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It’s happening again.

Più o meno a metà del rutilante incipit di inseguimento con cui si apre The Firm ci viene già suggerito il binario su cui sarà costruita la storia, e cioè più o meno una seconda discesa agli inferi degli studi legali per la famigliola McDeere. Giusto il tempo di presentarci il baratro verso cui Mitch sta correndo (anche letteralmente), mostrarci il suo incontro nella camera di un hotel col gancio all’interno dello studio, prima che anche i segugi che lo stanno inseguendo arrivino a bussare (non proprio gentilmente) alla porta. Dopo che la talpa si lancia quasi subito dal balcone, suicidandosi per le troppe cose orribili compiute Mitch resta da solo, senza via di fuga, mentre gli scagnozzi fuori iniziano a prendere a spallate la porta. A questo punto giunge il classico salto all’indietro, per la precisione a sei settimane prima.

Queste operazioni mescolate di recupero/remake/riavvio di una storia e di personaggi già noti hanno sempre il rischio iniziale dell’inserimento delle informazioni pregresse. Ok, ce l’hanno un po’ tutte le storie, specie quelle costruire come un unico enorme flashback, ma se ti appoggi a una materia già consolidata, devi per forza spendere qualche minuto in più per ragguagliare gli spettatori. Non solo quelli che non hanno mai visto il film né letto il romanzo, ma anche quelli che in passato hanno avuto qualche frequentazione con l’uno o con l’altro (o entrambi) cui però al momento serve una rinfrescata di memoria.

The Firm tratta questo recupero con piglio troppo didascalico, inserendo personaggi e informazioni e fugaci flashback per costruire una mitologia affrettata, che magari verrà corroborata in futuro, ma che certo non è proprio il miglior biglietto da visita per un pilot. La storia è semplice: Mitch, con consorte e figlia, è uscito dal programma protezione testimoni. Al che uno dice com’è che stava nel programma? Nel finale del film l’avevamo vist “salvare” i clienti mafiosi no? e accusare solo lo studio… Eh, no, perché – ci spiegano ora – quando le indagini del fisco e del tribunale sono andate a scavare negli archivi del Bendini, Lambert & Locke, di fronte alle considerevoli parcelle registrate sono andati a vedere a chi venissero addebitate ed ecco spuntare fuori il nome dei Morolto. Conseguenza Joy Morolto finisce in prigione e lì muore. A quel punto Mitch esce dal programma di protezione testimoni ma non ha fatto i conti col figlio venticinquenne del boss, ansioso di vendicarsi.

Questo per il passato, che in fondo occupa ben poco spazio, quasi tutto concentrato in un flahblack dalla fotografia blu e da un’apparizione di Morolto jr che esce dall’università per parlare con un sicario che ha scovato Mitch. Una sequenza che dovrebbe raccontare la pericolosità di questa minaccia, ma il giovane mafioso non sembra un mafioso e non comunica alcun senso di minaccia.

Ora, sei settimane prima Mitch se ne sta nel suo piccolo studio di cui è tanto orgoglioso, coadiuvato dal fratello Ray incaricato di fare le ricerche per i casi e che è interpretato da Callum Keith Rennie, meglio noto ai frequentatori di serial come Lew Ashby o John Wakefield e da Juliette Lewis, che mi sembra del tutto fuori parte, per quel poco che fa (più che altro tende a ripetere sempre le stesse cose, smorfie, azioni) e come se non bastasse ha una liason con Ray di cui dopo mezzo minuto già non ce ne frega più un tubo. Ad ogni modo la squadra, in pericolosa bolletta, attende del denaro da una grossa causa che probabilmente perderà, ma questo non impedisce loro di occuparsi nel frattempo pro bono di un caso di omicidio commesso da adolescenti (alias il caso della settimana). Fino a quando non entra in scena il (nuovo) grosso studio legale che da anche il titolo alla faccenda e offre un posto come socio al nostro Mitch. Mitch pensa che lo vogliano inglobare per prendere parte alla sua causa grossa miliardaria che comunque il suo piccolo studio non potrebbe affrontare: quando infatti sembrava tutto concluso con un risarcimento esoso senza arrivare in tribunale, dalla controparte fanno sapere di aver cambiato idea. Mitch deve per forza associarsi, cedendo il 50% se vuole continuare a combattere. Chiaramente questo fa nascere un breve contenzioso con la moglie che con giusta ragione non vuole rientrare in quel giro, ma tutto si risolve, anche troppo frettolosamente, perché la famiglia deve restare unita.

Ecco, questa della famiglia è uno dei (probabili) punti davvero deboli del serial. Vorrei sbagliarmi ma sento puzza di ABC family, di Mulino Bianco con figlia annessa che è saggia e piange perché è una bambina sradicata, che non vuole perdersi i suoi amici e però il papà e la mamma che le vogliono tanto bene le parlano e appianano tutto. Per qualche istante sono stato percorso da brividi terranovistici.

