LOST

Lost Together, Die Alone – Saggio completo

Il 23 maggio 2010 è terminata la serie che più di tutte ha polarizzato le menti del pubblico del mondo intero imponendosi come pietra miliare della televisione del nuovo millennio, Lost.
Oggi è passato un anno da quel finale che tanto ha diviso la platea internazionale così come i fan. Per celebrare questo giorno abbiamo deciso di ospitare un articolo redatto dal sottoscritto che intende cercare di dare un senso alle sei stagioni dell’opera di Lindelof, Cuse & Abrams. Certo, è soltanto un primo parziale tentativo di riflessione su quegli schemi e modelli di costruzione attorno ai quali la serie si è sviluppata. Il mio ragionamento allora vuole fondarsi a partire da uno dei temi, anzi IL tema, che a mio parere ha permeato e reso coerenti i sei anni di vita di Lost.

Innanzitutto cerchiamo di far luce sul tema a cui mi riferisco. Se dovessimo identificarlo a partire dalla “semplice” trama sarebbe un’impresa praticamente impossibile: un gruppo di sopravvissuti ad un disastro aereo si ritrova su un’isola misteriosa, sperduta nel Pacifico. Grazie al cielo abbiamo più di un centinaio di ore di materiale narrativo che possono giungere in nostro soccorso.
Prendiamo in considerazione uno dei primi episodi della serie. In “The White Rabbit” (stagione 1, episodio 5), Jack, il primo personaggio che incontriamo nel pilot (è suo l’occhio che si spalanca nella sequenza iniziale), viene perseguitato dal fantasma del padre, morto a Sydney qualche giorno prima del disastro. La puntata si apre con il flashback di un giovanissimo Jack mentre viene picchiato da un paio di bulli della scuola: ha scelto di intervenire per difendere un ragazzino indifeso, tanto che uno dei bulli lo minaccia così: “Your choice man. Walk away now, you won’t have your ass kicked”. Non sembra quindi un caso che nel secondo flashback della puntata, Christian, suo padre, ribatterà sulla stessa linea tematica della “scelta”: “Don’t choose Jack, don’t decide. You don’t wanna be a hero, you don’t wanna try and save everyone. Because when you fail you just don’t have what it takes”. Accanto al tema della “scelta”, l’episodio però è importante perché vede un altro chiaro riferimento tematico: per fermare un tentativo di linciaggio nei confronti di un naufrago colpevole di aver nascosto le scorte d’acqua, Jack recita un lungo discorso ai suoi compagni in cui è compresa la seguente frase: “We have to live together, or we’re gonna die alone”.
Libertà o meno di scelta in rapporto con la vita comunitaria. Possiamo dire che questa rappresenta l’arena tematica, ma ancora non è abbastanza per rintracciare quel principio dinamico necessario per fare da miccia a infiniti conflitti e infinite storie che un prodotto di lunga serialità deve assolutamente possedere nel proprio DNA. Dobbiamo quindi rendere più chiaro il rapporto tra il singolo e la collettività e come questo sia stato tradotto a livello strutturale.

Adoperando lo stesso processo delle dimostrazioni geometriche, formulerò subito la “tesi” a cui sono giunto analizzando l’intero arco della serie e successivamente riporterò la discussione di questa tesi stagione per stagione.

Articolato in maniera più precisa e posto sotto forma di domanda, il conflitto tematico risulta essere il seguente: “Nonostante il nostro passato, nonostante la nostra identità si sia formata attraverso le ricadute che le azioni degli altri hanno avuto su di noi, nonostante i peccati dei padri ricadano sui figli, nonostante siamo portati a rapportarci al prossimo nella stessa maniera violenta, nonostante quindi questo passato si faccia destino e condanna, siamo liberi di scegliere, siamo liberi di affrancarci dai nostri errori cronici e cambiare?” Destino o libero arbitrio? O meglio, si può fuggire da un destino arbitrato dal binomio azione/reazione e vivere in armonia con il prossimo? Si può cambiare davvero (e se consideriamo il principio secondo cui in televisione non esiste personaggio che cambi mai veramente, la domanda si carica persino di una componente metatestuale)? E’ questa la dinamica attraverso cui si sviluppa la serie così come le singole stagioni, è questo il conflitto che detta tutte le scelte strutturali e narrative.

Stagione Uno: “It’s fate. Some people are just supposed to suffer”

lost season 1

 

La prima stagione narra i “primi passi” dei naufraghi sull’Isola in parallelo con lo svelamento della loro backstory. Lo scontro tra destino e libero arbitrio si incarna principalmente nel sistema dei flashback. Che si tratti proprio di destino lo conferma una battuta che lo stesso Christian – già riconosciuto come uno dei custodi del tema della serie – rivolge a Sawyer in un bar malfamato di Sydney nella puntata “Outlaws” (“It’s fate. Some people are just supposed to suffer”), ma soprattutto il successivo scambio tra Sun, Shannon e Claire in “Exodus pt.2/3” (“Do you think all this — all we’ve been through — do you think we’re being punished?” “Punished for what?” “Things we did before — the secrets we kept, the lies we told” “Who do you think is punishing us?” “Fate.” “No one’s punishing us. There’s no such thing as fate”).

Ogni personaggio ci viene raccontato nella tragicità del suo fatal flaw (passato) e nella possibilità o meno di riscatto nel presente (non è un caso che una delle battute più significative sia quella ripetuta da Locke “Don’t tell me what I can’t do”): Kate è una fuorilegge che continua a scappare e rifiutare un contatto intimo con il prossimo, Charlie lotta contro la sua dipendenza dall’eroina, Sawyer è un truffatore che non riesce ad affrancarsi dal suo egoismo, Sayid è un’ex-torturatore della repubblica irachena che prova ad espiare le colpe della guerra e fallisce. Ogni fatal flaw sembra essere diretta conseguenza di un torto inflitto da un genitore o da una figura genitoriale (“See, kids are like dogs, you knock them around enough they’ll think they did something to deserve it” spiega Sawyer a Jack in “Exodus pt.1“): Jack ha avuto un padre rigido, anaffettivo e alcolizzato, Locke è stato ingannato dal padre biologico conosciuto da adulto e raggirato per ottenere un trapianto di rene, il padre di Sawyer ha ucciso la moglie e poi si è tolto la vita, Charlie è stato introdotto all’uso di droghe dal fratello maggiore e così via. I personaggi sono quindi in lotta con se stessi e con le colpe del passato, ma animati da una spinta al cambiamento. E’ una spinta spesso fallimentare, per responsabilità propria (Sun che tenta di avvelenare Jin per non farlo partire e finisce per colpire Michael in “Born to Run“), o diretta conseguenza di eventi esterni (comunque quasi sempre scatenati dall’azione, diretta o indiretta, di un determinato personaggio e non soltanto opera del caso, come avviene per la statuetta della Madonna piena di eroina ritrovata da Charlie ormai disintossicato in “Exodus pt.2“, statuetta che scopriremo essere collegata alla storia di Mister Eko e alle sua colpe). Ciò li porta a rapportarsi con il prossimo in maniera conflittuale e spesso violenta (Sayid tortura Sawyer quando si crede tenesse nascosto il nebulizzatore di Shannon, Charlie uccide Ethan per vendetta, Shannon punta la pistola contro Locke perché responsabile della morte del fratello) a partire proprio dall’incontro-scontro con ogni “altro da sé” (il naufragio in fin dei conti è un enorme incontro-scontro).
Le due spinte violente di senso opposto vengono incarnate e assolutizzate dal personaggio di Danielle Rousseau (spinta violenta del singolo verso l’esterno), una naufraga bloccata sull’Isola da sedici anni che ha ucciso tutti i suoi compagni in quanto convinta fossero stati contagiati da un misterioso “virus”, e poi dagli “altri” (spinta violenta dall’esterno verso il singolo), termine risonante (in fin dei conti “altri” individua l’intera collettività che si oppone al singolo) con cui vengono identificati i pericolosi e misteriosi abitanti dell’Isola che attaccano e/o rapiscono singoli naufraghi (Charlie, Claire, Scott, Walt).
Ennesima forma in cui è rappresentato il conflitto tra spinta al cambiamento e impossibilità di portarlo a compimento ci viene offerta dal personaggio di Locke: paralizzato ormai da quattro anni, sull’Isola ritrova il controllo delle gambe (cambiamento), ma presto, nell’episodio “Deus Ex Machina”, rischia di perdere di nuovo la facoltà di camminare, cosa che lo porta a chiedere all’amico Boone di arrampicarsi fino all’aereo misterioso situato sull’orlo un dirupo nel nel mezzo della foresta (seguendo un sogno profetico) causandone però la morte.

Sul piano diegetico il destino si manifesta nei famosi numeri (4 8 15 16 23 42), dettati ad Hurley da un paziente della clinica psichiatrica dove è stato ricoverato e utilizzati poi per vincere la lotteria. La caratteristica particolare e incredibilmente risonante dei numeri “maledetti” è che la loro influenza, come descritta nell’episodio “Numbers” si manifesta portando sì fortuna alla persona che li adopera, ma causando sofferenze e disgrazie a tutti coloro che la circondano. Tali numeri ricorrono nelle backstory dei personaggi (4 sono gli anni che Locke passa sulla sedia a rotelle, 8 quelli passati dall’arresto di Kate, 15 gli anni passati da quando Kate ha seppellito la sua capsula del tempo, 16 gli anni da cui si ripete il messaggio radio della Rousseau, 23 il posto di Jack sull’aereo, 42 i sopravvissuti alla fine della prima stagione, e infine 815 il numero del volo della Oceanic), e nel finale di stagione li ritroviamo incisi sulla Botola rinvenuta da Locke, identificandosi perciò in maniera completa con l’entità-Isola. Di conseguenza Destino=Isola.

Il tentativo di fuga dal Destino-Isola si materializza proprio con la partenza della zattera costruita da Michael in cerca di soccorso. Possiamo già riconoscere in questo evento il primo esempio dello spirito di cambiamento e di accettazione dell’altro a livello comunitario: i quattro naufraghi a salire sulla zattera sono un padre e un figlio che si sono conosciuti solo qualche giorno prima del disastro aereo, Walt e Michael, quindi due uomini che hanno vissuto un forte conflitto reciproco, Jin e Micheal, e infine Sawyer, il personaggio che per gran parte della stagione ha curato solo i propri interessi. Purtroppo la fuga fallisce quando gli “altri” raggiungono la zattera e rapiscono il giovane Walt.

