the river 1x01-02

“Marlow smise di parlare e restò seduto in disparte, taciturno e indefinito, nella posa di un Budda in meditazione. Per un po’ nessuno si mosse. «Abbiamo perso l’inizio della marea» disse il direttore all’improvviso. Alzai la testa. L’estuario era sbarrato da un banco di nere nuvole e la tranquilla via d’acqua che portava ai confini estremi della terra fluiva cupa sotto un cielo oscuro: sembrava che portasse nel cuore di un’immensa tenebra.”

Sì, è scontato e banalissimo cominciare la recensione di The River con l’epilogo del capolavoro di Joseph Conrad Cuore di tenebra. E’ scontato anche soltanto citarlo per presentare una serie che non ne nasconde le influenze. Ma a volte non dobbiamo confondere banalità e necessità…

Magus/Marbeley

Magus – Soggetto di Oren Peli & Michael R. Perry. Scritto da Michael Green e Micheal R.Perry. Diretto da Jaume Collet-Serra. Marbeley – Scritto da Michael Green & Zack Estrin. Diretto da Jaume Collet-Serra

Il dottor Emmet Cole è scomparso in Amazzonia. Il suo programma televisivo di avventura ed esplorazione, The Undiscovered Country, è andato in onda per decine e decine d’anni, facendo di lui, della moglie Tess e del figlio Lincoln una specie di famiglia Crusoe/Gulliver del piccolo schermo. Ora, dopo mesi di ricerche, i Cole rimasti sembrano essersi messi l’animo in pace… se non fosse che inaspettatamente la ricetrasmittente personale di Emmet si riaccende. La moglie e il figlio partono così alla volta dell’Amazzonia, ma ad un prezzo: la spedizione è finanziata dal network che trasmette The Undiscovered Country e i due devono portarsi dietro il producer Clark Quitely e un paio di cameraman con il compito di riprendere le nuove ricerche e farne uno show per la tv. A loro si uniscono un meccanico, la figlia medium e Lena, figlia di uno degli storici collaboratori di Emmet e intima confidente dello scomparso, nonché amica d’infanzia di Lincoln.
Il gruppo si avventura nella misteriosa zona della Boiùna e raggiunge la Magus, la nave di The Undiscovered Country adibita a “casa del Grande Fratello”, con telecamere montate ad ogni angolo. Ma non appena cala la notte gli sventurati si trovano bloccati sulla Magus dove qualcuno o qualcosa bussa da dietro un portellone saldato, dove gli ultimi nastri registrati da Emmet testimoniano che l’uomo pare essersi spinto oltre la soglia del soprannaturale…

Nonostante sia un genere di enorme successo al cinema, l’horror non ha mai saputo tradursi con facilità nel mezzo televisivo, poco incline ad accoglierne la natura e le dinamiche che lo contraddistinguono. Innanzitutto basandosi sulla tensione e l’incertezza legate al destino dei protagonisti con il quale lo spettatore è portato a identificarsi, un prodotto horror ad ampio respiro narrativo è quasi un ossimoro: il pubblico si abituerebbe facilmente all’immortalità dei protagonisti e la paura speculare collegata ne uscirebbe indebolita e inefficace. Per ovviare a questa debolezza si è perciò virato spesso nella forma del racconto antologico: Tales from the Crypt, Masters of Horror, Freddy’s Nightmares. Per i canali broadcast poi le restrizioni sono ancora maggiori considerate le regole a cui deve sottostare la tv “generalista” (oltre alla censura e alla visione distratta cui devono prestarsi i programmi tv, le interruzioni pubblicitarie tendono ad ammazzare la tensione), senza contare che quei pochi tentativi realizzati non hanno mai attirato il grande pubblico (Fear Itself e The Others della NBC). Due dei pochi esperimenti atti a smuovere lo status quo mischiando serialità e “chiusura” narrativa sono stati Harper’s Island della CBS, slasher-series cancellata dopo poche puntate, e naturalmente American Horror Story, ghost-series di notevole successo: entrambe vedono snodarsi e portare a compimento un’unica storia nell’arco di una stagione. Bisogna segnalare che i due prodotti hanno registrato praticamente lo stesso ascolto, prova del fatto che un’opera rivolta a un pubblico di nicchia è quasi sempre un flop per un broadcast network e un successo per una rete via cavo, pur raccogliendo lo stesso numero di spettatori.
L’unica eccezione a questa aurea regola (X-Files è un ibrido di più generi, tenderei a non classificarlo facilmente come horror) sta in The Walking Dead, fenomeno televisivo di lunga serialità con dei rating che farebbero invidia ANCHE ad un canale come la ABC o la CBS. Probabilmente è l’unico esempio riuscito nella storia della televisione (sempre quanto a riscontro di pubblico) di prodotto (pseudo)horror di successo, ma per l’analisi dei perché e dei percome sarebbe meglio discuterne in luoghi più consoni.

