mad-men-season-1.jpgSiamo un po’ in ritardo, lo so. Parlare oggi, il 26 marzo, di una serie la cui prima stagione si è conclusa lo scorso settembre può sembrare un pizzico “Embe’????”, soprattutto perché della prima puntata abbiamo già parlato, o meglio, ne ha parlato il caro kaw. Ma non vi allarmate. C’è una buona ragione dietro questo ritardo, se vogliamo chiamarlo così: io l’ho finita di vedere adesso.
Quindi, dopo avervi presentato il mio spiccato e cordiale egocentrismo, cominciamo a parlare di Mad Men, dei suoi personaggi, delle sue storie, provando a capire se il gioco vale la candela oppure neanche lo stoppino.

Al contrario di kaw, che ha espresso un giudizio abbastanza tiepido sul pilot, a mio parere questa serie, creata da Matthew Weiner per la AMC, la candela la vale. Eccome.

Mad Men narra le vicende di un gruppo di copywriter della Sterling-Cooper, famosa agenzia pubblicitaria, e dell’America dei primissimi anni ’60. Un’America ormai fiorente potenza economica, che modella i propri valori attorno ad un industria pubblicitaria agli albori. Un’America le cui speranze sono riposte in immagini patinate e perfette, voragine infinita e famelica in cui non si accorge di precipitare (da segnalare la sigla, veramente bellissima). E’ assente, però, quella ventata di divertito cinismo che caratterizza prodotti come Desperate Housewives o Weeds: in questi prodotti si manifesta una certa dose di consapevolezza verso le apparenze bugiarde che regnano nella società e nelle relazioni umane, del perpetuo e ostinato gioco di ruolo che le anima. Qui, invece, siamo ancora nella fase della negazione di questa verità, della natura tridimensionale e policromatica del reale, in un’America la cui moralità, come uno schermo televisivo, si divide in bianco e nero, in bianchi e negri. Un’America i cui figli sembrano intrappolati in complicate convenzioni sociali senza via di scampo, costretti a condurre doppie e triple vite. Un’America in cui Kennedy vince un dibattito televisivo non perché più convincente di Nixon, ma perché più fotogenico. Un’America in cui alla donna è rimasto da scegliere tra moglie o puttana. Simbolo di questo universo, la cui facciata sgargiante copre uno spesso strato di sporcizia, è Don Draper, un uomo che si vuole sposato e devoto ma che si rivela fedifrago e libertino, che si crede onesto ma che sa mentire con la stessa facilità con cui respira. Imperterrito continua a salvaguardare un’immagine costruita di se stesso, nella convinzione che essa possa a sua volta salvarlo, che possa legittimare e giustificare quanto ha compiuto e continua a compiere per essere chi è ora. Ma chi sia ora né lui né noi siamo in grado di stabilirlo. E chissà, forse questo personaggio incarna lo spirito spaccato tra individualismo e conformismo che, senza voler dare alcun giudizio morale di sorta, caratterizza l’età consumistica e il modello pubblicitario. Perché non si può parlare dei personaggi senza parlare dell’età in cui vivono, del mondo cui appartengono.

Ed eccoci così giunti a toccare un altro particolare del discorso sulla serie: l’enfatizzazione della diversità della società anni ’60 rispetto a quella attuale, il mettere costantemente in evidenza le differenze che separano un tempo dall’altro. La questione delle differenze e delle somiglianze è abbastanza centrale in un prodotto di costume come questo. Infatti nella maggior parte dei film o serie televisive a carattere storico la qualità della ricostruzione si concentra sulla fedeltà dell’uomo a se stesso nonostante il corso del tempo, la testarda costanza della natura umana. In questo caso, tuttavia, ci si sofferma su caratteristiche che in parte contraddicono quanto detto: si punta il dito e si sottolineano le incredibili differenze tra la società di allora e quella attuale (la condizione femminile come quella degli afroamericani, ma anche particolari minori come l’esagerata presenza del fumo e delle sigarette), quasi a voler ribadire che, più che uguale a se stesso, l’uomo è il prodotto dell’età in cui vive, appunto. Sapere che le vicende a cui assistiamo sono ambientate neanche cinquant’anni fa pare quasi un paradosso.

