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The Newsroom – 1×02 – News Night 2.0

Then a friend walks by, ‘Hey, Joe, it’s me, can you help me out?’ And the friend jumps in the hole. Our guy says, ‘Are you stupid? Now we’re both down here.’ The friend says, ‘Yeah, but I’ve been down here before and I know the way out.’

Leo McGarry – The West Wing, 2×10 – Noël

L’episodio in cui va tutto tanto male ad un certo punto con Aaron Sorkin ti tocca. Succede ora, appena all’inizio, con personaggi ancora da definire, interazioni appena sfumate, caratteri tutti da digerire. I protagonisti di Sorkin li ami, e lui li fa brillare, ma ci siam conosciuti nemmeno da una settimana ed è tutto più difficile. Vero è che l’episodio è di una densità tale di contenuti che la trama scivola in secondo piano. Vero è che la narrazione in The Newsroom non trascina come un torrente in piena verso l’epilogo come in The West Wing, come in Studio 60. Ha un suo ritmo più preciso e costante. Ondate, intermittenti e regolari.

Secondo episodio, dunque, News Night 2.0, la fredda cronaca. MacKenzie spiega cosa sia il giornalismo ['We don’t do good television. We do the news'], lo staff inesperto pasticcia, lo show viene fuori che è uno schifo, la legge sull’immigrazione dell’Arizona come una vergogna nazionale.

Tutto questo avviene su più piani narrativi che si intersecano tanto da non lasciarti il tempo di chiaccherare col vicino. Per chi temeva la ripetitività di un set chiuso, di una racconto che si sviluppa fra onda e backstage, la risposta è questo episodio. Se nel pilot Sorkin è nascosto un po’ in Will, un po’ in Jim Harper, in News Night 2.0 è Margaret Jordan ad esser posseduta. Tivì e meta-tivì s’intreccian di continuo, alla spiegazione del come si argomenta una notizia corrisponde la dimostrazione, ogni posizione sul tema dell’immigrazione viene in qualche modo rappresentata, ora è esplicito, ora lo devi coglier fra le righe. E ciò che arriva emerge questa volta non in onda, nella fiction dell’onda, non in uno sbocco di Will, ma nella simulazione di un intervista che non si farà mai.

My point is that whatever side of this you’re on, the rhetoric we use to talk about these people who risk their lives to have a shot at picking oranges so their kids have a shot at not being dead makes it sound like we’re talking about scraping gum off our shoes.

These people chose to take a huge risk to become Americans and they deserve a better description than “illegals.”

[Quel che dico io è che da qualsiasi parte stiate, la retorica che usiamo per parlare di persone che rischiano la vita per aver la possibilità di raccogliere arance in modo che i loro figli abbian quella di non morire, ci fa sembrare persone che parlan di gomme da masticare da raschiar via dalle scarpe. Queste persone scelgono di correre un enorme rischio per diventare americani e merita una definizione migliore di 'illegali']

Contestualizzando News Night 2.0 nell’epica di Sorkin questo è anche l’episodio della vocazione, dell’investitura dell’eroe, dell’accettazione del suo ruolo, quello in cui Bartlet corre per l’America, quello in cui si ricandida, quello in cui Matt e Danny decidono di fare lo show. I’m in, io ci sto, dice Will a MacKenzie, e forse nel raffronto con le due serie precedenti, nella personalissima cosmogonia di Sorkin, è uno di quelli peggio riusciti. Non c’è l’emozione che ti strappa la pelle di Two Cathedrals, non c’è la coralità del pilot di Studio 60. Ma l’episodio ha un bel finale, retorico ma al contempo così letterariamente classico. C’è MacKenzie che chiede a Will di essere il garante morale dello show dopo che lui ha venduto l’anima al diavolo, segue redenzione. Ci sono sia Omero che Goethe e non c’è da stupirsene, sia perché Sorkin se li mangia i classici, sia perché ai giorni nostri quei due scriverebbero mica il Faust o l’Odissea, scriverebbero una serie per la HBO.