The River è qualcosa di nuovo, e lo si capisce già dalle prime sequenze che aprono il pilot. E’ innovativo a livello televisivo perché porta all’estremo gli stilemi del found footage (The Blair Witch Project, Cloverfield, REC, Paranormal Activity e il prossimo Chronicle), proiettandoci dietro la telecamera e presentando “l’obiezione in scena” del sistema di “cronaca”, cioè trascinando all’interno del racconto non solo la storia rappresentata ma gli strumenti di produzione e ripresa della stessa (anche se resta oscuro l’elemento montaggio, che credo scopriremo solo in un eventuale finale). Questa caratteristica si coniuga a livello estetico con l’esasperazione del punto di vista: ogni inquadratura, ogni ripresa, ha una sua autonomia e una sua giustificazione all’interno del racconto stesso, mai al di fuori.
Ma tornando alla natura horror, la serie si presenta (soprattutto nel secondo episodio) nel suo tentativo di mischiare ad una ongoing story una componente antologica, o un “caso di puntata” se vogliamo: nella ricerca di Emmet il gruppo si imbatte in entità non strettamente collegate alla sua scomparsa (il fantasma delle bambole in Marbeley) che portano in superficie movimenti interni ai personaggi (il desiderio del fantasma di riunirsi alla madre risuona con quello di Lincoln di ritrovare il padre). La componente scary è per giunta abbastanza alta (e le creepy dolls in questo hanno di certo aiutato). Ma è proprio grazie al secondo episodio (l’avete capito che mi è piaciuto di più il secondo episodio o devo ripeterlo?) che il dubbio sulla “data di scadenza” che lampeggiava in sovraimpressione per tutta la durata del pilot viene fugato brillantemente: la sparizione di Emmet avvenuta durante la ricerca della fantomatica Source dai rimandi Lostiani è solo il punto di partenza per un viaggio nei meandri dell’oscura Amazzonia e dei suoi misteri, dove la “ricerca del padre” si fa strumento di ritorno ad origini ancestrali e di risposta ad interrogativi che permeano la vita stessa.
I conflitti e le dinamiche tra i personaggi hanno potenzialità interessanti, più che altro concentrate nel triangolo Emmet-Lincoln-Lena animato da gelosie, non detti e predestinazione. Potrebbe però dare soddisfazioni anche la relazione attrattivo-repulsiva tra Tess e Quitely, così come il “fattore X” Kurt(z, per ricollegarci a Cuore di tenebra) Brynildson, la cui agenda personale non sembra essere la stessa del gruppo. Il cast è abbastanza solido, composto dai soliti veterani di cinema e tv (Bruce Greenwood, Leslie Hope, Paul Blackthorne e Thomas Kretschmann) tra cui spicca Eloise Mumford, già protagonista del (mai troppo) compianto Lone Star.

