Laughing Track

Il mio piano era di gestire questa colonna saltando di qua e di là nel tempo, commentando quello che avrei trovato di nuovo e succoso e concedendomi di tanto in tanto una nostalgica immersione nel passato dorato. Lo farò, ma non ancora. Come spesso capita per i piani ben congeniati, il mio era destinato a fallire di fronte all’evidenza.

Per questa settimana avevo scritto, con largo anticipo, un pezzo sul Ringraziamento, con tacchini, torte di zucca e uno dei bottle episodes più belli che vi sia mai capitato di vedere. Raccontavo di come il Ringraziamento abbia spaesato più di una volta i palinsesti italiani, costringendo a traduzioni fantasiose, slittamenti di puntate, menzogne natalizie. Poi sono arrivati i commenti, e ho cambiato idea.

Il calore, l’affetto e soprattutto la perizia con cui avete accolto la rubrica sono stati una magnifica sorpresa e mi hanno costretto a due settimane di riflessione serrata: ho la possibilità di entrare nel merito, che faccio, oso? Sì, oso. Così ho preso il mio brillante pezzo sul Ringraziamento – che come da copione riproporrò per Natale, slittando il pezzo sul Natale a Pasqua e così via – e l’ho archiviato in favore del primo di una, breve prometto, serie sulla storia della sitcom che potrebbe risultare utile per chiarificare il mio volo d’aquila di due settimane fa, porre l’accento su quelli che sono i punti cardine della faccenda e addentrarmi in un ginepraio immane a poche ore dalla consegna – è mezzogiorno del martedì.

Il formato situation comedy è qualcosa di molto preciso ed esiste praticamente dagli albori della televisione pubblica. Nasce in radio negli anni venti, i pionieri sono prodotti ormai introvabili come Amos ‘n Andy, The Jack Benny Program e Blondie riadattati per il piccolo schermo, che tenevano un piede nel vaudeville e uno nel radiodramma, inaugurando i picchi d’ascolto e i flop colossali che tempo dopo avrebbero caratterizzato il tappabuchi per eccellenza. Ci vogliono una ventina d’anni di rodaggio per mettere a punto gli ingranaggi, ma nel 1951 a qualcuno viene l’idea di riprendere il set attraverso un sistema di camere multiple – tre, e solo tre – e di montare le inquadrature migliori in post produzione. L’espediente nasce dalla necessità, o dalla lungimiranza, di voler continuare a utilizzare il pubblico in sala come accadeva nelle stazioni radio, per sfruttare le reazioni spontanee come elemento per scandire i tempi comici. Quella che poi sarebbe diventata la laugh track.

La prima serie a proporre il formato e le tematiche tipiche della sitcom è I love Lucy (Lucy ed io), che vede la protagonista Lucy Ball settimanalmente alle prese con le pazzie di un marito cubano – Desi Arnaz – innamorato della salsa. I love Lucy fa da matrice a tutto quello che verrà in seguito, copione dopo copione, testo dopo testo. Sul set della famiglia Ricardo si fa la storia di un genere, quello con le battute in rapida successione e la ribalta delle punchlines. Qualcosa di diretto, che arrivi dove deve arrivare – dieci milioni è il picco di Lucy – senza sottintesi né sottotrame troppo complicate. La situazione cambierà, ma ci vorranno circa trent’anni e intanto Lucy avrà dominato incontrastata gli anni Cinquanta.

I primi Sessanta fanno da cornice all’affermazione della famiglia come nucleo attorno al quale ruotano tutte le vicende. La semplicità di un set casalingo e dello sviluppo delle dinamiche in un ambito ben circoscritto, danno una spinta all’incremento esponenziale delle produzioni. The Andy Griffith Show e My Three Sons battono il sentiero che porterà al relativo ingarbuglio relazionale in The Brady Bunch, pensata e prodotta da Sherwood Schwartz, serie che gira attorno al tema della famiglia allargata, dando per la prima volta un’ombra di risvolto sociale a un prodotto di intrattenimento.

Mentre nel Regno Unito qualcuno sperimenta la comicità surreale, estraendo dal cilindro geni laureati del calibro di Marty Feldman, John Cleese, Graham Chapman e Gene Wilder, negli Stati Uniti la sitcom fa un passo di lato, provando a introdurre, accanto alle ormai ben oliate dinamiche familiari, un tocco di science fiction. Il genere sta spopolando in televisione come sulla carta stampata e la sfida degli sceneggiatori è quella di accostarlo alla realtà mantenendo la condivisibilità che promette di incoronare il successo delle sit. L’esperimento riesce e in pochissimo tempo mostri e alieni si ritrovano a popolare salotti, camere da letto, attici e luoghi di ritrovo. In I dream of Jeannie (Strega per amore) l’elemento di rottura con la realtà è un genio di duemila anni che sfoggia le aggraziate fattezze di Barbara Eden, in Bewitched (Vita da strega) è una strega interpretata da Elizabeth Montgomery, mentre in The Munsters e The Addams Family il gioco è rovesciato: essendo tutti i personaggi fuori dall’ordinario, l’elemento di rottura sono le sporadiche incursioni del mondo normale. Gli Addams riscuotono un discreto successo di pubblico, che vanta ancora un’eco di citazioni in praticamente tutte le serie moderne.