Stagione Due: “Why do you find so hard to believe?!”

lost stagione 2

Nella seconda stagione il sistema dei flashback viene rivitalizzato inserendo nuovi personaggi. Infatti facciamo la conoscenza dei “tailies”, i sopravvissuti della sezione della coda dell’aereo precipitati in un’altra zona dell’Isola. Anche in questo caso si tratta di personaggi in conflitto con un passato che si attualizza di nuovo sull’Isola: Ana Lucia combatte la sua tensione alla violenza e finisce per uccidere un’innocente, Mister Eko è un ex-signore della guerra e sacerdote che nella sua prima notte sull’Isola si trova costretto ad uccidere di nuovo, Desmond, l’uomo all’interno della Botola, è un soldato congedato con disonore che continua a scappare dalle proprie responsabilità.
Il meccanismo dei flashback si fa ancor di più sinonimo di destino dal quale non ci si può affrancare, e lo diventa attraverso le coincidenze sempre più numerose tra i personaggi della serie prima dell’incidente (Jack incontra Desmond facendo jogging allo stadio di Los Angeles, Jack assiste il padre di Shannon in fin di vita, Ana Lucia fa coppia con il padre di Jack nelle sue ultime ore di vita, Libby e Hurley sono pazienti dello stesso istituto psichiatrico, Eko incontra il sensitivo che ha consigliato a Claire di partire per Los Angeles, Desmond appena arrivato sull’Isola incontra il comandante che ha obbligato Sayid a lavorare per gli Stati Uniti durante l’operazione Desert Storm, stessa operazione in cui Sayid si imbatte nel padre di Kate, Locke per lavoro va ad ispezionare la casa della donna di cui è innamorato Sayid, e così via), mentre la “libertà” ormai è solo un atto di fede (“It is said that when John the Baptist baptized Jesus the skies opened up and a dove flew down from the sky. This told John something — that he had cleansed this man of all his sins. That he had freed him. Heaven came much later”, spiega Mister Eko a Claire in “Fire + Water“).
Per quanto riguarda gli avvenimenti sull’Isola, il destino si manifesta soprattutto nella questione “dobbiamo o no continuare a inserire i Numeri nel computer all’interno della botola ogni 108 (ovvero la somma totale dei Numeri stessi) minuti?”, storyline che termina con una sorta di tentativo di fuga da parte di Locke, che dubita della vera utilità di quell’atto reiterato, quasi rituale, e decide di smettere di “spingere il pulsante”, purtroppo fallendo ancora una volta: digitare i Numeri ogni 108 minuti serviva a sfogare l’energia elettromagnetica sotto la Botola che altrimenti sarebbe esplosa.
Il conflitto violento all’interno del gruppo di personaggi reduci dalla prima stagione si attenua, quindi l’arrivo dei passeggeri della coda è fondamentale per mantenere alto il livello di scontro (l’episodio dell’incontro/scontro tra i due gruppi si chiama appunto “Collision” e vede la morte di Shannon per mano di Ana Lucia, la quale verrà a sua volta uccisa da Michael in “Two for the Road”). I misteriosi “altri” intanto diventano i reali antagonisti della serie, e viene introdotto il loro capo, Ben Linus, inizialmente comparso come ennesimo malcapitato dell’Isola e torturato dai “nostri” in cerca di risposte.
L’unico tentativo di fuga dal Destino-Isola che sembra avere successo è quello di Michael e Walt, avvenuto però a prezzo del tradimento e dell’omicidio (Michael uccide Ana Lucia e Libby e trascina Jack, Kate, Sawyer e Hurley in una trappola ordita dagli “altri”). Ho scritto “sembra” in quanto nella quarta stagione Michael sarà di nuovo coinvolto negli eventi principali del racconto, quindi dell’Isola.

Stagione Tre: “We have to go back!”

lost stagione 3

La terza stagione è la stagione della crisi. La struttura tematica dei flashback inizia a indebolirsi, i personaggi introdotti da zero all’interno del gruppo principale sono rifiutati dal pubblico (è il caso di Nikki e Paulo, due sopravvissuti del volo Oceanic spuntati di punto in bianco all’interno della storia, serviti poi come controtema al “Live together, die alone”: abili truffatori incapaci di fidarsi l’una dell’altro, sono i responsabili della loro stessa morte, seppelliti vivi dal resto dei loro compagni in “Exposé“), mentre non avviene lo stesso per i personaggi della fazione degli “altri”, Juliet e Ben, probabilmente perché anche loro risultano afflitti dagli stessi problemi dei protagonisti: Juliet è incapace di ribellarsi agli uomini della sua vita (prima l’ex-marito, poi Ben), Ben è stato cresciuto da un padre che lo ha sempre incolpato della morte della madre, padre che poi lui stesso ha ucciso (e qui riemerge con forza la questione padre-figlio).
Gli autori cercano quindi di rilanciare il tema a livello strettamente diegetico con la trama di Desmond e Charlie: dopo l’esplosione della botola al termine della seconda stagione, Desmond inizia ad avere delle visioni riguardo la morte di Charlie. La preveggenza è un primo timido tentativo di fondere, attraverso la questione temporale dei “flash”(nella sua accezione estesa di non linearità tempo-narrativa), struttura e trama. Sotto l’ottica dello scontro tra destino e libero arbitrio la storyline termina in un pareggio: Charlie muore, ma muore scegliendo di salvare la vita di Desmond. In maniera meno diretta lo stesso tentativo viene coniugato con la questione della gravidanza di Sun, destinata a morire sull’Isola, riprendendo in maniera inversa quella del personaggio di Rose, destinata a morire di cancro sulla terraferma.
Il conflitto “sociale” continua a incarnarsi prevalentemente nello scontro tra naufraghi e “altri”, ma viene inserito un terzo polo di “altri”, quelli della nave di recupero, a cui pare strettamente legata la possibile via di fuga dal Destino-Isola di questo ciclo di puntate. Ma ormai serve un super rilancio alla trattazione tematica divenuta ormai tiepida, che giunge puntuale nel finale di stagione con l’introduzione dei flashforward.

Stagione Quattro: “Well, Jack, you put a gun to my head and you pulled the trigger“

lost stagione 4

I flashforward complicano il dibattimento tematico e lo potenziano, aggravando il conflitto dei personaggi. Pur avendo abbandonato l’Isola, pur avendo fatto ritorno sulla terraferma (fino a quel momento, il desiderio conscio che muove tutti i personaggi della serie), nessuno dei protagonisti riesce ad affrancarsi dal proprio difetto fatale, continuando a subire le azioni degli altri e reagendo violentemente ad esse: Jack è distrutto dal senso di colpa per aver lasciato indietro i suoi compagni, Sayid ritorna un assassino ai servizi di Ben per vendicare della morte della sua amata, Sun medita vendetta contro i responsabili della presunta morte del marito. Alla fine della stagione 3 infatti veniamo a sapere che alcuni dei naufraghi riusciranno davvero a tornare a casa, accettando però di comune accordo di mentire riguardo i fatti accaduti dall’incidente aereo in poi. Gli eventi “del presente” sull’Isola si muovono quindi in previsione di quel momento, arrivando infine a far coincidere le due temporalità. Il rilancio tematico, che dimostra come i personaggi non possano davvero “cambiare il proprio destino” nemmeno abbandonando l’Isola, è talmente potente che sebbene vengano inseriti nuovi personaggi (la task force di ricercatori proveniente dalla nave di soccorso che comprende il fisico Faraday, l’archeologa Lewis, il sensitivo Miles e il pilota Lapidus) la narrazione non ha ancora bisogno di indagarne il passato (se non facendo brevissimi cenni nell’episodio in cui sono introdotti, “Confirmed Dead”), che verrà infatti esplorato solo nella stagione seguente.
Sempre attraverso il personaggio di Desmond prosegue la commistione struttura-trama nell’episodio “The Constant”: sotto l’influsso del campo elettromagnetico che circonda l’Isola, la coscienza di Desmond viaggia avanti e indietro nel tempo rischiando di svanire in questo “sballottamento” temporale. La risoluzione passa ancora una volta attraverso l’atto di affidarsi ad un “altro da sé”: Desmond trova nella sua amata Penny la “costante” che gli permette di ancorarsi alla linea temporale “presente” e sopravvivere.
Con la scomparsa dell’Isola il tentativo di fuga sembra avere successo per la prima volta, ma come abbiamo detto non riesce davvero: molti dei personaggi rimangono bloccati sull’Isola, mentre i fantomatici Oceanic Six si ritrovano distrutti dal rimorso per aver lasciato indietro i propri compagni. “We have to go back!” grida disperato Jack nell’ultima scena della stagione precedente.

Stagione Cinque: “They come. They fight. They destroy. They corrupt. It always ends the same.”

lost stagione 5

Con la quinta stagione si chiude quindi la parentesi flashforward e se ne aprono due nuove. Nella prima parte della stagione il flash (nella sua accezione estesa di non linearità tempo-narrativa, come già specificato in precedenza) si trasforma da elemento strutturale in vero elemento diegetico con l’introduzione del meccanismo dei viaggio nel tempo, grazie al quale si abbandona per un momento il focus privilegiato sui personaggi singoli proiettando il conflitto e il tema sul piano prettamente “storico”: al termine della quarta stagione infatti per proteggere l’Isola dagli uomini del rivale Widmore cui appartiene la nave di salvataggio, Ben sposta l’Isola. A seguito di tale evento tuttavia l’Isola inizia a muoversi non solo nello spazio, ma anche nel tempo: a detta del fisico Faraday, è come se la puntina del disco/Isola saltasse e trasportasse i personaggi in diverse temporalità. In poche parole i personaggi vivono i flashback sulla propria pelle, ma non flashback individuali, bensì quelli dell’entità-Isola, che come i personaggi tout court continua a mettere in scena sempre le stesse tragedie (Danielle Rousseau uccide tutti i suoi compagni come Ben uccide tutti i membri della Dharma Initiative). Ma come dice lo stesso Faraday “Whatever happened, happened”: il tempo è immutabile e non si può cambiare il passato. Di conseguenza è come se i protagonisti fossero catapultati all’interno di un flashback senza avere la possibilità di modificare alcunché, in quanto semplici spettatori passivi degli eventi (e qui la componente metalinguistica della serie tocca l’apice).
Nella seconda parte della stagione invece, con il ritorno degli Oceanic Six sull’Isola, viene ripresa la questione della facoltà o meno di cambiare il proprio destino (in questo caso il futuro) e, ancor più di prima, il dibattimento tematico si anima più che a livello strutturale proprio a livello diegetico. Infatti i naufraghi tornati sull’Isola si ritrovano incastrati nel 1977 nella condizione di poter riscrivere la storia, o almeno è quello che credono. Sayid è il primo che prova a modificare il futuro con il suo tentativo di uccidere un Ben adolescente, evento che invece si inserisce subito nella lunga catena di traumi che condurrà Ben a diventare l’uomo che conosciamo. Presto però i personaggi scoprono di essere capitati nel momento esatto in cui la Botola (che per un sovraccarico causerà poi la caduta del volo Oceanic 815) è in fase di costruzione: i naufraghi guidati da Jack piazzano così una bomba all’idrogeno nel luogo dove sorgerà la stazione, nella speranza di riuscire a disinnescare la catena di eventi che li ha condotti sull’Isola.
Nel finale, con l’esplosione della bomba, viene posta la domanda “se si alterano le condizioni di partenza, si può ottenere la libertà di scegliere e di cambiare il proprio destino?”: avendo perso di valore il tentativo di fuga “fisico” dall’Isola (in quanto inutile a risolvere il conflitto interno ed esterno dei protagonisti), si passa all’annullamento della situazione di base (come a dire “se non posso trovare una soluzione al problema, mischio le carte in modo che il problema non sia mai esistito”, in altre parole “cambiare il proprio destino non per una scelta diretta, ma facendo affidamento su un evento esterno”). Allo stesso tempo però il tema del destino immutabile viene definitivamente esplicitato con l’introduzione di Jacob, la misteriosa figura nominata fin dalla terza stagione nonché guida senza volto degli “altri” e personaggio pseudodivino entrato nelle esistenze di ognuno dei protagonisti per guidarli giorno dopo giorno verso l’Isola.