The River è stato originariamente creato da Oren Peli (l’autore della saga Paranormal Activity) e Michael R. Perry, ai quali è subentrato Michael Green (l’uomo che ci ha regalato quel capolavoro di Kings) su richiesta della ABC, riscrivendo il pilot con l’intento di valorizzare i personaggi e il loro dinamiche (il triangolo sentimental-conflittuale Emmet-Lincoln-Lena ricorda in certi versi quello Silas-David-Jack). La serie è poi prodotta anche da Steven Spielberg, che ormai compare ovunque e non è necessariamente sinonimo di qualità (Falling Skies, Terra Nova).
La ABC (il network che quest’anno ha proposto i drama più freschi e originali tra le novità dei broadcast) ha deciso di produrre una prima stagione di 8 episodi, probabilmente ben conscia del rischio che una serie del genere rappresenta. E ci ha visto lungo, visto che il debutto ha registrato ascolti nient’affatto esaltanti (una media di sette milioni di spettatori e un rating complessivo di 2.4, non un risultato elettrizzante e di certo non ben augurante).
Per avere delle vere chance la serie non deve calare ulteriormente (quanto meno non troppo), impresa abbastanza difficile se non impossibile. Noi dal canto nostro facciamo il tifo. Perché attualmente di simile a The River non c’è davvero nient’altro.

al primo episodio, che in certi punti appare troppo forzato e pretestuoso, calcando la mano su svolte narrative che con un maggiore tempo di sviluppo sarebbero risultate più digeribili (la rapidità con cui i protagonisti passano da scettici a “intrappoliamo il fantasma nello scrigno di legno” è troppo alta). La puntata difetta poi di una pesante dose di prevedibilità (il destino del cameraman bianco era intuibile sin dall’inizio).

PIÙ al secondo episodio, che mostra con maggiore chiarezza i punti di forza della serie: sa giocare bene coi personaggi e le loro reazioni, ha alcuni momenti evocativi e incisivi (la possessione di Jahel con la libellula, il “ritorno” di Tess dalla tomba) e soprattutto fa paura (gli alberi con le bambole appese, per non parlare della scena con la scimmia con la faccia da bambola, da saltare in piedi sulla sedia!).
E speriamo che l’odissea della Magus possa durare ancora a lungo.

Giovanni Di Giamberardino

Giovanni Di Giamberardino (aka Rei) nasce qualche tempo fa da qualche parte. Ora, come un qualunque altro laureato italiano ex-corsista del RAI Script di sceneggiatura, complotta per la conquista del mondo e la distruzione dell’umanità. Ha scritto un libro che si intitola La marcatura della regina in uscita a luglio 2012 in libreria e in ebook. PS Qualcuno di nome Alice dice che assomiglia a Jason Ritter. blog - tumblr - twitter.

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Commenti
24 commenti a “The River – 1×01/02 – Magus/Marbeley”
  1. Dextha scrive:

    Concordo sui difetti evidenziati per il primo episodio, ma a me è piaciuto più del secondo. Ottimo esperimento finora, sia sul fronte tecnico (godibilissimo) che narrativo. Troppi stereotipi e prevedibilità, ma al momento chiudo volentieri un’occhio.

    Come al solito – e me ne scuso in anticipo – non posso fare a meno di pensare a Lost, oltre alla già citata “sorgente”: padri scomparsi (Christian Shephard), un’entità (quella del primo episodio) simile al fumo nero, bambole (quelle che piazzava la Rousseau), giungla e fantasmi.

    Spero insistano sul fronte dei misteri, perché l’ambientazione labirintica è davvero interessante.

  2. grillovoce scrive:

    Lost Boat.

  3. Ste'!!! scrive:

    anche a me è piaciuto parecchio. un prodotto consapevole dei personaggi che ha in mano, delle loro potenzialità drammatiche e per questo in grado di farle interagire splendidamente. anche i misteri prodottti sono introdotti bene e mi è piaciuto il dualismo di Emmet da avventuriero “razionale” a fautore della magia, approfondito molto bene.
    un grande pregio della serie è la capcità di farti passare un’ora e mezza di tensione e paura senza farti venire in mente “che str*****a”, che è poi il rischio maggiore per serie di genere. quindi farti passare il fantasma, la possessione, il mostro di fumo senza pensare a una boiata immonda gioca tutto a suo favore.
    concordo sulla velocità con cui i personaggi passano “da scettici a creduloni”, ma non mi dispiace affato, lo preferisco piuttosto che sorbirmi almeno 3-4 episodi in cui i personaggi passano dallo scetticismo all’inredulità e infine alla rassegnazione: tempo sprecato dato che è ovvio che ci crederanno. e poi la presenza di tutte le camere dovrebbe fugare ogni dubbio…o quasi.
    però, se per le comdey funziona perfettamente, non sono ancora convinto che in stile mockumentary i drama siano ugualmente profondi… mi auguro di ricredermi perchè questi episodi mi sono davvero piaciuti

