
Il cinema che guarda a sé stesso o la letteratura che racconta e svela i suoi meccanismi sono operazioni tanto intrigante e battute da diventare una sorta di sottogenere narrativo dalla ricca letteratura (Effetto notte di Truffaut o Misery non deve morire di King), molto meno frequentato è il filone per quanto riguarda la tv, forse perché la ricerca di un pubblico il più ampio possibile rende i dirigenti dei network più restii a operazioni così raffinate.
Per poter riuscire dove molti altri fallirono (oppure, miracolosamente proliferarono, come il Mary Tyler Moore Show che creò ben due spin-off), la NBC ha deciso di affidare il difficile compito a uno dei più grandi scrittori e show-runner della tv – e del cinema, viste le sue sceneggiature di Codice d’onore e Il presidente –, ossia quell’Aaron Sorkin che ha reso emozionante e stupefacente la politica americana nel capolavoro The West Wing e che riscopre con grande maestria la sua voglia di guardare dietro le quinte tv, come nell’esordio di Sports Night. Facendo di nuovo centro.
Sullo sfondo della popolare trasmissione comica che dà il titolo alla serie, si muovono le vite e le opere, gli affari privati e pubblici di Matt, sceneggiatore e autore, Danny, produttore e di Jordan, direttrice del network, oltre degli attori e della crew tecnica: ma soprattutto del mondo che li circonda.
Una dramedy nel più puro stile Sorkin, che fonde l’impianto del drama dalle forti ambizioni socio-culturali (se non politiche) con l’humour e l’ironia costante, che Sorkin ha creato, scritto e prodotto assieme al fidato Thomas Schlamme e che ha coinciso curiosamente con il lancio del molto più fortunato ma meno forte 30 Rock, creato nello stesso anno, 2006, e trasmesso dalla stessa rete.
Durato una sola stagione di 22 episodi, fortunatamente completa, e cancellato per un debole rapporto costi-ricavi (le maledette calcolatrici dei network), uno show bellissimo e complesso, che racconta in modo quasi analitico il “behind the scenes” di uno dei più celebri varietà di sempre – il Saturday Night Live – cercando soprattutto di riflettere sul rapporto tra creazione televisiva e attualità, vita e intrattenimento: non replicando il cliché romantico di vita e “arte” che si imitano e compenetrano, ma mostrando le reazioni reciproche dei due universi, di come la politica e il costume siano spesso creati e modulati dallo specchio che li riflette.
Meta-televisione certo, ma soprattutto un importante e avvincente affresco dello stato della cultura, del dibattito politico, delle libertà e dei diritti civili in America e di conseguenza nel mondo, realizzato da Sorkin con la consueta attenzione per il pubblico anche meno smaliziato (storyline sentimentali e parentesi leggere), ma anche con la voglia di mettersi dietro le quinte, la capacità di guardare più a fondo nei meandri del complicatissimo sistema socio-economico americano come se lo show fosse semplicemente l’altra faccia di The West Wing: e a dimostrarcelo due episodi magnifici: il doppio episodio Nevada Day (settimo e ottavo episodio) in cui parte del cast si trova nella prigione di una piccola contea, alle prese con un giudice conservatore che detesta gli eccessi liberali dello show, e l’incredibile trittico K&R (episodi 19,20,21) che in due ore riesce a condensare tutte le storyline ma soprattutto i temi e i risvolti della serie con una ricchezza, un’incisività e una capacità comunicativa degna del miglior cinema americano.
Merito della riuscita è sostanzialmente delle sceneggiature e dell’incredibile talento di Sorkin – accreditato in quasi tutti gli episodi cosa che non molti showrunner fanno, escluso David E.Kelley – nel creare situazioni e intrecci appassionanti, contrappuntati da dialoghi frizzanti, frizzanti e intensi, che trovano la loro compiutezza in una regia che fa del ritmo, del tambureggiare di corpi, visi e spazi (strepitoso l’uso della steadycam) la sua essenza.
E che trova in un cast straordinario il soffio della vita: a partire dagli indimenticabili Matthew Perry e Bradley Whitford (già splendido Josh Lyman in The West Wing), fino alle rivelazioni come Amanda Peet. Un piccolo classico contemporaneo, che è entrato nel cuore di quei non troppi spettatori e che fa parte dei grandi rimpianti della televisione americana. Che a Gennaio vedranno le loro file tristemente più folte (leggasi Better Off Ted e Dollhouse).
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(24 voti, media: 4,92 su 5)










Sottoscrivo! Bravo ManuLele!
Sì, vero, gran bella serie, anche se forse troppo vicina temporalmente a quel capolavoro/pietra miliare della tv che è The West Wing per essere apprezzata al meglio (mi pare che The West Wing fosse finito in maggio e Studio 60 fosse partito nell’autunno successivo). Mi ricordo che quell’anno lo show combattesse per il rinnovo assieme a Friday Night Lights, e devo dire però che, nonostante Studio 60 mi piacesse molto, non rimpiango la scelta fatta dalla NBC. Fortunatamente Sorkin è riuscito a scrivere un finale conclusivo e di questo lo ringrazio.
E ho amato Sarah Paulson e Steven Weber.
Interessante retroscena: pare che la relazione tra Matt e Harriet fosse ispirata a quella tra Sorkin e Kristin Chenoweth. Che coppia dovevano essere.
Quando tornerà in tivù il caro Aaron?
Oh che bel regalo di Natale, ManuLele! Non mi aspettavo proprio una recensione di Studio 60!
Questa serie l’ho scoperta per caso, ma è diventata subito una delle mie preferite. Mi dispiace che sia durata solo una stagione, poteva diventare un classico, anche se forse lo è diventato -come molte altre- proprio finendo così presto.
Hai detto tutto tu, aggiungo solo, avendola vista in italiano, che il doppiaggio mi è sembrato molto curato, cosa che ormai è diventata quasi un lusso.
Grazie per la bellissima recensione!
Serie per me meravigliosa, che ho acquistato in cofanetto assieme alla totale di The West Wing. Scritta divinamente e con tutta una serie di personaggi commoventi (mi ricordo la puntata del vecchietto che lavorava allo show sotto il maccartismo o quella meravigliosa del flashback di Matt quando faceva gavetta). Un peccato che l’abbiano chiusa. E’ una di quelle serie che, da un lato, ti spiace che sia apprezzata da pochi e, contemporaneamente, ti rende felice essere uno di quelli.
Zen
Zen ha scritto:
Quoto… e mi complimento per la recensione, inattesa ma apprezzatissima. E come Rei mi domando e spero davvero che Sorkin torni presto a fare tv.
Vi ringrazio per l’apprezzamento al mio articolo e alla serie…
Era una cosa che covavo da un pò e le ferie natalizie ben si sposavano…
Per ora sta lavorando soprattutto al cinema, come sceneggiatore del nuovo film di David Fincher, The Social Network, e per il nuovo film diretto da Ben Stiller.
La serie è veramente da non perdere perchè è ben fatta sotto tutti i punti di vista. Poi nel vederla il mio cervello ogni tre secondi urlava “ma quello è Chandler Muriel Bing!!!”
Ho tentato di recuperarlo in questi giorni, ma dopo 3 puntate sono morto di noia. Ancora una volta sono d’accordo con il pubblico sovrano che ha decretato la fine di una serie tv.
Tra l’altro Aaron Sorkin mi ha deluso anche in Social Network (ronf ronf). Qui però sono in minoranza (Oscar assurdo secondo me).