In mezzo a tutto questo il nostro ha pure il tempo di metter le basi dell’amicizia fra MacKenzie e Sloan Sabbath, iniziare a sfumar la trama del triangolo Maggie-Jim-Don [con la speranza che Maggie non esista solo per dare una altra dimensione a Jim], e tutta dell’altra carne al fuoco che più avanti si farà sentire, eccome. Il tutto immerso nella consueta brillantezza dei dialoghi, senza risparmiar nulla alla Fox ['Fox hired someone with three Mohammeds in their name?] e infierendo su Sarah Palin in ben quattro occasioni e con registri differenti dopo aver spiegato perché è cattivo giornalismo tirarla in ballo ad ogni fiato.

Insomma, The Newsroom, come tutto, può piacere o meno, ma è sorkinese puro. La scrittura non si discute ed i due pilastri dell’epica di Sorkin già qui iniziano a metter fondamenta. Ché son due le cose in cui ha sempre fatto la differenza, in cui si dimostra non solo un campione ma un vero fuoriclasse. Il primo è la capacità di ispirare. Nella sua tivì lo scontro fra il bene ed il male viene portato ad un livello estremo, oltre al semplice manicheismo iuessei. Non ci sono i buoni ed i cattivi è, appunto, il bene contro il male. Non ci sono villain specifici, c’è un manipolo di eroi pieni di domande e pieni di risposte contro tutto e tutti. MacKenzie cita il Don Chichotte, ma i protagonisti di Sorkin sono come Ulisse, fatti non furon a viver come bruti e tutte quelle cose lì.

Il secondo pilastro della narrativa sorkiniana è la capacità quasi sovrannaturale di raccontare l’amicizia, dove quest’ultima non è il pretesto per stucchevoli storielle, ma uno strumento, potentissimo, che l’uomo deve usare per migliorare sé stesso e gli altri. C’è tanta retorica nelle amicizie che Sorkin racconta, ma è di quella che sa sempre toccare i tasti giusti, senza strafare dove conta.

In attesa che tutto questo emerga, Sorkin si conferma un gigante nell’entrare in un contesto e coglierne immediatamente l’essenza, la chiave. Così come in Studio 60 spendeva un episodio intero per spiegare l’importanza della commedia dell’arte nella comedy ed un altro per spiegare perché who’s on first non fa più ridere ma ha cambiato il genere. E se in tema di giornalismo in tivì la pietra miliare è stata fin qui The Wire,  serie che ha saputo raccontare quell’ambiente come prima nessuno mai, ora Sorkin entra in una redazione e non gli basta il raccontare. Mentre in superficie descrive, sottotraccia, episodio dopo episodio, affronta uno via l’altro gli aspetti chiave del giornalismo televisivo. E non li prende di petto, li nasconde nelle pieghe della narrazione come sfidasse lo spettatore a trovare Waldo. Che nel primo episodio è dentro a quella notizia che da gialla diventa arancio e poi rossa. È li che nasce tutto, dal blip delle agenzie che scandisce il ritmo nelle redazioni. Ci si affida al colore con cui una notizia è evidenziata per decidere se è importante oppure no, per riconoscerla in quanto tale, fra tante senza colore che non son nemmeno notizie. E chiunque abbia fatto giornalismo con la velleità di fare davvero informazione sa che è quello il problema o perlomeno uno dei. Quel restare appesi al lavoro di altri, quel doversi fidare, quel non avere altre fonti qualificate e nessuno che ti chieda di cercarle, quel doversi occupare di quel che tutti si occupano in scia.

Nel secondo episodio Waldo sta sia nelle gambe di Sloan Sabbith che nel tizio dei rating, è il vogliono merda e noi gli diamo merda di giorgiogoriana memoria [lo stesso Giorgio Gori che ora reclama tivì di qualità], sta nel dialogo in cui si cerca di stabilire se ‘ratings driven content’ o viceversa e come dovrebbe invece essere. Ed mezzo a tutto ciò c’è anche il tempo di sottolineare ciò che rende buona una intervista, il follow-up, la seconda domanda, quella che dovrebbe prender spunto dalla prima risposta, in cui spesso i giornalisti son tanto poco esercitati se non incapaci, tanto usi a conferenze stampa che son dei monologhi in cui a far domande par di disturbare.

