Treme - 3x10 - Tipitina

Treme – 3×10 – Tipitina

Qualche giorno fa, quando alcune persone che stimo molto si sono trovate a parlare di Treme su twitter, il consenso generale è stato che si tratta di un’opera che trascende il mezzo televisivo, molto più vicina – nel concepimento, negli intenti, nella narrativa – al mondo della letteratura che non a quello della serialità televisiva. Difficile provare a sostenere il contrario, soprattutto se si considera che persino David Simon sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda, anche se a volte mi chiedo come possa suonare, alle orecchie di una persona che Treme non l’ha mai visto, una dichiarazione di questo tipo. Eccessiva? Snob? Pretestuosa? Probabile. E allora, per un breve periodo, mi capita persino di pensare che forse stiamo esagerando, forse stiamo idolatrando oltre misura quello che in fondo è soltanto un telefilm, forse l’opera di Simon non è poi così profonda come ci piacerebbe credere. Fortunatamente quel periodo dura poco, giusto il tempo di vedere un episodio come questo e ricordarsi che no, non c’eravamo sbagliati, questa non è una serie come le altre.

Treme chiude la sua terza annata con “Tipitina”, finale di stagione che non lo è affatto – o, perlomeno, non nel senso che solitamente diamo al significato di “finale di stagione”. Per una serie tv qualunque, questo è l’episodio nel quale si sparano tutte le cartucce migliori, quello in cui tutte le storyline raggiungono la loro conclusione (magari dopo essere state allungate più del dovuto, per far sì che durassero una stagione intera), magari non disdegnando di piazzare qualche cliffhanger qua e là nella speranza di accalappiare pubblico per una prossima, eventuale stagione. Treme le cartucce migliori se l’era già giocate prima, arrivando all’episodio conclusivo con molte storyline già giunte alla loro naturale conclusione, gli eventi più importanti già toccati nel corso della stagione. Non che la cosa dovrebbe stupirci: nella prima stagione Creighton si suicidava nel penultimo episodio, nella seconda Harley veniva ucciso con tre episodi alla fine. Quello che interessa ad una serie come Treme non è (solo) raccontare questi Momenti, ma anche e soprattutto mostrare quello che succede dopo. Non è (solo) il suicidio di Crey, è anche il modo in cui Toni e Sofia imparano a vivere senza di lui. Non è (solo) la morte di Harley, è anche Annie che continua ad onorarlo e lo fa rivivere con le sue canzoni. Non è (solo) l’incendio che rade al suolo Gigi’s, è anche la comunità che si stringe intorno a LaDonna aiutandola a sostenere le spese per la ricostruzione nell’unico modo che conoscono.

Simon non ha interesse nello sfornare il finalone epico in cui succede di tutto, o nel chiudere col cliffhanger bastardo che ci costringe a tornare la prossima stagione. Quello che gli interessa è mostrarci la vita di queste persone e farlo nella maniera più realistica possibile, anche se questo vuol dire raccontare storie in cui non tutti vissero felici e contenti. E se c’è una cosa che ho imparato da questa serie è che, nel mondo reale, tutte quelle belle parole sui valori dell’onestà, della moralità e sul fare la cosa giusta son solo parole, e che a volte la cosa giusta sarebbe meglio non farla, perché poi ci rimetti. Questo perché, a New Orleans come a Baltimore, la singola persona non sarà mai in grado di cambiare davvero le cose perché, per dirla con le parole di un saggio spacciatore di strada che aveva capito tutto troppo tardi, il gioco è truccato. E chi, nonostante tutto, decide di provarci lo stesso finisce per pagarne le conseguenze, diventando vittima di un sistema che mastica e risputa fuori chiunque provi a cambiare lo status quo.

