white heat (1)

Universities have become the modern dramatic equivalent of the forest, Shakespeare’s go-to setting for amusing misunderstandings and metamorphoses”, ha scritto Bernadette McNulty su The telegraph a proposito di White heat, e non saprei darle torto in alcun modo.

La metamorfosi. L’intento dell’autrice di questa miniserie, Paula Milne, è quantomeno ambizioso: mostrare la metamorfosi dell’Inghilterra attraverso un arco temporale che va dalla metà degli anni ’60 – il periodo in cui  “the Britain is going to be forged in the white heat of this revolution”, secondo lo storico discorso del 1963 di Harold Wilson sulla rivoluzione tecnologica - fino ad arrivare ai giorni nostri, attraverso le vicissitudini di un gruppo di 7 amici che inizialmente si ritrovano a condividere un appartamento durante gli anni dell’università.

Purtroppo, per far questo, la Milne ha commesso – a parer mio – un grosso errore: nel tentativo di non lasciare fuori quasi nessuna questione sociale, ha creato 7 personaggi estremamente stereotipati che quasi mai riescono a raggiungere una qualsivoglia profondità drammatica.

Il motore di tutto è il personaggio di Jack, perché è lui che nel 1965 sceglie, tra coloro che si sono presentati in risposta al suo annuncio, chi saranno i suoi flatmates. Jack sceglie delle persone che secondo lui potranno dare vita a un interessante esperimento di convivenza, ed è quindi plausibile che ognuno dei personaggi rappresenti una categoria sociale perché è stato scelto a monte proprio per le sue caratteristiche, ma il problema è che per tutto l’arco della serie è come se i 7 amici gridassero: eccomi, io rappresento uno stereotipo sociale, non c’è alcun bisogno di approfondire la mia psicologia, perché tanto si sa come sono fatti quelli come me.

E così abbiamo:

Jack. Il posh dalle idee comuniste che – oh sorpresa! – proviene da una ricca e nobile famiglia ed è in contrasto perenne con il padre.

Charlotte. La middle-class girl che non vuole seguire le orme della propria madre – infelice e depressa – e che incarna il proto-femminismo.

Alan. Il geordie. L’uomo della working class pragmatico e moderato.

Victor. Il giamaicano. Nero e perennemente incazzato.

Jay. Indiano e gay. Devo aggiungere altro?

Lilly. The northern girl. La ragazza sessualmente libera e con velleità artistiche.

Orla. L’irlandese cattolica e caritatevole, con fratello militante dell’IRA.

A questo punto, presentati i personaggi, la storia si scrive praticamente da sola. Eh sì, perché schiacciati dal peso delle stereotipo che rappresentano, i 7 amici fanno esattamente quello che ci si aspetterebbe da loro: Jack litiga col padre di continuo e infila una figura misera dietro l’altra visto che appunto è un posh che si atteggia a comunista, Alan studia e lavora coscienziosamente e discute spesso con Jack per motivi politici, Victor soffre in silenzio un po’ per tutto e lancia sguardi di disapprovazione a chiunque, Jay tiene nascosta alla sua famiglia la propria omosessualità e rimorchia uomini nei parchi, Lilly scopa a destra e a sinistra e tenta di esprimersi artisticamente prima di capire di essere sostanzialmente una schiappa, Charlotte si lancia nella relazione aperta propostale da Jack, e Orla si prende cura di tutti.

Tutto qui? No. Perché la Milne ha pensato bene di tenere agganciato lo spettatore fin dal primo episodio con la questione: “chi sarà morto?”. Uno dei personaggi è morto, ai giorni nostri, e così gli altri si manifestano uno alla volta nel vecchio appartamento della loro gioventù in cui il caro estinto (o la cara estinta) abitava ancora, presentandoci le versioni invecchiate dei protagonisti, ancora cariche di rancori mai superati e sentimenti inespressi.

I frammenti ambientati nel presente sono disseminati lungo tutta la serie, finché giunti all’ultimo episodio il dubbio residuo è tra il personaggio più papabile fin dall’inizio come salma, e quello meno. Indovinate un po’ a chi è toccata la paglia più corta? Basta, non aggiungo altro.

Anzi sì: aggiungo che di certo non si tratta di Charlotte e Lilly, perché le vediamo comparire fin dal primo episodio come due ultrasessantenni che si aggirano nell’appartamento ormai vuoto, a disagio tra loro, perché in passato Lilly ha fatto qualcosa di molto brutto all’ex amica. E cosa sia questo qualcosa ci verrà svelato di nuovo poco a poco. A quanto pare la Milne stessa non aveva grossa fiducia nell’appeal della sua storia, se ha dovuto ricorrere a questi mezzi per tenere incollato lo spettatore a una serie che dura appena 6 episodi.

