Non so quanti di voi hanno seguito questo serial, nuova creatura poliziesca di quel geniaccio di Shawn Ryan, che – dopo The Shield – non voleva più tornare al poliziesco, per non rimanerci impantanato, ma poi, con una storia come questa, ci ha riprensato. A quanto pare però non era destino, visto che gliel’hanno cassata dopo una stagione.
Non vi nascondo che sono proprio seccato, anzi qualcosa in più che però non posso scrivere perché devo mantenere un certo stile e un certo riguardo per i lettori di Serialmente. Forse questa recensione è per pochi intimi, dato che temo non siano rimasti in molti a seguirlo, The Chicago Code. I probabili bassi ascolti americani avranno sentenziato senza appello il mancato rinnovo da parte della Fox. Eppure è un vero peccato. Questa è stata una delle serie più interessanti del 2010: l’apparente struttura da poliziesco classico non deve fuorviare.
Abbiamo, è vero, l’intero impianto da “western metropolitano”, con tanto di bad guy-padrone della città (o comunque una sua versione aggiornata al contemporaneo) interpretato dal perfetto Delroy Lindo; il detective Wysocki disposto a tutto per fermarlo, poliziotto classico americano dalla vita sregolata (sto tipo sta per sposarsi con una più giovane di vent’anni e intanto va a letto… con la ex moglie); un capo della Polizia donna, Teresa Colvin, coraggiosa ma anche capace di usare per bene la politica.
Mike Royko’s Revenge forma un tutt’uno con quello immediatamente precedente – che non a caso si chiudeva in medias res e rimandava volutamente alla settimana successiva. Il season finale (diventato forzatamente series finale) vede l’annodarsi di tutte le fila delle vicende snocciolate durante questi mesi e se per questo la serie ha sofferto di qualche inevitabile forzatura (come lo stiracchiato happy end per la la vicenda sentimentale di Wysocki), l’impianto generale è rimasto solidissimo.
Il colpo da maestro è stato far convergere le linee narrative private con quelle pubbliche: ossia la caccia all’Aldermanno Gibbons con i fantasmi del passato della famiglia Wysocki. In un crescendo di tensione e di intrecci di personaggi (e soprattutto di indagini) abbiamo visto la squadra di Teresa Colvin mettere alle strette l’obiettivo, facendo leva sul mafioso irlandese suo complice d’affari poco puliti (grazie anche alle scoperte fatte da Liam Hennessey, agente sottocopertura ormai allo stremo delle forze morali e fisiche richieste da una tale schizofrenica immedesimazione). Ma, si sa, i bad guys come Gibbons non sono facili da abbattere, sono piovre velenose che pure quando sembrano nell’angolo sono capaci di tirare fuori un’ultima risorsa, anche la più disperata, per riazzerare la partita. In questo caso, si è trattato di Lilly Beauchamp, segretaria e amante dell’Aldermanno, sfruttata e raggirata con abilità mefistofelica per trasformarla in un’emula di Jack Ruby. Una mossa davvero estrema, specie per un politico che sinora era stato sempre molto attento a non interferire direttamente nell’eliminazione dei suoi avversari. Ma il colpo va a segno e Gibbons riesce a far risalire le sue quote, che intanto aveva già iniziato a gonfiare con una velata campagna discriminatoria nei confronti della Colvin.
Questo gioco di equilibri, questo alternarsi frenetico di (apparenti) vincitori, ha dato all’episodio un ritmo serratissimo, trasformandolo in una sorta di stand-alone cinematografico, che gli fa perdonare anche il deus ex machina davvero troppo macchinoso e fortunoso: le prove della colpevolezza di Gibbons che spuntano da vecchie prove del defunto agente Vince Wysocki. Una forzatura però attenuata dal fatto che nel corso dell’episodio lo scontro tra Gibbons e Jarek si fa sempre più aperto quando l’Aldermanno suggerisce al nostro detective – in via di minaccia morale – che il suo fratellone potrebbe non essere (stato) ciò che tutti credono. Non c’è da escludere una nuova mossa di tornaconto per Gibbons. Ma soprattutto con questo elemento il mistero sulla vicenda di Vince Wysocki, dipinto sin dal pilot come un eroe della Polizia di Chicago, morto da eroe durante il pubblico servizio e incastonato come eroe nel muro alle memoria dei caduti, dopo essere stato uno dei fili conduttori sotterranei del serial, viene finalmente alla luce. Un po’ presto, forse? Ma non c’era altro modo. E la strada scelta per la risoluzione non lascia tanti rimpianti.
