
Cambio di ambientazione e letteralmente di aria rispetto alla precedente claustrofobica puntata. I toni sono più leggeri e complice il necrologio della morte del padre di George, evadiamo dal cupo B&B per ritrovarci nei sobborghi della middle class inglese. A sorpresa, però, l’estremo saluto che George vuole rivolgere al padre si trasforma nel ricongiungimento con quest’ultimo che in realtà ha solo simulato la propria morte. George però scambia il genitore in carne e ossa per il suo fantasma dando l’avvio a una serie di prevedibili fraintendimenti. L’uomo, qualsiasi cosa avesse supposto per dare un senso alla fuga del figlio, è ora convinto che il motivo risieda in una qualche forma di disagio mentale di George che per blatera di fantasmi, porte dell’Aldilà, ospedali e faccende irrisolte nell’aldiqua. In questo balletto di equivoci Mr Sands si presta ad assecondare il figlio che insiste nell’aiutarlo a trovare la chiusura di tutte le faccende irrisolte che a suo dire trattengono il padre su questa terra. In fondo, penserà il signor Sands, le intenzioni di George sono bizzarre ma innocue, danno loro la possibilità di trascorrere del tempo insieme, e soprattutto il signor Sands ha davvero una situazione irrisolta: è stato lasciato dalla madre di George che ora vive con un insegnate di balli latini.
La riconciliazione familiare che avverrà anche grazie a Nina permette a George di salutare finalmente la sua famiglia e soprattutto di dir loro la verità circa la sua condizione. Certo, il “sono un lupo mannaro” non produce l’effetto irrazionalmente sperato, ovvero quello di condividere il suo segreto con i genitori, ma serve comunque a George per sentirsi libero dalla menzogna e sapere i suoi insieme, in buona salute e soprattutto tranquilli.
Questo senso di chiusura per George, ma anche per Nina che ora può contare su un compagno più equilibrato ed emotivamente stabile, mi fa pensare che i due siano gli unici ad avere un futuro.
Mitchell è ormai sempre più preda delle sue nevrosi, tutto di lui dice che ormai i rimorsi di coscienza sono stati messi da parte: il suo unico obbiettivo è capire come tornare in vita una volta avveratasi la profezia. Non è più il Mitchell tormentato che cerca perdono ed espiazione: l’istinto di sopravvivenza ha preso il sopravvento e la storia, che fatico a chiamare d’amore, con Annie non è il salvagente morale come inizialmente sembrava potesse essere, ma piuttosto il pretesto per pretendere di riuscire a vivere normalmente, come se nulla fosse mai accaduto. C’è una nota di piacere nella sua voce mentre intima all’agente Reid di restituire il diario sottratto illegalmente. Ed ora che finalmente è costretto a disfarsene sembra quasi che si stia disfacendo dei suoi stessi rimorsi. Avrebbe potuto liberarsi del diario in qualsiasi momento, anzi sarebbe stato opportuno farlo, eppure lo aveva tenuto ripercorrendo ogni volta attraverso i ritagli di giornale l’orrore che aveva causato. Ma era pur sempre un modo per provare disgusto e rimorso per la sua azione, un peso dal quale non poteva liberarsi perché nel suo intimo sapeva di non poter semplicemnte dimenticare. Ora sembra deciso a nascondere tutto. Certo Annie, con il suo irritante ed eccessivo zelo, con la presunzione di conoscere perfettamente l’animo di Michell, non rende le cose semplici: è proprio lei paradossalmente a spingere Michell sempre più dentro una spirale menzogne, e l’agente Reid nello scoprirle.
La presenza di Herrick complica ulteriomente non solo la posizione di Mitchell, ma anche la sua stessa posizione. Nella sequenza mozzafiato che ricorda vagamente per suggestione e bravura interpretativa il confronto Hannibal Lecter\Clarice Starling, il vampiro resiste all’istinto di affondare i canini nel collo dell’agente, riuscendo invece a sospirarle dove trovare le prove del coinvolgimento di Mitchell nel massacro del Box Tunnel 20, consegnando di fatto l’unico essere che può aiutarlo. Herrick è un vampiro, e per quanto cerchi di negare razionalmente la sua sete di sangue, e il desiderio di azzannare carne fresca, l’istinto c’è ed è sempre più prepotente e difficile da tenere a bada: l’unico che può comprenderlo e aiutarlo è Mitchell, anche se il suo aiuto è interessato. Come illustrato nel flashback iniziale, Herrick è sempre stato a conoscenza del fatto che un vampiro può tornare in vita anche dopo una reale morte: questa conoscenza è l’eredità che viene tramandata dal vampiro creatore alla propria discendenza. Mitchell, essendo stato scelto e reclutato da Herrick, ha dunque pieno diritto di reclamare la sua eredità: peccato non sussista più quel rapporto di lealtà, fedeltà e comunione d’intenti che dovrebbe legare creatore e discendenza.