Ennesimo punto fondante è la natura claustrofoba della scenografia, composta completamente di interni, pareti nella maggior parte dei casi prive di finestre, e di esterni appena accennati se non totalmente assenti, eccezion fatta per i cortili delle villette a schiera dalla porte rosse (American Beauty docet) così tipicamente americani. Più che imputabile a motivazioni di budget (AMC è una piccola rete e questa è la sua prima produzione), secondo me questo elemento si fa cifra stilistica fondante sia per la comunanza al modello televisivo degli anni ’60 sia per comunione con un senso di asfissia che è costrizione perenne. Costrizione che si ripropone ancora nello stile registico, cadenzato, dai ritmi lunghi e dall’ampio respiro della narrazione, persino lenta a volte. Costrizione che ritorna di nuovo nelle performance recitative, interpretazioni sempre composte, pacate, senza eccessi, senza mai la minima sbavatura. Il cast si dimostra senza dubbio capace: spiccano Vincent Kartheiser, Christina Hendricks, Rachel Menken, John Slattery, Elizabeth Moss e infine John Hamm, attore rivelazione, in  grado di donare al protagonista ambiguità e spessore.

E tra tutti i comprimari (devo dirlo, perfettamente caratterizzati), ancor più dell’ambivalente, egoista e affascinante Don Draper (la cui storia lascio a voi il piacere di scoprire), il personaggio a mio parere più riuscito e più rappresentativo è Betty Draper: la moglie fedele e bellissima, allo stesso tempo Grace Kelly e antesignana tra le casalinghe disperate, interpretata da una splendida January Jones. Betty fa di tutto per essere sposa e madre perfetta, vorrebbe la famiglia il culmine della sua realizzazione personale. Ma purtroppo così non è, e serve a poco mascherarsi da donna educata e condiscendente: il trucco cede, Betty capisce che assecondare il modello femminile istituito non comporta alcun beneficio, essere quello che gli altri vogliono non regala alcuna soddisfazione. E rappresenta uno spiraglio di luce il tornare al lavoro di modella, centro di attenzione altrui, il trasformarsi di nuovo nella donna di cui Don si è innamorato. Ma anche questo le viene tolto. E’ forse questa la ragione che la porta, dopo aver scoperto che l’unico rifugio concessole è stato conquistato (lo psicologo da cui era stata mandata riferiva puntualmente al marito le sue confidenze), a dimostrare finalmente una consapevolezza profonda, dietro la maschera di fragilità e ingenuità con cui abbiamo imparato a conoscerla.
C’è una scena meravigliosa che segna una delle sue tappe di crescita: una mattina come tante Betty, abito da notte, sigaretta in bocca, unghie smaltate e capelli perfetti, serafica si arma di fucile a pallini e comincia a sparare agli uccelli addestrati del suo vicino. Uccelli che vengono lasciati liberi di volare durante il giorno prima di tornare a riposare nella gabbia. A lei non è stata riservata la stessa fortuna.
Gli scrittori in Betty riescono a descrivere al meglio lo spirito di un’epoca, un universo che vende immagini, bisogni e sogni, ma che li fa pagare a caro prezzo.

Ritengo questa serie una piccola perla nel mare della serialità televisiva attuale, prova che anche una modesta televisione come la AMC può fare la differenza. Aspetto volentieri la premiere della seconda stagione. Siete ancora in tempo per recuperarla. Non aspettate.

Fine dell’interruzione pubblicitaria.

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12 Risposte a “Mad Men - Stagione 1”
  1. kawkaw scrive:

    non ho letto oltre il cut per evitare spoiler, volevo solo dirti di non preccuparti per il “ritardo”. anzi, capiti a fagiuolo XD io dopo il pilota non l’ho più seguito in originale per mancanza di stimoli, ma adesso vuoi l’inerzia vuoi il tempo libero mi ci sto appassionando grazie all’edizione italiana su sky :’D e confesso che nonostante il primo episodio non mi avesse mandato in rodo di giuggiole, quelle quattro stelline e mezza che gli dai tu se le sta più che guadagndo.

  2. Sebartus scrive:

    Betty Draper è January Jones, di cui sto cercando wallpaper ;)
    Francine Hanson , interpretata da Anne Dudek (vista di recente in House) è una amica di Betty.

    Bella recensione, un po’ troppo aulica forse per noi mortali, ma mi è piaciuta perchè hai scavato a fondo nella serie!

  3. FrancescoFrancesco scrive:

    Il Golden Globe mi aveva già incuriosito.
    Questa ottima recensione lo ha fatto ancora di più.
    Si recupera quanto prima, decisamente.