E’ una lezione che impara duramente Terry, “colpevole” di aver denunciato all’FBI le condizioni in cui versa il suo dipartimento, impestato da superficialità, incompetenza e pura corruzione, e che per questo motivo viene ostracizzato e trattato come un pariah dai suoi colleghi (che cercano addirittura di incastrarlo nascondendogli della droga nella sua auto di servizio) e dal suo stesso superiore, che rifiuta la sua richiesta di trasferimento e gli fa capire che, se vuole andarsene, l’unica soluzione è dimettersi. Stesso discorso vale per LaDonna, che lotta fino alla fine per far sì che chi l’ha aggredita paghi e che rifiuta stoicamente di ritirare la sua testimonianza, nonostante i continui tentativi di intimidirla degenerati poi nell’incendio al suo bar, vede ricompensare tutti i suoi sforzi con un processo nullo e l’imputato rilasciato grazie a una giuria incapace di giungere ad una decisione. Inutile il coraggio dimostrato da LaDonna, inutili le minacce, inutili i danni subiti (“Burnt me out for nothing”), rimane soltanto un bar che non c’era bisogno di incendiare e la forte amarezza per un sistema giuridico che non sempre funziona, neanche per chi fa la cosa giusta.

E poi ci sono gli altri. C’è Janette, che il problema non ce l’ha con le istituzioni, ma con chi credeva fosse soltanto un socio e che invece si è rivelato essere un capo che le impone quando aprire, cosa lasciare nel menù e chi (non) licenziare, rendendole ben chiaro di cosa può occuparsi nel suo ristorante (cucinare) e di cosa invece no (tutto il resto) – e forse la colpa di tutto questo è anche un po’ sua, che si è fidata di uno scorpione e che poi si è stupita quando questo l’ha punta e ha rivelato la sua vera natura, lasciandola con un ristorante che porterà anche il suo nome, ma che non sente affatto suo. C’è Antoine, ormai cambiato profondamente dall’esperienza dell’insegnamento (come già successo ad un altro personaggio in un’altra serie di David Simon), rassegnatosi all’idea che non diventerà mai un musicista di successo (“So what if I’m only the seventh best ‘bone in New Orleans? Makes me about tops anywhere else, right?”), ma determinato comunque a dare il suo contributo alla musica di New Orleans, fosse anche soltanto aiutando la nuova generazione di talenti ad emergere. C’è Albert. Albert che continua a lavorare, Albert che esamina la possibilità di partecipare a progetti come quello per la costruzione del nuovo Jazz Center (e poi se ne tira fuori quando capisce che è soltanto l’ennesimo progetto che non verrà mai realizzato), Albert che sviluppa una straordinaria amicizia con LaDonna (forse di natura sessuale e forse no, non ci è dato saperlo e va bene così, perché quello che c’è tra quei due non è a nostro beneficio, ma solo ed esclusivamente loro), Albert che continua ad avere il cancro, e continua a non lasciare che il cancro sia tutto quello che lo definisce come persona. C’è Davis, che dopo aver visto svanire il suo ultimo progetto decide di incidere un pezzo d’addio in cui manda a fanculo l’industria musicale e tutti quelli che ne fanno parte, che diventa paradossalmente il successo più limpido della sua carriera e lo mette nella difficile condizione di dover trovare una valida scusa per potersi rimangiare l’addio, e c’è Annie, che dopo aver pubblicato finalmente il suo disco mette l’ultimo chiodo nella bara della sua relazione con Davis, andando a letto con uno della band. Difficile trovare un colpevole nella fine della loro storia, io ci vedo soltanto due persone che si sono allontanate lentamente, entrambi troppo assorbiti dai rispettivi progetti personali per dedicare attenzione all’altro, e che quando se ne sono accorti hanno scoperto di essere già a chilometri di distanza, ormai coinquilini più che amanti.