Oltre a mescolare uomini a esseri soprannaturali e mostri sentimentali, negli anni Sessanta si assiste a una piccola deriva contenutistica. Serie come Gilligan’s Island o Get Smart abbandonano il focolare domestico per avventurarsi rispettivamente in un isola deserta e nell’universo spionistico – altra moda dei tempi – anticipando le tendenze e costringendo i produttori a trovare un metodo di registrazione che permettesse di giocare sugli effetti speciali che affollavano le scene senza appesantire le riprese o dilatare i tempi di montaggio. La risposta arriva, fa il suo corso, torna in archivio e viene ripescata: single camera e risate registrate. La digressione, però, rientra presto nei ranghi, lasciando a se stesso il filone avventuroso per trasformarsi in qualcosa di ben rappresentato da Batman e affini, senza una collocazione precisa.

Contemporaneamente si sviluppava la corrente che avrebbe influenzato la televisione a venire in maniera irreversibile: quella delle sitcom animate. Inizia tutto quando William Hanna e Joseph Barbera abbandonano, nel 1957, la MGM per fondare una loro casa di produzione, Hanna-Barbera, appunto. Tre anni dopo inventano i Flintstones, una famiglia della classe operaia all’Età della Pietra, seguiti a ruota dai Jetsons, serie futuristica – la prima, pare – ma sostanzialmente in linea con le tematiche dei predecessori. Il gioco è quello di adattare dialoghi, oggetti e sfondi all’epoca in cui la serie è ambientata, sfruttando il paradosso di avere un uccello al posto del clacson di un’auto a spinta, o un dinosauro a fare da phon. I Flintstones in particolare, ma quasi tutte le serie di Hanna-Barbera, pescano nel jet set più di quanto possano permettersi quelle interpretate da attori in carne ed ossa. I riferimenti alla cultura popolare sono infiniti e ricalcano fedelmente le tendenze del pubblico: politici, attori, show men, giocatori di football e di baseball trovano il loro corrispettivo disegnato e, generalmente, ci ridono sopra in una tradizione che oggi si è affinata ma che sostanzialmente è tale e quale, che sia gialla o ritagliata nel cartoncino.

Come per un mucchio di altre cose, i Sessanta rimangono campo di prova, il piano sperimentale su cui alcuni scienziati pazzi hanno smembrato e ricucito varie e svariate idee, per ottenere la poca solida sostanza da portare al passo successivo e gettare lo scarto nel dimenticatoio. Fatto, non parliamone più. Gli anni Settanta serviranno da filtro, gli Ottanta da trampolino. Preparatevi, questa storia è destinata a continuare.

Giulio D'Antona

Milano, 1984. Fa il freelance puro, scrive di letteratura su BlowUp, di televisione su inutile e Il Mucchio Selvaggio, di cose varie su minima&moralia. Parla in un podcast che si chiama Tourette su trasmissione.eu e nel 2011 ha fondato la rivista Cadillac.

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Commenti
12 commenti a “Breve storia della sitcom [1/4]”
  1. pemf.bolloso scrive:

    Bellissimo articolo, l’ho divorato e ne voglio ancora.
    Di tutte queste sit-com “delle origini” ho guardato solo la Famiglia Addams e i cartoni di Hanna & Barbera, ma è stato molto interessante leggere di come si siano sviluppate le colonne del genere.
    Un appunto sulla Famiglia Addams: a suo tempo non è che sia stato tutto questo successo (infatti venne soppresso dopo sole 2 stagioni), il pubblico aveva difficoltà a relazionarsi con una famiglia di mostri e, soprattutto nella seconda stagione, gli ascolti sono stati abbastanza scarsi.

    Non vedo l’ora di leggere le altre 3 parti, nonchè lo speciale sul Ringraziamento anzi, se ce lo potessi regalare la prossima settimana, finchè i ricordi degli irritanti episodi di quest’anno (tranne Suburgatory che è stato l’unico a fare un episodio a tema decente) sono freschi, lo apprezzerei molto.