Ovviamente c’è anche la parte sentimentale: nella sua ansia femminista e nel suo rifiuto totale del destino della madre, la giovane Charlotte si butta tra le braccia di Jack che propugna il libero ammore, e non lo molla nemmeno quando il posh ingravida Lilly che sarà così costretta a un orribile aborto clandestino. C’è però qualcuno che ama Charlotte sinceramente, soffrendo (più o meno) in silenzio, e cioè Victor. Il perché Charlotte a un certo punto scelga questo pallosissimo musone mi è francamente incomprensibile: Victor è capace di non ridere MAI per tutti e 6 gli episodi, un record. Non che Charlotte dovesse restare con Jack, per carità, visto che tra l’altro lui – prevedibilmente – attraversa anche una pesantissima fase di dipendenza dall’eroina, ma trovarsene uno che sia animato da una minima scintilla vitale no, eh?

Prevedibilmente – di nuovo – Alan è invece innamorato di Lilly. In un manifesto programmatico dell’ovvietà lui le spiega anche il perché: gli opposti si attraggono. Lui è pragmatico, affidabile e noioso, lei è artistoide, imprevedibile e allo sbando, quindi è OVVIO che debbano stare insieme. Anche qui, perché Lilly decida all’improvviso di dare una chance ad Alan dopo non esserselo filato praticamente mai, è abbastanza incomprensibile. Ah no, è comprensibilissimo: dopo il manifesto programmatico dell’ovvietà, in una scena che vorrebbe essere romantica, lei lo guarda andar via e pensa: “se si gira, vuole dire che è destino”. Lui si gira. Giuro, è andata proprio così.

E gli altri due? Come già detto, Jay rimorchia gente qua e là e se la fa sotto all’idea di dire la verità alla sua famiglia, e Orla non rimorchia mai. Forse perché frenata da una repressiva educazione cattolica? Forse perché, mettiamola così, non la si potrebbe definire attraente? Fatto sta che il gay e la ragazza poco attraente fanno coppia a modo loro, sono BFF, in quanto socialmente emarginati. Anche più del nero. No scusate, non l’ho scritta io questa roba, è stata la Milne.

Questa miniserie in patria è stata definita “Our friends in the South”, perché come struttura ricorda “Our friends in the North”, miniserie sempre della BBC andata in onda negli anni ’90 e di cui ancora si parla (seminal, è stata definita) per il semplice motivo che era bellissima (ed è da recuperare assolutamente). Ma l’unica cosa che le due serie hanno in comune è appunto la struttura. Come qualità sono lontane anni luce.

I personaggi in White heat sono totalmente al servizio della Storia, con la ‘S’ maiuscola, e l’effetto è quello di stare assistendo a un documentario tremendamente serio che ti spiega come si sia passati dalla swinging London al thatcherismo e poi alla situazione attuale. C’è poco da ridere, in effetti. E infatti i personaggi non ridono praticamente mai. Non c’è gioia, non c’è spensieratezza, la “dolce ala della giovinezza” da quelle parti non si è mai vista. E’ plausibile che 7 ragazzi che vivono insieme non si divertano quasi mai, non cazzeggino, e preferiscano passare tutto il loro tempo a discutere di politica o femminismo o whatever con espressioni luttuose sulla faccia?

Perché dovrei commuovermi nel vedere nelle ultime scene i 6 superstiti che spargono al vento le ceneri di quello/a che è morto/a, ricordando la passata gioventù? Mi commuoverei se quel tempo passato ci fosse stato mostrato in modo più intimo e significativo, con magari qualcuna delle meravigliose cazzate che si fanno quando si è giovani e che ti legano a qualcuno per sempre, e invece l’effetto è quello di stare guardando una vecchia foto di un gruppo di estranei presa da un documentario di History channel. E questo, dopo aver seguito le vicende dei protagonisti lungo un arco di tempo di più di 40 anni, non è certo un buon segno.

Qualcosa da salvare comunque c’è: come si dice in genere parlando di roba BBC “l’impeccabile fattura”, e la solita eccellente recitazione made in England di tutto il cast, nessuno escluso. Particolarmente bravi Claire Foy (Charlotte giovane), Sam Claflin (Jack giovane) e Jessica Gunning (Orla giovane). E a proposito di Claflin e della Foy: sono loro a interpretare magnificamente la scena – per me – più toccante della serie, quella della pity shag (definizione di Victor) mentre Jack è in crisi d’astinenza da eroina.