  4. gothicgothic scrive:

    Io avevo già iniziato a recuperarla, ho visto solo i primi cinque episodi e perciò ho letto con una mano sugli occhi per paura di spoilerarmi qualcosa di grosso, ma sono perfettamente d’accordo col tuo giudizio. Davvero, davvero un ottimo prodotto.

  5. Bella Donna scrive:

    Io l’ho seguita in diretta e mi davvero piaciuta, ed anche io trovo Betty tra i migliori personaggi, probabilmente il più emblematico dell’epoca. E’ bello il parallelo con i tempi moderni, che ti fa capire che in realtà niente è cambiato, siamo solo diventati più bravi a nascondere certe cose!

  6. Rei, the frakkin' Serialmente guyRei, the frakkin' Serialmente guy scrive:

    @ Sebartus: Ooops! Grazie. Corretto. ;-)

    @ Bella Donna: In realtà a me pare che si faccia un po’ il discorso opposto, come a voler dire che nonostante ci separino una manciata di anni, quei tempi erano totalmente diversi. Peggiori? Migliori? Ditemelo voi.

    Sì, sì, amici, dovete recuperare assolutamente questa serie.

  7. Bella Donna scrive:

    No, in realtà non siamo meno razzisti o sessisti o classisti, lo nascondiamo dietro al “politicamente corretto”. Non si chiama più “negro” un nero, ma lo si tratta uguale! Ci sono leggi che impediscono le discriminazioni negli uffici, ma ci sono lo stesso.
    Ma non me lo sono inventato io, lo dice anche Matthew Weiner, afferma, infatti, che questa storia, seppure ambientata negli anni ‘60, è uno specchio della nostra società odierna: “You can look at these men and say my god, how sexist they are, how racist they are, how anti-Semitic they are, and his darker point is we haven’t changed that much, were just better at being polite”.

  8. Rei, the frakkin' Serialmente guyRei, the frakkin' Serialmente guy scrive:

    Anche a quell’epoca però virtualmente donne e neri erano pari di fronte alla legge… virtualmente… Sarà ma io, nonostante quanto detto da Weiner, ho sentito la presenza della società odierna più in assenza e in potenza che altro, non so se mi sono spiegato. E’ ovvio che tutto cambia, tutto rimane lo stesso, però ho sentito forte l’enfatizzazione delle differenze. Forse in altre serie storiche è più facile, ci metti un cavallo e un cavaliere e hai fatto. Qui tutto è giocato nei particolari, finemente. Più che della società si parla di ciò su cui questa società è fondata. Forse Weiner vuole descrivere la società di oggi nello stesso modo in cui si descrive una persona raccontando la storia dei suoi genitori…

  9. Body scrive:

    i riferimenti alla storia della pubblicità americana sono perfetti (tipo Lemon di Bernbach che compare nella terza puntata), ma sono cose giusto per addetti ai lavori. penso che la cosa migliore della serie sia lo spaccato sociale che ci racconta: non mi ricordo nient’altro di così potente nel descrivere la società ipermaschilista degli anni 60.

    la tristezza è che ti viene in mente che uffici come quelli, magari non in pubblicità, ma in altri settori in Italia sono rimasti uguali.

  10. Serialmente » Medium - Stagione 3 scrive:

    [...] Mad Men, eccoci tornati all’angolo di “Parliamo quando ci pare delle serie che ci pare”, esclusiva di [...]

  11. manueffe scrive:

    ciao, son nuovissima:) e adoro mad men. una serie fantastica che seguo in questo periodo su cult.
    atmosfere glamour, storie di donne e uomini. gli anni 60 e l’alba di tutte le emancipazioni. troppe sigarette, ma una serie molto intima. mi piace davvero molto. e poi draper: strafigo. oh ies.
    ciao:)

  12. tempestella scrive:

    Oh Fly! Ho presso Sky da poco, e a via di zapping mi sono fermata su questa serie che è in replica e pronta a far partire la seconda Stagione.Ovviamente avevo bisogno di aprofondire ,) e ho trovato voi.Che sito ragazzi! vi salvo!!grazie tante del lavoro fato,(non fàcile per altro),io amavo già i soprano(anzi amo) perchè il lavoro è fatto alla grande,altro chè!questa però mi piace di più forse per il periodo..straordinaria serie!Complimenti per il sito. ♥

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