Anzi, è proprio in questo frangente che la propensione di Ryan per il marcio, la sua lucida raffigurazione del grigiore della realtà fa capolineo come una bomba in un serial che aveva rispettato sino a quel momento una divisione abbastanza netta tra legalità e illegalità. Con le sue brave eccezioni, si capisce. La parola d’ordine è realismo e pragmatismo che riescono per una volta ad abbattere persino un’idea di sceneggiatura abbastanza strampalata. Nel volto e nel cuore di Jared Wysocki, Ryan mette il punto alla sua epopea cinica nella raffigurazione della metropoli moderna. C’è un momento, nell’episodio, in cui Jarek (e noi con lui) tentenniamo su ciò che Gibbons sta insinuando – e cioè, se stesse lanciandogli fumo negli occhi andando a colpire uno dei valori più sacri del nostro detective (la memoria del fratello) solo per destabilizzarlo? Ma dura un attimo, il dubbio – nostro e di Jarek. Non c’è gran bisogno di prove o rivelazioni, la reazione di Jarek dice tutto: ha intuito, ha capito. L’istinto è arrivato prima del sentimento e, da good cop, non può far finta di nulla. Lui è un vero poliziotto, quello che tira sempre fuori la verità no matter what. Molto intenso è quindi il confronto col padre, che vorrebbe tenere a freno queste notizie, per salvaguardare la memoria del figlio. Un padre anch’egli poliziotto, ma di una generazione più vecchia. Un uomo cui è rimasto solo il ricordo e che – un po’ come i personaggi di Liberty Valance, e se vogliamo in puro spirito americano – tra verità e leggenda ha sempre portato avanti la seconda e che quindi non accetta (non può accettare) un figlio – poliziotto anch’egli – che viene meno al patto di reciproca copertura stabilito tra piedipiatti di ogni età e di ogni latitudine, e decide di sporcare la memoria del fratello solo per rispetto della verità (e per incastrare Gibbons ovviamente). È un momento molto duro, ma anche tra i più intensi dell’episodio, che vede coinvolta anche la futura generazione di Polizia della famiglia Wysocki: Vonda, la figlia di Vince. L’abbraccio tra lei e lo zio sancisce insieme il dolore familiare, ma anche la necessità – condivisa – di tenere fede alla divisa, di scovare sempre la verità, a qualsiasi costo e su ognuno. Soprattutto su chi ci sta (o ci è stato) più vicino. Per i (giovani) Wysocki è un problema morale prima che legale.
Chissà cosa ci avrebbe raccontato The Chicago Code, se avesse potuto seguire la sua corsa. Certo, è anche probabile che avremmo avuto un finale più aperto, che i giochi tra la Colvin e Gibbons non si sarebbero chiusi quest’anno. E ci secca un po’ anche dover rinunciare a scoprire come sarebbe stata la Colvin della prossima stagione, visto che nel finale dell’episodio sembra voler scrollarsi un po’ di dosso la divisa e la compostezza per prendersi dei momenti per se stessa. La vediamo, infatti, cougar predatrice nel bar di un lussuoso albergo. Anche i supervisori ogni tanto hanno bisogno di sfogarsi. A questo punto possiamo solo augurarci che la Teresa dell’universo parallelo in cui la serie continuerà o nello spazio tempo della finzione si prenda il suo divertimento. E – nel caso incontrasse Walter Bishop – se potesse trovare il sistema di far andare in onda The Chicago Code, negli intervalli pubblicitari delle investigazioni del Fringe groupe…
All’episodio
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Alla stagione
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(19 voti, media: 4,68 su 5)













Un vero peccato, era serie “potente”, capace di articolarsi su diversi livelli narrativi senza mai perdere di vista il tema centrale. Mi è piaciuta, per certe atmosfere mi ricordava NYPD Blue, in meglio.
peccato davvero. io l’ho seguita con enorme interesse dall’inizio alla fine e speravo tantissimo in un rinnovo. una delle novità migliori della stagione. forse LA migliore.
Credevo di essere l’unica a cui questa serie piaceva. Mi è molto dispiaciuto per la cancellazione, soprattutto perchè mi dava l’impressione di una di quelle serie che crescono con il tempo. Il finale mi ha soddisfatta in parte, alcune cose mi sono sembrate un po’ troppo out of the blue. Ho molto preferito l’1×12, secondo me l’episodio migliore.
Peccato.
Ho recuperato in settimana gli ultimi tre episodi perché mi dispiaceva davvero lasciare incompiuta la stagione.
Stagione che mi ha soddisfatto in pieno ma che, con occhio lucido, secondo me ha pagato gli episodi stand-alone, ovvero quelli slegati al caso di Gibbons.
