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La terza stagione di Louie segna l’anno del cambiamento e della presa di coscienza del suo successo, quello in cui il carattere frammentario degli sketch semi-autobiografici lascia più spazio ad una ricerca di continuità. Il sapore narcisistico della serie, dunque, comincia ad inglobare in maniera più organica la crescita di Louis CK, come uomo e soprattutto come autore, creando delle storyline più corpose che fanno sempre capo al suo universo mentale, morale e, più saltuariamente, comico. Si tratta di un avvicinamento all’universo dramedy a scapito dei piccoli capolavori a sé stanti a cui ci eravamo abituati, una narrazione vera e propria (plot driven) che ha portato Louis, davanti e dietro la videocamera, a sperimentare cose nuove.

Così, dopo aver viaggiato e aver accettato appuntamenti in giro per una splendida New York, Louis cerca di indagare il rapporto interconnesso tra fallimento e successo attraverso una trilogia sul mondo dei talk show notturni, che segna uno degli esperimenti più riusciti dell’intera serie.

Questo riscoperto interesse verso la vita e il cambiamento si rispecchia nel tentativo di un avanzamento di carriera, che parte dal caso per riversarsi sull’evoluzione interiore del protagonista: un’ottima apparizione da Jay Leno si trasforma nell’occasione di una vita (sostituire David Letterman), che scatena una riflessione e un lavoro su se stesso.

La paternità è stata per anni il centro della sua esistenza, mentre lo stand up si posizionava in una situazione di gioco e quasi di sfogo. Di fronte alla novità, Louie è titubante, ma, come gli fa notare l’ex-moglie, tutto ciò a cui ha lavorato per vent’anni deve trovare uno sbocco al più presto senza che la famiglia venga usata come celamento della sua codardia. Seppur ancorato all’affetto per le figlie, Louie apprende di dover crescere e realizzarsi, creando per loro un ottimo esempio da seguire (felice e di successo) piuttosto che dedicare loro tutto il suo tempo, nella malinconia esistenziale vista finora. Da qui parte una nuova fase per Louie e la serie tout court.

Lo scopo del tenore autobiografico della serie sta nella ricerca della verità. Attraverso scenari grotteschi e sequenze soffiate d’assurdo, Louis rivela il suo mondo con spiccato senso del realismo. Nell’episodio “Halloween/Ellie” della seconda stagione egli veniva piantato in asso in un ristorante da una produttrice scocciata dalle sue idee per il cinema (su un uomo sfigatissimo che alla fine si rivela ancora più sfigato). Ecco, finalmente Louie può dedicarsi alla storia che ha sempre voluto raccontare, mettendo in luce le piccolezze e i grandi sconvolgimenti della vita attraverso la sua esperienza, filtrata dalla sua poetica. Solo in apparenza ne soffre il lato comico della serie, che, sì, è molto meno sgargiante che in passato, ma colpisce più a fondo.

Così attraverso le nuove possibilità del Louie fittizio abbiamo un assaggio del dietro le quinte dello show business, quello che solo adesso sta accettando la figura di Louis CK. Un mondo così spietato e freddo da risultare straniante. Non a caso fa capolino, nella seconda parte, la guest star che non ci saremmo mai aspettati: David fucking Lynch. In un’atmosfera à la Twin Peaks siamo confusi, come il protagonista, dall’incedere della vita mentre La possibilità sembra sfuggirgli continuamente di mano. Louie si arrabatta tra una fase preparatoria per il possibile late show ad un’altra mentre intorno gli si spuntano caselle, gli si avanzano pretese incomprensibili, come se uno nascesse host di un late night show. Infatti è soltanto nell’ultimo episodio, quando le probabilità sono al minimo storico, che il Nostro prende le redini della situazione e decide di adattarsi. Smette di combattere la sua stessa fortuna e cerca di aggrapparsi alla promessa del successo lavorandoci su, indossando una giacca, sudando, prendendo pugni in una sorta di homage all’iconico allenamento di Rocky. La paura, finalmente, lascia spazio alla combattività, con Louie che a fine trilogia partecipa alla lotta sul ring anziché prender pugni in maniera solo progressivamente meno passiva.

Si affina pure lo straniamento iniziale, dato da un Garry Marshall ermetico e dispotico e un David Lynch sopra le righe, che richiama il suo personaggio in Twin Peaks attraverso suoni e suggestioni varie (l’orecchio!) e rilancia il tema dell’artificio durante le prove dei saluti iniziali da late show. Questa scena emblematica, in cui Louie dovrebbe prendere applausi da un pubblico inesistente prima di proferire le sue battute, è un richiamo (e un omaggio) piuttosto palese alla sequenza del Club Silencio in Mulholland Drive, dove il Lynch regista si interrogava sull’essenza della finzione scenica (omaggio perpetrato anche sulla colonna sonora e i personaggi di contorno di questa mini-trilogia).

