the newsroom 1 x 05 amen

The Newsroom – 1×05 – Amen

Nel 1955 François Truffaut, che ancora non faceva il regista ma “solo” il critico sui Cahiers du Cinéma, andò a vedere un film dal titolo Alì Babà, e il film gli fece, per usare appunto un francesismo, cagare. Il problema, però, era che il regista di tale film, Jacques Becker, era uno dei suoi registi preferiti, uno di quelli per cui avrebbe messo la mano sul fuoco, uno di quelli che, di solito, lo facevano impazzire. Per tutta risposta, Truffaut andò a vedersi Alì Babà almeno altre due volte, con il preciso intento di riguardarlo fino a quando non l’avesse trovato bellissimo. Il risultato fu la pubblicazione di un articolo intitolato Alì Babà e la politica degli autori, che è un po’ il motivo per cui oggi noi guardiamo, critichiamo, giudichiamo i film in un modo, piuttosto che come si faceva sessant’anni fa. Ora, per seguire gli insegnamenti del buon François (che, checchè ne dica il suo ex amico Jean-Luc Godard, era un tipo okay), io mi riguardo ogni episodio di The Newsroom almeno un paio di volte. Perché, lo ammetto, ci sono un bel po’ di cose, di The Newsroom, che mi fanno cagare, proprio come a Truffaut fece cagare Alì Babà la prima volta in cui lo vide. Ma The Newsroom è un’opera dell’Autore (questa è la parola chiave) Aaron Sorkin, un autore che ho amato profondamente e follemente, e quindi, cercate di capirmi, non posso gettare la spugna tanto facilmente.

Prendiamo questo Amen. Episodio importantissimo, per questioni sia di contesto che di contenuto. E’ il primo episodio che LA CRITICA AMERICANA non aveva ancora visto prima di noi comuni mortali, quello per cui non c’era nessun saputello privilegiato pronto a spuntare da dietro lo schermo a dire “I told you”. E’ una specie di prova del nove. E’ anche un episodio incentrato su un tema d’attualità delicatissimo, il primo non strettamente americano. Non è cosa da poco: tutti abbiamo seguito il disastro della BP Petroleum nel Golfo del Messico e la sparatoria a Tucson, ma con occhio europeo e, inevitabilmente, lontano. (Soprattutto per quanto riguarda l’attentato alla Giffords c’è da considerare che l’impatto emotivo che una notizia del genere ha sugli statunitensi è diversissimo dal nostro perché si innesta su un immaginario storicamente dominato da attentati a figure politiche, traumi culturali mai rimarginati che continuano a incidere la coscienza colletiva americana). La Primavera Araba è una roba che non è né nostra né loro (con loro intendo gli Usa). E’ un avvenimento (tutt’ora in corso e irrisolto) che noi occidentali stiamo tentando di decifrare da lontano, qualcosa che da una parte ci coinvolge per la portata universale delle lotte per i diritti umani, dall’altro ci respinge perché si svolge in un contesto, quello mediorientale, totalmente alieno dalla nostra cultura. Vederlo ricostruito in una serie come The Newsroom poteva metterci, per una volta, sullo stesso piano, noi spettatori europei e loro spettatori americani. Mostrarci come si riportano giornalisticamente dei fatti di politica estera così potenzialmente rivoluzionari e allo stesso tempo difficili da comprendere davvero.

Ma Sorkin Autore mette in scena solo ed esclusivamente la sua poetica. Dice e ridice sempre la stessa storia. Quella, ormai l’abbiamo imparato a memoria, di eroi “quotidiani” che sono tali perché fanno il proprio lavoro con una dedizione che rasenta il martirio, e con una professionalità (quasi sempre) al di sopra della media. Il giornalista americano si ferisce gravemente to get the story. Il reporter freelance egiziano compromette la propria sicurezza rivelando la sua identità e finisce in pericolo di vita affinché le notizie che riporta siano considerate affidabili e credibili. Jim si ferisce alla testa e non pensa nemmeno di andare in pronto soccorso mentre sta lavorando. Neal si rompe una mano colpendo uno schermo per la tensione. Don si lussa una spalla tentando di aprire la porta di Reese. Will si mette (probabilmente) nei guai per per difendere l’onore di MacKenzie (e, non secondariamente, quello del suo lavoro) dall’assalto del gossip e per la decisione di continuare ad attaccare i potenti “amici” dei capi del network. Tutte queste persone – pure le altre, quelle che non si fanno male, cioè le femmine (ma sul maschilismo di Sorkin torno più avanti) – lavorano insieme come ingranaggi che si incastrano alla perfezione, perché un’altra parte fondamentale della poetica sorkiniana è la messa in scena di un gruppo che collabora a livelli di eccellenza per raggiungere un risultato più grande della somma delle singole parti. E’ una caratteristica, questa, che ogni tanto ci si dimentica, perché i caratteri dei singoli personaggi talvolta strabordano (anche fastidiosamente), ma è il motivo per cui i momenti più ispirati delle cose che Sorkin scrive sono quelli in cui si vede il team al lavoro, concitato e frenetico, la gente che si parla una sull’altra e che cammina veloce, un casino inestricabile da cui, poi, esce, in modo quasi miracoloso, il risultato (spesso) atteso e perfetto. In The Newsroom può distrarci (e non poco) il fatto che Will assuma progressivamente le fattezze della semidivinità (ho sentito rumore di unghie sulla lavagna per tutta il telefonato finale con pathos e applausi), ma la passione/ossessione per il dietro le quinte è soprattutto questo: passione/ossessione per il lavoro di squadra, per l’unione che fa la forza, per la collettività che supera l’individuo (in Moneyball la metafora della squadra di baseball fatta di “scarti” era lampante).

