posticino libero all’indimenticabile Signora Berg, la segretaria tuttofare, un po’ svampita ma tanto cara. Sulla traccia ancora fresca del successo del film, 136 episodi sono trasmessi in America dal gennaio 1982 a maggio 1987, la diffusione sul suolo italico che si sfasa di qualche anno (dal 1983 al 1990). Il totale è di sei stagioni, tutte partorite da Christopher Gore, che si mordono l’una con l’altra, arrivando purtroppo a svuotarsi di significato: c’è più audacia, c’è sfrontatezza, ma anche canzoni, casi di puntata, protagonisti ripetuti, e il film di partenza come ombra sbiadita sullo sfondo, una citazione dimenticata. Lo spettatore si ritrova, dunque, ad assistere al seccante appassire della brillantezza delle prime tre stagioni, una libera caduta verso l’inesorabile stiracchiamento di linee guida per (ri)conquistare e non lasciare il pubblico di riferimento. Risultati dubbi, come un caffè annacquato.

FAME/SARANNO FAMOSI. IL FILM. Sono gli occhi grandi e dolcissimi di Doris a dipanare per noi spettatori quattro anni di studio ed emozioni che passano veloci, lasciandoci la possibilità di scoprire che inseguire i propri desideri è possibile e necessario. La lotta non è semplice e Alan Parker, il regista, sa mostrarlo bene, costruendo le sue immagini sulla confusione di movimenti di macchina, di montaggio, ricalcando la sensazione che scuote corpi e menti dei suoi protagonisti. La vita non ti concede sconti? Benissimo, impariamo a proteggerci, dietro una facciata di sicurezza, dietro un linguaggio volgare, dietro un menefreghismo adolescenziale che alla fine si rivela una maschera posticcia. Necessario indossarla per non scomparire sommersi dai problemi connaturati nell’essere di ciascuno di loro, dall’impertinenza strafottente, alla solitudine, l’omosessualità, la timidezza. Oltre a tutto ciò, c’è la questione di coniugare in uno spazio ristretto diverse etnie, lasciando che stereotipi si sprechino, come l’afroamericano illetterato, l’italiano casinista, il portoricano credente, l’ebrea sottomessa. Alla fine tutti si mescolano in nome dell’arte, senza perdere per questo le loro personalità, così come succede al canto che si fonde con la recitazione, la recitazione con la danza, la danza con la musica. Per spiegare il tutto, uno dei momenti più efficaci risulta lo sfogo di Leroy, ballerino di colore insolente, dopo una delle strigliate da parte di una puntigliosa professoressa bianca: la sua rabbia si traduce con lo sbattere una porta, fracassare degli armadietti, accompagnata da un imponente canto corale che segue la sua frustrazione, spiegandola. Un musical atipico, più una storia di crescita farcita di note e coreografie in veste di valvole per lasciar prorompere la pressione in aumento, introspezioni a cui siamo liberi di assistere. Inutile nasconderlo, è sbagliato considerarlo una storia da femminucce, si tratta di caffè nero bollente che ha segnato un’epoca e che tutt’ora risulta in vita.

EXTRA

  • Nel 2009 la genialata di proporre un remake attualizzato del film, per ricalcare quel palcoscenico smesso ormai da troppo tempo. Si riesce a confezionare una poltiglia sdolcinata di stereotipi, ripetizioni e troppa voglia di proporre un prodotto senza pretese, piatto e scontato farcito da infiniti momenti lirici su quanto sia importante prendere di petto la vita e rispettare il talento altrui. Tutti amici, tutti felici; per dirla breve, acqua sporca.
  • È della fine degli anni novanta il remake della serie tv, 22 episodi in un’unica stagione incentrata sulle vicende di un gruppo di studenti della scuola di danza a Los Angeles. Il titolo (originalissimo…) è Saranno famosi a Los Angeles.
  • Musical nel musical: The Rocky Horror Picture Show viene citato direttamente, inserito  nella trama del film di Alan Parker, quando Doris e Ralph partecipano alla sua proiezione interattiva, una sorta di spettacolo correlato al film organizzato per anni dai fan del musical, in tutto il mondo.
  • Tre episodi della serie si sono trasformati nella restituzione live di concerti organizzati dal cast della serie, uno in Inghilterra, uno in Israele e il terzo con Irene Cara come ospite d’eccezione (la Coco del film, autrice anche della colonna sonora di Flashdance).
  • Per il film, le musiche di Michael Gore e la canzone Fame dello stesso Gore e Dean Pitchford ottennero l’Oscar.

Margherita Merlo

Crede nel genio malinconico di Wim Wenders, nell'infallibilità del destino e in Babbo Natale. Mentre aspetta fiduciosa la resurrezione di Billy Wilder, senza troppo sforzo cerca di diventare grande. Scrive di cinema per Mediacritica.it e Nocturno.it .

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Commenti
1 commento a “Doppio schermo. Fame/Saranno famosi, dal film alla serie”
  1. Sal G. scrive:

    Non passa rubrica che non mi stupiate! Bell’articolo, complimenti!

    Non adoro particolarmente Fame, ma non posso fare a meno di considerarlo una pietra miliare, soprattutto nella visione odierna della fama. Tra il film e la serie le differenze sono poche e la seconda non fa rimpiangere molto la bellezza del primo; sarà merito della stessa mano?
    La capacità di Parker di trattare i temi della droga e dell’omosessualità negli anni ’80 con leggerezza direi che è invidiabile. Irene Cara nel film è stata stupenda e fortunatamente il casting per la serie ne ha fatto sentire poco la mancanza, anche se poi la decisione di far sparire Montgomery è decisamente deprecabile.
    Non dimentichiamo che è stata creata anche una versione Broadway (in verità messa in scena per la prima volta a Londra) che ancora fa successo.

    Poi, vogliamo mettere la bellezza del remake senza gli scaldamuscoli di Coco? Sembra essere stato girato dalla De Filippi (anche se lei l’avrebbe chiamato “Saranno Amici” e c’avrebbe messo anche tanto di felpe) e prodotto da Mediaset. Puah.

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