Stagione Sei: “To remember and to let go”

lost season 6

La stagione finale si apre su due linee parallele. Da una parte si sviluppa la linea mitologica dei “candidati”, del destino a cui sono chiamati tutti i personaggi (non è un caso che ad ognuno sia abbinato uno dei famosi “Numeri” di Hurley, che sappiamo essere manifestazione del fato all’interno del racconto), convocati sull’Isola da Jacob affinché lo sostituiscano nel ruolo di protettore dell’Isola. E’ un destino a cui si oppone principalmente il MiB, la nemesi, lo Smoke Monster, da secoli intenzionato a fuggire dall’Isola su cui è tenuto prigioniero (non è un caso che i rumori metallici che accompagnano l’ingresso del “mostro di fumo” assomiglino allo sferragliamento di una catena, quasi come il Jacob – appunto – Marley del A Christmas Carol dickensiano). Jacob e il MiB rappresentano in maniera esplicita il tema e il controtema: come spiegato nell’ultimo episodio della quinta stagione, Jacob è convinto che gli uomini possano esimersi dalle loro debolezze e mancanze (“You were all flawed” dirà Jacob ai sopravvissuti in “What They Died For”) e cambiare, mentre il MiB è convinto che gli uomini non possono affrancarsi dal loro destino di morte e violenza (“They come. They fight. They destroy. They corrupt. It always ends the same.” recita in “The Incident”). Ed è quindi ancora più risonante che il portatore del controtema e il “nemico” principale dei protagonisti ne condivida invece lo stesso obiettivo: fuggire dall’Isola, anche se questo significherebbe la fine di tutto, il nulla (che altri non è che la libertà totale ma sterile del singolo che annienta quella altrui).
La seconda delle linee di plot è rappresentata invece dall’introduzione del meccanismo dei flashsideways, in apparenza realtà alternativa dove l’Isola è affondata e il volo 815 non è mai precipitato, con tutte le conseguenze che l’inabissamento che l’Isola-Destino comporta. Infatti i personaggi (o almeno molti di loro) non sembrano essere afflitti dal fatal flaw che li caratterizza: Jack è un padre premuroso che tenta di risolvere i suoi daddy issues con il figlio, Locke accetta la sua condizione di paralizzato, Hurley non ha più paura di essere perseguitato dalla sfortuna, Sun e Jin sono una coppia sincera e affiatata, Ben è un insegnante che riesce a mettere le esigenze degli altri prima dell’aspirazione al potere. L’accostamento tra le due realtà funziona in maniera ambivalente: se da un lato il contrasto tra la situazione dei protagonisti delle due realtà mette in risalto i vari fatal flaw e la loro eventuale risoluzione o definitivo crollo, dall’altra l’esistenza della nuova realtà sottolinea l’incapacità del cambiamento attuata dai personaggi in prima persona, in quanto conseguenza legata esclusivamente ad un fattore esterno (l’assenza dell’Isola, quindi del destino).
Ma col finale ci viene fornita una possibile soluzione alla questione posta all’inizio della prima stagione. Jack decide di accettare la carica di difensore dell’Isola per salvare i suoi compagni, ed è una scelta che fa in piena consapevolezza. Qui la “fede” (non in senso confessionale, ma spirituale e morale, in senso di fiducia e speranza, come quella del mito di Pandora cui l’origine dell’Isola sembra ispirarsi) è solo uno strumento per ottenere la forza necessaria ad attuare il cambiamento. Infatti alla “professione di fede” di Jack, Jacob (l’arbitro del destino) non risponde, non rassicura, non conferma affatto che la risposta di Jack sia quella corretta. “Is that a question, Jack?”, dice semplicemente. L’importante è essere capaci di scegliere, di mettere in pratica davvero il libero arbitrio, di divenire liberi di crearsi il proprio destino e stabilire finalmente armonia con il prossimo. E Jack è il personaggio esemplare per farlo, in quanto il suo arco di trasformazione è l’arco di trasformazione della serie, radicale, profondo. Jack ne è l’incarnazione più emblematica. Il tentativo di fuga dall’Isola riesce e in maniera davvero completa stavolta, e i personaggi che restano sull’Isola lo fanno accettando l’incarico di guardiani, consapevolmente.

La serie si conclude con l’invito a lasciar andare, a perdonare e perdonarsi, a liberarsi dalle catene del passato e del destino per riuscire ad aprirsi agli altri, a riscattarsi dalla catena di azione/reazione che condiziona i rapporti umani. I personaggi si risvegliano in una specie di aldilà (cosa che caratterizza i flashsideway come flash al di fuori del tempo e dello spazio, liberi anch’essi da qualsiasi consequenzialità temporale e spaziale, liberi di autodeterminarsi) e scendono a patti con gli errori passati, li accettano, li lasciano andare (“Let it go”). Ma per raggiungere questo momento di consapevolezza assoluta i personaggi devono per l’ultima volta scontrarsi di nuovo tra di loro ricreando gli stessi momenti di intesa profonda con “l’altro da sé” avuti in vita, come per rompere definitivamente la catena di violenze e recriminazioni riscattando proprio il momento di incontro/scontro originale: Desmond deve trovare la sua amata Penny, Hurley la sua Libby, Charlie la sua Claire, Sawyer la sua Juliet, Sun e Jin la loro figlia. Solo scegliendo davvero di cambiare si può essere liberi di vivere un rapporto sincero e profondo con il prossimo.

Il finale porta a compimento la trattazione sul tema e proprio per questo sa essere coinvolgente ed emozionante (infatti la maggior parte delle critiche ad esso rivolte si concentra in particolare sulle risoluzioni di determinate trame introdotte nel corso delle stagioni che non sull’impatto emotivo del tutto). Perché sebbene non risponda (direttamente) a molte delle domande poste dal racconto, risponde a quella più importante: la domanda tematica.

Giovanni Di Giamberardino

Giovanni Di Giamberardino nasce qualche tempo fa da qualche parte. Da tempo complotta per la conquista del mondo e la distruzione dell’umanità. Come se non lo facesse nessuno nel mondo pure lui ha scritto un romanzo, che comunque nessuno ha letto.

44 Comments

  1. Bella cavalcata “tematica” lungo quelle sei mitiche stagioni. La conclusione che fai è sacrosanta, e i “critici” faticano a capirla. Il fatto è che la serie ha due facce: quella tematica e quella prettamente fantascientifica, “di genere”. La faccia fantascientifica serve a quella tematica, che è quella che conta. Molti sono portati a credere che la serie, per essere perfetta, dovesse eccellere in entrambi questi aspetti di cui si compone. Sembrerà una scusa a posteriori, ma io (e suppongo tutti quelli che l’hanno amata fino alla fine) penso che se il racconto fantascientifico un po’ (molto) bucherellato è servito all’aspetto più importante, allora la serie non ha nulla da recriminarsi.
    Certo gran parte dell’analisi che fai è davvero “a posteriori”, svela cioè un’intenzione originale secondo me non direttamente imputabile agli autori, che invece potrebbero essersi ritrovati con una storia che si è sviluppata in questo senso quasi da sola. Insomma, dei nerd non possono davvero capirci molto di destino e libero arbitrio e altre questioni filosofiche, religiose, sociologiche. Semmai questi sottotesti sono una dimostrazione che degli autori “leggeri” possono aver vissuto una vita e delle esperienze tanto intense e complesse da influire in questo modo sulle loro opere che, sulla carta, sono di puro intrattenimento. Mi fa rabbia chi considera Lost solo un grosso otto volante, e quindi non gli perdona i tanti (innegabili) difetti di struttura, sottovalutando quei sottotesti a cui, in sei anni, forse non hanno mai prestato attenzione, ossessionati dallo scoprire cos’era il fumo nero o chi c’era nella botola, o a fare a gara con gli autori sbraitando “tanto s’è capito che l’Isola è il Purgatorio!”.

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  2. Francesco ha scritto:

    Mi fa rabbia chi considera Lost solo un grosso otto volante, e quindi non gli perdona i tanti (innegabili) difetti di struttura, sottovalutando quei sottotesti a cui, in sei anni, forse non hanno mai prestato attenzione, ossessionati dallo scoprire cos’era il fumo nero o chi c’era nella botola, o a fare a gara con gli autori sbraitando “tanto s’è capito che l’Isola è il Purgatorio!”.

    Il problema, mio caro , è che il fumo nero,botola, isola-purgatorio e misteri vari hanno fatto la fama di Lost attraendo una marea di spettatori incuriositi da tutto questo !!!
    Senza la componente “misteriosa” sono piu’ che certo che Lost lo avrebbero seguito veramente in pochi…
    Quindi è abbastanza normale che la maggior parte della gente sia delusa poichè furono tanti quelli attratti dai giochi di prestigio….ed è cosi’ che Lost ha fatto successo !

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  3. Mi spiace, ma non è così. Lost ha avuto successo perché tutti questi misteri sono passati attraverso i personaggi e non esistevano aldilà di essi. Perché allora tutte le serie che hanno provato a imitare Lost hanno miseramente fallito (Heroes un po’ ha tenuto, ma Jericho, Invasion, Flashforward, The Event sono state subito cancellate)? Perché tutte queste serie hanno perso di vista i personaggi, che sono l’elemento FONDANTE, il vero nucleo che gli autori di Lost hanno sempre tenuto al centro del loro racconto (la prima stagione è basata INTERAMENTE su di loro). Non si mantengono 12 milioni di telespettari per sei stagioni soltanto con i giochi di prestigio. I fallimenti di tutti questi altri prodotti ne sono la prova schiacciante.
    Si può condividere o meno il parere sulla qualità di risoluzione dei misteri disseminati dalla serie (di cui sarebbe ridicolo negare l’esistenza) e la delusione di metà del pubblico è qualcosa che non può essere negato né preso sottogamba, MA i misteri non sono mai stati la componente fondativa di Lost, solo uno dei motori dell’azione drammatica. E’ ben diverso.

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  4. Rei ha scritto:

    Mi spiace, ma non è così. Lost ha avuto successo perché tutti questi misteri sono passati attraverso i personaggi e non esistevano aldilà di essi. Perché allora tutte le serie che hanno provato a imitare Lost hanno miseramente fallito (Heroes un po’ ha tenuto, ma Jericho, Invasion, Flashforward, The Event sono state subito cancellate)? Perché tutte queste serie hanno perso di vista i personaggi, che sono l’elemento FONDANTE, il vero nucleo che gli autori di Lost hanno sempre tenuto al centro del loro racconto (la prima stagione è basata INTERAMENTE su di loro). Non si mantengono 12 milioni di telespettari per sei stagioni soltanto con i giochi di prestigio. I fallimenti di tutti questi altri prodotti ne sono la prova schiacciante.
    Si può condividere o meno il parere sulla qualità di risoluzione dei misteri disseminati dalla serie (di cui sarebbe ridicolo negare l’esistenza) e la delusione di metà del pubblico è qualcosa che non può essere negato né preso sottogamba, MA i misteri non sono mai stati la componente fondativa di Lost, solo uno dei motori dell’azione drammatica. E’ ben diverso.

    Beh ….le serie tv che hai citato fanno veramente schifo e il loro non e’ certo stato un problema di personaggi !
    Giusto Heroes ha retto la prima stagione e parte della seconda….ma le altre ti prego….
    Non puoi paragonare un prodotto come Lost con la cacca allo stato puro Flashforward ??? The Event ??? Inviasion ?? , ma stiamo scherzando ?
    Comunque questo e’ il tuo punto di vista (e penso che solo in pochi la pensano come te) la maggior parte della gente lo ha visto per i Misteri !!!!
    Conosco personalmente moltissime persone che hanno incominciato a vedere Lost per svelare i “Misteri” e in giro per la rete non si parlava di altro.