In The Newsroom in generale e in quest’episodio in particolare resta fuori tutto il resto. Abbiamo già capito che le notizie riportate da News Night sono solo un pretesto per lasciar dire a Sorkin quel che vuole dire, che non vengono mai approfondite e problematizzate davvero, e ciò è frustrante. E’ frustrante anche vedere come le idiosincrasie di Sorkin compromettano più o meno pesantemente la ricostruzione di fatti regolarmente accaduti. In Amen, per fare un solo esempio, non si accenna praticamente mai al ruolo fondamentale di Internet e social network nelle agitazioni mediorientali, se non per il fatto incidentale di fornire a Neal un “luogo” dove scovare il freelance egiziano. Anzi, la battuta di Will “Are there 800.000 websites?”, pur in un contesto diverso, sottolinea, per l’ennesima volta, l’allergia che l’autore ha nei confronti del Web. Come altri hanno già rilevato, se racconti di giornalismo, nel 2012, continuare a pensare che la Rete sia il male, a prescindere, non è un buon punto di partenza. Quantomeno, riflette la superficialità con cui ci si approccia al contesto, illuminandolo per l’ennesima volta come mero pretesto per dire altro.

Ma ciò che, almeno per me, è ancora più frustrante, è la constatazione che, almeno in questa serie, a Sorkin sembra non fregare niente dei suoi personaggi. Il motivo per cui detestiamo Will deriva dal modo totalmente sbagliato con cui è stato messo in piedi: ci è stato presentato come il Jay Leno degli anchorman, e come uno stronzo egoista che disprezza i suoi sottoposti. Tanto che per i primi episodi la povera MacKenzie non poteva far altro che trottolare in giro ripetendo quanto Will fosse straordinario, ricevendo in cambio gli sguardi attoniti che solitamente si riservano a chi ha qualche rotella fuori posto. Ma la verità è che, fin dal primo episodio, Will non fa altro che essere una persona straordinaria. C’è qualcosa che non torna. Non abbiamo ancora capito perché Maggie continui a stare con Don quando è platealmente cotta di Jim. Ora, pure a me non frega nulla dei personaggi di The Newsroom e apprezzo la serie per altre ragioni (alcune ancora oscure a me stessa medesima), ma ho la sensazione che non freghi nemmeno a Sorkin e dunque mi chiedo perché non si sia limitato a scrivere un bel film su un giornalista che una volta era bravo, poi si è rammollito e poi ritorna a immolarsi per la verità e la democrazia, con tutte le sue belle scene madri piazzate nei punti giusti, i brividini sulle braccia, un vago senso di fiducia nel progresso restituito alla mia anima disillusa e poi tutti al pub a bersi una birra e a chiacchierare del debito greco. Amare i propri personaggi è fondamentalmente l’unico motivo per cui vuoi raccontare una storia che duri almeno 12 ore e non solo 2 (Joss Whedon insegna). Mi auguro che, con la conferma di una seconda stagione, il Nostro si decida a concedere un po’ d’affetto a Maggie e a MacKenzie (un po’ come ha fatto con Neal in questa puntata), che, nonostante siano donne, offrono delle potenzialità interessanti.

Ah, sì, il maschilismo. Ho già detto di come, in questo episodio, tutti i maschi – uomini veri – si facciano del male più o meno fisico, mentre le femmine – fiori delicati – no. Aggiungiamo che: MacKenzie viene raggirata come un calzino dal suo inutile & viscido boyfriend, e Maggie (che, però, diventa di episodio in episodio più competente a livello professionale) si infogna nella noiosissima sottotrama del San Valentino giusto per alimentare un triangolo già stanco. C’è anche il fatto che MacKenzie non sappia nulla di economia, che è, prima di ogni considerazione di gender, totalmente inverosimile per una che di lavoro fa la producer di un telegiornale via cavo. Non è che il fatto che l’esperta di economia sia femmina (nerdissima e sola) mi tranquillizzi: nel migliore dei casi, tutta la questione è un escamotage per far spiegare a Sloan la crisi economica con un linguaggio comprensibile a dei bambini di 5 anni, e per far ammettere a MacKenzie (come se non l’avessimo, noi e lei, già più che capito) che tradire Will è stato Il Più Grosso Errore Della Sua Vita. Resta che MacKenzie aderisce con nonchalance allo stereotipo della donnetta fragile e bambinesca, e, anche se io ho il fondato sospetto che Sorkin non lo faccia apposta, rafforza l’idea diffusa che l’autore sia un retrogrado sessista. Il problema di Sorkin nello scrivere personaggi femminili mi sembra più quello di uno che “non conosce bene l’argomento”, piuttosto che di uno che “ce l’ha con le donne”. Consiglio per Sorkin: siamo proprio come voi maschi, eh. Anche se abbiamo le tette.