Inutile dire poi che la moglie aveva ragione (involontariamente) nelle sue perplessità. Il nuovo studio infatti ha ben altre mire su Mitch che accaparrarsi il suo caso. E non appena lui lascia la stanza dopo aver contrattato, convinto di aver portato a casa un buon risultato, i tycoon dello studio parlano già di impiantare microspie, microfoni e compagnia bella. Non c’è pace per la famiglia McDeere. Non ne so molto (anzi, non ne so niente) di grossi studi legali americani ma possibile che tutti quelli in cui incappa Mitch siano degli spioni con atteggiamenti mafiosi? Consiglierei un viaggetto a Lourdes a tutta la famiglia del nostro più o meno giovane avvocato. Se proprio gli va male gli potremmo scrivere, tutti noi di Serialmente, una lettera di raccomandazioni per la Lockhart & Gardner.

Tirando le somme, da questo doppio episodio d’esordio ciò che ci si prospetta è un doppio binario narrativo che prevede una trama orizzontale fatta soprattutto degli intrighi attuali e passati (il nuovo studio e la minaccia della mafia) inframmezzati da casi settimanali che, stando al minutaggio, potrebbero avere anche troppo peso rispetto alla materia grossa. Un sistema che guarda insomma a The Good Wife, ma che manca del collegamento (tematico, narrativo, simbolico, d’intreccio dei personaggi coinvolti) tipico del gioiellino dei King. La suspense iniziale funziona, i quesiti anche, e il caso della settimana poneva questioni legali e morali interessanti, ma il massimo cui The Firm sembra potersi avvicinare è una traballante medietà. Bisognerà vedere come procederanno gli autori coi prossmi episodi, se riusciranno ad amalgamare meglio le trame e capire se i subplot riusciranno a reggere al fattore tempo, sia quelli di ambiente legale parallelo, sia quelli (e qui già partono male) legati alla zona famiglia allargata dei McDeeres.

Antonio Varriale

Precedentemente e altrove noto come Noodles. Non gli bastava il cinema e Sergio Leone. La sua doppia natura celava un darkpassenger che emerge soprattutto di notte per mietere vittime tra i serial americani. Dipendente dalle dipendenze, non si lasciò sfuggire la possibilità di entrare in un altro tunnel di visioni e meno ancora quello di scriverne pure.

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Commenti
6 commenti a “The Firm – 1×01/02 – Pilot/Chapter Two”
  1. Frank scrive:

    Ennesimo flop NBC. Speriamo che si decidano a rinnovare l’unico drama buono che hanno: Parenthood.

  2. close to me scrive:

    Non so come Grisham abbia potuto avallare tutto questo. Un corri corri frenetico e convulso che non riesce a nascondere noia e mancanza di carisma di tutti i protagonisti (anche senza volersi servire di un confronto impietoso tra il Mitchell di Tom Cruise e questo di Josh Lucas).

  3. pemf.bolloso scrive:

    Non condivido i pareri negativi, secondo me è una serie con un ottimo potenziale e il pilot è davvero buono. Non ho mai visto il film e non toccherei un libro di Grisham nemmeno con un bastone, ma mi è parso tutto molto chiaro e anzi mi è piaciuto come non abbiano perso troppo tempo in chiacchiere e spiegoni. Ottima anche la gestione delle varie storie, con un caso della settimana molto interessante (ok conclusosi un po’ alla volemose bene, ma ci può stare) e delle ottime basi per una trama orizzontale bella sostanziosa.

    @Noodles: tu dici che il boss mafioso non ti comunica nessun senso di minaccia. Ecco secondo me il punto di quella scena non era comunicare il senso di pericolo, ma più che altro introdurre questo nuovo personaggio che mi sa un po’ di “figlio d’arte” che non vuole seguire le orme criminali del padre ma lo fa perchè tutti si aspettano questo da lui.
    Anche la parte sulla famiglia non mi è pesata più di tanto, alla fine non le hanno riservato troppo spazio e non ci vedo niente di male a risolvere i problemi parlando o.O
    Certo la bambina è abbastanza irritante, ma nelle prossime puntate credo le riserveranno molto meno spazio visto che la carne al fuoco è proprio tanta.

    L’unica critica che condivido in pieno è quella su Juliette Lewis che interpreta male un personaggio già ridicolo di suo. Era proprio necessaria la scena in cui lei spiega che il sicario era arrivato mentre lei pomiciava con Ray? Sono indispensabili tutte quelle smorfie irritanti a ogni inquadratura? E poi qualcuno mi dovrà anche spiegare perchè la donna un po’ tamarra nei tf americani è sempre perennemente intenta a masticare chewing gum con tanto di smascellamento da mucca al pascolo.

  4. Dextha scrive:

    Grande fantasia per i titoli delle puntate…

  5. Noodles scrive:

    @ pemf.bolloso:
    Mi riferivo proprio alla bambina. ha quell’aria saccente da ragazzina cresciuta che è un prodotto amorfo e irrealistico delle serie tv americane che non ha riscontro nella realtà.

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