    Con questo non voglio dire che i Personaggi/Protagonisti non siano stati importanti e fondamentali….ma dubito fortemente che 12 milioni di spettatori dopo la prima stagione erano focalizzati sulla ricerca del conflitto interiore dei vari protagonisti,etc,etc,
    Tutti a chiedersi …e l’orso ? e la botola ? e i numeri ? e il fumo ? NO NO voglio sapere cosa e’ !
    La vera arte dei sceneggiatori e’ stata proprio nel “servire” questi “Misteri” in modo eccellente !

    Dai su ragazzi……basta che vi fate un giretto sui vecchi forum dove parlano di Lost (circa 6-7 anni fa) …

    Rispondi

  5. Sono abbastanza d’accordo con le tue conclusioni Rei.
    Parzialmente lo sono anche con Francesco. Chi scrive una sceneggiatura, come un romanzo o un racconto, non ha sempre sotto controllo tutto. Gli autori non sono sempre consapevoli dei vari piani di lettura: alcune cose si vivono prima di pancia e arrivano alla coscienza solo dopo qualche tempo. Sono convinta però che gli autori fossero pienamente consapevoli perlomeno dei temi portanti analizzati da Rei, per quanto ne avrei fatto una lettura leggermente diversa da quella presentata qui. Per me tutta la serie è una grande metafora che tratta del difficile cammino evolutivo di ciascun uomo, come essere sociale, alla scoperta della verità, intesa come piena visione e accettazione di sè e dell’altro da sè. Un cammino che passa attraverso il superamento delle proprie paure, compresa quella più estrema della morte. Tutto il resto è a contorno. La serie ha comunque parecchi difetti sia sul piano narrativo che simbolico, e non sono sicura siano tutti imputabili alle pressioni subite dagli autori da parte di produttori e telespettatori e ai limiti imposti dalla serialità e dal mezzo televisivo. Ne elenco solo alcuni: l’eccessiva ridondanza, un richiamo inefficace e fin troppo scontato a miti e leggende dell’antichità, spesso serviteci a mo’ di minestrone, il citazionismo spinto di opere letterarie e cinematografiche… e potrei continuare. Rimane comunque una buona serie per l’importanza dei temi trattati e l’ambizione di voler tracciare un’epica moderna, con eroi del nostro quotidiano. Credo rimarrà a lungo nel nostro immaginario.

    Rispondi

  6. Francesco ha scritto:

    Insomma, dei nerd non possono davvero capirci molto di destino e libero arbitrio e altre questioni filosofiche, religiose, sociologiche.

    Questa è discriminazione nei confronti dei nerd; è chiaro che i nerd, come minimo, possono capirci qualcosa. Al massimo a molti nerd non importa minimamente, e considerato che il campo si è prestato -pensiamo anche solo al libero arbitrio- a secoli di seghe mentali più o meno sensate, non me la sento del tutto di pensare che sia un difetto.
    Rei ha scritto:

    Lost ha avuto successo perché tutti questi misteri sono passati attraverso i personaggi e non esistevano aldilà di essi

    Lo credo pure io; solo, non sono convinto che lo scontro fato/libero arbitrio e tutti gli altri siano essenziali per delineare dei buoni personaggi. Ma di certo sono un piacevole valore aggiunto, che se lo noti e ti piace sei contento e altrimenti non toglie nulla al resto…
    Marcozz ha scritto:

    Comunque questo e’ il tuo punto di vista (e penso che solo in pochi la pensano come te) la maggior parte della gente lo ha visto per i Misteri !!!!

    Ma guarda, non credo che il tuo punto di vista e quello di Rei siano poi così dissimili; Rei sa benissimo che uno stramucchio di gente l’ha visto per i misteri, ma dice che i misteri non si reggono senza dei personaggi ben fatti. La divergenza fra di voi mi sembra che, più che sui fatti, sia su ciò in base a cui una serie deve essere valutata: componenti filosofiche o più terra-terra? Standard “culturali” o apprezzamento da parte della gente?

    Volendo sono anche ammirato da come gli autori abbiano fuso un contesto filosofico a uno leggero senza togliere quasi niente a nessuno dei due…

    Rispondi

  7. Se lost era solo una serie di un dottore, una fuggitiva, un invalido finiti su un isola deserta, e la tematica del libero arbitrio era “Se resisti senza mangiare 15 giorni vai via dall’isola” anzichè dover premere ogni 108 minuti un bottone, all’interno di una botola sottoterra, con strani simboli dentro, spiegato da un antico criptico filmato di una qualche associazione di scienziati pazzi etc… etc… Lost non avrebbe avuto questo successo. questo è INNEGABILE. Pagine e pagine di forum su questi quesiti e dopo l’ultima puntata tutti i lovers..”Ma perchè voi avete seguito Lost per questo??? Noi per i personaggggiii!!!” ahahahhahaha

    Rispondi

  8. Mi sembra che Psi abbia colto il fraintendimento alla base del discorso misteri/personaggi. Mentre Rei dice, giustamente, che serie basate sui misteri ma poco solide nel versante personaggi sono crollate miseramente, Marcozz afferma che moltissime persone hanno visto Lost per soddisfare le varie curiosità legate ai misteri. Concordo con entrambi. La domanda nel primo caso è: se Lost avesse avuto personaggi poco curati ma la stessa dose di misteri, avrebbe avuto lo stesso successo? Credo proprio di no. Nel secondo caso la domanda è: se Lost avesse fatto a meno dei misteri, avrebbe avuto lo stesso successo? Anche qui credo di no, anche se è difficile a dirsi. Certo, meglio una serie con buoni personaggi che una con buoni misteri.

    Rispondi

  9. se Lost avesse avuto personaggi poco curati ma la stessa dose di misteri, avrebbe avuto lo stesso successo?

    Nel lungo periodo non lo so, una serie deve prenderti anzitutto alle prime puntate, se alla prima puntata non ci fosse stato il rumore metallico del mostro di fumo e il “Dove diavolo siamo finiti” la serie avrebbe avuto molto meno seguito nelle puntata successive, e i personaggi non si conoscevano.

    Nel secondo caso la domanda è: se Lost avesse fatto a meno dei misteri, avrebbe avuto lo stesso successo?

    Ci prendiamo in giro? Cioè lost con dei normali personaggi in un’ isola che devono sopravvivere alla fame e alla sete alla Robinson Crosue, una semplice versione serie -tv di survivor senza misteri ti stai veramente chiedendo se avesse avuto lo stesso successo??? Dai, stai scherzando spero.

    Rispondi

  10. Non possiamo sapere cosa sarebbe Lost senza misteri, perché parleremmo di un’altra serie, ma anche un survivors/robinson crosue può essere interessante. Certo, non si avrebbe avuto tutto l’effetto mediatico (teorie, visioni fotogramma per fotogramma, ecc…), ma poteva comunque riscuotere un notevole successo. Io ad esempio avrei sicuramente seguito la serie anche senza misteri, non sono stati quelli a stregarmi. A stregarmi in Lost fu la qualità della scrittura (genialate tipo il finale di Walkabout) e della realizzazione (le prime tre stagioni hanno una qualità cinematografica, guardi il pilot e ti sembra di guardare un film), e avrei seguito senz’altro le stagioni anche senza orsi polari e statue con quattro dita.

    Rispondi

  11. Deda ha scritto:

    Chi scrive una sceneggiatura, come un romanzo o un racconto, non ha sempre sotto controllo tutto

    Sì, i cialtroni, gli incapaci o – semplicemente – quelli scarsi.
    Un buon sceneggiatore ha quasi tutto sotto controllo e ciò che non è sotto controllo è marginale; uno sceneggiatore ottimo ha tutto sotto controllo. Un genio non ne ha bisogno, ma il fallimento è sempre dietro l’angolo. Un genio che sa tenere tutto sotto controllo (compresa la sua genialità) è perfetto. Per quest’ultima categoria chiedere di Billy Wilder.

    Su “Lost” non ci perdo tempo a scrivere nemmeno mezzo rigo (le puttanate nucleari non le commento più, ho deciso), ma una cosa vorrei dirla… cosa ha a che fare “Jericho” con “Lost”? Nulla: come le noccioline con il tonno.

    Rispondi

  12. sara881 ha scritto:

    Pagine e pagine di forum su questi quesiti e dopo l’ultima puntata tutti i lovers..”Ma perchè voi avete seguito Lost per questo??? Noi per i personaggggiii!!!” ahahahhahaha

    Mi sa che non li hai seguiti bene i forum. E’ ovvio che si discutesse anche dei misteri, dell’aspetto divertente, intrigante. Ma ti posso assicurare che all’inizio della quarta stagione, quando è arrivata palesemente la svolta fantascientifica dei viaggi nel tempo, l’elettromagnetismo ad minchiam e altre trovate del genere, ho fortemente e pubblicamente rimpianto la centralità dei personaggi delle prime tre stagioni (soprattutto la prima, che ho sempre costantemente ricordato con nostalgia). Ed è proprio per questo che con la sesta stagione, e poi con il Finale, sono tornato ad amare Lost visceralmente, perché nei flashsideways l’unica cosa che contava erano i personaggi, non c’era NESSUN mistero (per chi si chiedeva come sarebbe stato un Lost senza misteri… ecco un esempio). Quindi la questione è ben più complessa dell’essere lovers o haters tout-court, e io personalmente non sono un fanboy, quando si tratta di discutere. Poi quando sto da solo davanti a un episodio mi dimeno e urlo e rido e piango come una femminuccia, ma se dobbiamo discutere so discutere seriamente. Chi fatica a crederlo può benissimo crogiolarsi nella sua fatica a crederlo, per quanto mi riguarda. Mi hanno abituato a credere che chi non vuole ascoltare di solito ha torto.

    In ogni caso non mi pare che in NESSUNA discussione o in NESSUN saggio su Lost (compreso questo) si sia mai usato come argomento per la qualità della serie il suo *successo*. Anzi, siamo tutti ben consapevoli che Lost dopo le prime due stagioni il successo l’ha visto col cannocchiale, visto che gli ascolti sono crollati, e le ultime stagioni sono state dimezzate proprio per questo. Quindi che Lost avesse avuto più o meno successo con più o meno misteri francamente è una discussione che fatica a interessarmi e che credo lasci il tempo che trova.

    @Pogo: una serie TV a tempo indeterminato è una cosa un po’ diversa da un film di 2 ore. E poi io ho detto che i sottotesti sono ulteriori alle intenzioni degli autori, mica che gli autori non avevano il controllo della loro storia. Ce l’avevano eccome, e si sono accorti man mano di come potevano sviluppare nuovi temi in nuovi modi, anche vedendo come la gente reagiva bene alle citazioni della mitologia, della letteratura, della filosofia, eccetera.

    Infine, fra gli esempi fatti di emuli falliti di Lost, vorrei difendere Flashforward, che aveva alcuni episodi davvero buoni (come quello doppio dopo la ripresa dalla pausa invernale), e che se le avessero dato tempo avrebbe potuto correggere la rotta e diventare un ottimo show.