Per farla breve, la vera domanda è: com’è possibile che, con tutte queste (e tante altre) cose che non vanno, io riesca a sopportare di riguardarmi due o tre volte un episodio di The Newsroom? Nemmeno io ho una vera risposta a questa domanda, ma quello che posso dirvi è che non mi annoio mai. E che mi piace. Nonostante la vocetta della ragione che nella mia testa, fastidiosissima, punta il dito con fare saccente su tutti gli evidenti errori o su quelle cose che, normalmente, mi manderebbero in bestia (la questione del maschilismo, fidatevi, è una di queste). Nonostante la retorica, o forse proprio per. Per dire: da un lato mi rendo conto che Will McAvoy che striglia Nina Howard sull’etica del giornalismo è una delle più urticanti messinscene di mansplaining che mi sia mai capitato di vedere, dall’altro la battuta di lei “we’re journalists” mentre lui le firma l’assegno ha suscitato in me la stessa medesima reazione di furia. Da un lato sono consapevole che tutte le sequenze in cui il team di News Night fa la cosa giusta sono tremendamente retoriche oltre che troppo facili (almeno quanto è facile insegnare al mondo che non bisognava dichiarare morta una persona quando sai che, in effetti, quella persona non è poi morta), dall’altra riescono, ogni volta, a emozionarmi, toccando le corde del mio cuoricino anestetizzato da una realtà dove la cosa giusta non la fa mai nessuno. Capisco benissimo che tutta la pagliacciata su Rudy, la maglia, gli assegni, l’elezione a Coach di Will da parte della squadra siano stucchevoli e prevedibili, ma mi piace guardarli e mi piace quel calore confortevole che mi accendono da qualche parte, vicino a un certo groppo in gola (a parte gli applausi. Gli applausi NO).

C’è indubbiamente una questione di ritmo. Buona scrittura vuol dire tante cose, molte delle quali mancano totalmente in The Newsroom. Vuol dire personaggi stratificati e coerenti, storyline intriganti e non scontate, colpi di scena appostati nei punti giusti e ancorati coerentemente al resto dell’impianto narrativo. Ma vuol dire anche, più banalmente, avere senso del ritmo, come una specie di composizione musicale, in cui i dialoghi fluiscono e si rimbalzano, in un contrappunto di voci che non fa calare l’attenzione. Ho sentito e letto moltissima gente dire che The Newsroom è noioso, ma io trovo che sia tutto il contrario, a meno di non confondere la noia con la verbosità. I personaggi parlano tanto, ma in un modo che (vuoi perché semplicemente mi interessano gli argomenti di cui discutono, vuoi per il semplice ritmo degli scambi di battute) non mi stufano mai.

Forse è che mi piace pensare che la realtà messa in scena da Sorkin non c’entri poi molto con il mondo così com’è, ma con il mondo come, secondo lui, dovrebbe essere. Un mondo dove l’etica e il rigore morale sbaragliano gli interessi economici, le ipocrisie e i sotterfugi. Dove il cinismo è bandito in nome dei liberali buoni sentimenti americani. Un mondo dove nessuno guarda The Desperate Housewives of New Jersey, dove il gossip non vende e dove ci sono producer di lungo corso che non sanno una cippa di economia. Per alcuni versi, è pure un mondo dove mi piacerebbe vivere, per altri decisamente no (è pur sempre un mondo dove Sorkin potrebbe presentarsi alla mia porta per rimproverarmi di essermi rincitrullita guardando badilate di teen drama scadenti, apostrofandomi con un “hey, internet girl“). Ma è un mondo che, per ora, mi piace guardare, aspettando (forse illudendomi) che Sorkin aggiusti il tiro su due o tre(cento) cosette.

