martedì
The PrisonerThe Prisoner 2009 – Miniserie
Chi sei? Sei un uomo libero? O sei solo un numero? 42 anni fa (sarà casuale?) qualcuno ha provato a dare una risposta a queste domande. Oggi quelle domande sono più attuali che mai, e qualcuno prova di nuovo a fornire una risposta. Ma c’è chi quelle risposte 42 anni fa non le ha mai volute sentire. E chi le ha sentite dubita che quelle odierne possano risultare più valide di quelle passate. Sei pronto a scendere nella tana del bianconiglio per vedere quanto è profonda? Sei a un click di distanza dalla pillola rossa. Qual è la tua scelta?
Non è un paese per vecchi (telefilm)
Ci sono due modi per affrontare questa recensione:
1 prendendola sul serio
2 prendendola mooolto poco sul serio.
Essendo di questo dinamico duo la memoria storica (sì, il termine sta per vecchia, ne sono consapevole) posso permettermi di dire scomode verità, coperta dalla mia scialletta della nonna, seduta su un dondolo con in mano una tazza di thè e un gatto che ronfa ai miei piedi.
Prima verità: The Prisoner Originale è, scusate il termine cacofonico, irrifacibile.
Sono cambiati i parametri storici e culturali: Guerra Fredda, Blocco Usa-Urss, Ginzberg e Kerouak, la Contestazione, il conflitto fra Egitto e Israele, la Rivoluzione Culturale Cinese.
Sono cambiati i modi, i ritmi, le credenze, le religioni, la Swinging London, Mary Quaint e le sue mini-mini, gli hippies, la Pop-Art, le prime trasmissioni di Tv a colori.
E’ cambiata la percezione del sesso, della religione, dei valori comuni quando Lucy….quando Lucy era nel cielo con le sue stelle scintillanti e le pillole viola e blu servivano per aiutarti a toccare l’arcobaleno.
The Prisoner Originale con buona pace dei detrattori (molti) e dei fan ossessivi (tanti) è frutto preciso di un’epoca.
Il suo messaggio (Siamo parte del problema o siamo la soluzione?), le sue domande ossessive e martellanti (Chi sono? Chi siete? Che volete da me?) possono leggersi come una lettura metaforica della civiltà occidentale, un sogno post-trasformista o semplicemente il frutto di una peperonata di troppo per Patrick McGoohan.
La scelta della location, i dialoghi, la cura maniacale di alcuni dettagli, le musiche, i primi piani quasi violenti, i colori e soprattutto il saluto “Be seeing you” sono entrati nel nostro immaginario collettivo perché, con buona pace dei critici, The Prisoner originale funzionava. Se oggi nel rivederlo possiamo sorridere su alcune ingenuità stilistico-recitative, a distanza di 30 anni la sua forza surreale e pervasiva rimane nelle nostre menti come una fastidiosa nevralgia che non vuole proprio andare via.
Entra ora in scena il concetto di remake. Se intendiamo con questo termine un esatto rifacimento della serie originale, bè, nel caso di The Prisoner 2009? Dimenticatevelo.
The Prisoner 2009 rientra nella casistica che prevede il ri-facimento di qualcosa cambiandone la struttura di base con risultati in alcuni casi molto felici (Battlestar Galactica), risibili (Knight’s Rider) controversi (Star Trek XI Reboot).
Non migliore né peggiore ma…differente.
Lo sceneggiatore e creatore della miniserie doveva compiere scelte assai difficili: attualizzare la storia; renderla compatibile con la società attuale; fare ascolti.
Io gli assegno tre su tre di punteggio riguardo agli obiettivi.
Sulla resa finale…… non ne sono altrettanto sicura.
I dettagli che mi sono piaciuti:
1) I colori e le forme del Villaggio che richiamano la Cuba degli anni 60’, quella sotto il controllo sovietico quando sul Malencòn si sentiva parlare per lo più russo.
2) L’abbigliamento e le grafiche uscite direttamente da The Stepford Wife (o da The Truman Show).
3)La scelta diretta di puntare sull’elemento cospirazione alla Mulder-X Files (della serie “la verità è là fuori” anche se non so cosa sia questo benedetto “là”).
Quello che mi ha fatto un po’ storcere il naso:
1)Il Numero 2 “Deus ex-machina” onnipresente, onnisciente, onnipotente.
D’accordo è Gandalf (MacKellen) ma vuoi metterlo contro Gesù Cristo (Cazeviel)????!!!!!