Ha dato il meglio, infatti in quelli legati dall’intreccio generale: è proprio in questi che si vede l’abilità di Ryan nel disegno complessivo di trame incastrate a vari livelli. Non per caso gli ascolti degli episodi 11-12-13 sono cresciuti.
La conclusione mi ha soddisfatto perché non lascia molte aperture e chiude il cerchio, ma ammetto che rimarrà l’amaro in bocca per la curiosità di sapere cosa si sarebbero inventati in un arco narrativo più lungo.
Gaia89 ha scritto:
Decisamente d’accordo.
sono d’accordo con la recensione. Pero volevo aggiungere che l’ultima puntata soffriva del dover chiudere molte storyline, per esempio il deus ex machina incriminato non sarebbe servito se ci fosse stato il tempo di sviluppare la storia anche in una successiva stagione.
Gibbons, da fuori, era veramente difficile da inquadrare con quel suo sorriso e le sue perle filosofiche, tranne nelle due ultime puntate dove ormai non nascondeva piu le sue paure.
Ho trovavo particolarmente interessante il rapporto tra la Colvin e sua sorella. Quando decide di non aiutarla mostra come, tante volte, per fare la cosa giusta non bisogna temere di morire soli.
Mi dispiace per la serie. Era una di quelle a cui serviva un po di tempo per svillupare alcune dinamiche, la guerra tra Colvin e Gibbons in particolare con la possibiltà di inserire nuovi personaggi e nuovi livelli . Aveva alcuni difetti troppo evidenti, soprattutto nel personaggio di wysocky, molto sopra le righe con battute eccessivamente ad effetto, nei personaggi secondari, li stessi gia visti in tutte le serie, e una divisone buoni e cattivi troppo definita,almeno fino alla 10 puntata, mi mancano le ultime 3. Aveva il grosso pregio di avere protagonista J.Beals che è sempre bellissima .
Prima Terriers poi Chicago Code, gli americani si meritano davvero altri 10 anni di Glee e J.J. Abrams.
io sono in lutto, ma cosa vogliono di più gli americani?
Un’altra serie che seguo grazie alle vostre recensioni… peccato che l’abbiano troncata, perchè aveva grandi potenzialità.
Molto bella, un po’ difficile da capire perchè alcuni passaggi sono veloci, ma dannatamente ben fatta!
E Jennifer Beals di una bravura e di una bellezza eccezionali.
Sono fermo alla 1×09, St. Valentine’s Day Massacre, anche perchè avevo sentito della cancellazione e avevo un po’ perso l’interesse. Se mi dite che c’è una sorta di “ending” recupero con piacere i 5 episodi che mi restano. Consola almeno che non si concluda con un mega-cliffhanger, sebbene credo ci fosse materiale per coprire stagioni e stagioni.
Un peccato, davvero.
serie poliziesca sopra la media… che come diceva slash insieme a terriers hanno chiuso, non oso pensare la fine che faranno l’anno prossimo la moltitudine di serie su cia, fbi, polizia, ecc…
Bellissima serie, non l’ho marcata stretta perchè me la conservavo per recuperarla nei momenti tristi!
Infatti questo post è di molti giorni dopo il series final.
Che dire.. a me gli episodi sono piaciuti molto entrambi. Il secondo per il lieto fine
.
Il primo perchè ben congegnato.
Comunque è finita… cosa vedremo ora?
Sono senza parole. Questa serie mi ha conquistato fin dal primo episodio. Una tensione continua senza essere mai scontata. E lo dico da non amante del genere. E’ riuscita a incollarmi alla poltrona dal primo minuto. Un vero, vero verissimo peccato.
Finito anche io. Una serie davvero molto buona, ma credo che la cosa che mi mancherà più di tutte sarà il personaggio di Teresa Colvin: si vedono poche donne in tv così forti, e ce ne vorrebbero di più.
Detto questo devo rettificare il discorso “chiusura affrettata”: di certo la chiusura non è stata abbozzata dalla cancellazione. Le riprese della stagione infatti sono state completate ancor prima della messa in onda della prima puntata sulla FOX, quindi il finale era esattamente quello pensato dagli autori. Anzi questa è una scelta che trovo coraggiosa e degna di lode perché da una parte si prende il rischio di concludere una trama facilmente diluibile nell’intero arco della serie per cercare nuove strade successivamente, ma dall’altra lascia al contempo pienamente soddisfatto lo spettatore in caso di mancato rinnovo della serie. Apprezzo molto questo tipo di finali conclusivi, di certo li trovo migliori da un punto di vista narrativo (a meno che non stiamo parlando di un supermegacliffhanger alla Lost, ma quello va bene solo in Lost).
Quindi, appuntamento alla prossima serie di Shawn Ryan. Speriamo che sia più fortunato.