Soprattutto: The Newsroom è la messa in scena di una poetica autoriale. Aaron Sorkin è Aaron Sorkin, e dice sempre le stesse cose, non solo attraverso le parole dei suoi dialoghi (che restano tra i migliori mai scritti, per tv o cinema), ma attraverso la costruzione di un universo finzionale, dove l’estetica (il walk and talk, i dialoghi veloci, i toni da screwball comedy, la retorica) è un tutt’uno con l’etica (il Bene vs il Male, il lavoro di squadra, la professionalità, il fare la cosa giusta, etc.). Come diceva il buon Truffaut, là sopra, “non ci sono opere (maggiori o minori), ci sono solo autori”. Autori che ci piacciono, autori che detestiamo. Autori che perdoniamo quando non ci convincono (non per buon cuore, ma perché inseriamo anche quel che gli riesce peggio all’interno del loro peculiare discorso autoriale), autori che  non ci piacciono e a cui facciamo le pulci su tutto. Autori che sono tali anche se il mondo là fuori dice di no (qual è stata l’ultima volta che avete litigato con qualcuno che sosteneva che Joss Whedon non è un Autore? E quella in cui avete discusso perché qualcun altro sosteneva che la tv, a differenza del cinema, non è “arte” o “cultura”?). Per questo “gli Autori si amano tutti interi“. O, quantomeno, gli si concede qualche sforzo. Ho la sensazione che, a metterci qui a riguardare The West Wing o Studio 60 on the Sunset Strip troveremmo un sacco di cose sbagliate. In The Newsroom ce ne sono di più e nascoste peggio, ma ci sono anche quelle cose che ci avevano fatto amare le serie precedenti. Non chiedetemi, non mentre sto guardando una serie di Sorkin, di rinunciare alla speranza che il mondo diventi un posto migliore.

Alice Cucchetti

Mi piacciono le canzoni con i finali tristi, gli androidi paranoici e i paradossi temporali. Scrivo sul settimanale Film Tv, curo le pagine della televisione per il mensile Nocturno e recensisco film e altro su Mediacritica. Non aggiorno mai il mio blog perché passo tutto il mio tempo su Tumblr.

35 Comments

  1. Ho la sensazione che, a metterci qui a riguardare The West Wing o Studio 60 on the Sunset Strip troveremmo un sacco di cose sbagliate.

    CHALLENGE ACCEPTED.

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  2. «Cahiers du Cinéma», non «du Cinema». «Lo fece cagare», non «gli». «Per cui avrebbe messo la mano sul fuoco» (se proprio è necessario usare un’espressione così sdata), non «su cui». Poi ho smesso di leggere, quindi non so se dalla terza frase in poi sia scritto con una qualche attenzione.

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  3. Alle prossime elezioni io voto Alice Cucchetti. Meraviglioso recap. Quoto tutto. E non ho altro da dire su questa faccenda.

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  4. @ sonc:
    Vai tranquillo, d’altra parte per scriverlo ci ho perso solo cinque/sei ore del mio tempo. Probabilmente è pieno di refusi ed errori grammaticali. Grazie per avermene segnalati alcuni, che ho corretto.

    @ kaw:
    quando vuoi! :)

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  5. Grazie Alice per la splendida recensione, una delle migliori che abbia mai letto su serialmente e la migliore su Tn per profondità di analisi e chiarezza.
    Quella di questo episodio è DAVVERO retorica, ed è stato un colpo al cuore.
    Credo che siamo rimasti in pochi così testardi (e mi piace pensare anche così appassionati) da non desistere, o, almeno, non ancora.

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  6. non sono d’accordo con alice: non è sportivo mettere le mani avanti subito sfoderando i difetti della serie o della puntata, così se altri si azzardano a criticare si può sempre replicare di averlo già fatto da sè, dunque non vale. non si fa in una recensione, neanche se si difende a spada tratta l’amato autore.

    mi sembrava di aver visto una puntata della famiglia bradford, o meglio della casa nella prateria, tutti così buoni e giusti.
    tutti quei feriti e quel sangue mi facevano pensare a the it crowd, solo che questo era molto più divertente, molto.
    mackenzie che chiede al freelance tutte quelle informazioni tecniche sull’attrezzatura e poi non sa mandare un messaggio correttamente.
    non c’è mai un minimo di riservatezza negli affari sentimentali di questi qui? tutto in piazza si deve mettere? perchè in fondo è una grande famiglia?
    un appunto sulla settimana scorsa: per la festa maggie indossa un vestito rosso che dice di aver preso dall’armadio della coinquilina, che porta almeno tre taglie in più?

    mi sono accorta che gli unici momenti in cui mi ritengo soddisfatta sono quelli della messa in onda del tg, quando will fa il suo lavoro, e lo fa bene. basta, stop.

    tutto il resto è come cercare qualcosa di geniale mentre non c’è, semplice, facciamocene una ragione. ciao

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  7. Sulla misoginia di Sorkin in generale però ho qualche dubbio, nel senso, in TN la si percepisce tale, ma allargando il discorso all’Autore e alla sua opera, personaggi come CJ Kreg o la stessa Signora Bartlett erano personaggi coi controcazzi e per nulla inferiori o succubi delle loro controparti maschili

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  8. Ommioddio quanto è stata divertente questa recensione.

    Stima per aver tentato di difendere ciò che difficilmente è difendibile, e per averlo fatto bene.

    kaw ha scritto:

    Ho la sensazione che, a metterci qui a riguardare The West Wing o Studio 60 on the Sunset Strip troveremmo un sacco di cose sbagliate.
    CHALLENGE ACCEPTED.

    LOL

    Vi adoro tutti.