    Rispondi

  13. Francesco ha scritto:

    una serie TV a tempo indeterminato è una cosa un po’ diversa da un film di 2 ore

    La singola unità che compone l’intera opera è una scrittura da x minuti (20, 40, 50) fatta in 4 formali atti (il 2° della drammaturgia classica è spezzato in due, ma resta narrativamente un secondo atto vero e proprio): niente di diverso da un film (e ci sono film che durano 70/80 minuti). Per quanto riguarda la sceneggiatura di serie tv, chiedere a Weiner.
    Rispondevo a Deda, dimenticando anche di specificare che l’approccio alla sceneggiatura è completamente diverso da quello per un romanzo o un racconto. Non ho proferito parola sul tuo intervento (condivisibile) per quanto riguarda i sottotesti.
    Sugli autori principali (perché per “Lost” hanno scritto anche gente come Craig Wright…) non mi pronuncio nemmeno.

    Rispondi

  14. Il controllo totale su un’opera telefilmica non lo si potrà avere praticamente mai. Innanzitutto (a meno che non fai una sola stagione o trovi un modo sicuro di finanziare il progetto) non puoi sapere per quanto tempo andrai avanti, che nel caso di Lost si tramuta in “innesti” (gruppo di coda, Dharma, uomini di Widmore, ecc…) pensati di volta in volta per mantenere la storia interessante e per non arrivare subito alla naturale conclusione. Poi possono capitare imprevisti con gli attori, scioperi degli sceneggiatori e altre rotture che comportano riscritture dei personaggi, delle sceneggiature ecc. Senza dimenticare la storica trattazione tra Lindelof e Cuse e i “piani alti” (che minacciavano di continuare anche senza di loro) e la decisione di una data di conclusione, che ci da l’idea di come i soldi in questo mestiere contino parecchio, aldilà di qualsiasi intento artistico.
    Lost è stato un prodotto “industriale”, frutto del lavoro di centinaia di persone (attori, sceneggiatori, registi, scenografi, costumisti, cameramen, montatori, musicisti, ecc…) di reparti diversissimi, con tabelle di marcia estremamente fitte. A volte è stato un lavoro riuscito coi fiocchi altre volte no, ma questo è un limite di quest’industria.
    Ogni canale ha le sue politiche, che possono incidere pesantemente in termini qualitativi. Ad esempio io sono per stagioni da 12-13 episodi (ma anche lì poi il successo porta i canali ad allungare il prodotto, come nel caso di Dexter).
    Io penso che gli sceneggiatori di Lost, specie il duo Lindelof Cuse, abbiano fatto un lavoro straordinario. Hanno avuto in mano una narrazione completamente orizzontale, e per forza di cose hanno dovuto allungarla inserendo altre storie ed altri personaggi, costruendo in corsa una mitologia, con risultati spesso mirabili. Alla fine le sei stagioni hanno una struttura d’insieme molto intelligente, col finale della terza stagione a fare da perfetto spartiacque.
    Non tenere conto delle problematiche dell’indistria televisiva è troppo facile. E no, non è la stessa cosa di fare un film.

    Rispondi

  15. Dextha ha scritto:

    Il controllo totale su un’opera telefilmica non lo si potrà avere praticamente mai

    Occhio, che parlo di controllo sulla sceneggiatura, non sul prodotto… per quello c’è la produzione (che di solito contribuisce in fatto di disastri).

    Dextha ha scritto:

    E no, non è la stessa cosa di fare un film.

    Infatti; fare un film (ma soprattutto scriverlo) è molto più difficile.
    Non si diversifica, tuttavia, nel modus operandi dello sceneggiatore. La singola unità è un film di 40 minuti.

    Come ho già scritto non entro più nel merito della serie, né sul lavoro di quei due.
    Le problematiche intrinseche dell’industria televisiva sono acquisite. Esistono e spesso determinano la fortuna o sfortuna di un prodotto indipendentemente dalla qualità e dall’impegno degli scrittori.
    Tutto questo, però, non ha nulla a che vedere con la sceneggiatura. Avere tutto sotto controllo significa riuscire a correggere anche le storture produttive, le vicende extra lavorative etc… Perché è compito dello sceneggiatore sciogliere i nodi, creare gli archi narrativi e risolvere l’impasse che magari si è creato mentre si scriveva.

    Dextha ha scritto:

    ci da l’idea di come i soldi in questo mestiere contino parecchio, aldilà di qualsiasi intento artistico.

    Sono perfettamente d’accordo, dato che la penso come Croce: il cinema (e derivati) sono tecnica che producono prodotti economici e culturali. Infatti su “Lost” – per non essere OT – mai proferito parola sulle poche cose artistiche veramente buone: la musica di Giacchino, la colonna sonora in generale, la fotografia e la recitazione di alcuni elementi (Fox, O’Quinn).

    Dextha ha scritto:

    che nel caso di Lost si tramuta in “innesti” (gruppo di coda, Dharma, uomini di Widmore, ecc…) pensati di volta in volta per mantenere la storia interessante e per non arrivare subito alla naturale conclusione

    Questo, per chiudere, significa non avere bene il controllo. Significa non essere bravi. Una storia – per essere interessante – non ha bisogno di trucchi. Posso raccontare qualcosa di banale in modo maledettamente buono, oppure raccontare qualcosa di profondo (mi pare l’intento di “Lost”) in modo incredibilmente banale.

    P. S.
    Dextha ha scritto:

    Non tenere conto delle problematiche dell’indistria televisiva è troppo facile

    Ah, ma io le conosco quelle problematiche…

    Rispondi

  16. Il modus operandi dello sceneggiatore televisivo è diverso a mio avviso, in quanto egli è uno tra tanti. Lui scrive un pezzo di un’opera, e ha una serie di obblighi e limitazioni che ne rendono il lavoro più restrittivo rispetto a quello (unico) cinematografico. Gli sceneggiatori nelle serie tv lavorano sia come collettivo (organizzando la stagione e dividendosi gli episodi) sia come singoli, e nel momento in cui scrivono hanno delle linee guida abbastanza rigide (devono muovere la situazione da A a B, perché si è concordato che all’episodio successivo si partirà proprio da B). A volte Lindelof e Cuse hanno addirittura “imposto” alcune scene in determinati episodi (come il dialogo sull’isola tra Richard e Jacob in Ab Aeterno), e il compito degli sceneggiatori in quel caso si limitava ancora di più.
    Ricapitolando, se sei uno sceneggiatore televisivo e ti bussano alla porta dicendoti “nella prossima puntata tizio deve morire, caio parlerà con sempronio di questa faccenda e alla fine le scene convergeranno a questo cliffhanger” tu non avrai il pieno controllo della sceneggiatura, mentre se devi scrivere la sceneggiatura per un singolo film puoi fare praticamente quel che vuoi, al massimo te la rifiutano XD

    Rispondi

  17. Finalmente qualcuno con competenze nel campo che dice la sua….e si vede che è un professionista del mestiere!
    Tra i vari commenti c’è una netta differenza tra analizzare la serie in modo “obiettivo” e magari anche professionale….rispetto all’innamorato oppure a colui che è rimasto troppo scottato dalla delusione.

    Pogo ha centrato in pieno il “succo” di Lost e mi trovo praticamente d’accordo con lui.

    In definitiva nonostante i buoni propositi,le musiche, la fotografia……Lost ha deluso troppo sotto il punto di vista della sceneggiatura ed onestamente alla fine risulta troppo “banale” ….troppo !

    Rispondi

  18. Lo sceneggiatore del singolo episodio consegna la sceneggiatura ai supervisori (il cui ruolo varia da produzione a produzione, definiamolo “produttore creativo”). Tale produttore creativo è uno sceneggiatore, di solito. Tale sceneggiatore dovrebbe avere tutto sotto controllo. Se non lo fa, non è bravo; è lui che equivale allo sceneggiatore cinematografico (che poi spesso i migliori lo sono da entrambe le parti).
    Lindelof&Cuse sono appunto questo.
    Il modus operandi è lo stesso (cioé seguire i principi alla base della realizzazione del prodotto); diverso è magari il lavoro pratico, per forza di cose.

    Rispondi

  19. @Pogo lo so che non rispondevi direttamente a me, ma rispondevi a una frase che diceva praticamente la stessa cosa che dicevo io, e mi premeva rispondere. Poi ovviamente non posso che parlare per me, non per Deda, quindi da lì in poi mi sono riferito a quello avevo detto io.
    Quando parlavamo di “controllo” sulla serie parlavamo della sua interezza, non penso che ci sia qualcuno che abbia mai messo in dubbio la coerenza e la consistenza di un singolo episodio (che ovviamente si può ben intendere come un mini-film). Anzi, non credo che esista anche un solo episodio che non sia scritto e pensato e controllato egregiamente da capo a piede, compresi gli episodi scritti dagli stessi Cuse&Lindelof.
    Poi sul fatto che secondo te Lost racconti qualcosa di profondo in modo banale, è un tuo parere. Probabilmente trovi cose molto meno banali nella fiction italiana di cui, ci è parso di capire, sei un insider.

    Lindelof&Cuse sono anche i produttori, sì, ma da qui a dire che “comandano loro” e che “non sono bravi se non sanno impedire gli intoppi produttivi” ce ne vuole. Come produttori, visto che li vuoi affibbiare questa responsabilità, allora sai bene che il loro compito è far sì che la serie venda. Saranno stati cani in questo? Può darsi, ma è una discussione che non mi riguarda (come detto prima, ci frega poco se Lost abbia avuto successo o meno). Io guardo a ciò che è stato scritto e prodotto. E sotto quell’aspetto ho trovato in Lost alcuni dei migliori giovani sceneggiatori americani.

    Rispondi

  20. @ Pogo:
    Credo che mi abbia frainteso perchè hai decontestualizzato la mia frase.

    Chi scrive una sceneggiatura, come un romanzo o un racconto, non ha sempre sotto controllo tutto. Gli autori non sono sempre consapevoli dei vari piani di lettura: alcune cose si vivono prima di pancia e arrivano alla coscienza solo dopo qualche tempo.

    Quando parlo di controllo nel processo di scrittura, intendo controllo razionale, consapevolezza. La scrittura, anche quella per il cinema o la televisione, è frutto di un processo creativo, non lineare. Dato che hai citato Wilder, mi è venuto in mente che Lubitsch partoriva le sue idee migliori nel cesso… qundo erano bloccati, si allontanava un attimo per mingere e zac! Accadeva il miracolo. La tecnica è substrato. Un’aspirante scrittore armato solo di tecnica non va da nessuna parte. E, come giustamente dicevi, la tecnica aiuta anche a capire cosa non funziona e perchè, e a correggere durante la rilettura. Questo è il motivo per cui ottimi editor possono essere scrittori mediocri. Ancora devo conoscere lo sceneggiatore che prima di mettersi a scrivere ha già in testa tutta la trama di un film in ogni minuzia. Al massimo ne ho conosciuto qualcuno che a metà dell’opera si ferma e analizza quello che ha scritto per poi andare avanti. Tutti gli altri procedono per intuizioni dall’inizio alla fine. Sinceramente, così come Wilder, non ho una visione romantica dell’intuizione. Raramente succede come per Lubitsch: basta andare al cesso, arriva la musa e rimani fulminato. Al contrario, nel novanta per cento dei casi devi attaccare il sedere alla sedia per ore e sputare sangue. Un noto sceneggiatore italiano ha l’abitudine di tappezzare le pareti di post-it e altri ritagli, quando inizia un nuovo lavoro ha ben chiaro il soggetto, qualche tessera del puzzle è già là per via della fase di documentazione a monte, ha abbozzato alcuni personaggi, ma non sa nulla di come si svilupperanno le vicende e di come andrà a finire. Spesso i primi a sorprendersi sono gli stessi scrittori. Alle volte, rileggendosi a distanza di anni, scropono di averci messo di più rispetto alle loro originarie intenzioni. Qualcosa di sè stessi che al momento della scrittura stavano maturando e della quale sono divenuti consapevoli col tempo.

