Medium – Stagione 3

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Dopo Mad Men, eccoci tornati all’angolo di “Parliamo quando ci pare delle serie che ci pare”, esclusiva di noi privilegiati e snob signori (e signore) di Serialmente. Questa volta  l’appuntamento è dedicato alla terza stagione di un prodotto in genere poco considerato, a mio avviso ingiustamente, nel vasto panorama della serialità televisiva. O meglio, considerato per le ragioni sbagliate (l’attrice protagonista ha vinto un Emmy ed è stata più volte candidata non si spiega bene perché).
Racconta le vicende di una donna di Phoenix, tale Allison DuBois, che si divide tra il lavoro di assistente al procuratore distrettuale e quello di moglie di un matematico e madre di tre belle bambine. Quello che grazie al cielo rende diversa la serie da qualunque fiction nostrana è il fatto che la nostra protagonista di notte fa dei sogni, dei sogni molto strani…

Avvertenza ai fan: questo articolo non riguarda la quarta stagione attualmente in onda sulla NBC, ma la terza, trasmessa parecchi mesi or sono da Raitre e adesso in programmazione su Fox.

Per i duri d’orecchi, sto parlando di Medium. Creata da Glenn Gordon Caron (che ancora ringraziamo per l’accoppiata Cybill Shepherd-Bruce Willis di Moonlighting), la serie vede nel ruolo di protagonista Patricia Arquette, membro della infinita tribù degli Arquette, acerrimi nemici della tribù dei Baldwin (questo me lo sono inventato io).

Dicevo ingiustamente poco considerato. Già, perché Medium tende a non dare troppo nell’occhio, a seguire il corso degli episodi abbastanza tranquillamente, a raccogliere un degno numero di spettatori, sia in Italia che in patria, senza gridarlo troppo in giro, scegliendo di concentrarsi sulla costruzione di una buona e divertente ora di televisione. Ma quanto riesce a fare è molto molto di più.

Spendo un secondo per una breve spiegazione della struttura della serie, in quanto ritengo che sia l’elemento in cui si esplica la vera e propria bellezza di Medium.
Allison fa un sogno, un sogno che ha a che fare con un omicidio. Seguono così le indagini che lei conduce assieme al procuratore Devalos e al detective Scanlon, nelle quali offre loro le sue doti medianiche. Nel frattempo vive la sua pacata quotidianità con il (santo) marito Joe e le loro tre figlie: Ariel (la maggiore), Bridgette (la pacioccosa simpatica) e Marie (la pulcina). Tutte e tre hanno ereditato dalla madre lo stesso terribile potere (io avrei una paura cronica di addormentarmi). Dopo un po’ di trambusto familiare e investigativo, si riesce finalmente a fare luce sull’omicidio.
Fine.

Bene. Cosa c’è quindi di tanto bello? So che ve lo state chiedendo. Semplice: la semplicità. Una struttura così intuitiva e dalle maglie notevolmente larghe permette un lavoro di scrittura malleabile, intercambiabile, innovabile attraverso generi e linguaggi, sperimentazioni linguistiche di ogni tipo. E’ questa la grandezza della serie: la variazione costante dello stesso identico schema. Ed è qui che si rende esplicito il discorso che la serie porta avanti sul cinema stesso.

Cosa fa, infatti, la protagonista di puntata in puntata? Sogna. E’ inutile spiegare come l’onirismo e il cinema siano diventati nella storia del mezzo termini quasi intercambiabili. E’ d’altronde su questa analogia che si fonda la modalità di fruizione cinematografica, il ruolo che ricopre lo spettatore, argomento su cui milioni di libri si sono scritti e milioni ancora si scriveranno. In soldoni si dice che il modo in cui si assiste ad un film al cinema assomiglia al sognare: la camera buia, l’isolamento, l’abbassamento della percezione sensoriale a favore del coinvolgimento visivo, ecc.
Tornando a noi, il sogno di Allison si caratterizza molte volte in maniera completamente dissimile dalla realtà rappresentata nella serie, la cui immediatezza e semplicità sia di ripresa che di ricostruzione scenica sono sottolineate narrativamente dalla normalità, quasi banalità, con cui vengono ritratte le vicende e le dinamiche del nucleo familiare (e grazie al cielo, aggiungerei) e del ceto medio-basso a cui essa appartiene. Infatti il sogno si caratterizza molte volte attraverso l’utilizzo di generi e immagini di cui il cinema in primis (e la televisione poi) si è servito, che ha istituito.
Parto finalmente con degli esempi, circoscritti proprio a questa terza stagione (che segna anche l’ingresso tra gli sceneggiatori di Javier Grillo Marxuach, scrittore di talento che firma alcune delle più belle puntate della prima e seconda stagione di Lost): le puntate che aprono l’annata (Four Dreams pt.1-2) si sviluppano attraverso i sogni avuti da Bridgette, sogni (cruentissimi) che appaiono sotto forma di cartone animato per bambini; Mother’s Little Helper si fa notare sia per la sequenza iniziale, che riproduce la famosissima scena del ballo in Carrie di Brian De Palma, sia per le prospettive complementari di Allison e Ariel, ciascuna appartenente ad una delle due vittime (madre e figlia appunto), che si congiungeranno addirittura in uno split screen; in The Boy Next Door una Allison adolescente sogna di lei e di un caso che si svolge nel tempo presente (o almeno presente per lo spettatore abituale, ma diegeticamente futuro) in uno scambio di temporalità marcato e affascinante; in Head Will Roll (episodio che tra le altre cose vede la partecipazione di Neve Campbell e Jason Priestley) Allison si trova a sognare di essere una concorrente del famoso gioco a premi della NBC Deal or no Deal; in Ghost In The Machine una telecamera digitale “rivela” ad Allison la storia di cui essa stessa è stata strumento testimone. Potrei continuare a lungo, gli esempi sono infiniti.
In molti altri casi, tuttavia, risulta indistinguibile la realtà dall’universo onirico, le due messe in scena si fondono e si alternano coerentemente attraverso apparizioni e visioni “dal vivo”, come a voler affermare che la realtà in cui spettatore è portato a identificarsi e proiettarsi è anch’essa pura e semplice finzione.