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  9. ok, ora un commento serio:

    abbiamo recensito 5 episodi di The Newsroom (e mi ci metto anch’io, mica è una critica ad Alice, la cui recensione per altro è bellissima) e per 5 volte abbiamo dedicato sì e no un paragrafo a quello che succede nell’episodio e 18 ad Aaron Sorkin, alla sua visione, al suo mondo, a metterlo in croce o a giustificarlo, e questo credo la dica lunga sulla natura di questa serie. e se questa tendenza non cambia (voglia il cielo!), quanto ancora potremo andare avanti (a livello di recap settimanale, intendo; a livello di discorsi da bar credo si possa andare avanti tutta la vita) coi “ha dei difetti ma lo perdono” VS “ha dei difetti che sono imperdonabili”csenza romperci le palle? sono curioso di scorprirlo, ma secondo me già questa è la dimostrazione che come telefilm the newsroom ha fallito. magari vincerà il premio come “miglior monologo di un insopportabile egocentrico travestito da telefilm”, ma NON è un telefilm.

    non biasimo certo la HBO, il cui obiettivo è produrre cose tali per cui la gente non cambi canale, che copre di soldi e rinnova per mille stagioni l’operato di un uomo in grado di scriverti un’ora di niente a settimana in cui non esistono praticamente momenti morti (nulla da dire, anzi, d’accordissimo sul fatto che il più grande talento di Sorkin sia avere un senso del ritmo pazzesco. fossi in quelli della HBO gli aumenterei lo stipendio prelevando i soldi direttamente da quello di Alan Ball). ma santo cielo, lo avrebbe ucciso scriverci una serie attorno? darci dei personaggi che si potessero chimare tali, far succedere qualcosa, odiare in maniera un po’ meno plateale le donne (e qui la scusa del “non conosce l’argomento” non regge; è tutt’al più un argomento che ha deciso di ignorare perché ritiene poco rilevante, un po’ come la Rete)?
    sarà una canzone orecchiabilissima, ma quanto può durare con un testo idiota e sempre uguale a sé stessa?

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  10. Solo una precisazione: io non tento di difendere nessuno, né Sorkin né The Newsroom né la Hbo. Quel che mi capita di dover fare è scrivere una recensione di un episodio di una serie che, nonostante tutto, mi piace: aspetto con trepidazione l’episodio successivo, lo vedo appena possibile, mi emoziono e, in alcuni brevi momenti, mi dico anche “wow”. Nello stesso tempo, mi rendo conto della MAREA di cose che non vanno, delle cose fastidiose, della “misoginia”, del tono petulante e predicatorio, etc. etc. Ma la serie mi piace lo stesso. Che fare? Non credo sarebbe stato onesto fingere di non vedere i molti tasti dolenti per propugnare una visione interamente positiva e ottimista, così come non credo sia giusto ignorare il mio istinto e scrivere una recensione negativa mettendo in luce errori o problemi. Questa è la recensione in cui io cerco di capire – prima di tutto per me stessa – come mai mi piace una serie con tanti difetti. Questa è la recensione in cui tento di darmi e di dare una risposta.
    Lo spazio dei commenti serve appunto a contestare, criticare, approfondire, esplorare, sia la serie sia la recensione. Quindi: via al dibattito!

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  11. fino a settimana scorsa ero tra quelli che cercavano di difendere Newsroom. A questo giro è oggettivamente indifendibile, apprezzo l’averci provato ma in questa puntata non c’è una sola cosa che sia a posto, tutti gli aspetti negativi sono enfatizzati all’ennesima potenza e il modo in cui è stata trattata la questione della Primavera Araba era di una pochezza e di una stereotipicità che se De Sica fa un cinepanettone ambientato in egitto nello stesso periodo probabilmente ne viene fuori un’analisi sociale più densa e stratificata.
    Inoltre mi pare che anche la qualità dei dialoghi stia scemando, le prime puntate erano effettivamente scritte bene ma qua mi sembra vada avanti con l’auto pilot a seconda che la scena sia “la redazione sta badasseggiando”, “charlie alle prese con i cazzi del network”, “siparietto amoroso”, etc.
    I finali che finora erano stati di quella pomposità che stava lì sulla soglia del pacchiano ma riusciva comunque a emozionare, in questo caso è stata davvero una roba che no. Alla quinta puntata no.
    Basta faccette da lontra ferita di Mac Kenzie. Basta.