    Rispondi

  21. Oddio ragazzi, ognuno hai i suoi gusti e chi sono io per giudicarli, ma… se Lost è banale, vorrei sapere che serie tv seguite. Riesco ad associare molti aggettivi a Lost (inclusa la paraculaggine sconfinata), ma la banalità..

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  22. Oddio ragazzi, ognuno ha i suoi gusti e chi sono io per giudicarli, ma… se Lost è banale, vorrei sapere che serie tv seguite. Riesco ad associare molti aggettivi a Lost (inclusa la paraculaggine sconfinata), ma la banalità..

    Rispondi

  23. Ops.. Chiedo scusa per il doppio commento!

    Rispondi

  24. @Francesco
    il soggetto era “chi scrive la sceneggiatura”. Da lì è nato il mio intervento.
    Il controllo è anche sulla sua interezza. Una storia è sempre una storia, non importa la durata (non è un caso che la soap opera alla “Beautiful” sia difficilissima da scrivere).
    Io non attribuisco nessuna responsabilità: Lindelof e (qualche episodio dopo) Cuse sono coloro che supervisionano la storia e ne determinano il cammino. Sono l’equivalente dello sceneggiatore al cinema. Lindelof è anche il creatore, con tutto fumo e niente arrosto Abrams (lì l’unico che aveva idee chiare era Lieber che, purtroppo per noi, è stato cassato immediatamente).
    Non dipende certo da Craig Wright, che arriva da “Six Feet Under”, poi alla fine della seconda stagione va a “Brothers&Sisters” e quindi realizza “Dirty Sexy Money” qualche anno dopo mentre “Lost” continua la sua avventura. Wright come gli altri ha lavorato all’interno del recinto prestabilito dai “creatori” della serie. Non vi è dubbio che qualcuno di coloro che hanno lavorato in “Lost” potrebbero diventare grandi sceneggiatori. Craig Wright lo era già e la sua mano nelle prime due stagioni dove affiancava i due anche come supervisore si sente eccome.
    Se c’è una cosa che Lindelof e Cuse hanno saputo fare è stato vendere il prodotto. In modo sublime. Per il resto, stendiamo un velo pietoso, chissà che non riusciamo a fermare la Luce… la Luce…

    P. S. Francesco ha scritto:

    Probabilmente trovi cose molto meno banali nella fiction italiana di cui, ci è parso di capire, sei un insider.

    La fiction italiana non è banale; è semplicemente un vuoto a perdere. Non c’è innovazione o spinta all’innovazione perché non c’è concorrenza. Si tratta del “Titanic” che va verso l’iceberg, con i passeggeri che continuano a danzare. Vanno sul sicuro, materiale buono per l’ascolto medio, per lo spettatore fedele. Non si rendono conto che lo spettatore fedele di oggi rischia di non essere rimpiazzato nel futuro. In Italia lo sceneggiatore non è invitato nemmeno al tavolo di discussione dopo aver “chiuso” la sceneggiatura (pensa quanta considerazione hanno per la sceneggiatura). Gli unici che hanno provato a fare qualcosa di buono sono quelli di Sky con “Romanzo Criminale”, ma non è che stiamo parlando del nostro rinascimento.
    In Italia le maestranze sono ancora di alto livello (fotografi, montatori, tecnici del suono e così via); si sono perse altre cose, purtroppo.

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  25. Deda ha scritto:

    Dato che hai citato Wilder, mi è venuto in mente che Lubitsch partoriva le sue idee migliori nel cesso…

    Questa l’ha detta Wilder nel libro intervista di Crowe, ma dato che l’ha detta Wilder, io ci andrei piano… molto piano per prenderla per vera… :-D

    Deda ha scritto:

    Un’aspirante scrittore armato solo di tecnica non va da nessuna parte. Ancora devo conoscere lo sceneggiatore che prima di mettersi a scrivere ha già in testa tutta la trama di un film in ogni minuzia

    Non esistono aspiranti scrittori armati solo di tecnica; semmai il contrario: sceneggiatori che non padroneggiando la tecnica (che poi è l’insieme dei principi di una storia) sprecano il loro talento, quando ne hanno.
    E se non conosci sceneggiatori che iniziano a scrivere senza conoscere tutta la trama (escludendo minuzie), non conosci sceneggiatori davvero bravi.
    Scusate, ma fate un po’ di confusione: la trama è la storia generale dove il personaggio si muove. Quando il personaggio è vero, deve godere di vita propria, perciò lo sceneggiatore deve farsi guidare e non portare il personaggio dove vuole lui, ecco perché i bravi sceneggiatori a posteriori vedono che hanno tirato fuori. Il controllo su ciò che fanno, tuttavia, è razionale.
    Meglio di me (infinitamente meglio) possono insegnarvelo alcuni libri, come Story di McKee e Screenplay di Syd Field (qui è molto interessante l’esercizio delle 4 pagine non una di più, non una di meno…).
    Come scrivi tu, un noto sceneggiatore italiano ha ben chiaro il soggetto quando inizia. Non so come sono le sue sceneggiature, ma di sicuro parte con il piede giusto. E se ha il soggetto sa già come va a finire… al limite non sa come il personaggio vi arriverà…

    Rispondi

  26. Pogo ha scritto:

    E se non conosci sceneggiatori che iniziano a scrivere senza conoscere tutta la trama (escludendo minuzie), non conosci sceneggiatori davvero bravi.
    Scusate, ma fate un po’ di confusione: la trama è la storia generale dove il personaggio si muove. Quando il personaggio è vero, deve godere di vita propria, perciò lo sceneggiatore deve farsi guidare e non portare il personaggio dove vuole lui, ecco perché i bravi sceneggiatori a posteriori vedono che hanno tirato fuori. Il controllo su ciò che fanno, tuttavia, è razionale.

    Se la trama è la storia generale all’interno della quale si muovono i personaggi, e i personaggi sono liberi di muoversi di volta in volta, allora i personaggi influenzeranno pesantemente la storia stessa, che avrà sì delle linee guida, ma che si evolverà in maniera spesso “inaspettata” (anche se, ovviamente, con un controllo da parte dell’autore). Così un personaggio potrebbe ottenere più o meno spazio, fare cose più o meno importanti. Lo sceneggiatore all’inizio conoscerà la trama per “linee generali”, più o meno dettagliate, ma all’interno di queste sarà libero di giocare con l’intreccio.
    Gli autori (Lindeof e Cuse) di Lost hanno lavorato in maniera simile alla Rowling di Harry Potter, confezionando stagioni “singolari”, sapendo comunque entro che limiti muoversi, con quali criteri, ecc..
    Gli “innesti” non sono dei trucchi, ma delle storie nella storia (che rendono più fresca e interessante la vicenda), che vanno ad inserirsi più o meno organicamente nell’intreccio generale e spesso sono pensate di volta in volta a inizio stagione.

    Rispondi

  27. Dextha ha scritto:

    Lo sceneggiatore all’inizio conoscerà la trama per “linee generali”, più o meno dettagliate, ma all’interno di queste sarà libero di giocare con l’intreccio

    Chiaro. Appunto quello che sostengo. Questo è alla base del lavoro dello sceneggiatore. La questione sollevata più volte da McKee è che per imparare a comporre musica bisogna studiare, non basta ascoltare tanta musica, perciò si chiede come mai per la scrittura creativa tutti credono basti un foglio e una macchina da scrivere.
    Io non ho dubbi sul fatto che Lindelof&Cuse sappiano come si lavora (non lavorerebbero altrimenti negli USA), io ho dubbi sul fatto che siano bravi. Anch’io so come si lavora, ma purtroppo non mi chiamo Lawrence Kasdan…
    La parte più difficile è sempre ciò che è nel mezzo, perché inizio e fine – una volta padroneggiati i principi della scrittura – sono relativamente facili. Quello che sta nel mezzo, in “Lost” è allungato con passeggiate senza senso, personaggi random, piroette sceniche, dialoghi riempitivi (dove andiamo? Mo te lo dico; sì, ma a fare che? Sorriso…) che poi non si traducono in nulla; gli innesti sono legittimi, il problema è come avvengono e perché. Il faro che appare all’improvviso (non a noi, che non è detto dobbiamo essere onniscienti) ai protagonisti che hanno girato l’isola in lungo e largo, la questione del tempio (e rimango alla sesta stagione) sono indici di confusione totale nel progetto.
    Se fossi stato un produttore avrei prodotto ciecamente “Lost”, perché il pilota e l’idea di partenza erano eccellenti. Lieber aveva come idea una riproposizione in chiave moderna di quel capolavoro letterario che è “Il signore delle mosche”. Infatti la prima stagione è un fiorire di tematiche esistenziali che regolano la nostra vita, in un continuo scontro tra opposti (individualismo/socialismo, scienza/fede e via scrivendo…), ma soprattutto con la ri-costruzione e destrutturazione della civiltà occidentale; risulta eccezionale perché i personaggi sono portatori di questi valori e sono archetipi, non stereotipi. Poi con il tempo tutto è mandato al macero, vista la tecnica di alzare la posta sui misteri (cosa che ha veramente tenuto incollati gli spettatori) rinunciando alla continua caratterizzazione dei personaggi che sono diventate macchiette (Jack è il massimo: la sua trasformazione – legittima – avviene senza un conflitto interiore vero e proprio).
    Ma ora basta. Mi ero ripromesso di non parlare più di “Lost” e invece ci sto perdendo tempo (non con voi, che ho trovato questa discussione stimolante e piacevole: da come avrete capito sono intervenuto più per una questione generale sulla professione che su questa serie).

    Rispondi

  28. Pogo ha scritto:

    Non esistono aspiranti scrittori armati solo di tecnica; semmai il contrario: sceneggiatori che non padroneggiando la tecnica (che poi è l’insieme dei principi di una storia) sprecano il loro talento, quando ne hanno.

    … ma subito dopo afferma:

    Io non ho dubbi sul fatto che Lindelof&Cuse sappiano come si lavora (non lavorerebbero altrimenti negli USA), io ho dubbi sul fatto che siano bravi. Anch’io so come si lavora, ma purtroppo non mi chiamo Lawrence Kasdan…

    Bah, esistono una marea di mestieranti (leggi: gente che conosce la tecnica ma è senza talento) e pochi, pochissimi veri talentuosi.

    E se ha il soggetto sa già come va a finire… al limite non sa come il personaggio vi arriverà…

    Sai meglio di me che nel soggetto il finale è un optional e, quando c’è, non è detto che sia quello definitivo. Potrei citarti un’elenco interminabile di film il cui finale non corrisponde affatto a quello previsto nel soggetto.