Insomma il discorso metalinguistico e autoriflessivo è un elemento che non si può tralasciare nell’analisi della serie. Glen Gordon Caron già ci aveva abituati a quelle battute con cui i protagonisti di Moonlighting facevano appello al pubblico. Ma qui il gioco si fa veramente centrale. Può essere un caso che l’attrice protagonista, che interpreta un personaggio perseguitato da sogni terribili, abbia già ricoperto la parte centrale nel terzo capitolo della famosa saga di Nightmare on the Elm Street? Credo proprio di no.

E’ attraverso la comprensione di un sogno, la sua interpretazione quasi in senso freudiano, che il mistero viene svelato. Quindi, aldilà delle conseguenze di matrice psicanalitica (che sono comunque legate a tutta una corrente di analisi filmica di cui vi invito a leggere qualcosa) derivanti da tale riflessione, è come se la serie in questo modo volesse indagare  di puntata in puntata il cinema, i suoi generi e i suoi simboli, come essi vengano costruiti e sviluppati, come essi siano portati a legarsi ad un immaginario collettivo che ormai ci appartiene.

E’ questa, a mio parere, la forza che risiede in Medium, come anche in C.S.I. (rigorosamente Las Vegas): la capacità di raccontare una storia semplice, che allo stesso tempo fornisce la possibilità di analizzare ampiamente e profondamente le strutture cardine dello stesso raccontare.

Giovanni Di Giamberardino

Giovanni Di Giamberardino (aka Rei) nasce qualche tempo fa da qualche parte. Ora, come un qualunque altro laureato italiano ex-corsista del RAI Script di sceneggiatura, complotta per la conquista del mondo e la distruzione dell’umanità. Ha scritto un libro che si intitola La marcatura della regina in uscita a luglio 2012 in libreria e in ebook. PS Qualcuno di nome Alice dice che assomiglia a Jason Ritter. blog - tumblr - twitter.

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Commenti
5 commenti a “Medium – Stagione 3”
  1. elemiglio scrive:

    Medium mi piace. E’ scritto bene. E’ sobrio. E’ interessante. E’ avvincente. E’ “tranquillo”. E’ convincente. Io farei una statua al marito… che è davvero un “santo”!!! Mentre le bambine sono buffissime davvero, soprattutto Bridget. Mi piace la tranquillità e la normalità di questa famiglia “normale”, che si vuole bene e che ha problemi “normali” in contrasto con il “casino” dei sogni e dei morti… è un mix mantenuto perfettamente. La ripetizione e la semplicità non sono di certo un “problema”, anzi… e il target un po’ più adulto permette di avere una protagonista che può essere una madre di famiglia non filiforme, può avere un ritmo giusto per ogni episodio e non ha bisogno di far “paura” per forza per interessare e catturare il suo pubblico… ed è una delle poche serie che puoi vedere anche con i propri figli (il che, anche se personalmente non ho famiglia, lo trovo positivo, oggi come oggi).
    Mi sa che, come sempre, ho usato troppe “ ” e …

  2. Ciao elemiglio! Anche io adoro la “normalità” della situazione familiare, che stride così tanto con i sogni terribili di Allison. E, proprio come te, apprezzo anche la rotondità e la femminilità della protagonista. E mi piace anche che riesca ad essere così “ampia” nel suo target di pubblico, che riesca ad unire una spinta verso la sperimentazione linguistica ad una visione più “tranquilla” del prodotto, come hai sottolineato anche tu.

  3. Bella Donna scrive:

    Joe è davvero adorabile, è il marito perfetto. Ha una moglie che lo sveglia sempre nel cuore della notte e non solo non la picchia dandole la sveglia in testa, ma è sempre carino e disponibile!

  4. Colo scrive:

    Già, serie stupenda e poi la 5×19 ha avuto un finale choc!!!

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