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  12. A prescindere da TN, il pezzo è puntuale, appassionato, motivato, uno dei migliori letti fino ad ora sulla serie e, da parte mia, totalmente condivisibile…a parte sul trovare difetti a The West Wing…dai su, siamo seri…:D

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  13. Bravissima Alice, sia per la recensione sia per la risposta educata all’insopportabile grammar-nazi che non ci facciamo mai mancare.
    Più o meno avete già detto tutto, sia sui difetti sia sui pregi, anzi paradossalmente credo che il miglior complimento l’abbia fatto kaw a cui la serie non piace: se fai un’ora di nulla e tieni lo spettatore incollato non puoi essere un incapace.
    Anche se per questa puntata non è vero che mancano i contenuti: c’è Dev Patel che prende a pugni (virtualmente) quel povero coglione di Limbaugh e McAvoy che si alza sdegnato quando la tizia del gossip dice “Siamo giornalisti”, perchè sì, anche nel mio mondo ideale il gossip non vende, Belen muore di fame (ma non per scelta personale) e Uomini e Donne non lo guarda nessuno.
    Certo se l’andazzo resta sempre uguale penso che The Newsroom mi verrà a noia entro la fine della prima stagione, ma per il momento ancora non è successo.

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  14. grazie, seriamente, per avermi spiegato perchè pur con tutti questi difetti continuo e continuerò a guardare the newsroom

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  15. Sono senz’altro un incompetente, ma ascoltare finalemente dei dialoghi che seppur superficialmente parlano di cose reali, e che bene o male ti tirano fuori un’opinione qualunque essa sia, mi sembra un’enorme passo avanti in confronto a tonnellate di stupidaggini prodotte copiosamente in questi anni nelle più svariate serie in onda. (I peggiori istinti vengono regolarmente messi in piazza ed accettati come normali senza mai l’ombra del dubbio che l’umanità qualche volta possa anche essere un tantinello migliore di come viene raffigurata). Credo che qui qualche defiance tipo i siparietti e/o le cadute di stile misogine possano essere scusate. Tutto è perfettbile. A me sembra un boccata d’aria fresca in mezzo a tanto fango. JMHO

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  16. Ho la sensazione che, a metterci qui a riguardare The West Wing o Studio 60 on the Sunset Strip troveremmo un sacco di cose sbagliate.

    no way. io guardo le 7 serie di west wing in loop, mezzoretta ogni sera prima di dormire, ed è sempre stupendo. miss it so much.

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  17. Truffaut… uno che non mi ha mai fatto pensare “mi fa cagare”, per questo lo amo tanto. Ho amato molto anche Woody Allen, poi da un bel pò di tempo a questa parte l’ho abbandonato con sdegno perché ha sfornato cose orripilanti. Amo Bertolucci, e quando ho visto Little Buddha avrei voluto ammazzarlo. Alan Ball mi ha regalato Six feet under, e alla fine della stagione 4 di True blood avrei voluto sparargli in testa.
    Ho amato alla follia alcuni film di Wenders, poi con cose come Until the end of the world e Palermo shooting mi sono cascate le braccia fino a 3 metri sottoterra. Per tacere di F.F. Coppola, etc etc.
    Questo per dire che non sono del partito “gli autori si amano tutti interi”. Anzi, se un autore che amo se ne esce con una boiata, me la prendo con lui molto più di quanto me la prenderei con un brocco.
    per me finora con TN Sorkin ha toppato alla grandissima, e non ho problemi a dirlo. E ho ben chiaro perché ho trovato questo episodio insopportabile: odio la retorica come poche cose al mondo, e qui ce ne sono vagonate. Questo è il motivo principale, poi ce ne sono altri 850.
    p.s. l’unica volta in cui ho litigato per un autore, è stato per Kubrick e il suo Eyes wide shut. Ma non perché Kubrick per me è l’Autore, no. Perché il film oggettivamente mi era piaciuto.

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  18. Daniela G. ha scritto:

    Questo per dire che non sono del partito “gli autori si amano tutti interi”. Anzi, se un autore che amo se ne esce con una boiata, me la prendo con lui molto più di quanto me la prenderei con un brocco..

    Nemmeno io sono di quel partito. Nè in positivo nè in negativo, però.

    E sono una di quelli che trovano The Newsroom noioso, ma non per la verbosità, caratteristica con la quale non penso di avere particolari problemi.

    In questa puntata, lo sfogo di Mackenzie con l’esperta di economia è stata una scena inguardabile.
    All’inizio pensavo che fosse una Mary Sue, ora mi sembra più che altro un personaggio inconsistente, il che è peggio.
    Ecco, forse il motivo principale del mio scarso apprezzamento di The Newsroom è proprio la cattiva caratterizzazione dei personaggi. Non pretendo per forza chissà quale raffinatezza psicologica, ma ci vuole un certo minimo sindacale di decenza. Per me questo problema dei personaggi influenza tante altre cose, compresa la forza del messaggio. Ma ci sono diversi altri motivi…

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  19. Non starò a ripetermi, per altro le mie posizioni sono vicine a quelle di Andrea e Daniela. Ringrazio Sorkin per tutto quello che è venuto prima di TN ma come non ho intenzione di proiettare retroattivamente un giudizio negativo sui suoi precedenti lavori – non mi riferisco alle parole di Alice – allo stesso modo non posso (continuare) a difendere per gratitudine.

    TN meritava il beneficio del dubbio, gli è stato concesso, ma questa puntata è terribile. La primavera araba è trattata con un pressapochismo strumentale all’esaltare l’eroismo tout court dei protagonisti, il finale è tutto “buoni sentimenti per i buoni” dal sapore natalizio e san valentino, mio dio: san valentino.