Quindi, tutto e solo molto bene? No, non direi, ma solo perché la perfezione non è di questo mondo. Innanzitutto c’è nella sigla, nella fotografia, nella regia, qualcosa di antico. C’è la redazione di Lou Grant e c’è, soprattutto, tantissimo Dentro la Notizia, con affinità clamorose nel body language dei protagonisti, nei dialoghi, nel modo in cui si muovono sul set. Troppo per non pensare ad una precisa scelta stilistica ed anche di target. Ma che comunque da un punto di vista strettamente visivo è come un tarlo. La tivì degli ultimi anni ci ha addestrato a processare immagini diverse e l’antico colpisce in The Neswroom allo stesso modo in cui ti colpisce qualcuno che ha solo cambiato la posizione della riga dei capelli. Sai che qualche cosa non va ma non è immediato il cosa.

Anche la caratterizzazione dei personaggi, tutti dei fenomeni che compensan l’eccellenza con la goffaggine, con gli inciampi nei tavoli, con le lavagne che cadon per terra, sa di vecchio trucco, di espediente attoriale. E gronda anni ottanta da tutte le parti.

Soprattutto, il modo in cui fin qui i nuovi media sono entrati in redazione è una sequela di imbarazzanti vignette. Non si può davvero credere che un premio oscar decida che per rivelare a tutti qualcosa che all’inizio dell’episodio ci viene negato, il modo più naturale, divertente, credibile sia una mail inviata per  sbaglio a 178.000 persone. Come se fosse davvero possibile, come se non suonasse solo come un colmo dei colmi, uno di quelli che fan poco ridere, come se non fosse l’espediente narrativo più telefonato della storia che non solo sai che esploderà, ma ti accorgi pure benissimo del quando sta per accadere. Come quando in un medical qualcuno sale su di una macchina ed aspetti solo lo schianto, come quando qualcuno parla sul marciapiede e qualcun altro in strada ed aspetti solo l’auto che il secondo se lo porti via. Tutte cose da The Net con Sandra Bullock, cose che si vedevano nei film usciti il mese dopo che si era venuti a sapere di Internet, non a questi livelli di scrittura. Sempre che non si voglia credere si tratti di un divertissement tutto suo, un Easter egg posizionato in ogni episodio solo per sminuire un mondo di cui non si fida, in cui non crede.

Perché che sia chiaro, a Sorkin delle nuove generazioni in sé non gliene può fregar di meno, secondo lui è questa qui di generazione, quella in carica, ad aver fallito miseramente ed è con loro che parla, grida, urla, sbraita, se la prende, e spiace per i fan di Lena Dunham se non ci si indentificano. Vero è che non è obbligatorio credere che Twitter ed i social network siano un valore aggiunto in sé, ma nemmeno si può pensare di affrontarli solo come se fossero una specie di passatempo, trovando divertente raccontar di adulti inesperti e pasticcioni. Che poi una producer che è stata tre anni in Afghanistan ed una intera redazione di nuove leve non siano costantemente connessi a qualche cosa [renderebbe anche più realistico l'inciampar sui tavoli, fra l'altro] fa l’effetto di quei film girati a cavallo dell’esplosione della telefonia cellulare, quando ad un certo punto ti chiedevi perché diavolo non lo usassero, quel coso senza i fili [do you remember 'x-files', quando se solo avessero usato il cellulare la metà degli episodi sarebbe finita venti minuti prima?]. La mail è patrimonio dell’umanità da più di un decennio ed un personaggio che sbaglia il destinatario era un trucco da brutta sit-com già undici anni fa, punto. È questo il poco credibile, più che i dialoghi, il tono, tutto ciò insomma da cui nessuno si aspetta un alto grado di credibilità in una fiction tivì. Poi son sicuro che ci sarà anche il momento in cui Aaron ci dirà la Verità su Twitter, resta il fatto che fin qui, in merito, è tutto un po’ un fastidio.

Per finire, il dubbio forse più forte, vale per questo episodio ed anche per tutta la serie. Saprà non ripetersi? Settimana scorsa su youtube si sono esercitati con i sorkinismi, tanto per inquadrare il problema. Ed in effetti il rischio più grosso è quello, che non riesca ad andare oltre al ripetere lo stesso schema narrativo, solo installato in un altro contesto.