Tante altre cose ci sarebbero da dire, tanti altri momenti da ricordare, ma nel frattempo ho già riempito due pagine di word e forse è il caso che mi fermi qua. Mi capita spesso quando scrivo di Treme, mi trovo a desiderare di avere più tempo a disposizione, più energie da dedicargli, più parole da dire su una serie che ogni volta cerco di assorbire il più possibile, come una lucertola al sole che non si fa sfuggire neanche l’ultimo raggio di luce. Fortunatamente Treme non ha bisogno delle mie parole, le basta soltanto un montaggio musicale come quello che chiude la stagione, in cui diciamo arrivederci per l’ultima volta a questi personaggi che abbiamo imparato ad amare in tre anni, ormai. Vediamo Davis assistere ad un festival a cui partecipa Annie, e lo vediamo andar via prima che finisca la canzone, in un simbolico addio ad una persona che ha amato. Vediamo Sonny scegliere la felicità, quella vera, e sposare Linh con un sorriso a sessantaquattro denti stampato sul volto. Vediamo Terry e Toni felicemente insieme, e vediamo Sofia salutarli allegra mentre sale su un taxi. Vediamo Antoine a lezione coi suoi allievi, e vediamo LaDonna che si rimbocca le maniche e inizia a ripulire tra le macerie del bar. Vediamo Albert, durante una sessione di chemio, che prende ago, filo e perline e inizia a ricamare un disegno per il prossimo Mardi Gras, e allora capisci che non serve trovare altre mille parole per raccontare la grandezza di questa serie. Ne bastano soltanto cinque, quelle stesse cinque parole che campeggiavano già anni fa sul primo poster promozionale della serie.

“Won’t bow, don’t know how”.

In una recensione normale, questo sarebbe il momento in cui appioppo un bel bollino all’episodio e alla stagione, ma Treme non ha bisogno di bollini, voti o cazzate del genere. Questa è roba che appartiene a tutta un’altra categoria.

Letture interessanti: l’immancabile approfondimento di Dave Walker sull’episodio; il video dell’originale I Quit, scritta e cantata dal vero Davis, e Body of Evidence, il vero articolo del giornalista su cui è basato il personaggio di LP; il gran pezzo di Matt Zoller Seitz, che ha preso spunto dall’opinione di David Simon sui recap settimanali e ha aspettato che la stagione si concludesse, prima di recensirla.

Giuseppe V.

just a humble motherfucker.

9 Comments

  1. In accordo su tutta la linea. Treme è oltre la televisione come siamo abituati ad intenderla solitamente,anche se certi prodotti e certi network ci hanno insegnato che la tv può essere altro oltre alla cattiva maestra o la sorella minore e difettosa del cinema. Treme è un piacere per gli occhi,le orecchie e lo spirito. E lo dice una che non ama il jazz,quindi pensavo di partire in difetto quando iniziai a guardarla, ma dalla prima puntata era già amore.

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  2. e adesso come riempiremo il tempo in attesa della premiere della 4 stagione? recensione adeguata, difficilissima per una puntata del genere, emozioni e immagini si sfidano e, immagino, sia titanico tradurle in parole di senso compiuto … gli occhi di albert e la dignità di ladonna, l’evoluzione dei personaggi coerente, senza forzarne la natura e le scelte: come in the wire, la metamorfosi della città risalta agli occhi di chi guarda, caleidoscopio che smussa gli infiniti contrasti (l’avidità del potere di hidalgo può essere contigua alla solidarietà gratuita di janette) e consacra il suono come elemento primario … hai ragione, non si può assegnare treme alla semplice serialità televisiva, la bravura di simon (e degli altri sceneggiatori) sta nel distrarre il prodotto (davvero arduo per chi guarda parlare di finzione) dalla forma canonica di chi conosce, odia, ama, valorizza la serialità televisiva … una distrazione che merita affetto, attaccamento e lucida curiosità, l’articolo di seitz è emblematico a tal senso … grazie grazie ancora

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  3. Massimo Alberti 9 dicembre 2012 at 13:45

    Chapeau alla serie e alla recensione. E lacrimuccia.
    C’è un bellissimo momento di “finale” che Simon ci regala, quando riunisce tutti i protagonisti alla serata per LaDonna, con la commovente canzone cantata da Jhon Butte, che è anche voce della sigla.
    Dopo questa stagione penso che sia riduttivo persino parlare “solo” di letteratura: il recupero e la valorizzazione della storia musicale di New Orleans e del Jazz, mostrandoci forse per l’ultima volta (per alcuni senza il forse purtroppo) i padri/madri nobili della musica Jazz, la spinta sull’acceleratore nella denuncia della corruzione, e la ricostruzione degli abusi della polizia, fanno di Treme un documento storico visivo da conservare, diffondere e far vedere.
    La cosa stupenda è che Simon/Overmayer lo fanno con un livello artistico favoloso, con tre storie una più bella dell’altra: quella divertente e sgarrupata di Davis, quella drammatica e impegnata di LP, quella popolare e ruspante della compagna di Antoine. Il resto è poesia.
    Compreso il titolo di questo episodio: http://en.wikipedia.org/wiki/Tipitina's
    Un simbolo storico della città, un locale che ne rappresenta l’anima popolare e la sua capacità di rinnovarsi, ma anche il richiamo credo esplicito alla fondazione che si occupa di sostenere i musicisti locali dopo l’uragano.