    anch’io non ho potuto fare a meno di associare alcune cose a lost: mostro di fumo, la sorgente, la giungla… ma credo siano piuttosto dei dejavu perchè davvero la serie sembra avere un proprio stile, senza volontari rimandi

  4. Julia scrive:

    Allora specifico che io non sono una di quelli che guardano mille horror e fanno i fighi perché nn si spaventano, (tutt’altro, contando che certe puntate di Doctor Who ancora me le sogno la notte) però devo dire che questa serie mi ha lasciata con un MEH grosso come una casa e l’ho vista di sera tardi oltretutto, però sinceramente cercare di spaventare la gente con bambine ispaniche possedute e bambole sporche che cadono “all’improvviso” (con annesso creepy shot prevedibilissimo sull’occhio vitreo)…? SERIOUSLY?
    Poi, l’effetto “telecamerina a mano” di norma mi fa venire il mal di mare, ma per fortuna rispetto ad altri film qui hanno più o meno la mano ferma.
    Forse è un po’ troppo presto per dirlo, ma è la frase che più mi è girata in testa mentre lo guardavo: secondo me The River è degna erede di Terra Nova: Hype a mille, ma alla fine tutto fumo e niente arrosto. (Però segretamente spero che vada avanti perché a quanto pare Scott Michael Foster entrerà nel cast, e la piccola fangirl dentro di me scalpita u.u)

  5. rmk scrive:

    Credo che Spielberg sia stato recentemente vittima di una specie di truffa. Mi sembrerebbe ingenuo ipotizzare che si tratti di scarsa conoscenza del prodotto seriale. Come detto, ovunque sia comparso il suo nome nell’ultimo annetto, i risultati sono stati umilianti.
    Come ce ne fosse bisogno, faccio notare che tutti i prodotti qui presi in considerazione poggiano sul dipanarsi di un intreccio familiare (dove sempre la famiglia in questione proviene da una distanza, una rottura, una mancanza cui rimediare) in un contesto fantasy, il che è la sintesi dell’intera produzione di Spielberg, con poche eccezioni. Ecco, io umilmente credo che l’errore più grosso sia nel dare per assodato che questo possa essere di per sè il motore di un prodotto seriale (cosa accadra alla nostra famigliola, nella prossima puntata?), quando spesso invece si traduce in una pessima caratterizzazione dei personaggi, che arrivano “all’azione” con un assetto già formalizzato, legante e infine vuoto (visto che le famiglie alla Spielberg, in quanto a stereotipi, non temono confronto con alcun Mulino Bianco).
    Aggiungerei poi che i temi di tutte le serie sopra considerate, probabilmente, funzionerebbero in sala: in 90 minuti il ritmo molto più serrato aiuterebbe sotto molti punti di vista; soprattutto rallenterebbe i riflessi dello spettatore, che avrebbe poche alternative all’ingoiare il boccone per intero prima di poter trarre qualunque conclusione.
    Dal punto di vista della “sospensione dell’incredulità”, questo tema mi sembra però più rischioso, rispetto ad alieni (accettabilissimi ormai in qualsiasi contesto) e cunicoli temporali (anch’essi generalmente digeribili, prima di JJ Abrams): onestamente, spiriti della giungla e bambole diaboliche mi sembrano un tantino deboli, come elementi, quando questo filone di produzioni sul paranormale ci insegna che va lasciato all’immaginazione dello spettatore decidere che aspetto ha la paura. Così, invece, la noia è dietro l’angolo: quello che non vediamo ci è addirittura spiegato da quelle che qui dovrebbero essere “le vittime”, che come ha fatto notare Rei ci mettono un paio di minuti ad accettare e ad interagire con qualcosa di completamente alieno alla ragione.
    Infine, le “citazioni” da Lost arrivano completamente scariche di qualsiasi enfasi: una colonna di fumo nero che scuote le cime degli alberi e una fonte di energia spirituale nascosta nella foresta, non evocano (più) granchè – e questo probabilmente vale tanto per quelli che hanno amato Lost, sia per quelli che lo hanno giudicato infine come una presa in giro.