Raccontare l’essere elite può funzionare sempre, ma in Sports Night si applica allo sport, al saper coinvolgere ed emozionare, al trasmetter passione, in Studio 60 era l’intrattenimento intelligente, il fine. Avere l’alto fattore di The West Wing, migliorarci, progredire [con un rating inferiore a quello di Jay Leno, parola di Will], il tutto seduti in redazione, suona al limite del pretenzioso. Certo, Sorkin non si tira indietro, ne parla nel primo episodio attraverso MacKenzie, quando si affronta l’importanza di quel 5% di pubblico sufficiente a fare la differenza negli Stati Uniti. Eppure ribadirlo non necessariamente lo trasforma in verosimile, soprattutto non lo rende un assoluto. E par difficile riuscir a convincere che fra quelle mura possa davvero risiedere un potere così simbolicamente forte, televisivamente parlando, come quello detenuto dallo staff del presidente Josiah Bartlet, difficile riuscire a ricreare tanta solennità senza risuonare retorici, senza dare ogni volta l’impressione di essere a lezione da Sorkin. Per quanto lui stesso cerchi ancora di esorcizzare il rischio esplicitandolo e mettendolo in bocca a Don ['Will McAvoy makes you eat your vegetables hour''], a tratti suona tutto un po’ forzato. La stessa prima ‘I’ delle tre che MacKenzie scolpisce sulla lavagna, ‘questa informazione puo’ essere utile nella cabina elettorale?’ , la pretesa di una informazione solo strumento di democrazia, fa un po’ tanto Pericle e molto poco mondo reale.

Quattrostellinemmezzo, perché appunto, è solo che nessuno è perfetto.

PS

Mi sto distruggendo di corsi di inglese scritto. Ogni volta, il primo giorno, quello in cui la prof scrive il nomecognome sulla lavagna esattamente come si fa in tivì, assieme a tutto il resto arriva anche il discorsetto, ‘quando uscite di qui dimenticatevi la lingua scritta, non saper adattarsi ad una lingua che cambia, agli infiniti jargon e creoli di questa nazione, è un difetto vostro, non di chi non parla lo stesso inglese che sapete voi’.

Può esser difficile non chiamarla ignoranza in un paese di grammar-nazi come è l’Italia, ma l’ignoranza non c’entra nulla. La lingua inglese ha una storia assai diversa dalla nostra, ha regole che non le preesistono, ma che la seguono. In alcuni casi si son stabilite regole per lo spelling di una parola e solo per quello, perché era impossibile seguirne di fonetiche ['girl', ad esempio, viene pronunciato in una decina di modi diversi, a seconda del posto in cui ti trovi]. Il rigore, c’è, ma solo nella lingua scritta, in tivì, nelle comunicazioni formali. Allo stesso modo per cui l’arabo di Al Jazeera è tanto diverso da quello parlato che a volte a conoscerne uno non si capisce l’altro, qui si legge dappertutto di come l’americano medio si lamenti che per vedere la HBO vadano usati i sottotitoli perché si usa ‘un inglese troppo difficile e parlano troppo veloce’.

Questo per dire che il fatto che Sloan Sabbath conosca la differenza fra which e whom in un paese in cui il whom lo sanno usare tutti ma non te lo sa spiegar nessuno, rende quella scena assai credibile. Ed è un ottimo esempio di come a volte non si debba giudicare l’effetto di un dialogo senza pensare il contesto per cui è stato scritto. Assunto che vale in ogni ambito. Anche, per dire, per rilegger con occhi nuovi l’incipit del pilot.

cristiano valli

regista/conduttore radiofonico, bebisitter d’alto bordo, autore, conceptualizer, giornalista. non necessariamente tutto assieme, non necessariamente nell'ordine vive a san francisco, scrive con le minuscole, ha un twitter, un blog e un podcast. Potete scrivergli a c@coserosse.net

21 Comments

  1. Ho trovato questo secondo episodio anche meglio del pilot, sono stata praticamente col fiato sospeso dall’inizio alla fine.

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  2. ci sono rimasto male, ho letto tutta la recensione, ho fatto sì e no con la testa quando ero d’accordo e quando non lo ero, ho goduto del ps finale e poi mi sono accorto dell’autore della recensione. male perché ho trovato tutte le maiuscole al loro posto, non mi pare il caso di spiazzare così un povero lettore, passi questa volta, ma vediamo di non farlo troppo in futuro, ok?
    (nel merito: sorkin è dio, ma mi infastidisce moltissimo l’apparente ignoranza digitale, soprattuto in una puntata che ha il 2.0 nel titolo, molto più della sigla vecchia o degli altri difetti che hai evidenziato. prego che il nostro non si dimostri un parruccone, sarebbe la più grossa delusione del decennio…)