E sorprendentemente è da salvare anche il personaggio di Jack, così come il rapporto tra lui e suo padre, all’inizio dipinto come il solito conflitto “figlio ribelle contro padre conservatore”, ma che lungo la serie si arricchisce di molte delicate sfumature, fino a sfociare in una pudica tenerezza. E poi al padre di Jack appartiene la frase forse più emblematica:  “this is the end of consensus politics and it’s you guys who opened the door and let her in. Just remember that”, pronunciata a proposito della Thatcher, durante l’episodio ambientato nel 1979.

A proposito di questa frase la stessa Milne, classe 1947, ha detto: “Fucking right they did. Excuse my French”. L’amarezza dell’autrice è rivolta quindi verso la propria generazione, quella che non ha fatto abbastanza per non aprire quella porta. E questa amarezza si sente, ma non in modo passionale, quanto piuttosto in modo lugubre, asettico, freddo, riflettendosi in personaggi poco coinvolgenti perché appunto non animati da alcuna vera passione.

Ma forse era proprio questo l’intento: mostrare che le cose andarono in un certo modo perché quella generazione, in parole povere, si perdeva troppo in chiacchiere e in manifestazioni “giusto per”, senza la rabbia necessaria a indirizzare la Storia di quel Paese in un certo modo.

Il problema però è che se si sceglie come obiettivo ambizioso quello di narrare la Storia attraverso le vicende di un gruppo di personaggi, e poi non li si fornisce di una profondità drammatica tale da farci appassionare alle loro vicende, l’effetto che ne risulta è: a questo punto  guardavo un documentario di History channel.

 

Note:

  • White heat è stato appena trasmesso anche da BBC America.
  • Il bravo (e bello) Sam Claflin è attualmente sul grande schermo nel ruolo di Prince William in “Snow White and the Huntsman”. Mettiamola così: lo seguirò in altre occasioni.
  • A proposito di canzoni di certo non banali utilizzate banalmente: non potete mettermi “London calling” dei Clash a suggello di scene di rivolta, semplicemente non potete. Lazy choice.

 

Daniela G.

DaphneMoon in una vita precedente. Mi piacciono le serie raffinate e quelle dove la gente si spara in faccia senza tanti complimenti. Esempio di mirabile sintesi di entrambe queste caratteristiche? The Wire.

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Commenti
13 commenti a “White Heat – Miniserie completa”
  1. ElePatty scrive:

    Ciao Daniela! dato che amo quasi tutte le serie inglesi, penso proprio che mi accingerò su questa ! Ho letto solo la prima parte del tuo commento purtroppo , per nn rovinarmi troppo il gusto della scoperta, ma mi ha davvero incuriosita.
    Sugli stereotipi però ti do ragione, con il proposito di essere sempre politicamente corretti, molte Series utilizzano questi escamotage che poi risultano stucchevoli. bene , metto in download e poi tornerò per i commenti. Sempre in tema british, ti è piaciuta la Miniserie This is England? Io l’ho trovata davvero bella.
    A presto !

  2. Daniela G. scrive:

    Ciiao ElePatty! This is England mi è piaciuta moltissimo, e sono stata molto contenta del fatto che sia stata premiata ai BAFTA come miglior miniserie.

  3. Pogo scrive:

    Io mi sono fermato dopo il primo episodio, nonostante adori le serie britanniche e una volta che ne ho iniziata una non mi fermo.

    Il fatto e`, come tu scrivi, che la Storia va raccontata sempre e comunque ricordando di produrre una storia e non un documentario e per farlo, gli stereotipi, vanno evitati come la peste nera.

    Gli stereotipi nascono anche da una scelta che reputo del tutta sballata: aver “creato” un miscuglio di etnie in una Londra pre/1968, che inevitabilmente ha portato a fare solo stereotipi.
    La Londra di 30 anni fa e oltre non e` la Londra del 2012, nella quale sono tornato brevemente a stare anch`io per un po` e che ho trovato, rispetto a due anni fa, ancora piu` portata all`integrazione, con alcuni quartieri che hanno cambiato radicalmente volto.

    Per me, quello e` stato l`errore principe.