    “mi capita persino di pensare che forse stiamo esagerando, forse stiamo idolatrando oltre misura quello che in fondo è soltanto un telefilm”. Eheh,lo stiamo facendo e facciamo bene a continuare a farlo!! anche perchè Treme ci mostra cosa può fare e cosa può essere, nelle mani giuste, “solo” un telefilm.

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  4. Episodio capolavoro. Ammetto che durante la stagione ero rimasto un pò così, dopo una meravigliosa s2 che era strutturata in modo fantastico e con una serie di storyline stupende ed emozionanti avevo trovato questa stagione un passo indietro con un ritmo più statico e le storyline dei vari personaggi forse un pò troppo piatte di avvenimenti.
    Ma questo finale cazzo, dimostra ancora una volta quanto Simon riesca a scrivere a meraviglia i finali di stagione, un’esplosione di emozioni che culmina con il solito montage sempre stupendo.
    Che peccato che la prossima stagione avrà solo 5 episodi, ho paura che Simon dovrà viaggiare troppo veloce per raccontare per terminare le storie ed utilizzare un ritmo che non gli si addice. Maledetta HBO, potevi dargli almeno 5 episodi in più. >_>
    Spero anche che alcuni personaggi vengano lasciati andare poi, Sonny ed Annie (specialmente il primo) per esempio mi sembra abbiano raggiunto una naturale conclusione delle loro storyline.

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  5. intervengo solo per vergognarmi pubblicamente di non aver ancora visto gli ultimi episodi di Treme. tornerò dopo la visione, ma non ho dubbi che sarà tuto bellissimo, ecco.

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  6. E’ una serie i cui episodi durano più di quella che è la norma per la maggior parte degli altri prodotti televisivi analoghi, eppure sembrano sempre troppo brevi mentre non vorresti che finissero mai.
    Chapeau.
    Anche alla recensione, eh.

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  7. Tu quoque, Giuseppe…

    Ma che vuol dire: non è televisione, è letteratura?
    Pensare questa cosa qua denuncia solo un senso di inferiorità per un mezzo considerato più nobile. E può darsi che lo sia, più nobile; nel senso che ha quarti, e ottavi e sedicesimi di sangue blu in circolo, perché sono mill’anni che l’uomo racconta le sue storie con quello strumento; ma non certo perché raccontando storie col mezzo televisivo non si possano toccare vette narrative altrettanto alte della miglior letteratura. Poi: non so quanti romanzi hai letto tu Giuseppe; io tanti, e molti di questi a Treme non gli potrebbero nemmeno lavare i piedi…

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  8. Un capolavoro.
    A poche righe dal finale della recensione pensavo solo al fatto che fuck yeah non sarebbe bastato.
    E infatti non c’è voto per questa ennesima stagione in cui Simon dimostra di non saper sbagliare.
    L’ennesimo episodio perfetto che mette in evidenzia come i giudizi sulle serie tv (non solo le vostre) non possano mai essere considerate “in assoluto”.

    I fuck yeah di Simon valgono molto più di quelli di tutti gli altri.

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  9. La bellezza delle serie di David Simon(forse Treme ancora più che The Wire) è che magari fai un po’ fatica ad entrare nel loro ritmo narrativo, magari le prime puntate ti annoiano un po’ e sembrano non andare da nessuna parte, ma se gli dai tempo e inizi a farti coinvolgere ti innamori perdutamente dei personaggi e non ne esci più.

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