2)Il farmaco/esperimento/microchip emozionale/ ormone della crescita/foglia di thè/fumo di caldarrosta che controlla la memoria ed altera i ricordi: un po’ di coraggio, people, chiamatelo cocktail di farmaci usato a partire dagli anni 40’ durante il conflitto mondiale ed integrato con tecniche di suggestione invasive.
3)Il nuovo simbolo del Villaggio: RIVOGLIO IL BICICLETTONE!!!
Guardateli entrambi dunque, come prodotti figli del loro tempo e ricordatevi:
Vi abbiamo visto.
A qualcuno piace moderno
Con quali aspettative ci si pone alla visione del remake moderno di una serie come The Prisoner senza aver mai visto l’originale? Semplicemente con la speranza di seguire una serie caratterizzata da una trama intrigante e pervasa da un atmosfera suggestiva. La peculiarità del The Prisoner del ’67 infatti era la spiccata originalità, ma oggi l’idea del “non tutto è come sembra” è stata sfruttata attraverso innumerevoli declinazioni, dagli Invisibles di Grant Morrison a Matrix dei Wachoski, passando per i racconti di Dick, ed è difficile che oggi possa avere ancora la stessa freschezza. La versione odierna abbandona questa aspirazione, imbastendo la trama su un canovaccio ben congeniato, ma debitore nei confronti di numerose altre opere. Inevitabile vista la natura del prodotto. In ogni caso questa appare la pecca più marcata di una miniserie ottimamente realizzata, in grado di avere un’identità propria, nonostante la sua esplicita ispirazione.
Il pregio principale dell’opera è ravvisabile nella sua eccellente realizzazione tecnica. La fotografia appare ispirata fin dalle prime inquadrature desertiche, probabilmente aiutata dalla suggestiva scelta delle ambientazioni, perfette nelle astratte geometrie delle dune che trovano il proprio contrario negli ordinati allineamenti di casette triangolari nel villaggio. La recitazione dei protagonisti è convincente per tutti e sei gli episodi e se da Ian McKellen non ci si può aspettare altro, sorprende come anche Caviezel riesca nella difficile impresa di non risultare antipatico nel ruolo del bello e sempre nel giusto. In generale comunque tutti offrono prove recitative in grado di mostrare come la bellezza non sia stato il solo criterio a guidare il casting.
L’atmosfera inizialmente surreale, ma via via più cupa nel dipanarsi della vicenda, viene resa alla perfezione grazie a due elementi che collaborano in sintonia tra loro. La regia aumenta gradualmente il ritmo sincopato per rendere visivamente la progressiva sensazione di angoscia, riuscendo allo stesso tempo a suggerire lo stato di alterazione e distorsione mentale che fa da sfondo alla vicenda. Il sonoro al contempo contribuisce alla straniata e straniante ironia della prima parte con musiche dalle suggestioni domestiche nelle scene al villaggio. In breve però lascia spazio a rumori filtrati, gracchianti, provenienti da strumenti di ascolto, ma ancora nella cornice immacolata del messaggio, frasi sdoppiate e sconnesse che solo inconsciamente vanno ad associarsi ai flash sporadici di registrazioni video.
La trama va dunque dipanandosi pezzo a pezzo, suggerita di volte in volta da giochi di regia o interventi audio, ma risulta comunque sufficientemente chiara alla fine. Pur non spiccando in originalità, come detto, la vicenda riguardante Numero 6 sa interessare e appassionare, anche se va ammesso che non lascia spunti di riflessione particolarmente profondi. La conclusione non è del tutto prevedibile e la breve durata contribuisce a creare un’aspettativa in grado di non cannibalizzarsi per l’estenuante attesa lasciando allo spettatore il gusto di godersi la soluzione del mistero. Forse la scelta della AMC di trasmettere in tre serate i sei episodi ha però penalizzato la serie che avrebbe potuto trarre giovamento da una programmazione dal respiro un po’ più ampio.
L’unica remora riguardo la miniserie del prigioniero in conclusione è relativa all’opportunità, ed alla necessità, della sua realizzazione nel 2009. Razionalmente si può affermare che se ne sarebbe potuto fare a meno, in fondo non ha detto nulla di nuovo che non sia stato già detto nei 42 anni che la separano dalla sua fonte originale. Però altrettanto lucidamente non si può non percepire una qualità nella produzione ben sopra la medie delle serie tv odierna. Si avverte lo studio profuso nella stesura della trama, la passione degli attori coronata dalla prova istrionica di Sir McKellen, l’attenzione riposta in tutte le ambientazioni che spicca nella ricostruzione del villaggio in grado di restituire un profumo domestico del passato pur in chiave moderna e infine la cura nei costumi che contribuiscono a una sensazione perfettamente in linea con gli ambienti. The Prisoner, in conclusione non era necessario, ma la sua visione è risultata una sorpresa decisamente positiva. E se non stuzzicherà in tutti la voglia di recuperare l’originale del 1967 ha saputo comunque fornire un’esperienza appagante, sia narrativamente che visivamente.