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  3. io sono d’accordo più o meno con tutto quello che hai scritto però a me questo episodio, a differenza del primo, non mi è piaciuto. tolto il discorso mail, che è inaccettabile sia come credibilità che come espediente narrativo (ma sorkin ormai so che è un vecchio allergico alla tecnologia e me ne sono fatto una ragione), l’ho trovato veramente forzato nella scrittura. io adoro i dialoghi alla sorkin ma questi non lo sono, e non difettano tanto nel monologo con l’opinione dell’autore ma in tutto il resto. anche nella realtà “aumentata” di sorkin non c’è alcuna possibilità che alison pill e il tizio imbranato stiano 10 minuti a discutere sulla preintervista, per poi dare un’opinione che era palesemente lo scopo del discorso e liquidare tutto perché “la ragazza ha ideali”. non è credibile, ma soprattutto non è bello da vedere. come non è credibile che con tutte le cose che possano andare male in quella situazione si opti per “ragazzo del college”: vuol dire scaricare la colpa su un elemento esterno che sui personaggi, vuol dire non avere fiducia che la storia possa reggere un confronto serio (un po’ questo episodio avrebbe dovuto essere fatto più avanti, come secondo bastava e avanzava la questione rating).
    E niente l’alternarsi tra cose molto belle (l’intro con Will che impara i nomi mi è piaciuto tantissimi) e cose che proprio no rendeno l’episodio molto meno fluido e la bellezza ne risente molto.

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  4. Per me Studio 60 (l’unica serie che ho visto di Sorkin) sta decisamente su un altro livello.
    Questa sembra una serie broadcast scritta 5 anni fa e riadattata oggi per HBO, il pilot era buono e niente da dire ma questo episodio ha roba troppo troppo meh, le opinioni sui clandestini e i supporters alla legge brutta tutti scemi mi sembrano tutte cose di una banalità e faciloneria impressionanti.
    Poi anche la regia è molto inferiore a quella (bellissima) di Studio 60, i personaggi mi sembrano caratterizzati molto peggio (specialmente le relazioni tra di essi ma siamo ancora all’inizio quindi magari si migliora andando avanti) e la struttura degli episodi consecutiva di Studio 60 era magnifica.
    Non parlo nemmeno del problema tecnologico perchè una roba del genere ambientata nel 2010 e che parla di giornalisti è totalmente inaccettabile e preferisco sorvolare (specialmente da parte di una giornalista sul campo, davvero è stata in zone di guerra e non sa come mandare una mail per bene? Maddai!).
    Spero si riprenda nelle prossime puntate, mi basta che sia almeno al livello del pilot se proprio.

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  5. stefano pandini ha scritto:

    non c’è alcuna possibilità che alison pill e il tizio imbranato stiano 10 minuti a discutere sulla preintervista, per poi dare un’opinione che era palesemente lo scopo del discorso e liquidare tutto perché “la ragazza ha ideali”. non è credibile, ma soprattutto non è bello da vedere.

    Perfettamente d’accordo e per quel che mi riguarda ogni volta che appare Maggie sento lo stridio delle unghie sulla lavagna, ogni “tirata” è pretestuosa e forzata, la sua presenza è foriera di un triangolo amoroso che non può che far male alla serie soprattutto posto nei termini “giovane idealista divisa tra ragazzo ambizioso e ragazzo sensibile”. E poi, dovremmo simpatizzare con una ragazza che parla della vita monolocale/prestitostudentesco come se fosse una personale condizione di martirio e non la condizione standard di un qualsiasi brillante laureato sottopagato?

    Altre piccole cose lì per lì mi hanno lasciata perplessa se non contrariata (la scelta di high&dry nel finale) ma il punto è che alla fine della visione ho provato un senso di sazietà e soddisfazione non solo perché i pregi bilanciano – o superano in entità – i difetti, ma proprio perché la scrittura di Sorkin – la capacità di scrivere, di fornire una struttura e creare movimento e azione con il solo dialogo – fa sì che il risultato finale non sia determinato da addizioni e sottrazioni di cose che sì e cose che no.

    Nb Jeff Daniels è un attore che non mi ha mai lasciata un’impressione duratura, anzi puntualmente mi confondevo tra lui e Bill Pullman: adesso lo adoro nella sua interpretazione di Will McAvoy.