Escludendo il flashback dall’estetica troppo simile a un certo modo di ritrarre i vampiri come spietati dandy tra arazzi e vittime bellissime lasciate a morire in posizioni plastiche – e Being Human si è sempre distinto proprio per non appartenere a quel genere – la puntata soffre di una mancanza di coesione, una certa prevedibilità in tutta la storyline realtiva alla famiglia Sands che pure ha regalato momenti spassosi (l’interpretazione di James Fleet, le citazioni dal Titanic, il Culto Earth Wind and Fire). L’introduzione dell’agente Reid per ora è stata utile nello spingere Annie a indagare sulla strage, ma vedremo più avanti se il suo personaggio sarà un peso o una necessità per l’epilogo della storia.
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(9 voti, media: 4,22 su 5)










Che noia ‘sto telefilm!
Se si esclude la bellissima scena tra Herrik e l’agente, questo episodio non mi è piaciuto particolarmente.
Inoltre odio il fatto che continuino a separare così nettamente George/Nina da Mitchell/Annie: manca l’atmosfera “corale” e soprattutto mancano le interazioni tra i tre personaggi principali, che erano la cosa che più amavo in questo telefilm.
E i personaggi stessi stento a riconoscerli. Annie in questa stagione è veramente insopportabile, Mitchell ha completamente perso la testa (non lo so, a me la sua evoluzione non piace tantissimo. Evidentemente sta andando fuori di testa, ma in alcuni momenti sembra tutto fin troppo forzato). Solo George continua ad essere adorabile, ma, come già detto, fin troppo staccato da quello che gli succede intorno.
In sintesi, questa terza stagione mi sta decisamente deludendo, la serie sembra aver perso la freschezza che aveva all’inizio.
@ Gaia89:
Purtroppo la scelta di far compiere una strage a Mitchell è stato un punto di rottura difficilmente sanabile: se e quando gli altri ne saranno a conoscenza, l’amicizia tra loro – proprio ciò che ha sempre reso bh speciale – sarà compromessa per sempre. A questo aggiungiamo che Aidan Turner è impegnato con Lo Hobbit e quindi non è ancora ben chiaro se potrà tornare per una eventuale quarta stagione, e il quadro è completo. Spero che Whithouse non scelga la via più facile.
Mi dispiace dirlo, ma “spero” che Mitchell venga davvero ucciso al termine della stagione. Il suo personaggio gira a vuoto da due stagioni e ormai farlo ritornare come una volta mi sembra fuori discussione. Con sommo rammarico, non vedo altre soluzioni per il futuro…
Episodio schizofrenico, troppo, ma mi ha fatto piacere conoscere finalmente i genitori di almeno uno dei protagonisti. George e Nina sono la mia luce in fondo al tunnel, citando Buffy nei riguardi di Anya e Xander (sperando che non finiscano allo stesso modo…).
A me m’ha stufata Annie. Sempre uguale, sempre identica. Fatele fare o essere qualcosa di interessante… soprattutto visti tutti gli sforzi di Mitchell di riportarla indietro. Se non cambia la musica, fatecela ritornare, nel Purgatorio: una bella porta e via!
Rei ha scritto:
Quoto, Mitchell ormai è insostenibile. Se, come ipotizza close to me, dovesse trovarsi troppo impegnato con The hobbit per tornare, per me andrebbe benissimo. E davvero spiace perché, nonostante George sia sempre stato il mio preferito, un tempo amavo tanto tutti e tre (Nina, not so much, però ultimamente lei e George sono gli unici personaggi sensati quindi la sto rivalutando).