    Rispondi

  29. Pogo ha scritto:

    1) La parte più difficile è sempre ciò che è nel mezzo, perché inizio e fine – una volta padroneggiati i principi della scrittura – sono relativamente facili. 2) Quello che sta nel mezzo, in “Lost” è allungato con passeggiate senza senso, personaggi random, piroette sceniche, dialoghi riempitivi (dove andiamo? Mo te lo dico; sì, ma a fare che? Sorriso…) che poi non si traducono in nulla; 3) gli innesti sono legittimi, il problema è come avvengono e perché. 4) Il faro che appare all’improvviso (non a noi, che non è detto dobbiamo essere onniscienti) ai protagonisti che hanno girato l’isola in lungo e largo, la questione del tempio (e rimango alla sesta stagione) sono indici di confusione totale nel progetto.

    Ho numerato per poter rispondere meglio. Allora.
    1) Volendo sarei quasi d’accordo, ma è anche vero che la narrazione può operare dei minicicli per cui il “mezzo” diventa un concetto molto vago. Mi spiego, una narrazione può operare degli stacchi, dei punti di snodo (come il finale della terza stagione di Lost) che la fanno ripartire da un “nuovo inizio”. 2) I riempitivi di Lost sono sparsi un po’ ovunque, ne abbiamo molti nella terza stagione (specie nella parte centrale) e molti anche nella sesta. Alcuni sono fatti bene, altri sono fatti male. Stessa cosa per i personaggi, alcune introduzioni sono utili/ interessanti/ben fatte/necessarie (per dire, gli others andavano introdotti – anche se alcuni, poi spariti nel nulla come lo “sceriffo”, se li potevano evitare, un team di soccorso, poi scopertosi qualcosa di diverso, è stato bene introdurlo) altre no. 3) Assolutamente d’accordo. Aldilà di come sono stati realizzati (l’unico errore di rilievo è stato quello di Nikki e Paulo) il perché degli innesti è spiegato da vari fattori, soprattutto legati all’intrattenimento (ma non solo). Partendo dal nucleo di base (il gruppo), si sarebbe anche potuta fare una serie su un’isola deserta, ma Lost è una serie su un’isola misteriosa, che riflette la stessa natura stessa dell’esistenza Non sono d’accordo nemmeno con chi dice che da un certo punto in poi si è alzata la posta sui misteri (casomai, come ha detto qualc’un altro, lo show è passato ad essere “plot-driven”), la prima stagione è un continuo “ma quello da dove viene?” (orsi polari, scheletri), “e quello come ci è arrivato lì?” (black rock), “cos’era quello?” (sussurri, mostro di fumo, visioni), senza contare tutti i misteri legati agli stessi personaggi (“chi sono? da dove vengono?” che poi diventa “dove vanno?”). L’isola ha degli abitanti, il cui intento è misterioso. Ha un passato altrettanto misterioso. Fuori dall’isola qualcuno c’è qualcuno che cerca di appropriarsene, per motivi misteriosi. Il mistero è presente fin dall’origine proprio perché la narrazione è legata ad un’ottica esistenzialista (lo ripeto, Lost è una “palestra dell’esistenzialismo”). L’unico mistero irrisolvibile è la vita stessa, ovvero l’isola (ma non ciò che vi è contenuta in essa), che non credo sia un’abile scappatoglia degli autori (a cui, però, alcune volte si sono astutamente appoggiati), ma un intento posto sin da principio.
    4) Sarei d’accordissimo sul faro, ma credo sia stato risolto in maniera paranormale, come la sorgente (la vedi se è il guardiano a portartici) ovvero, lo vedi se lo stavi cercando. La “questione del tempio” non ho idea di cosa voglia dire, magari specifica.

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  30. Deda ha scritto:

    Sai meglio di me che nel soggetto il finale è un optional e, quando c’è, non è detto che sia quello definitivo. Potrei citarti un’elenco interminabile di film il cui finale non corrisponde affatto a quello previsto nel soggetto.

    Sì, ma mantengono il controllo sul proprio operato (non su ciò che ne farà poi la produzione).
    Deda, dobbiamo fare a capirci: io posso arrivare a un finale diverso da quello che ho scritto nel “soggetto da 4 pagine”, anzi, certamente sarà così. Se sono bravo, terrò presente la logica del percorso narrativo, i principi che lo regolano e li padroneggio (dove trovo l’evento dinamico, il climax, se ho messo al posto giusto il momento peggiore etc…): queste cose non si fanno mentre scrivo – altrimenti ingabbio il prodotto e ottengo una banale opera che non interesserà nessuno – ma ne mantengo il controllo perché ho già preparato la struttura prima. Non mi farò fregare da un impasse, se ho costruito una storia che regge, un personaggio che è un archetipo e non uno stereotipo e così via.
    Quelli che hanno un talento naturale si contano sulle dita di una, al massimo due mani. I mestieranti sono quelli che reggono l’industria: il cinema – più della televisione – è un luogo dove il regista è un artigiano che tiene la sua bottega come un maestro medievale.
    Se si applicano, però, possono fregarsene del talento. Da quel che ho visto prima di “Witness”, William Kelley non mi è sembrato uno sceneggiatore dotato di grande talento, ma solo di solida e professionale conoscenza del mestiere. Poi è arrivato il film diretto da Peter Weir e si è portato a casa pure un Oscar. Leggi quella sceneggiatura, perché è perfetta.

    @Dextha
    al punto 3, nell’ottica della prima stagione basata principalmente sull’aspetto sociologico della nuova comunità sull’isola, il fenomeno dei misteri è riconducibile alla destrutturazione della società stessa. Poi invece è diventato il motore di “Lost”.
    Al punto 4, dovrei scrivere troppo sul tizio che faceva tanto Lennon (pure il tempio è uscito un po’ così all’improvviso) e tutta l’allegra compagnia. Chiudo qui.

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  31. Pogo ha scritto:

    al punto 3, nell’ottica della prima stagione basata principalmente sull’aspetto sociologico della nuova comunità sull’isola, il fenomeno dei misteri è riconducibile alla destrutturazione della società stessa. Poi invece è diventato il motore di “Lost”.
    Al punto 4, dovrei scrivere troppo sul tizio che faceva tanto Lennon (pure il tempio è uscito un po’ così all’improvviso) e tutta l’allegra compagnia. Chiudo qui.

    Secondo me le vette “sociologiche” del gruppo degli Oceanic 815 si raggiungono nella seconda stagione, poi mi è sembrato naturale che la storia si sviluppasse in ottica esterna (gli altri), che è comunque interazione tra due comunità, di cui nella terza stagione capiamo i meccanismi. Nella quarta stagione l’elemento sociologico principale si sposta alla Kahana (e sull’isola è rilanciato dalla presenza del gruppo scientifico), mentre nella quinta dal camuffamento di Sawyer e co nella Dharma Initiative. Nella sesta stagione ci sono due gruppi, quelli che seguono MiB e quelli che credono in Jacob (anche se molti del primo gruppo provengono proprio dal tempio), ma in ogni caso non c’è più una vera e propria analisi sociologica, poiché è una stagione incentrata sui singoli individui e sulle loro scelte.
    Il tempio (su cui nutro molte perplessità anch’io, su molti fronti diversi, come la realizzazione degli ambienti, a tratti molto finta) non è uscito all’improvviso, anzi, era naturale che uscisse. Non si era mai visto perché le mura di cinta sono poste a mezzo miglio di distanza, e perché è in mezzo alla giungla.
    Il tizio che faceva tanto Lennon (e si chiamava pure Lennon!) anche a me pare una minchata, mentre Dogen lo trovo un buon personaggio (certo che come coppia non erano esaltanti/interessanti).

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  32. si ma il fatto che altre serie basate sui misteri abbiano fallito non vuol dire nulla. anzi. vuol dire che il mistero in se’ non aveva tutto questo pathos e non funzionava. Anzi vi diro’. io ho abbandonato flash forward e the event dopo due episodi proprio perche non volevo incappare nuovamente in una serie truffa, che mi rincoglionisce per sei anni il cervello di domande e poi chi si e’ visto si e’ visto.
    detto questo pero’ la questione personaggi c’e. la prima stagione e’ effettivamente basata su loro. con tutto che il mio vero interesse era l orso, il fumo e via dicendo. pero’ ero stra curioso di cio’ che aveva reso kate tale, del conflitto di jack e del padre.tutte storie bellissime.
    inutile negarlo. poi vabbe’ e’ andata come andata.mi sento truffato, ma sempre meno. perche con il passare dei mesi sento che al momento nessuno nuovo show e’ stto in grado di costruire grandi eprsonaggi e di farmi affezzionare. di questo gli do merito.
    e questa cagata che viene rifilata di continuo che il finale con l occhio di jack che si chiude era progettato dall inizio, be’ ragazzi. e’ una cosa che si diceva tre anni fa. ma erano ifans gia a dirlo, perche abbastanza banale se vogliamo. significativa e scontata. le analisi sono belle ma a questo punto sarebbe stato interessante a serie finita anche farne una critica riguardante la trama negli anni e le soluzioni narrative. dove per esempio ha toppato di brutto.
    perche non parlare anche di come alcune stagioni siano state nient altro che spostamenti da parte a parte dell isola, di come la questione adamo ed eva e’ stata risolta in modo falso e squallido , con un copia e incolla da denuncia, di come jacob sia alla fin fine anche abbastanza inconsistente, di come i viaggi nel tempo hanno spezzato il ritmo del racconto danneggiando di brutto la quinta stagione, di come si siano persi per strada grandi personaggi come kate, sayd charlie, ma anche Ben, diventato una macchietta inutile nelle ultime due stagioni, dei brutti triangolini amorosi, etc etc.
    ovviamente tutto questo secondo me.

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  33. xander81 ha scritto:

    e questa cagata che viene rifilata di continuo che il finale con l occhio di jack che si chiude era progettato dall inizio, be’ ragazzi. e’ una cosa che si diceva tre anni fa. ma erano ifans gia a dirlo, perche abbastanza banale se vogliamo. significativa e scontata. le analisi sono belle ma a questo punto sarebbe stato interessante a serie finita anche farne una critica riguardante la trama negli anni e le soluzioni narrative. dove per esempio ha toppato di brutto.
    perche non parlare anche di come alcune stagioni siano state nient altro che spostamenti da parte a parte dell isola, di come la questione adamo ed eva e’ stata risolta in modo falso e squallido , con un copia e incolla da denuncia, di come jacob sia alla fin fine anche abbastanza inconsistente, di come i viaggi nel tempo hanno spezzato il ritmo del racconto danneggiando di brutto la quinta stagione, di come si siano persi per strada grandi personaggi come kate, sayd charlie, ma anche Ben, diventato una macchietta inutile nelle ultime due stagioni, dei brutti triangolini amorosi, etc etc.
    ovviamente tutto questo secondo me.