    Non mi è piaciuto. E ho mal di denti.

  6. close to me scrive:

    Un abuso di situazioni già viste, i fruscii, qualcosa tra gli alberi, dei sibili… mio dio, siamo in Amazzonia, che sarà mai?
    Proseguirei solo se avessi la certezza che alla fine si rendessero conto che c’è sempre stata una spiegazione razionale e logica a tutto, ma visto che prevedo la deriva “le forze magiche della natura” dico no, grazie.

  7. Dextha scrive:

    close to me ha scritto:

    Proseguirei solo se avessi la certezza che alla fine si rendessero conto che c’è sempre stata una spiegazione razionale e logica a tutto

    Io invece ho gradito la dichiarazione aperta di sovrannaturalità del prodotto. Niente prese per il culo, niente parudo-spiegazioni, è Paranormal Activity fatto serie, con una trama orizzontale che fa da legame alle varie entità del luogo. Per funzionare il prodotto dovrà puntare sull’empatia per i vari personaggi e sulle trovate horror, che possono essere ancora abbastanza fresche sul piccolo schermo.

  8. SteWii scrive:

    Dextha ha scritto:

    close to me ha scritto:

    Proseguirei solo se avessi la certezza che alla fine si rendessero conto che c’è sempre stata una spiegazione razionale e logica a tutto
    Io invece ho gradito la dichiarazione aperta di sovrannaturalità del prodotto. Niente prese per il culo, niente parudo-spiegazioni, è Paranormal Activity fatto serie, con una trama orizzontale che fa da legame alle varie entità del luogo. Per funzionare il prodotto dovrà puntare sull’empatia per i vari personaggi e sulle trovate horror, che possono essere ancora abbastanza fresche sul piccolo schermo.

    io la penso esattamente così: una spiegazione razionale, a parte il fatto che sarebbe probabilmente molto banale e rovinerebbe un po’ tutto, non serve. il mistero non è “come diavolo succedono queste cose” (la risposta l’hanno già data diverse volte con “there’s magic…”) ma “dov’è finito il padre”
    io tra l’altro lo sviluppo dei personaggi lo vedo anche molto più secondario, per me questo the river è un prodotto d’intrattenimento fatto bene…

  9. close to me scrive:

    Una spiegazione logica e razionale a far quadrare tutto sarebbe un’assoluta novità, ma questo è un altro discorso e non riguarda solo The River.

    In questo doppio pilot io non ho trovato nulla di affascinante, misterioso, inquietante, originale, né ho trovato un personaggio di cui mi importasse qualcosa. Plus, il tipo di riprese mi fa venire il mal di testa, ma questa è un questione molto personale e soggettiva.

  10. salvag scrive:

    La mia impressione è che agli straordinari mezzi tecnici dispiegati, ben descritti nella recensione, non corrisponda una scrittura adeguata. Gli stereotipi vanno bene, (ci mancherebbe: non è che tutte le volte si deve fare l’Ulisse di Joice), occorrerebbe, però, che fossero applicati con po’ di saper fare: se non sono messo nelle condizioni non dico di identificarmi nei personaggi posti in così gravi perigli, ma almeno di averli un pochino in simpatia, finisce che si muore di noia.

  11. helly scrive:

    questo lo DEVO vedere. Assolutamente *.*

  12. Dextha scrive:

    @ salvag:
    Sono d’accordo, per me i personaggi vanno approfonditi subito. Non tanto per l’eventuale noia, quanto per la paura, cuore del prodotto, che su di me funzionerebbe solo nei casi di rischio morte di un personaggio con cui ho instaurato un qualche legame.