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  6. Marco Bifulco 5 luglio 2012 at 14:46

    Ragazzi, se uno sceneggiatore novellino cercasse di vendere uno script del genere, glielo lancerebbero dal tetto dell’Empire State Building. Invece si tratta di Sorkin, e glielo passano. Capisco che si tratta di televisione, ma non è leteratura. Questi dialoghi andrebbero bene, forse, per un romanzo. E il sottotesto del sottotesto che diventa così sottotesto da restare incomprensibile? Viene il mal di testa a cercare di seguire i continui battibecchi. Perché devono parlare tutti come se avessero sniffato appena un camion di cocaina?
    Sorkin vuole far sentire gli spettatori dei cretini. E ci riesce.
    Siamo lontani mille miglia da The Wire o da Boss, serie dove i media e le questioni sociali avevano il loro peso.
    E caliamo un pietoso silenzio su quella terribile immagine della statua della libertà.

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  7. Ottima recensione, sono praticamente d’accordo su tutto, compresi i punti di raffronto con Studio60, WW e Sports Night. Il problema più grosso dell’affaire email, secondo me, non è tanto la mancanza nella storia di un approccio al giornalismo con i nuovi social media (si chiamano così poi?) ma il fatto che un conto è ignorare, un conto è snobbare esplicitamente. Ora, io non sono patita dei social network, non penso che sia grazie a internet che c’è stata chessò la primavera araba, e sono molto molto scettica sull’effettiva democrazia di questi mezzi. Quindi in definitiva lo stimerei anche un Sorkin che se ne sbatte di tizio caio o sempronio che scrivono su twitter e fa un po’ di giornalismo old school. Però un conto è mettere in secondo piano la rilevanza dei social medial, il 2.0 e compagnia, un conto è inserire la storiella penosa dell’email che sa molto di snobismo esplicito.
    Altre questioni random che mi hanno lasciata perplessa (oltre all’estetica inguardabile già sottolineata riguardo al pilot):
    Alison Pill: troppo calcata, fuori dalle righe. I suoi discorsi isterici iniziali nel silenzio francamente innaturale della redazione mi sembravano una strana forma di autocombustione.
    Emily Mortimer: la sua cantilena british in un paio di occasioni l’ho trovata inaffrontabile. Sinceramente più che la sua storia da superdonna non mi piace il modo in cui la incarna. Amanda Peet era altrettanto donna con le palle come Sarah Paulson, Felicity Huffman, Allison Janney – eppure con loro funzionava.
    il pilastro dell’amiciza: sono d’accordo che Sorkin sappia raccontare l’amicizia come praticamente nessuno altro (vivente) ma questo è quasi sempre un ingrediente base, rispetto a cui si sviluppa la storia. Storie alla “Matt&Danny” temo che non ne vedremo –il rapporto Jim- Mckenzie mi è parso molto “obliquo”, non un motore centrale della storia.

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  8. Più o meno d’accordo con la recensione, ma anche con tutte le critiche degli altri commentatori. Vorrei aggiungere una impressione. Mi sembra che Sorkin abbia perso un po’ la misura. Come se a forza di trattare di supereroismo sul lavoro, avesse cominciato a sentirsi un po’ supereroe pure lui. Questo porta a una mancanza di umiltà nei confronti del prodotto che sta confezionando, abbastanza fastidiosa: un solo esempio: i dialoghi. OK, li sai scrivere da dio, sei il migliore, ma se strafai crolla tutto il castello. E’ come per una colonna sonora: se da spettatore ti trovi a pensare: quanto è bella ‘sta musica, vuol dire che è sgabliata. Lo stesso con i dialoghi non bisogna accorgersi che sono ben scritti. E in questa puntata ci se ne accorgeva così tanto da provare fastidio.
    PS Per la vocali come è andata: omologazione editoriale?