    Sul versante maschilismo ho un’opinione diversa. Credo che Sorkin stia dividendo il mondo in persone di serie A e persone di serie B. Lui naturalmente è il coach dell’ A-Team (perdonami Hannibal, è solo una battuta) e tutti quelli che non sono “impegnati” e vedono sfumature, conflitti, compromessi nel quotidiano sono persone da redimere o dequalificare.
    Sono rimasta basita per il trattamento riservato all’amica di Maggie: questa povera disgraziata viene usata, manipolata, trattata come merce di scambio – terze persone decidono con chi deve andare a letto a seconda della propria convenienza – ma a nessuno viene il sospetto che forse l’amica di Maggie è anche un essere umano, oltre a essere una che lavora in un imprecisato campo della moda.

    Al termine della terza puntata mi ero detta: finalmente, dopo tre ore e passa di idealismo sfrenato e inverosimile si torna con i piedi per terra. Se Will non cambia rotta, perché finalmente fanno il loro ingresso in scena gli “interessi personali”, verrà licenziato. Ma il tutto è servito a martirizzare Will.

    Ps sarà che sono reduce da N visioni dell’Henry V ma scommetto che a Will/Sorkin piacerebbe da matti poter declamare “we few, we happy few, we band of brothers”.

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  20. E’ una serie fuoritempo, tratta notizie del 2011 ma sembra di guardare un telefilm dei primi anni 90, per la faciloneria e la stucchevolezza con cui è stato scritto, per non parlare dell’uso eccessivo di personaggi stereotipati. Se escludo i dialoghi ,che ritengo l’elemento che sta tenendo più o meno a galla la serie, guardare la puntata mi provoca le stesse sensazioni negative di stupore miste a disgusto avute con Terranova.
    Cari sorkini,non fatevi abbagliare dallo smodato amore per il vostro idolo, solo perchè in passato ha scritto
    da 8, non è giusto che viva di rendita e che non venga valutato per il lavoro che sta facendo adesso.

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  21. Io voglio un flashback dove ci fanno vedere Jim e Mackenzie quando lavoravano in Afganistan e nelle zone di guerra, perchè più la serie va avanti più mi riesce difficile immaginarli a fare gli inviati sul campo.

    Prima mi lamentavo che le parti non sul notiziario fossero solo sulle storie sentimentali, ma la parte di Mackenzie e l’economia mi ha fatto quasi rimpiangere che non sia stato dedicato più tempo a San Valentino; sembrava veramente messo là per spiegare agli spettatori delle basi di economia, perchè per quanto uno non possa averla mai studiata, basta leggere il giornale tutti i giorni per saperne di più di quanto ne sapeva Mackenzie, imbarazzante. Il finale quando ho capito che stavano tutti per entrare nell’ufficio di Will l’ho saltato.
    Cmq vabbè ormai è così, alla quinta puntata mi son rassegnata che la serie è questo, i personaggi resteranno caratterizzati così, e dovrei smettere di pensare a cosa poteva essere fatto meglio/diversamente, però mi da i nervi vedere tutta la potenzialità sprecata.

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  22. “Da un lato sono consapevole che tutte le sequenze in cui il team di News Night fa la cosa giusta sono tremendamente retoriche oltre che troppo facili (almeno quanto è facile insegnare al mondo che non bisognava dichiarare morta una persona quando sai che, in effetti, quella persona non è poi morta), dall’altra riescono, ogni volta, a emozionarmi, toccando le corde del mio cuoricino anestetizzato da una realtà dove la cosa giusta non la fa mai nessuno.”
    esattamente, concordo e plaudo alla tua completissima recensione, Alice

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  23. Primo passo falso dell hbo in un paio di annate memmorabili. Recensioni del genere le avrebbe meritate Veep he ha il doppio da dire….

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  24. Xander81 ha scritto:

    Primo passo falso dell hbo in un paio di annate memmorabili. Recensioni del genere le avrebbe meritate Veep he ha il doppio da dire….

    concordo in pieno!
    Armando Iannucci del resto, nel suo cursus honorum vanta The Thick of It !

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  25. Non ci credo che ti vedi The Newsroom 3 volte.
    No non rispondermi, tanto non ci credo e non ci crederò mai.