    Sono d’accordo sul fatto che il finale con la morte di Jack che guarda l’aereo andare via sia un tassello significativo ma abbastanza scontato, e che quindi la conoscenza (sempre presunta, le prove non le abbiamo) di quel dettagli da parte degli autori vuol dire sostanzialmente tutto e nulla.
    Per quanto riguarda Adamo ed Eva, invece, ripeto una semplice considerazione che faccio sempre: tu affermi che hanno risolto la faccenda in maniera falsa e squallida. Benissimo. Se per faccenda intendi le affermazioni degli autori (che ho sempre sentito riferite, ma che credo dicano più o meno “questa è la prova che sapevamo di cosa stavamo parlando/cosa stavamo facendo/dove saremmo andati a parare”), basta semplicemente ragionarci sopra. Parliamo di due scheletri trovati in una grotta, ribattezzati Adamo ed Eva, molto antichi (Jack parla di almeno 50 anni, mentre invece si tratta di millenni) e con due pietre, una bianca e una nera. Partendo da questi indizi, le uniche conclusioni possibili sono 1) Gli scheletri sono due di loro, fanno un viaggio nel tempo e ci rimangono secchi, nel frattempo avevano trovato due pietre molto carine. 2) Gli scheletri sono una testimonianza di civiltà passate, e le pietre alludono ad uno scontro tra due entità che si è protratto nel tempo, una benevola ed una malevola. Nella quinta stagione abbiamo avuto i viaggi nel tempo, e gli autori avrebbero potuto benissimo prendere Rose e Bernard o chi per loro, dar loro due pietre e farli crepare assieme nella grotta. In questo modo sì che sarebbe stato falso (e anche un po’ squallido, nel caso di Rose e Bernard, come a dire bianco e nero colore della pelle), perché gli scheletri potevano essere davvero chiunque. L’unica “prova” sarebbe stata quella dei viaggi nel tempo (“li avevamo pensati già in partenza”), ma sarebbe stata probabilmente una prova falsa, intangibile. L’unica prova tangibile è quella del bene vs male, testimoniato da molti indizi nella prima stagione. Gli autori potevano dire “questa sarà la prova bla bla bla” anche parlando della scena di backgammon tra Locke e Walt, ma hanno preferito parlarne a proposito di Adamo ed Eva, perché è più potente, ed allude a qualcosa di ciclico e inerente l’isola nello specifico.
    Se poi magari non ti è piaciuto il montaggio di Across The Sea, amen. Manco a me ha convinto molto (anche perché nella sesta stagione c’è stato un problema scenografico con gli scheletri, che nella prima stagione erano separati, e poi sono stati stupidamente accorpati).
    Per quanto riguarda le tue considerazioni personali riguardo il resto, non commento. Non saprei proprio da dove partire XD (in qualche cosa potrei anche concordare, beninteso).

    Rispondi

  34. Bella analisi, anche se un po’ esagerata. Secondo me non avevano tutti questi “nobili” propositi…

    Pogo ha scritto:

    La fiction italiana non è banale; è semplicemente un vuoto a perdere. Non c’è innovazione o spinta all’innovazione perché non c’è concorrenza. Si tratta del “Titanic” che va verso l’iceberg, con i passeggeri che continuano a danzare.

    Cacchio, questo si che è parlare (o scrivere?). Impossibile dare una definizione più azzeccata. Quoto anche la punteggiatura ;)
    Magari è solo un fatto di costi? Costa meno comperare e doppiare uno show americano o produrne uno nuovo? Mah! non so ditemi voi.

    Riguardo Lost ho già detto tutto quello che potevo dire negli interventi precedenti. Il succo è questo: hanno imbrogliato? Hanno allungato il brodo? Si, è evidente, ma per me lo hanno fatto benissimo! :D
    Il successore di Lost non esiste, non può esistere. Dopo i fallimenti che avete menzionato (aggiungo “Persons Unknown”) dovrebbe essere evidente. Chi scommette su uno spin-off made ABC?

    Rispondi

  35. @ Marcozz:

    Lost ha avuto successo perchè è prodotto tremendamente bene. Concordo pienamente con Rei: ciò che pone Lost in cima alla lista delle serie più riuscite è il suo grandissimo spessore. Il mistero, da solo, serve a poco o niente. Il mistero è la cornice, ma il quadro è composto dai personaggi e dai loro intrecci.

    Rispondi

  36. Wuwazz ha scritto:

    @ Marcozz:

    Lost ha avuto successo perchè è prodotto tremendamente bene. Concordo pienamente con Rei: ciò che pone Lost in cima alla lista delle serie più riuscite è il suo grandissimo spessore. Il mistero, da solo, serve a poco o niente. Il mistero è la cornice, ma il quadro è composto dai personaggi e dai loro intrecci.

    Onestamente ti consiglio la visione di The Wire e Treme….giusto per capire come è possibile creare una serie tv basata sui personaggi e le loro storie senza fare necessariamente i fuochi d’artificio…

    E personalmente , a livello narrativo , The Wire da una bella pista a Lost ;)

    Rispondi

  37. giusto per scrivere qualche elemento non troppo esaltato di Lost che inconsciamente ha attirato molti:
    – è girato in pellicola. Ed è qualcosa che a pelle da tutta un’altra sensazione (filmica)
    – musiche originali d’orchestra da far girare la testa. Ogni tanto le riascolto e mi vengono subito davanti agli occhi scene epiche che altrimenti non lo sarebbero.
    – uso ormai leggendario dei cliffhanger, finali di stagione mostruosamente geniali
    – recitazione mediamente buona ma soprattutto un grandissimo Terry O’Quinn che convince sempre: quale attore avrebbe saputo rappresentare un cambiamento del genere nell’ultima stagione? Bravo anche Emerson
    – ambientazione naturale superba
    – gestione ottima delle pause fra le stagioni con giochi su internet

    Sicuramente sui 6 anni sono stati commessi molti cambiamenti…ma se qualcuno dice che Lost non è stato bello non so proprio cosa rispondergli…

    Rispondi

  38. […] Chi ha guardato un minimo la televisione anche per sbaglio negli ultimi dieci anni sa cos’è Lost, e chi sa cos’è Lost può essere sicuro al 100% di almeno una cosa: a Tallahassee non […]

    Rispondi

  39. […] il finale: se non avete capito niente, ecco la spiegazione di uno sceneggiatore | Televisionando Lost Together, Die Alone – Saggio completo – Serialmente — Serialmente – Opinioni non richiest… Rispondi […]

    Rispondi

  40. FFF ha scritto:

    Sicuramente sui 6 anni sono stati commessi molti cambiamenti…ma se qualcuno dice che Lost non è stato bello non so proprio cosa rispondergli…

    Beh io ti rispondo questo :
    http://www.edesubitoserial.it/notizie_col_finale_di_lost_ho_sbagliato_tutto_le_confessioni_di_damon_lindelof-4086.html

    Pensa un pò …se lo dice lui !

    Rispondi

  41. Peccato che sia una citazione sbagliata tradotta male ed estratta da un suo articolo molto più lungo.

    “I stand by the Lost finale. It’s the story that we wanted to tell, and we told it. No excuses. No apologies. I look back on it as fondly as I look back on the process of writing the whole show. And while I’ll always care what you think, I can’t be a slave to it anymore. Here’s why:
    I did it for me. I liked it. I was good at it. And I was really … I was alive.”

    http://www.hollywoodreporter.com/news/damon-lindelof-breaking-bad-finale-639484

    Magari leggi l’articolo originale la prossima volta.

    Rispondi

  42. Giovanni Di Giamberardino ha scritto:

    Peccato che sia una citazione sbagliata tradotta male ed estratta da un suo articolo molto più lungo.

    “I stand by the Lost finale. It’s the story that we wanted to tell, and we told it. No excuses. No apologies. I look back on it as fondly as I look back on the process of writing the whole show. And while I’ll always care what you think, I can’t be a slave to it anymore. Here’s why:
    I did it for me. I liked it. I was good at it. And I was really … I was alive.”

    http://www.hollywoodreporter.com/news/damon-lindelof-breaking-bad-finale-639484

    Magari leggi l’articolo originale la prossima volta.

    Si infatti nell’articolo parla anche della pioggia di merda che gli è piovuta addosso in merito al Finale :)
    Lui chiaramente è molto sulla difensiva ma al tempo stesso fa capire che evidentemente di merda ne è piovuta un pò troppa :)

    Rispondi

  43. Secondo me tutto parte da quello che io chiamo “morbo di Lost”, ovvero ciò che Lost ha provocato negli anni in cui andava in TV e nei difficilissimi anni post-Lost.
    Il “morbo di Lost” è una malattia che ha colpito OGNI SERVE NATA NEL PERIODO POST-LOST, E NON SOLO…
    Lost è stato un capolavoro eccelso, sublime, ipnotico, spettacolare, fantastico. Questo direi per le prime 2 (vabbe diciamo anche 3) stagioni. Era qualcosa di vero, provavo paura quando qualcuno si inoltrava nella giungla e amavo la struttura dei flashback che caratterizzavano in modo maniacale i personaggi. Quella è la serie insuperabile. Ma Lost ha 6 stagioni e per il resto è stato un continuo crollo nel baratro.
    Torno al “morbo di Lost”… decine e decine di serie, vittime dell’inesorabile confronto con Lost, sono cadute come i pezzi di un domino, qualcuna alla priam stagione, qualcuna alla seconda. Solo Fringe (parzialmente) è riuscita a far fronte a questo morbo, arrivando a sorpresa a 5 stagioni, facendosi comunque largo fra un oceano di “si ma Lost…”, “in Lost però…”. Il problema del “morbo di Lost” però è un altro, ovvero aver mietuto una vittima inaspettata: Lost. È infatti la stessa Lost ad essere vittima del suo morbo, creando hype ad un livello allucinante nelle prime stagioni, scivolando nel baratro creato dalle stesse stagioni, che messe a confronto con le seguenti hanno fatto valutare ancor più in negativo le stagioni. Questo è il mio pensiero.

    Poi… Lost, togliendo un finale da strapparsi i capelli e da dimenticare alla svelta, ha avuto dei falli narrativi tranquillamente evitabili. I viaggi nel tempo: erano necessari? No. Hanno trapiantato una serie tutto sommato reale, in un contesto che non le apparteneva. Tutto è cominciata dalla morte di Charlie con le visioni di Desmond, che hanno fatto di quell’evento un lutto comune, gestito astutamente dagli autori. Perfetto, avrei però fatto qualcosa di più Desmond-centrico (come poi è stato), non far sparire l’isola e creare solo casino coi loop. Le scelte narrative sbagliate ci stanno, e nonostante sia un difetto enorme (perché divenuto il centro di una stagione intera) e perdonabile.

    La cosa FONDAMENTALE, che credo sia la cosa peggiore che Lost abbia avuto nelle stagioni 4,5,6: storyline lasciate marcire nel dimenticatoio. Qui parto dal finale, che sostanzialmente non ci ha spiegato un beato cazzo di niente. Amen. Però nelle prime stagioni, quelle della magia, sono stati portati avanti argomenti interessantissimi, che mi hanno personalmente tenuto incollato allo schermo. Misteri lasciati a sé stessi, cercando magari di farli dimenticare al pubblico. Qualche esempio: i numeri, che non inevitabilmente diventati un argomento portante della serie, sono stati progressivamente scomparsi dalla bocca dei personaggi, pure di Hugo, fino a ritornare prepotentemente con i nomi collegati nella sesta stagione, ma neanche li ci hanno minimamente spiegato cosa sono. Altre cose cazzutissime come orsi polari e sussurri sono rimaste sempre un punto interrogativo.

    Ora, io non pretendo assolutamente che in un finale venga spiegato per filo e per segno tutta la genesi della storia, almeno so danmo più possibili interpretazioni. Ma se fai di certi argomenti, il filone principale della storia io PRETENDO una minima spiegazione. Lost si è lasciato andare, e sinceramente lo preferivo quando c’era l’orto di Sun, o Sawyer ed Hurley che rincorrono una rana, piuttosto che un loop senza la minima spiegazione… peccato…

    Rispondi

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