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  9. comprendo le molte perplessità di molti [del resto ne ho evidenziate pure un sacco]. quello di cui sono abbastanza convinto è che se vedessimo una puntata qualsiasi, a caso, di the west wing, senza averlo visto dall’inizio, senza sapere chi lo ha scritto, le obiezioni sarebbero simili. credo che nella scrittura di sorkin conti tantissimo il contesto che lui sa creare, una specie di micromondo in cui certe cose hanno un senso e risultano credibili e fuori di lì invece no. se avessimo già familiarità con i personaggi non li tratteremmo così male, se fossimo già entrati nella ‘chiesa’ di sorkin come avveniva in the west wing certe cose darebbero meno fastidio.

    le uniche due certezze che ho, per ora, sono che uno/lui non ha più nulla da dimostrare e quindi scrive con una ‘confidence’ che può diventare un problema, con l’ego che si porta dietro, e due/studio 60 rimane un capolavoro inarrivabile. su tutti i piani. aveva azzeccato ogni cosa, in quella serie. certo, poi il fatto che non la guardava nessuno dovrebbe comunque farci riflettere…

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  10. cristiano valli ha scritto:

    due/studio 60 rimane un capolavoro inarrivabile. su tutti i piani. aveva azzeccato tutto, in quella serie. certo, poi il fatto che non la guardava nessuno dovrebbe comunque farci riflettere…

    Perchè l’ha fatto nel canale sbagliato al momento sbagliato, l’avesse fatto ora su HBO sarebbe finita in un altro modo. :(

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  11. fuckthemummies 5 luglio 2012 at 21:56

    Io ho resistito una ventina di minuti e poi ho detto addio sia a The Newsroom che a Sorkin: una serie in meno da seguire, tre in meno da recuperare.

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  12. Io sono perplessa.Di Sorkin ho visto puntate sparse di West Wing ,anni fa e in italiano; mi sembrava un prodotto ben fatto ma niente di cui non potessi fare a meno. Ho cominciato Newsroom perchè leggendo quà e là si parla del lavoro di Sorkin come di qualcosa di imperdibile. Al momento mi pare che il cast sia azzeccato, sceneggiatura dialoghi tutto ok ma non mi sto strappando i capelli pensando che quest’uomo è un genio. Piuttosto mi urta moltissimo la vagonata di retorica sull’america,l’essere americani,il volerlo diventare a costo della vita,il grande sogno,la statua della libertà,eccetera. Ho l’impressione che questi argomenti siano stati sdoganati,smitizzati e sputtanati e rivoltati da tempo (e,televisivamente parlando,da autori coi controcazzi); quindi ho l’impressione di guardare qualcosa di vecchio.

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  13. cristiano, non capisco cosa intendi con “se vedessimo una puntata qualsiasi, a caso, di the west wing, senza averlo visto dall’inizio, senza sapere chi lo ha scritto, le obiezioni sarebbero simili”: io tww l’ho visto sapendo nulla o quasi, avevo giusto sentito dire che era un gran telefilm scritto da uno bravo. l’ho iniziato tardi e mi sono anche scontrato col fastidioso 4:3 in un periodo in cui quel formato da solo faceva vecchio, ma non ho mai provato la sensazione di fastidio nei confronti di un personaggio come provo ad esempio per maggie.

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  14. fuckthemummies ha scritto:

    Io ho resistito una ventina di minuti e poi ho detto addio sia a The Newsroom che a Sorkin: una serie in meno da seguire, tre in meno da recuperare.

    Ahimè, devo concordare. Magari provo più tardi, ma non è proprio nelle mie corde…

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  15. effemmeffe ha scritto:

    cristiano, non capisco cosa intendi con “se vedessimo una puntata qualsiasi, a caso, di the west wing, senza averlo visto dall’inizio, senza sapere chi lo ha scritto, le obiezioni sarebbero simili”

    intendo che simpatie o antipatie personali a parte, i personaggi sorkin li fa crescer piano piano mentre li conosci e ad un certo punto ti sembran di famiglia. guardare un episodio di sorkin a metà stagione è difficile, ché si avverte tutto il pregresso che manca, si sente più che in altre serie, secondo me [donna in tww non era tanto diversa da maggie, a parte per il fatto che quest'ultima ti sta sul culo. era lì perché sennò josh sarebbe stato monodimensionale e noioso].

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  16. Puntata che io invece ho trovato migliore del pilot, anche se comunque non mi convince.
    La cosa positiva è principalmente che ci sono meno monologhi ideologici ed esposizionistici (quello di MacKenzie al minuto 49 è stato l’unico davvero fastidioso). Il compito di trasmettere i contenuti è stato affidato più a interazioni conflittuali tra personaggi in genere più “alla pari” e così secondo me tutto funziona meglio. Mi sembra che nei dialoghi ci siano più battute degne di nota che nel pilot. La grande quantità di ostacoli e sconfitte incontrate dai personaggi rende l’episodio se non altro più movimentato.