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  26. @ ‘N Gin:
    Pure io lo faccio. E non sono l’unico. Siamo in tanti a farlo, ce ne sono tanti come noi che scorrazzano allegramente su questo pianeta facendo finta di essere normali… lol

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  27. Comunque, qualcos’altro sul perché mi piace The Newsroom…

    Una delle ragioni principali è che sono una persona a cui piacciono molto le banalità; trovo che quello che molti considerano banale in realtà sia estremamente profondo, molto più profondo di tanti ragionamenti che in apparenza sembrano “brillanti”, “arguti”, mentre ad un’analisi un minimo più approfondita dimostrano di essere fondamentalmente aria fritta, fumo negli occhi. Se qualcuno dice cose semplici ma vere, questa è una cosa che apprezzo moltissimo.
    Inoltre, dice un mucchio di cose che non sapevo. Imparo SEMPRE qualcosa di nuovo guardando quella serie, senza eccezioni.
    Poi c’è il fatto, molto più semplice, che non mi annoia. Ogni scena ha in qualche modo una sua ragion d’essere, e prese singolarmente mi piacciono tutte quante.
    Inoltre, le cose semplici e banali sono sfaccettate. Ad esempio, Will non dice solo che il gossip fa schifo, dice anche che è qualcosa che rende mean and insensitive. Questo non è banale, oltre ad essere -secondo me- profondamente vero. Se ti fermi al semplice “il gossip fa schifo ed è superficiale” è chiaro che ti sembra banale; se inizi a prendere in considerazione l’idea che effettivamente possa avere forti conseguenze negative sulla tua persona, allora il dibattito può diventare enorme. Ergo, non capisco le critiche sulla superficialità. La profondità è a mezzo dito dalla superficie, basta guardare un briciolo oltre quello che viene detto esplicitamente.
    Sempre per parlare delle critiche poi, c’è il fatto che ha molti elementi vecchi, e questo mi sembra un fatto. Quello che non capisco è come mai, esattamente, questo lo renda brutto. Non vedo la connessione, davvero.

    Just food for thoughts… bye!

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  28. Cavolo Alice, che recensione meravigliosa. Brava!

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  29. Giovanni Di Giamberardino ha scritto:

    Meraviglioso recap. Quoto tutto. E non ho altro da dire su questa faccenda.

    Me too. Alice ha detto esattamente quello che da 5 settimane avrei voluto commentare io, ma non ne sono stata capace. Quindi, Alice, grazie per averlo detto tu e molto meglio di come avrei potuto farlo io.
    Una recensione rigorosa ma verace, critica come si deve essere ma capace di parlare anche da spettatrice e da appassionata del genere e dell’autore del genere. Il punto è, per me come per Alice, che “The Newsroom” non mi annoia mai, che lo aspetto con ansia ogni settimana, che ne vedo i limiti, i difetti e le ingenuità, ma anche la potenza, il ritmo, i contenuti, che lo rivedo anch’io due o tre volte, per riuscire a cogliere tutte le sfumature dei dialoghi e che, pur non appassionandomi ai personaggi, capisco che sono tasselli di una storia collettiva che fa a meno dei singoli, pur non potendo prescindere da essi. ps. ci sono un sacco di giornalisti, anche di programmi importanti di approfondimento, che non sanno nulla di economia e “fanno finta” di capire risposte a domande che gli sono state passate da altri…

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  30. Psi ha scritto:

    Una delle ragioni principali è che sono una persona a cui piacciono molto le banalità; trovo che quello che molti considerano banale in realtà sia estremamente profondo, molto più profondo di tanti ragionamenti che in apparenza sembrano “brillanti”, “arguti”, mentre ad un’analisi un minimo più approfondita dimostrano di essere fondamentalmente aria fritta, fumo negli occhi. Se qualcuno dice cose semplici ma vere, questa è una cosa che apprezzo moltissimo. … Inoltre, le cose semplici e banali sono sfaccettate. …. Ergo, non capisco le critiche sulla superficialità. La profondità è a mezzo dito dalla superficie, basta guardare un briciolo oltre quello che viene detto esplicitamente… Sempre per parlare delle critiche poi, c’è il fatto che ha molti elementi vecchi, e questo mi sembra un fatto. Quello che non capisco è come mai, esattamente, questo lo renda brutto. Non vedo la connessione, davvero.

    Aggiungo che questo è un commento che stracondivido e che completa la recensione di Alice, qualora ce ne fosse stato bisogno (e non ce n’era).

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  31. Bellssima recensione anche se
    1) un po’ troppe elucubrazioni mentali (per dire, io tutta questa misoginia non ce la vedo)
    2) si continua a giudicare tutto in chiave “l’ha fatto Sorkin” e come ho detto nei precedenti commenti lo trovo profondamente sbagliato, il giudizio su un’opera non dovrebbe essere condizionato dalla conoscenza dell’autore e delle sue opere precedenti
    Sempre IMHO, per carità.

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  32. Recensione fantastica. Quoto tutto.

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  33. Meno sproloqui e vieni al sodo: oltre 15.000 battute mi sembrano eccessive per una puntata. Forse ti è sfuggito, quando parli della ‘resistenza’ di Sorkin verso l’universo social e del web, che la bravura di un grande autore sta nel lasciare germogli di suggestioni. Quindi il fatto di utilizzare skype, o di spiegare come la rete internet sia ancora attiva in Egitto grazie al server della Borsa, mi pare esaustivo. Scadere nel didascalico non aiuta mai a diventare un grande scrittore.

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  34. Complimenti!
    Una recensione magnifica che scorre via come i dialoghi di Sorkin.

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