  13. Rex Lozuresky scrive:

    Va be’ dopo questa io non vi leggo più, ciao

  14. salvag scrive:

    D’altronde, Dextha, questa è proprio la prima regola per una sceneggiatura non dico buona ma decente: PRIMA fai conoscere i personaggi, POI gli fai correre le avventure, per gli ovvi motivi che dici anche tu. Solo che per fare questo occorrono idee, ovvero merce rara

  15. sorio scrive:

    Ho visto solo la prima puntata e mi stava già venendo la barda lunga e grigia…
    tutto sa di gà visto,
    succedono talmente tante cose che con il solo intreccio della prima puntata si poteva fare una stagione intera fatta coi giusti ritmi…

    mah…
    son molto dubbioso.

  16. Dextha scrive:

    @ salvag:
    @ sorio:
    Dovete considerare anche che i ritmi sono scanditi dalle riprese effettivamente avvenute, montate come se fosse – per fare un esempio – una puntata di Survivor (il reality), e i personaggi principali è come se fossero già ben conosciuti al grande pubblico. E’ logico che si sia partiti subito con l’azione, magari il paranormale poteva emergere a poco a poco (anche se ripeto, secondo me è meglio che sia venuto fuori subito), ma l’azione e l’avventura ci doveva essere fin dall’inizio. I personaggi possono essere approfonditi anche durante l’azione e con i “flashback” dati dalle riprese di anni prima. Il problema è che partono troppo stereotipati, e approfondirli e renderli interessanti sarà abbastanza dura. Non sarà troppo difficile, però, renderli quantomeno simpatici.

  17. Laterall scrive:

    Sono d’accordo, in questo momento di simile a questo The River non c’è veramente nient’altro.

    Non è necessariamente un complimento, le puntate mi sono piaciute ma bisogna ancora vedere se non faranno finire tutto in vacca… il problema principale sembra essere la verosimiglianza, al momento. Ovviamente per una serie che tratta di spiriti intrappolati in scrigni a forma di guscio di noce e bambole possedute c’è bisogno di un minimo di sospensione di incredulità, ma i personaggi almeno, e i legami tra questi e il filo narrativo, dovrebbero quantomeno essere solidi per evitare che la serie scada nel ridicolo. E invece una serie di scivoloni (evitabili) ci sono, come il cameraman bianco che sembra aver scritto “soon to be dead” in fronte dalla prima inquadratura, e quando esce sul ponte quasi ti aspetti che urli “ehi ragazzi io vado a farmi ammazzare”, il gruppo di esploratori che passa dall’inettitudine (“apriamo questa porta blindata e saldata dall’esterno basandoci si zero informazioni”) alla totale e completa accettazione del soprannaturale… e poi, soprattutto: state girando una serie du un gruppo di tizi che va a cercare un altro tizio scomparso in AMAZZONIA. Volete fare almeno un po’ di ricerche prima? Tipo: l’AMAZZONIA si trova in Brasile. Perché allora tutti i personaggi che non parlino inglese parlano invece spagnolo? Perché scomodare anche la Boiùna e la mitologia brasiliana per poi stravolgere completamente lo scenario che fa da sfondo alla serie?

    Scusate, deformazione professionale, ma queste sciatterie mi fanno incazzare :)

  18. salvag scrive:

    @ Dextha:
    Secondo me il ritmo non c’entra. E proprio Survivor ne è l’esempio: fin dalle prime inquadrature della prima puntata vengono costruite storie che agganciano alla serie. Mi viene in mente una piccola scena di un film di Truffaut: il protagonista, in attesa di essere raggiunto in casa da una nuova amante, fa un gesto, raddrizza un quadretto un po’ storto. Un gesto piccolo piccolo ma che racconta di tutta la sua attesa, della sua eccitazione, delle sue speranze. Questa è l’abilità del raccontare storie per immagini. Un piccolo gesto che comunica un mondo interiore. Questo si può e si deve fare per rendere interessante e avvincente una narrazione, anche in un racconto d’azione, anche se i personaggi, come in fondo è giusto che sia, sono un po’ stereotipati.