  2. Sal G. scrive:

    Vai Giulio, sei mitico!! Splendido pezzo!
    Di I Love Lucy ho qualche sporadico ricordo, ne ho visto qualche puntata riproposta sulle tv locali prima che le soap argentine prendessero il sopravvento.
    Strega per amore è stato la prima serie che ho visto, saltellando, quando avevo 7-8 anni, nelle repliche pomeridiane di Mediaset. E’ stata infatuazione a prima vista! L’ho adorato più di Bewitched (che conosco nel titolo originale grazie al remake/film). Lo scopo principale di quelle comedy non era intrattenere, ma ancora di educare. Ricordo benissimo il finale spesso con morale (soprattutto proprio nel caso di Bewitched) tipico dell’impronta perbenista di quegli anni. Strega per amore aveva un nonsocchè di frivolo nella magnifica sbadataggine di Jeannie, e le risate di fondo erano sporadiche, sempre mirate, mai destinate ad obbligarti ad intendere la battuta divertente. L’esatto opposto della sitcom odierna.
    The Munsters e The Addams Family mi hanno affascinato e spaventato (avevo pur sempre 10 anni) ma ho iniziato una fervente adorazione di Mercoledì Addams (accentuata poi dall’interpretazione di Christina Ricci nel film) e di Mano. Chi dimenticherà mai la schioccata di dita durante la sigla? E chi non ha provato a riproporla dopo averla vista? E’ colpa loro se ho imparato a schioccare le dita!

    pemf.bolloso ha scritto:

    Un appunto sulla Famiglia Addams: a suo tempo non è che sia stato tutto questo successo (infatti venne soppresso dopo sole 2 stagioni), il pubblico aveva difficoltà a relazionarsi con una famiglia di mostri e, soprattutto nella seconda stagione, gli ascolti sono stati abbastanza scarsi.

    Infatti è stato così. E’ diventato un must solo dopo i film degli anni ’90 e per le generazioni intorno a quegli anni. Tutt’oggi è abbastanza snobbata, purtroppo ed immeritatamente.

    In merito alle sitcom animate, mi sento di dover dire che c’aveva già pensato Disney, non come Hanna&Barbera che secondo me è sempre meglio, ma c’erano gli sketch di 5 minuti monografici sui vari personaggi in situazioni assurde. Avevano spesso molto successo quelle con Pippo e Paperino, per ovvietà di coerenza con il genere.
    I Flintstones ed i Jetson sono stati comunque il primo esperimento di serializzazione animata (riuscitissimo peraltro) e di questo te ne devo dare atto.

    Aspetto con impazienza la prossima parte!

  3. violetta scrive:

    Bellissimo pezzo, sono troppo giovane per aver visto tutto questo, qualche episodio sporadico sì e i cartoni di Hanna-Barbera ovviamente, ma il resto mi ha fatto piacere avere un quadro generale dell’evoluzione del genere. :) comunque io aspetto con ansia non solo la parte successiva ma anche il pezzo sul Ringraziamento, sono molto interessata all’argomento.

  4. BetterLife scrive:

    Bell’articolo, interessante! Io ho visto solo i Flintstones e la famiglia Addams, però a leggere l’articolo mi son pentita di non avere guardato tutte le altre in tv quando le davano…io fino a tempi recenti ho sempre snobbato le sitcom quindi mi sa solo bene farmi un po’ di cultura nel campo :)

  5. Holly scrive:

    Molto interessante questo articolo!!Io sono troppo giovane per aver memoria di questa prima parte,ma grazie alle repliche ho conosciuto sia i Flinstones (che amavo) e Bewitched (anche questo bellissimo!). La famiglia Addams non mi è mai piaciuto, invece..
    Aspetto con curiosità la seconda parte!!E anche il post sul Ringraziamento :)

  6. Hermione scrive:

    Che meraviglia!!!! Adoravo Strega per amore e, non avendo mai visto Dallas, per me Larry Hagman rimarrà sempre Tony Nelson!

  7. Ivy scrive:

    La tua è una delle rubriche più gradite di Serialmente (mi piacciono tutte, ma insomma, qui peschiamo nei topoi della mia infanzia!).

    Ho trovato alcune cose che conoscevo e mi hanno fatto scendere una lacrimuccia e altre cdi cui non avevo memoria: non vedo l’ora di arrivare ai ’70 e ’80!

  8. Cori scrive:

    Bello!
    Non vedo l’ora del prossimo articolo…
    Hai citato alcuni dei miei must di giovincella, anche se in effetti gli Addams mi mettevano una vaga sensazione di disagio ansiogeno già allora :P !

  9. Alice scrive:

    Non vedo l’ora di leggere le prossime partiii!!!! *_*

  10. Nathan scrive:

    «Bellissimo articolo, l’ho divorato e ne voglio ancora»

    Quoto ^_^

    Io di questa carrellata ho visto strega per amore, batman e la famiglia addams (di cui però ignoravo lo scarso successo).
    Mentre la famiglia brady la conosco solo grazie ad una vecchia puntata di x-files :p

  11. Alessio scrive:

    In che modo Gene Wilder è uscito dal cilindro inglese? Un annetto di università a Bristol fa di lui un prodotto della comicità inglese?

  12. Quel tipo scrive:

    Ottimo pezzo, attendo i prosegui!

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