    Continuo a non sopportare Mackenzie, davvero troppo teatrale e sopra le righe. Sembra una di quelle presentatrici di programmi per bambini di 3 anni. Le love story sono insulsotte e per ora non vedo motivo di interessarmene. Tutta la faccenda del passato tra MacKenzie e Will… a cosa serve? Se fossi ottimista, direi che perlomeno fa conoscere i limiti di Mackenzie e a mette in dubbio quell’aura di eroina idealizzata che finora ha avuto… aura che però viene riaffermata negli ultimi 10 minuti circa. Fin troppo palesemente stereotipati i tre ospiti “destrosi” e alcuni momenti di comicità banale e goffa.

    3/5

    Comunque bella recensione.

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  17. Ok, però un personaggio per poter crescere dev’essere nato. D’accordo che l’affezione cresce col tempo, ma dev’esserci una base da cui partire. Maggie attualmente è una macchietta.
    Ragazza carina, ovviamente in una relazione per riempire un vuoto, arriva il fighettino superintelligente che può ammirare sia fisicamente che come esempio sul lavoro che come uomo, va in crisi e si rende conto di quanto vuota sia la propria vita. Migliora man mano la propria confidenza, azzeccandone qualcuna e sbagliandone qualcun’altra.
    Poi, mi fido di Sorkin, magari la fa diventare chissà che, però rispetta la mia intelligenza, non farmi vedere tutto il campionario, la so già quel tipo lì, portami dove vuoi farmi arrivare senza didascalie.
    Cioè, ho appena visto la terza e…
    WARNING: SPOILER ALERT!
    WARNING: SPOILER ALERT!
    WARNING: SPOILER ALERT!
    WARNING: SPOILER ALERT!

    Rispondi

  18. Ragazzi, mi spiace, ma non ci sono warning spoiler alert che tengano. Di quanto avviene nel terzo episodio potrete parlarne liberamente nel prossimo recap, sennò è il caos. Sorry.

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  19. Ok, in effetti non era un grande spoiler, ma ci sta che sia cassato.
    Mi scuso.

    Il senso del mio commento era che avendo visto la terza posso dire senza spoilerare che a mio parere la figura di Maggie è sempre più didascalica e questo è un aspetto che non mi sta piacendo di The Newsroom.

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  20. mi spiace, ma mi sembra di avere già visto tutto, c’è qualcosa di vecchio e tirato fuori per fare la solita bella figura senza faticare troppo (come quando preparo il cus cus con verdure: è il solito, ma non sbaglio mai e piace a tutti…).
    e poi sono un ammasso di isterici, parlano troppo e velocemente, un po’ come Laura Morante, camminano avanti e indietro e gesticolano troppo per dar l’impressione di essere dinamici, ma è tutto troppo artificiale, finto.
    gli unici che mi sono piaciuti sono il ragazzo di colore, che ha fatto homeland, e charlie il capo, con quei sorrisini disarmanti.
    ultima cosa fastidiosissima è la sigla iniziale, pomposa trionfale e per questo americanamente rassicurante.
    guarderò il terzo episodio, poi si vedrà. ciao

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  21. [donna in tww non era tanto diversa da maggie, a parte per il fatto che quest'ultima ti sta sul culo. era lì perché sennò josh sarebbe stato monodimensionale e noioso]

    Concordo. Però nessuno in The West Wing ci ha mai dovuto dire che tra Josh e Donna ci sarebbe potuto essere qualcosa. E’ una cosa che è venuta dopo, col tempo, episodio dopo episodio, perchè la chimica tra Bradley Whitford e Janel Moloney funzionava, le dinamiche tra i due personaggi funzionavano, eccetera eccetera. Allora mi chiedo, perchè, a cominciare dal Pilot, quell’immeso uomo di Sorkin (che io personalmente non adoro, ma venero per aver semplicemente creato quei due capolavori che sono The West Wing e Studio 60) abbia dovuto in qualche modo “imporre” allo spettatore la love story che un po’ c’è e un po’ no, fatta di sguardi, di occhi dolci, di “cuori infranti nel momento in cui la vedi uscire con un altro”, tra Maggie e Jim. Perchè non aspettare che si sviluppasse da sè? Questa fretta nel rivelare tutto e subito, manco fosse ancora alla NBC con la paura che gli facciano chiudere lo show alla decima puntata…

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