  19. attilio scrive:

    Un prodotto strano, in cui la presenza di Spielberg può essere di inganno.
    Un conto è quando l’autore de L’impero del sole partecipa a tutte le fasi realizzative del progetto seriale (com’è accaduto con Band of Brothers e The Pacific), un altro è quando ci mette solo il nome per sponsorizzare qualcosa a cui probabilmente neanche tiene (Terra Nova). In questo caso non mi pare ci sia la sia mano ditro la realizzazione.
    Ciò che mi è parso è stata la volontà miscelare a tutti i costi ed in maniera artefatta alcuni elementi che in passato si sono dimostrati di sicuro successo (trama mystery, fede nell’avventura ritrovata, fantascienza a piccole dosi ecc..). In particolare la tendenza a pescare a mani basse da un prodotto come Lost (che non amo ma che è indubbiamente un caposaldo e un turning point della serialità degli ultimi anni), mi infastidisce.
    Dalla sua però The River ha uno stile decisamente innovativo per la serialità (nel cinema ormai già abusato) che in una narrazione lunga può risultare interessante, così come la messa alla berlina degli aspetti realizzativi.
    Se sono avessero pensato a mettere meno fantasmi e più realismo ne sarebbe potuto uscire un viaggio seriale nel “buco del culo del mondo”, davvero interessante.

  20. sgaso scrive:

    è di una piattezza impressionante questo telefilm…succede troppa roba e troppo rapidamente, senza contare le cose senza senso tipo gente che si tuffa come se nulla fosse in un fiume anche dopo l’attacco della copia mal riuscita del fumo nero, che non fa una piega ad estrarre un cadavere per darlo ad un fantasma, che si mette a correre come scolarette impazzite perche cadono delle bambole da un albero, davvero si sfiora il tragicomico…

  21. Cilone scrive:

    Che bello, qualcosa di nuovo. Per me, che non sono certo un fan dell’ horror e una totale capra sull’argomento, una piacevole oretta e mezza trascorsa senza guardare l’orologio. Viva l’ignoranza!
    Inoltre lo trovo anche ben realizzato (a parte i brasiliani che parlano spagnolo), estremamente interessante e con un cast di ottimo livello. I am decisamente “in”. Vedremo se va in vacca tutto, ma considerando che sono solo otto episodi sono fiducioso. Nonostante TWD abbia un rating decisamente più elevato dovrete ammettere che sembra un prodotto di serie C (pilot a parte) rispetto a questo, da ogni punto di vista.
    Non male lo stile “Cloverfield” (apprendo qua che si chiama “found footage”) aumenta di parecchio la “partecipazione” dello spettatore, anche se continuo a preferire una via di mezzo sullo stile BSG (ditemi voi come si chiama quel movimento di camera).
    E poi, per favore, e basta con sto Lost, o vi basta vedere una giungla misteriosa per gridare al plagio?

  22. Filo scrive:

    i primi due episodi li ho trovati piuttosto anonimi, a parte la suggestiva location.
    secondo me ci sono troppi e imperdonabili cliché, e i personaggi sinceramente sono privi di interesse (almeno finora).
    sono un fan del genere, quindi sicuramente continuerò la visione, ma per ora è tutto piuttosto MEH.

  23. sorio scrive:

    si, bisogna dargli un po di margine… per il momento però non mi ha entusiasmato tanto…
    quello che mi ha seccato è la “semplicità” e il “deve succedere quindi adesso succede” con i quali si sviluppa il primo episodio…

    come ho già detto, devo ancora vedere la seconda (che pare sia meglio), però continuerò a guardarlo per un pò.
    prima di abbandonare Terra Nova gli ho concesso 6 episodi…

  24. Max scrive:

    Mi è piaciuto molto, più per le potenzialità che per gli episodi in sè. Il primo episodio non mi è piaciuto granchè, tutto scontato e poco accattivante, il secondo invece ha introdotto argomenti diversi e fatto intendere che la serie vuole inoltrarsi in un argomento che mi affascina, riassunto dalla (forse troppe volte) ripetuta espressione “there’s magic”. Anche a me di solito gli horror non fanno grande effetto, ma un po’ di fear l’ho provata nel secondo episodio (io le bambole assassine non riesco a reggerle..), zero nel primo invece

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