Voto Globale:








non ho visto l’originale, sono partito da qua… devo recuparare l’originale (lavorerò ai sottotitoli con i jackassubs)… devo dire di averlo visto un pò di fretta perchè lo dovevo tradurre, ma mi ha fatto un’impressione ibrida… innanzitutto, come sottolineato in recensione, la scelta di trasmetterlo in modo così intenso (sei episodi in tre giorni sono davvero tanti) non è stata molto furba, se avessero dilazionato un attimo ce la si sarebbe goduta meglio… interpretazioni ottime, realizzazione tecnica sopra la media… ma alla fine mi è rimasto un pò di amaro in bocca, l’ho trovato un pò confuso, con un finale riuscito a metà… boh, mi vedrò l’originale e farò il confronto…
Credevo fosse una mezza cosa, ma vedendo un giudizio cosi’ positivo (mi limito a vedere le stellette
) me lo procurerò.
Poi c’è il Sir,quindi…
Non ho ancora visto questa nuova versione, ma dallo screencap, noto con piacere che ci sono ancora le palle bianche. Se ci sono anche le poltrone girevoli, me lo guardo sicuramente!
ho visto le prime due puntate, non riesco a trovare la quarta!
Concordo. Io l’ho trovato assurdo, criptico, esageratamente complicato per scelta, egocentrico, pretenzioso, affascinante, a tratti visionario, ma con un contenuto e un filo logico tutto sommato soddisfacente. I set sono quasi tutti bellissimi. Anche le sottotrame si lasciano guardare facilmente, nonostante la “lentezza” generale del ritmo.
Ian McKellen davvero bravo, mentre Cazeviel a volte mi è sembrato un po’ uno stoccafisso senza espressione (ma devo ancora capire se la cosa sia voluta o no).
Dell’originale avevo visto solo il primo episodio, però, quindi non potrei fare paragoni.
Ho visto solo le prime due puntate (e sono un fan sfegatato della serie originale), però mi sento di dirlo: bellobellobello, la cosa migliore che abbia visto da parecchio tempo a questa parte. Per me, da cinque stelline e lode…
Sul voto forse influisce il fatto che a Swakopmund in Namibia (dove la serie è ambientata) ci sono stato anni fa, e (stentavo a crederlo quando le ho riviste), ho dormito un paio di notti in una di quelle “casette triangolari”, che non sono altro che un campo di bungalow per i numerosi turisti tedeschi che visitano ogni anno la città…
Ho visto 3 puntate finora;conosco la serie originale,ma indipendentemente da questo la nuova non mi soddisfa per niente.A parte McKellen sempre figo,Jim Caviezel un tempo mi sembrava più bravo..Mi piacciono la scenografia e la fotografia,diciamo gli aspetti tecnici,ma per il resto ho veramente molti dubbi;ritmo mooolto lento,che se nell’originale sottolineava la situazione surreale,qui trasmette noia.Soprattutto la terza puntata,l’ho trovata inaffrontabile.Continuo sulla fiducia in attesa di miglioramenti,in caso contrario penso se ne possa fare a meno.
Concordo con la recensione.
Al 100%.
la quarta puntata è un CAPOLAVORO, ora vedo di recuperare le altre!
Ho finalmente finito di vederlo. Non ci ho capito nulla fino all’ultima puntata, dove si è capito almeno cos’è il Village e come funziona… ma per il resto, vuoto totale.
Mi fa male la testa, ouch!
Bella.Particolare.Dic certo il “moderno” della versione non sta negli effetti speciali.Io invece ho trovato gli attori molto bravi.Ian immenso, ma anche il figlio di 2, nel suo essere superpassivo quasi fino alla fine.Sono rimasto sorpreso dal finale.Inaspettavo.Pensavo sarebbe finita in tutt’altro modo.Da vedere
Mi è sembrato proprio un buon remake, intelligentemente modernizzato, e curioso nell’aver scelto l’oscurità e l’enigma come chiave di lettura del nostro presente. Un pò compiaciuto, a livello concettuale e stilistico, ma di ottimo impatto—
4 stelline