La distanza tra realtà e finzione si riconnette spesso nell’uso stesso della comicità come veicolo della sincerità e svelamento dell’artificio (da notare anche le chiusure di puntata surreali). Quando il produttore lo sgrida sulla sua velocità, una serie di stacchi di montaggio sulle loro facce assenti sottolinea l’esistenza di  tempi comici differenti. Questi e altri momenti, come l’uso dell’agente moccioso come contrappunto comico o gli scambi con le segretarie che cambiano volto, mettono in evidenza quanto Louis sia un comico “diverso” e, perché no, un iconoclasta, che quindi (nella messa in scena) deve lavorare doppiamente sulle sue convinzioni per adattarsi ai tempi e ai toni dei programmi di varietà di successo, quelli dove gli attori vanno a presentare il loro ultimo film e le battute contano meno della personalità.

A proposito di personalità, siamo graziati, in questi tre episodi, da una serie di cameo che puntano ancora una volta il dito contro l’attitudine cannibale dello show business. Chris Rock, Jerry Seinfeld e Jay Leno si prestano a farsi ritrarre come degli squali, in un mondo così competitivo che gli amici non possono esistere (non a caso, quando Chris Rock viene annunciato come possibile successore di Letterman, avendo fregato il posto all’amico Louie, quest’ultimo viene inquadrato con un occhio nero, fresco di ring).

Tutto ciò non si riduce ad un’opera di civetteria dove gli amici di CK fanno finta di essere gratuitamente cattivi mentre sotto sotto c’è il vuoto; l’attenzione registica ai dilungamenti nella commozione e nell’esercizio, agli stacchi veloci negli scambi tra celebrità, ai primi piani invasivi durante le menzogne, alle distanze e discrepanze nella messa in evidenza dell’artificio e la risoluzione narrativa della perdita che NON è un vero fallimento, aprono in maniera sottile alla profondità del messaggio di Louis CK. Realizzare un buon pilot per una serie di varietà che non andrà mai in onda (usata come leva per il nuovo contratto di Letterman) è un ottimo traguardo per il Louie delle esitazioni e della pappagorgia debilitante. All’apparente fallimento si intreccia il successo personale più intimo: il superamento dell’autosabotaggio e una ritrovata autostima. Per questo quel “Fuck you Letterman, I did it!” alla fine risuona con tutta la foga di una vittoria e regala a noi spettatori un brivido di appagamento.

Eus

Figlio illegittimo di John Waters e Tina Fey. La mia massima aspirazione è diventare una 'sassy black woman' da comedy di serie Z.

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Commenti
7 commenti a “Louie – 3×10/11/12 – Late Show”
  1. Dextha scrive:

    Eus: quest’anno ti sei beccato le puntate migliori! E non è un caso che gli episodi migliori siano stati quelli legati fra loro e con archi narrativi allargati. Su Late Show hai già detto tutto quello che avevo da dire, quindi confermo semplicemente il Fuck Yeah! Lynch + Louis = Oro Televisivo.

  2. Annie Hall scrive:

    La perfezione ragazzi… Non ho niente da aggiungere se non che sono mezza svenuta orgasmando quando ho visto Lynch! Tripletta fantasmagorica e un finale commovente.

  3. Stefano Pandini scrive:

    bellissimo.. volendo potrebbe anche essere il punto più alto della serie fin’ora

  4. violetta scrive:

    Davvero una bella trilogia ,il lato comico ne ha risentito ma per l’epico fuck you Letterman I did it! finale, ne è valsa la pena, quasi commovente. E finalmente è arrivato anche il giusto riconoscimento(ben 2) a Louis C.K. agli Emmy.

  5. Shot scrive:

    Trilogia di episodi assolutamente spettacolare. E’ vero, lo show perde in comicità, ma guadagna in profondità, tenerezza, introspezione e autenticità.

    “Look them in the eyes and speak the truth”.

  6. pemf.bolloso scrive:

    Troppo superiore. La discussione con l’ex moglie, il momento con le figlie, la fine davanti alla sede del Late Show: lacrime.
    Ogni parola di Lynch, Louie che cerca di essere divertente in 3,2,1 e la scena della signora al supermercato: risate alle lacrime.

  7. Singhiozzavo. Quando Louie grida contro Letterman davanti al teatro, singhiozzavo. Non credo serva aggiungere altro.

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