  4. sistolina scrive:

    Mi chiedevo quando ne avreste scritto^^
    La amo, letteralmente, la amo.
    Sinceramente non mi trovo d’accordo con la recensione, trovo che lo stereotipare i personaggi in quel modo sia significativo del ruolo e del tempo che incarnano, del momento storico in cui vivono e dei ruoli che spesso siamo abituati a vedere. Trovo che la scelta sia voluta per mettere in luce i limiti di una visione storica fortemente ancorata a questi stessi stereotipo. Lo stereotipo che disvela lo stereotipo.
    Poi secondo me ha una fotografia e un montaggio sublimi^^
    Penso che sia legittima una simile recensione, perchè è un’interpretazione come un’altra, possibile e anche probabile, eppure io ho percepito una verità tale in questa storia, al di là dello stereotipo che secondo me, ripeto, tanto stereotipo non è, che me ne ha fatto innamorare subito…

  5. Siobhan scrive:

    L’ho trovato estremamente didascalico, eppure l’ho seguito tutto perché alla BBC non so dire di no… e poi amo Claire Foy.
    Sam Clafin invece lo detesto, odioso lui e il suo personaggio.

  6. Pogo scrive:

    sistolina ha scritto:

    trovo che lo stereotipare i personaggi in quel modo sia significativo del ruolo e del tempo che incarnano, del momento storico in cui vivono e dei ruoli che spesso siamo abituati a vedere.

    Appunto uno stereotipo. Che non e` cosi` vero siamo abituati a vedere… non nelle produzioni scritte come si deve che possono ritrarre luoghi e simboli britannici che hanno fatto storia (e il riferimento a “Life on Mars” non e` casuale).
    Poi che possa piacere o meno, non lo metto in dubbio.
    D`altronde ho premesso che mi sono fermato al primo episodio, quindi il mio giudizio va preso con le molle… ma il motivo per cui mi sono fermato al primo l`ho spiegato…

  7. Daniela G. scrive:

    @ Pogo:
    esatto. il miscuglio creato “a tavolino”, ambientando l’inizio della serie nel 1965, inevitabilmente avrebbe portato alla stereotipizzazione.
    p.s. hai visto Our friends in the North? Bellissima.

    @ sistolina: Concordo sul fatto che la serie abbia una fotografia e un montaggio di altissimo livello, come si vedono raramente. Per il resto: può anche essere che i personaggi siano stereotipati perché “progionieri” del tempo in cui vivono e del loro ruolo in quel tempo, ma per me la pecca maggiore è stata non dotarli di profondità drammatica, di spessore. Anche un personaggio stereotipato può essere “scritto” in maniera drammaticamente efficace, e per me con i personaggi di WH questo non è stato fatto a sufficienza.

    @ Siobhan:
    io Claflin l’ho trovato parecchio bravo. Jack l’ho detestato con tutte le mie forze nel primo episodio, dopo no. Forse perché, tornando al discorso di prima, lui è quello un pò meno stereotipato, nonostante l’apparenza.

  8. BetterLife scrive:

    ero indecisa se vedere questa serie o no, quindi sono entrata qua, ho letto metà recensione (per non rovinarmi la trama), ho letto i commenti, e sono indecisa tanto che prima! A questo punto non mi resta che iniziarla e giudicare da quello…

  9. Donatella scrive:

    a me è piaciuta, anche se i difetti evidenziati dalla recensione ci sono tutti

  10. Donatella scrive:

    a proposito, come fare per recuperare Our friends in the North, sulla quale ho letto meraviglie (l’ho cercata dopo la tua citazione)?

  11. Daniela G. scrive:

    @ Donatella: io ho i dvd. Cmq i primi 4 episodi in lingua originale sono su youtube. Per gli altri 5… come dire… bisogna cercare XD

  12. Grimilde scrive:

    Pur concordando su alcune considerazioni fatte nella recensione, alla fine la serie mi è piaciuta. Certo si poteva fare molto meglio, ma secondo me tutto sommato è da vedere
    Concordo con te Daniela anche sulla bravura di Caflin che avevo visto solo nei Pilastri della terra, ma lì aveva un ruolo davvero marginale.
    Riflessione idiota, ma perché se esiste BBC America e non può esistere BBC Italia (sigh)? Fine riflessione idiota. Buonanotte!

  13. Daniela G. scrive:

    @ Grimilde:
    in realtà, come ho scritto anche a sistolina, è innegabile che la regia, il montaggio, la fotografia e le interpretazioni siano di altissimo livello. D’altronde stiamo parlando sempre di una serie della BBC. Però proprio per questo mi dispiace che non ne sia uscita fuori una gran cosa, perché le potenzialità c’erano. Resta inteso che se una miniserie così fosse stata prodotta in Italia, sarei qui a gridare al miracolo.
    In casa mia si narra che in un tempo lontano la Rai era solita acquistare serie targate BBC e trasmetterle in prima serata. Dovevano essere davvero dei bei tempi.

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